Il dilemma turco in Siria, i curdi e la bomba settaria regionale

Il governo turco ha accolto con un certo sollievo la recente risoluzione ONU che appoggia la missione diplomatica di Kofi Annan in Siria. La risoluzione è stata votata all’unanimità, anche con l’appoggio di Russia e Cina.

Il sollievo di Ankara, tuttavia, non è motivato da una sua particolare fiducia nel successo della missione. Molti responsabili turchi ritengono infatti che essa è destinata a fallire, essenzialmente per l’intransigenza di Assad. Ciò nonostante, Ankara spera che la risoluzione rappresenti un primo passo verso l’internazionalizzazione di una crisi che, in maniera allarmante, stava assumendo i contorni di una questione bilaterale turco-siriana.

Secondo il punto di vista turco, la nuova risoluzione mette in discussione l’esclusiva sovranità del regime di Assad in Siria, e chiarisce che la comunità internazionale non ritiene che la crisi siriana sia un affare interno del paese. La tacita conclusione è che, se Assad non dovesse sottostare del tutto al piano Annan, aprirebbe la porta a un intervento internazionale in Siria.

La parziale svolta che la nuova risoluzione ONU rappresenta per Ankara si comprende meglio se si tiene presente che, solo pochi giorni prima del fragile cessate il fuoco del 10 aprile in Siria (che, tragicamente, potrebbe essere destinato ad avere breve durata), gli ambienti politici turchi erano in subbuglio per quella che molti percepivano come “l’inevitabilità di un intervento militare turco in Siria”. 

L’agitazione aveva raggiunto il culmine il 9 aprile quando, a seguito di uno scontro vicino al confine turco-siriano fra ribelli dell’Esercito Siriano Libero (FSA) e forze governative di Damasco, alcuni civili in fuga erano stati uccisi in territorio turco dal fuoco siriano. Oltre alle due vittime siriane, diverse persone erano rimaste ferite, compresi due cittadini turchi.

Ankara ha reagito immediatamente, minacciando di prendere le “necessarie contromisure” se simili incidenti si fossero ripetuti. Altrettanto immediata era stata la risposta siriana che, in una lettera al segretario generale dell’ONU, aveva denunciato gli incidenti al confine turco-siriano come parte di “un complotto orchestrato dal governo turco contro la Siria”.

Nella lettera, il ministro degli esteri siriano Walid al-Muallem argomentava che la decisione di Ankara di “permettere a gruppi armati di utilizzare il territorio turco per lanciare attacchi contro un paese vicino” equivaleva a un’aggressione. Al-Muallem ha anche accusato il governo turco di cospirare con i suddetti gruppi armati “per terrorizzare i civili al confine e spingerli a fuggire in Turchia in modo da creare una ‘crisi di profughi’ e conseguentemente richiedere la creazione di corridoi umanitari e zone cuscinetto” in Siria.

Il ministro siriano si riferiva al fatto che fin dalla scorsa estate la Turchia ospita sul proprio territorio i capi militari dell’FSA, e che il governo turco sta agitando la questione dei profughi siriani in Turchia (attualmente circa 25.000) come una ragione di possibile intervento in Siria.

In ogni caso, le accuse del ministro degli esteri siriano non hanno sortito alcun effetto su Ankara. Sinan Ulgen, un ex diplomatico turco, ha affermato che la Turchia avrebbe utilizzato l’incidente al confine per fare pressioni sui propri partner internazionali, spronandoli “a fare di più per mandar via Assad”.

“Se il governo dovesse decidere di creare delle zone cuscinetto”, ha dichiarato Ulgen, “ciò porrebbe la Turchia su una traiettoria di guerra con la Siria e, per come stanno le cose, in Turchia non vi è molto appetito per un’azione unilaterale”, perché “in assenza di un appoggio popolare” un simile intervento potrebbe “avere un prezzo molto alto a livello politico”.

Per questa ragione, Erdogan aveva persino ventilato la possibilità di richiedere un intervento NATO per proteggere i confini turchi se la situazione fosse peggiorata, appellandosi all’articolo 5 della Carta dell’Alleanza Atlantica che afferma che un attacco ad uno qualsiasi dei membri della NATO deve essere considerato come un attacco all’alleanza nella sua interezza.

Venerdì scorso, il premier turco si è anche recato in Arabia Saudita per coordinare i propri sforzi con quelli di Riyadh al fine di “fermare i massacri in Siria”. Notoriamente, i sauditi sostengono la necessità di armare i ribelli siriani per cacciare Assad.

LE RAGIONI DELL’INTERESSAMENTO TURCO ALLA CRISI SIRIANA

Ma cosa spinge Ankara a mostrarsi così preoccupata per l’andamento della crisi nella vicina Siria, al punto da ventilare un possibile intervento armato per la creazione di “zone cuscinetto”?

Ufficialmente, la Turchia ha accordato il proprio pieno appoggio all’opposizione siriana di fronte all’intransigenza del regime di Bashar al-Assad, dimostratosi ostile a qualsiasi riforma democratica e determinato a soffocare nel sangue la rivolta popolare.

Ankara ha inoltre manifestato la preoccupazione che l’afflusso dei profughi dalla Siria possa alterare il fragile equilibrio nella propria provincia di Hatay (l’ex Sangiaccato di Alessandretta, fino a poco tempo fa rivendicato da Damasco), ed in generale nel sudest della Turchia, dove più di mezzo milione di arabi alawiti (la stessa comunità a cui appartiene il clan degli Assad) convive con circa un milione di arabi sunniti.

Questa preoccupazione è certamente legittima in quanto, se dovesse aumentare il flusso di profughi sunniti (ed eventualmente anche alawiti) dalla Siria, si potrebbe riprodurre in Turchia il conflitto attualmente in corso nel paese confinante.

Tuttavia, al momento i profughi siriani nella provincia di Hatay ammontano a circa 25.000, un numero in teoria ampiamente gestibile se paragonato, ad esempio, ai circa 100.000 profughi che al momento hanno già sconfinato nella piccola Giordania (del resto, vi è ragione di credere che il regime siriano sia molto attento a minimizzare l’afflusso di profughi in Turchia, proprio per evitare possibili pretesti di intervento militare in Siria).

Inoltre, ai fini di un contenimento delle tensioni settarie in Turchia, un intervento militare turco in Siria rischia di rivelarsi “peggiore del male” (come verrà esposto in maggiore dettaglio nel seguito dell’articolo).
 
In realtà, al di là delle preoccupazioni umanitarie, e del manifestato desiderio di una “Siria democratica”, sono due le questioni di grande importanza per la Turchia in Siria: assicurarsi che dopo la caduta di Assad si insedi nel paese un “governo amico”, e fare in modo che le rivendicazioni dei curdi siriani vengano soddisfatte all’interno del futuro regime siriano, evitando che loro eccessive “richieste di autonomia” possano a loro volta infiammare la situazione curda in Turchia.

Dopo la firma dell’Accordo di Adana nel 1998 (con il quale Damasco si impegnava a cessare ogni appoggio al Partito dei Lavoratori del Kurdistan – PKK – considerato un’organizzazione terroristica in Turchia), i rapporti fra Siria e Turchia erano enormemente migliorati, fra l’altro segnando nel 2004 la creazione di un mercato economico integrato che andò a grande vantaggio dell’industria turca, i cui prodotti a basso costo invasero il mercato siriano.

Oltre a costituire un importante sbocco per i prodotti turchi, la Siria divenne “la porta del mondo arabo” per una Turchia in grande espansione economica e bisognosa di trovare nuovi mercati.

Le élite politiche e commerciali turche allacciarono stretti rapporti con le èlite alawite e sunnite che appoggiavano il regime di Assad, in accordo con la cosiddetta politica dei “zero problemi con i vicini” sponsorizzata dal ministro degli esteri turco Davutoglu.

Tuttavia, non vi è dubbio che la Turchia guidata dal partito di ispirazione islamica (e sunnita) “Giustizia e Sviluppo” (AKP) avrebbe rapporti anche migliori con un regime sunnita in Siria. L’AKP, del resto, sente una certa affinità con i Fratelli Musulmani, sia in Siria che altrove nel mondo arabo.

Con l’esplodere della rivolta in Siria, seguita dalla sanguinosa repressione del regime di Assad, e alla luce del nuovo ruolo che il “modello turco” stava assumendo nei paesi arabi travolti dalla “primavera democratica” sbocciata all’inizio del 2011, la posizione di Ankara nella crisi siriana fu ben presto decisa.

Fin dall’aprile 2011 (cioè a neanche un mese dallo scoppio delle proteste popolari in Siria), Ankara allacciò stretti rapporti con l’opposizione siriana all’estero, consentendole di riunirsi in territorio turco (due volte ad Antalya, e poi ad Istanbul), e contribuendo in maniera determinante a plasmare il Consiglio Nazionale Siriano (CNS), largamente considerato in Occidente come il legittimo rappresentante dell’opposizione siriana.

Ankara ha anche dato asilo ai leader dell’ Esercito Siriano Libero (FSA), costituito principalmente da disertori dell’esercito regolare di Damasco. L’FSA controlla alcune delle milizie armate che combattono contro il regime in Siria. Infine la Turchia ha ospitato la seconda conferenza degli “Amici della Siria” (che riunisce il fronte internazionale anti-Assad) il 1° aprile a Istanbul.

LA TURCHIA E I CURDI SIRIANI

Il CNS è però un’organizzazione eminentemente sunnita, in buona parte dominata dai Fratelli Musulmani, in cui le minoranze siriane (in particolare cristiani, alawiti e curdi) non sono adeguatamente rappresentate. Come tale, il CNS non può essere affatto considerato come l’unico rappresentante del popolo siriano, e neanche della rivolta popolare che si oppone ad Assad. Ad esso infatti si contrappongono altre correnti dell’opposizione, ed in particolare il Comitato di Coordinamento Nazionale (CCN), un’organizzazione eminentemente laica.

L’altra conseguenza del carattere eminentemente sunnita del CNS, e del pesante coinvolgimento turco nella sua definizione, è che i curdi siriani riunitisi nel Consiglio Nazionale Curdo (CNC) si sono rifiutati di aderire al CNS. Essi temono infatti che Ankara favorirà l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani in Siria purché questi ultimi  non concedano un’eccessiva autonomia ai curdi.

Paradossalmente, dunque, il pesante interessamento turco alla ribellione siriana ha prodotto effetti esattamente opposti a quelli sperati da Ankara: un CNS poco rappresentativo, e una minoranza curda siriana che non vuole aderirvi, e che anzi propende sempre più apertamente verso la richiesta di una forma di autonomia.

Va poi detto che gran parte dei curdi siriani non hanno aderito affatto alla rivolta, non tanto perché appoggiano apertamente il regime di Assad, quanto perché non sono affatto convinti di ciò che li attenderà dopo.

A complicare ulteriormente la situazione vi è il fatto che i turchi sono persuasi che il regime di Damasco abbia nuovamente dato ampio margine di manovra al PKK entro il territorio siriano (come già aveva fatto prima del summenzionato Accordo di Adana del 1998) come forma di rappresaglia per l’appoggio turco dato all’opposizione siriana. E questo in un momento in cui il governo di Ankara ha deciso che il negoziato sulla questione curda in Turchia potrà essere condotto solo con il partito curdo “Pace e Democrazia” (BDP), mentre ai militanti del PKK non resterà che deporre le armi o subire la dura repressione di Stato.

UN KURDISTAN INDIPENDENTE IN IRAQ?

In Siria Ankara si trova di fronte a un dilemma analogo a quello che dovette affrontare in Iraq a partire dagli anni ’90, e ancor di più dopo la caduta di Saddam: trovare il modo di salvaguardare a tutti i costi l’integrità territoriale dell’Iraq per impedire che il Governo regionale del Kurdistan (GRK) emerso nel nord del paese si trasformasse in un vero e proprio Stato curdo indipendente, fungendo da potenziale calamita per i curdi in Turchia.

A differenza di quanto sembra voler fare oggi in Siria, Ankara si era opposta all’intervento militare americano del 2003 in Iraq, e non aveva aperto le porte all’opposizione irachena di allora. Dopo la caduta di Saddam, perciò, la Turchia si trovò a dover ricucire pazientemente i rapporti con i soggetti politici del nuovo Iraq.

La strategia turca si basò sulla creazione di un rapporto economico e politico privilegiato con il GRK di Massoud Barzani, in modo da poterne meglio controllare gli orientamenti, e sulla decisione di appoggiare a Baghdad il raggruppamento principalmente sunnita – ma soprattutto favorevole ad un Iraq unitario – al-Iraqiya, guidato dal laico Iyad Allawi.

Di fronte all’affermarsi del premier sciita Maliki, e delle sue politiche eminentemente antisunnite che a loro volta hanno rafforzato le tendenze centrifughe nella comunità sunnita irachena, Ankara però si sta rassegnando alla prospettiva di una  probabile frammentazione dell’Iraq.

La nuova strategia turca si basa perciò sulla promozione di un’alleanza tra curdi e sunniti iracheni contro il governo centrale sciita di Baghdad. Essenziali a questo proposito sono stati gli sforzi di Ankara volti a smorzare le tensioni tra curdi e sunniti riguardo alle province contese, ed in particolare alla città di Kirkuk, ricchissima di petrolio. 

La recente decisione curda di non consegnare al governo centrale di Baghdad Tariq al-Hashemi, vicepresidente sunnita dell’Iraq accusato dal governo Maliki di “appoggiare il terrorismo”, sembra essere una conferma del fatto che l’inedita alleanza curdo-sunnita sta funzionando.

Tuttavia, ciò potrebbe non essere sufficiente a scongiurare una prospettiva sempre temuta da Ankara, e che sembra profilarsi come una possibile realtà in un futuro prossimo: una dichiarazione di indipendenza da parte del Kurdistan iracheno.

Negli ultimi mesi, il presidente del GRK Massoud Barzani ha più volte accennato a questa possibilità, alla luce dell’aggravarsi della crisi tra i curdi iracheni e il governo centrale di Baghdad. Il 4 aprile, egli è stato ricevuto a Washington con tutti gli onori dal presidente Obama, che ha fatto capire di considerarlo il più importante alleato degli USA all’interno dell’Iraq, viste le tendenze filo-iraniane di Maliki.

Sebbene Washington ufficialmente continui a sostenere Barzani “all’interno di un Iraq unitario”, alcuni commentatori mediorientali hanno ricordato come la comparsa di un Kurdistan indipendente sarebbe vista di buon occhio sia dagli ambienti neocon americani che da Israele (sempre molto attenta a favorire le minoranze non arabe).

Molte cose stanno ravvivando il desiderio di indipendenza dei curdi: la crisi dei rapporti con Maliki, il fatto che le risorse energetiche di cui dispone il GRK lo renderebbero uno Stato economicamente sostenibile, e non ultimo il clima creato dalle rivolte arabe, che ha rinfocolato le rivendicazioni di libertà e indipendenza dei popoli della regione.

Per rendere accettabile ad Ankara una simile prospettiva, Barzani ha ribadito più volte di voler mantenere uno stretto rapporto economico con la Turchia (di cui del resto il GRK ha bisogno come naturale sbocco economico, essendo circondato da paesi potenzialmente ostili) ed ha promesso di contenere il PKK.

Nel frattempo, però, i curdi iracheni stanno stringendo i rapporti con i fratelli siriani del CNC a scapito di Ankara, ed il Kurdistan iracheno continua ad essere un polo di attrazione per i curdi turchi, che mandano i loro figli nelle sue scuole e università, dove si insegna la lingua e la cultura curda.

L’approccio securitario del governo turco (arresti su vasta scala ai danni dei curdi, e operazioni militari contro i militanti del PKK) e gli eventi in Iraq e in Siria stanno irrigidendo le posizioni dei curdi in Turchia (molti dei quali, del resto, non hanno mai smesso di appoggiare la linea del PKK) e rafforzando il coordinamento regionale tra le varie componenti del popolo curdo.

E c’è molta attesa, fra i curdi, per la conferenza pan-curda (con la partecipazione dei partiti curdi di Iraq, Iran, Siria e Turchia) che dovrebbe tenersi a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, il prossimo mese di giugno.

I RISCHI DI UN INTERVENTO MILITARE IN SIRIA

Per prevenire una potenziale crisi curda a livello regionale, e per scongiurare una possibile “importazione” in Turchia delle tensioni settarie che il conflitto in Siria sta scatenando, molti politici ed osservatori turchi si sono convinti della necessità di un intervento militare in Siria che faciliti l’insediamento di un nuovo regime a Damasco permettendo al paese di “voltare rapidamente pagina”.

Tale intervento dovrebbe avere un carattere internazionale proprio per proteggere la Turchia da eventuali contraccolpi, e per non far apparire un intervento unilaterale turco contro un paese arabo come un caso di imperialismo “neo-ottomano”.

Tuttavia non mancano in Turchia coloro che mettono in guardia sulle possibili conseguenze di un simile intervento, anche qualora la Turchia dovesse far parte di un ampio fronte internazionale.

Le perplessità maggiori sono legate al fatto che un’opposizione unita e coesa all’attuale regime siriano non è emersa. Pertanto, in assenza di un quadro chiaro per il futuro della Siria, la creazione di zone cuscinetto nel paese equivarrebbe semplicemente a dividere la Siria in zone di appartenenza religiosa, etnica e settaria.

Per di più, il fatto che i vari gruppi dell’opposizione siriana non siano stati in grado di delineare un chiaro modello di riconciliazione e convivenza per la fase post-Assad fa temere che dopo la caduta del regime si verificheranno vendette e rese dei conti, e sorgeranno nuovi conflitti.

Un intervento in Siria potrebbe poi portare proprio a quella “internazionalizzazione” della questione curda che i turchi temono.

Inoltre, anche se Ankara facesse parte di un fronte internazionale, sarebbe difficile evitare che la partecipazione della Turchia venisse vista da molti arabi alla luce del suo passato imperiale ottomano, tanto più che, avvenendo in concomitanza con l’assedio internazionale all’Iran, l’intervento in Siria sarebbe percepito da molti come un attacco contro il cosiddetto “asse della resistenza” costituito in primo luogo da Damasco e Teheran.

IMPORTAZIONE DELLE TENSIONI SETTARIE IN TURCHIA

Ma uno dei rischi maggiori per la Turchia è che proprio un intervento in Siria contribuisca ad esacerbare le tensioni interne, in un paese come quello turco in cui l’opinione pubblica è aspramente divisa da molteplici fratture, come quella tra sunniti e aleviti, tra turchi e curdi, e tra islamici e laici.

L’approccio del governo turco alla crisi siriana (improntato alla “solidarietà sunnita” con i fratelli arabi perseguitati dal regime alawita di Damasco) ha già suscitato le proteste della minoranza araba alawita che vive nelle province meridionali di Hatay, Adana e Mersin, e che mantiene stretti legami di parentela e di affari con la minoranza alawita in Siria. Come si è detto, questa minoranza ammonta a oltre mezzo milione di persone.

Ma ancora più preoccupante è il fatto che la politica del governo Erdogan in Siria – che si è allineata a quella di paesi come l’Arabia Saudita, la quale ha un approccio marcatamente settario contro la minoranza alawita a cui appartiene Assad – sta suscitando i sospetti e le perplessità degli aleviti turchi (e curdi), che costituiscono oltre il 20% della popolazione della Turchia (le stime sul loro numero effettivo sono in realtà controverse).

Pur differenziandosi sotto molti aspetti dal punto di vista culturale e religioso, sia gli alawiti arabi che gli aleviti rappresentano ramificazioni dello sciismo. Gli aleviti sono in ogni caso eminentemente laici, ed hanno legami molto più blandi con la Siria di Assad rispetto agli alawiti. Tuttavia esiste un legame di affinità tra i due gruppi.

All’inizio di marzo alcune case alevite nella provincia di Adiyaman, a nordest di Hatay, sono state marcate con croci rosse , ridestando il ricordo di episodi di intolleranza che portarono a numerosi massacri di aleviti.

Proprio recentemente Erdogan aveva presentato le scuse ufficiali dello Stato turco per il massacro di Dersim, verificatosi nel 1937, in cui vennero sterminate circa 13.000 persone. Ma pogrom ai danni degli aleviti sono avvenuti anche in anni più recenti, lasciando una scia di diffidenza e di sospetto tra aleviti e sunniti turchi.

Ancora oggi, gli aleviti chiedono lo status di  minoranza religiosa e il riconoscimento dei loro luoghi di preghiera.

Recentemente, esponenti della comunità alevita hanno denunciato l’approccio “settario” del premier Erdogan alla questione siriana. Erdogan è stato accusato di riferirsi invariabilmente ad Assad come a un alawita, dando l’impressione che in Siria i sunniti siano vittime di una repressione in primo luogo alawita.

La polemica si è trasformata in una controversia politica. Come spesso accade alle minoranze nel mondo islamico, gli aleviti hanno una visione essenzialmente laica, nello specifico affine a quella del fondatore della Turchia moderna, Kemal Ataturk. Molti aleviti turchi appoggiano il Partito del Popolo Repubblicano (CHP), di ispirazione kemalista e attualmente all’opposizione.

Il leader del CHP, Kemal Kilicdaroglu, è anch’egli un alevita, e la sua polemica con Erdogan ha assunto una colorazione settaria nel momento in cui il premier, in linea con la “retorica sunnita” da egli recentemente adottata, ha accusato Kilicdaroglu di nutrire simpatie per Assad, insinuando che la ragione di tali simpatie starebbe nel fatto che i due condividono “la stessa religione”.

FINE DEL “MODELLO TURCO” NEL MONDO ARABO?

In conclusione, la crisi siriana pone la Turchia di fronte a un dilemma di difficile soluzione. Ankara, che afferma di volere un regime democratico in Siria, in realtà deve ancora fare ordine in casa propria, risolvendo la questione curda, e in generale le tensioni fra i diversi gruppi etnici e confessionali che compongono il paese.

Un intervento militare turco – o internazionale, con un coinvolgimento diretto della Turchia in Siria – lungi dal proteggere la situazione interna turca, rischia di far esplodere le contraddizioni interne al paese.

Innanzitutto, un simile intervento rischia di scatenare una guerra senza quartiere con il PKK (molti dei cui leader sono curdi siriani), e di conseguenza di far esplodere il sudest curdo in Turchia. In secondo luogo, rischia di inasprire le tensioni con la minoranza araba alawita e con la consistente comunità alevita.

Infine, se la Turchia dovesse impantanarsi in un sanguinoso conflitto settario in Siria, ciò potrebbe segnare la fine dell’esportazione del “modello turco” nel mondo arabo.

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