IL VECCHIO EGITTO RIARMA I BALTAGHEYAH
by Enrico Campofreda
Published in Italiano, Narghile,
on 02/05/2012
Country: Egypt,
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C’è modo e modo per destabilizzare Maghreb e Mashreq. Bombardarlo dall’alto come ha fatto l’aviazione Nato in Libia col pretesto della satrapia di Gheddafi, armare un contro-esercito che organizza attentati come fa l’ampio schieramento occidentale, più Turchia e petro-monarchie nella Siria pur afflitta dall’autocrate Assad. Oppure, come succede da mesi nel popoloso Egitto, sabotando il cammino democratico con l’arma del massacro mascherato da ordine pubblico. Così, in piena campagna per le presidenziali, mercoledì mattina il sangue è tornato a scorrere copioso nel centro del martoriato Cairo. I famigerati baltagheyah – i picchiatori prezzolati dai Servizi – si lasciano dietro l’ennesima scia di sangue e almeno venti morti. Hanno attaccato con spranghe, pistole, coltelli il sit-in salafita che stazionava da giorni sotto il ministero della Difesa, nello slargo di Abbassiya, per protestare contro l’esclusione del proprio candidato Abu Ismail. Un’azione sicuramente concertata con l’Esercito che per un tempo, definito da molti testimoni eterno, non ha mosso un solo uomo per fermare la carneficina. Come durante la strage dei cammellieri (febbraio 2011) che marchiò l’ultima repressione mubarakiana, come nell’eccidio del Maspero (ottobre 2011) e in quello dello stadio a Port Said (febbraio 2012). L’indice dell’intero schieramento politico del nuovo Egitto è puntato sul Consiglio Supremo delle Forze Armate e sulla giunta Tantawi che ha convocato un incontro con tutti i partiti per chiarire la situazione. Ma non è detto che potrà farlo. La Fratellanza Musulmana rumoreggia, il suo candidato Mursi sospende la campagna elettorale in segno di protesta e lutto seguendo l’esempio dell’islamico indipendente Abol Fotouh, il primo a ribellarsi alla ripresa della strategia della tensione.

Se la situazione non troverà una ricomposizione con l’arresto e la punizione dei responsabili, intesi soprattutto nelle veste di mandanti, la situazione può ampiamente degenerare. Si vocifera anche una sospensione delle presidenziali. Farlo seminando il caos è un passo azzardato, ma può anche rientrare nei disegni dei settori dell’Esercito che vivono con angoscia l’avvicinarsi della scadenza di giugno, quando dovrebbero consegnare il potere ai civili perdendo il controllo assoluto della situazione. Nonostante gli incontri, e si dice, gli accordi stipulati fin dallo scorso gennaio a Washington, sotto la supervisione statunitense, fra il nuovo establishment politico islamico e i generali, esiste sempre una politica occulta che affianca quella ufficiale. Dunque i nostalgici del mubarakismo, che risiedono anche Oltreoceano, potrebbero sostenere anche il progetto del tanto peggio che giustificherebbe ogni sorta di azione militare, interna e magari esterna. Nei sedici mesi trascorsi dalla prima ribellione anti-regime il desiderio di transizione è apparso non solo nello spirito giovanile del movimento 6 aprile, che oggi conta altri suoi morti insieme ai salafiti, ma in molteplici azioni innovative operate dalla stessa magistratura. Due esempi: la volontà di concludere il processo al raìs, e la campagna contro quelle Ong straniere (propaggini dei partiti Democratico e Repubblicano americani) che sotto presunti interventi umanitari mascheravano ben precise ingerenze nella politica egiziana. Ora che il panorama delle presidenziali può portare al ballottaggio due esponenti del mondo islamico anche moderato – proprio i due che hanno sospeso la campagna – tutti i nostalgici dell’Egitto che fu sono in fibrillazione e temono la totale emarginazione dal potere.

Anche perché l’Islam politico, perseguitato fino all’inizio della rivolta, ora controlla i due terzi del Parlamento, e avrebbe diritto a una maggioranza anche nell’Assemblea Costituente, attualmente sciolta ma che dovrà fare i conti con l’orientamento delle urne. Così le truppe vagano nervosamente per il centro della capitale.

2 maggio 2012

Enrico Campofreda è laureato in Storia presso ‘La Sapienza’, e specializzato a ‘RomaTre’. Giornalista dal 1988, ha collaborato con Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto scrivendo di sport. Attualmente collabora con Terra e con testate web seguendo politica estera e sociale. Ha pubblicato due romanzi “L’urlo e il sorriso”, Di Salvo, Napoli, 2007;  “Hépou moi”, ABao AQu, Rovigo, 2010

2 Responses to “IL VECCHIO EGITTO RIARMA I BALTAGHEYAH”

  1. Eisamohamed scrive:

    Credo che in egitto deve governare i civili non i militari

  2. Mario De Ceglie scrive:

    L’autore di questo articolo si contraddice sin dall’inizio: dice che in Siria “lo schieramento occidentale” assieme a Turchia e petto-monarchie” organizza attentati (tutto da dimostrare, c’è chi sostiene ad esempio che “gli attentati” siano opera del regime stesso, ricordate la nostra strategia della tensione? Ne avete sentito parlare?), e poi condanna – giustamente – l’uso dei baltagheya (si scrive così? non so…) in Egitto. Purtroppo, i baltagheya non sono altro la versione egiziana degli shabihha siriani, le squadracce filo-regime che sin dall’inizio della rivoluzione siriana si sono macchiati di crimini attribuiti poi dalla propaganda ufficiale a “terroristi”. Dove per forza fare la voce “in contro-canto”, la “contro-informazione”, fa prendere spesso abbagli.

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