COLPI DI SCENA ALLE PRESIDENZIALI EGIZIANE

Le presidenziali egiziane assumono contorni di suspance quasi quotidiani. L’opinione pubblica aveva appena digerito la teatrale apparizione d’un personaggio come il capo dell’Intelligence Suleiman, che ha presentato la candidatura a poche ore dalla scadenza definitiva e, dichiarando “sono un soldato, obbedisco al volere della gente” andava a sostenere come la sua presenza fosse perorata dal popolo, che c’è stato l’uno-due del caso Hassan Abu Ismail. Il candidato salafita, che può dare filo da torcere all’uomo forte della Fratellanza Musulmana Al-Shater, nei giorni scorsi risultava escluso dalla corsa alla presidenza. Vittima d’una norma votata nel referendum costituzionale dell’anno scorso e fortemente sostenuta proprio dalla componente salafita: i candidati alla massima carica istituzionale devono essere cittadini egiziani con genitori e mogli (sic) esclusivamente egiziani. Sabato scorso il Comitato elettorale aveva ricevuto una comunicazione informativa del Ministero degli Esteri che dichiarava come la signora Nawal Abdel-Aziz, madre di Ismail, avesse ottenuto nell’ottobre 2006 la cittadinanza americana. Il figlio dunque si vedeva escluso dalla consultazione del 23-24 maggio. Apriti cielo. I salafiti andavano in fibrillazione e organizzavano cortei in auto e a piedi. Il maggiore passava per le vie del centro del Cairo con migliaia di donne velate. Poi giungeva la smentita: una Corte egiziana ha deciso che quel passaporto, ricevuto per un viaggio in Egitto, non era prova di americanità né costituiva ostacolo per la tenzone elettorale. E i supporter di Ismail tornavano a giubilare, innalzando poster col faccione dell’avvocato con la barba che tanto timore incute a causa del suo islamismo oltranzista.

Con le new entry e i ritorni, le ipotesi sul risultato delle presidenziali diventano più complesse e il ballottaggio di giugno una realtà. La presenza di quattro candidati che polarizzano voti e se li rubano vicendevolmente non escluderà accordi finali anche se inizialmente ognuno correrà per sé e, come da programma, per la nazione. Amr Moussa e Omar Suleiman sono i volti laici. Su di loro possono convergere le preferenze dell’Egitto secolare che non vuole spezzare quel filo che dal nasserismo porta ai governi più compromessi con le personalistiche gestioni da raìs del sistema repubblicano. Eppure i mubarakiani militari e civili che non vogliono vedersi definitivamente esclusi dal potere devono far convergere i propri voti su questi uomini. L’entrata in scena di Suleiman, che si trascina dietro l’immaginario peggiore del regime, fatto di servizi a tutto tondo verso i poteri forti interni di cui fa parte (“sono un soldato” dice di sé), dell’aiuto offerto all’Occidente statunitense e non, con repressione e torture, e del rapporto strettissimo con Israele, è un remake forse non solo di nostalgia. Le Forze Armate, o una componente di esse, proverebbero tramite lui quanto vale l’appeal del vecchio. Certo Moussa ha una cera migliore e fa un effetto più sofisticato. E’ un politico vero, è uomo della diplomazia, i trascorsi da Segretario della Lega Araba gli conferiscono contorni d’autorevolezza e non d’autoritarismo, ha le entrature giuste ben oltre i confini con le conservatrici monarchie del Golfo. Quest’ultime potrebbero anzi tifare proprio per il riammesso avvocato Hassan che sul fronte del voto paraconfessionale fa concorrenza al Fratello miliardario Al-Shater. Naturalmente, se si dovesse tenere in considerazione l’ultimo voto egiziano da novembre a febbraio scorsi, il più noto esponente del Partito della Libertà e Giustizia potrebbe contare sul 47% dell’elettorato.

Però la Fratellanza, o le sue correnti, presentano anche un altro esponente (Mohammed Morsi) che può dividere anziché concentrare i consensi. Eppure su questa e altre candidature gli osservatori sono discordi, c’è chi sostiene che faranno credere agli avversari una divisione che di fatto non esiste. E può non esistere anche un orientamento a senso unico da parte del Consiglio Supremo delle Forze Armate che, da quanto s’è udito nelle scorse settimane, ha incontrato i vertici della Fratellanza e avrebbe patteggiato garanzie per il proprio status, relativo soprattutto al business economico, in caso dell’ennesimo successo islamista. Nella specificità di questo genere di consultazione che convoglia scelte anche sulla personalità del presidente, sul suo carisma, che scatena il ricordo del vissuto dell’elettore e le proprie speranze future, gli orientamenti dovrebbero aprire le porte al nuovo. Ma secondo un copione già avviato i colpi di scena non mancheranno.

12 aprile 2012

Enrico Campofreda è laureato in Storia presso ‘La Sapienza’, e specializzato a ‘RomaTre’. Giornalista dal 1988, ha collaborato con Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto scrivendo di sport. Attualmente collabora con Terra e con testate web seguendo politica estera e sociale. Ha pubblicato due romanzi “L’urlo e il sorriso”, Di Salvo, Napoli, 2007;  “Hépou moi”, ABao AQu, Rovigo, 2010

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