FLYTILLA: MALGRADO IL BLOCCO, QUALCHE TESTIMONIANZA GIUNGE DALLA PALESTINA

“Faremo causa all’Alitalia per non averci fatto partire” . Così Patrizia Cecconi – attivista italiana della Freedom Flytilla, l’iniziativa internazionale che doveva portare nel cuore della Palestina oltre 1.500 persone da tutto il mondo per partecipare all’ iniziativa ‘Welcome to Palestine’ – ha commentato la decisione della compagnia di bandiera italiana di non permettere a numerosi attivisti italiani la partenza dall’ aeroporto di Fiumicino. Così prosegue la descrizione di quello che è avvenuto durante lo scorso 15 Aprile : “ Ci siamo presentanti con regolare biglietto all’imbarco, quando ci siamo trovati dinanzi a noi dei funzionari con la lista di tutti quelli che partivano per la Palestina con un messaggio: ‘Diniego di Imbarco’. L’Alitalia avrebbe applicato una legge  del 1952 su indicazione del governo israeliano. Abbiamo cercato di parlare con i dirigenti dell’ Alitalia che avevano firmato il foglio chiedendo spiegazioni, ma ci hanno detto che non era possibile fare altrimenti”. Patrizia Cecconi sarebbe dovuta partire con un gruppo di 16 persone. Ora per tutti loro oltre il danno vi è anche la beffa, in quanto sembrerebbe che Alitalia non sia disposta a dare neanche il rimborso del biglietto che avevano regolarmente pagato. In ogni caso va sottolineato come gli attivisti di tutto il mondo siano stati bloccati alla partenza. Gruppi di persone sono state infatti bloccati in tutto il mondo, in Europa, in Turchia, in Australia e in Nord America. In ogni caso, due italiani sono riusciti ad arrivare prima a Tel Aviv, e poi a recarsi a Betlemme. Si tratta di Alberto Mari e Rossana Platone, che sono rimasti in Palestina per una settimana e sono stati gli unici italiani che hanno portato il loro messaggio di solidarietà al popolo palestinese, insieme ad altri 21 attivisti provenienti da altre nazioni  che sono riusciti a giungere in Palestina. Alberto Mari ricorda in questo modo i giorni passati in Palestina: “I Palestinesi, quando ci hanno visto arrivare in 23 e non in 1.500, hanno deciso di non impiegarci come manodopera per il loro progetto educativo. Hanno preferito renderci testimoni delle cose più terribili che sono costretti a subire. Siamo andati per prima cosa ad Hebron, dove ci sono 400 coloni che tengono letteralmente in ostaggio 160.000 palestinesi. Nella città vi è una vera e propria forma di apartheid, con le strade divise in due. Hebron è il simbolo di questo conflitto continuo. A volte anche i bambini che vanno a scuola devono essere accompagnati perché i coloni infieriscono su di loro con vere sassaiole. Una situazione davvero tesa. Poi siamo andati nella valle del Giordano, dove sono sorte dal 1967 ad oggi ben 30 colonie israeliane, e i palestinesi, che hanno ormai a disposizione per loro pochi ettari,  sono costretti ad affittare la terra per poterla coltivare. Siamo stati anche nei campi profughi di Betlemme, dove vi sono centri culturali che cercano di tenere in piedi la cultura civica palestinese. A Gerusalemme, come ritorsione contro chi si oppone alla colonizzazione, se la prendono anche con i bambini, che a volte vengono anche tenuti per un mese nelle carceri israeliane. E spesso, con la scusa di eseguire degli scavi per recuperare resti della civiltà di Davide e Salomone, buttano giù le case dei palestinesi. Per non parlare  delle carte di identità, dove viene imposto a tutti di indicare su di essa la propria religione. Non credo vi sia nessun paese al mondo dove è necessario indicare la propria fede religiosa sulla carta di identità. Insomma, è una vessazione continua”. Mari ricorda anche come   i palestinesi stiano cercando anche di coinvolgere tutti i cattolici che si recano in Terra Santa per  i pellegrinaggi, affinché anche loro prendano coscienza del loro dramma. Il progetto “ Welcome to Palestine “ è stato organizzato a livello internazionale per costruire una scuola internazionale a Betlemme. E la novità è che tutti coloro i quali partivano, avevano avuto indicazioni precise di dichiarare dove andavano alle autorità della propria nazione: “Vado a Betlemme in Palestina, chiamato per lo sviluppo di un progetto educativo”. Nessuno di loro, quindi, ha negato di andare in Palestina perché, sempre secondo Patrizia Cecconi, “ la Palestina esiste, e tutti abbiamo il diritto di andarci”.

Nicola Lofoco, laureato in Scienze politiche, è giornalista free lance dal 2000; si è occupato per diverso tempo di radio e tv; oltre ad aver collaborato con diverse testate online, è stato nella redazione de L’ Unità, La  Rinascita, e del Riformista dove si è occupato di politica estera

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