In Giordania la Primavera Araba è già finita … o forse deve ancora cominciare

La situazione politica giordana ha registrato una svolta inaspettata, la scorsa settimana, quando il primo ministro Awn Khasawneh ha presentato improvvisamente le proprie dimissioni nel bel mezzo di una vista ufficiale in Turchia. Re Abdullah II ha immediatamente nominato il suo successore – il terzo primo ministro in poco più di un anno.

Le dimissioni di Khasawneh sono state motivate da dissensi con il re in merito all’agenda riformista che il paese ha ufficialmente messo in cantiere fin dall’inizio dello scorso anno, quando le prime manifestazioni di protesta avevano cominciato a riempire le strade di Amman.

Sebbene i cortei siano rimasti numericamente contenuti a differenza di quanto è avvenuto in altri paesi arabi, le proteste popolari si sono rivelate persistenti e ormai avvengono a cadenza praticamente settimanale, ogni venerdì.

L’altro dato significativo è che le manifestazioni hanno coinvolto in maniera rilevante i cittadini di origine transgiordana, cioè quelli appartenenti alle tribù che risiedevano in Giordania precedentemente all’arrivo della prima ondata di palestinesi nel 1948, e che storicamente hanno costituito la base di potere del regime.

Khasawneh era stato nominato da Abdullah II sei mesi fa per guidare il processo di riforma. Ex vicepresidente della Corte Penale Internazionale, Khasawneh aveva fama di grande integrità ed era considerato da molti come l’uomo che avrebbe combattuto la corruzione dilagante nel regno.

Egli aveva anche aperto un dialogo con il Fronte di Azione Islamica (FAI) – il partito politico dei Fratelli Musulmani giordani, e la principale forza di opposizione nel paese – con il probabile obiettivo di convincerlo a partecipare alle prossime elezioni parlamentari che il re ha promesso entro la fine del 2012.

Dopo aver boicottato le elezioni del 2010, il FAI era infatti rimasto fuori dal parlamento, e aveva aderito alle proteste popolari già dal febbraio dello scorso anno, contribuendo a portare in piazza migliaia di giordani.

Khasawneh probabilmente riteneva che, se il FAI fosse rientrato nel processo politico, i suoi sostenitori avrebbero svuotato le piazze, contribuendo pertanto a sgonfiare in maniera significativa il movimento di protesta.

La strategia del Palazzo Reale e del governo Khasawneh prevedeva anche riforme politiche, tra cui l’approvazione di una nuova legge elettorale e di una nuova legge sui partiti. Era stata infatti proprio la precedente legge elettorale, che manipolava i collegi in modo da avvantaggiare le aree rurali e tribali favorevoli al regime a spese delle grandi città, a spingere il FAI a boicottare le passate elezioni.

RIFORME DI FACCIATA

Tuttavia qualcosa non ha funzionato.

La legge elettorale presentata in parlamento si è attirata le critiche di tutto il movimento di protesta, Fratelli Musulmani compresi. Sebbene essa introduca un sistema elettorale misto, in cui una quota di seggi viene eletta secondo un sistema proporzionale su base nazionale (invece che secondo la suddivisione in collegi che ha tradizionalmente favorito l’affiliazione tribale), tale quota ammonta ad appena 15 seggi su un totale di 138 che comporranno la nuova camera bassa! Inoltre, la nuova legge impone che ciascun partito possa ottenere un tetto massimo di appena 5 seggi attraverso il sistema proporzionale.

In altre parole, la legge elettorale proposta è una riforma puramente di facciata, e non cambierà nulla – in un parlamento che peraltro rimane praticamente privo di poteri reali.

Il parlamento ha infatti bisogno di una maggioranza di due terzi per imporsi sul potere di veto del re o per sfiduciare l’esecutivo, mentre il re ha il potere di nominare e sciogliere il governo. Siccome le leggi elettorali (compresa quella attualmente proposta) hanno sempre garantito maggioranze largamente leali al re nella camera bassa (mentre la camera alta – un senato composto da 55 membri – è direttamente nominata dal sovrano), raggiungere una maggioranza di due terzi contro il volere del Palazzo Reale è praticamente impossibile.

Il re, inoltre, ha anche il potere di sciogliere il parlamento e di legiferare al di fuori del parlamento stesso.

L’intero dibattito attorno alla legge elettorale è dunque, agli occhi di molti, un tentativo di sviare l’opinione pubblica da quella che è la questione reale, ovvero la necessità di trasformare il regime in una vera monarchia costituzionale (quasi nessuno, fino a questo momento, ha messo in discussione la legittimità della monarchia hascemita chiedendo la creazione di una repubblica).

Per di più, nella nuova legge elettorale vi è una norma che consente di presentare candidati solo ai partiti ufficialmente autorizzati prima del 2012, di fatto impedendo a decine di movimenti politici emersi a seguito dei recenti fermenti popolari di entrare in parlamento.

Come se ciò non bastasse, a metà aprile l’attuale parlamento ha introdotto una norma che proibisce le formazioni politiche di ispirazione religiosa – una misura chiaramente volta a colpire il FAI, anche se gli esponenti del partito sostengono che il divieto non li toccherebbe perché il FAI ha anche cristiani fra i suoi membri, e si considera un movimento sociale piuttosto che religioso.

VITTORIA DELLO STATUS QUO

Sebbene Khasawneh si sia attirato molte critiche in prima persona a causa della legge elettorale presentata dal suo governo, egli potrebbe essere stato la vittima sacrificale di una battaglia di potere interna al regime per stabilire fino a che punto si dovessero spingere le riforme. Le recenti misure adottate contro i Fratelli Musulmani, fra l’altro, intendevano colpire proprio la linea del dialogo da lui sostenuta.

Inoltre l’episodio specifico che apparentemente ha determinato le sue dimissioni, ovvero la decisione del re di estendere la sessione parlamentare ordinaria al fine di approvare la legge elettorale e svolgere le elezioni a fine anno (decisione attraverso la quale il sovrano ancora una volta ha cercato di mostrarsi come un riformatore che ha a cuore il rapido avanzamento del processo di democratizzazione), sembra paradossalmente indicare che all’interno del regime abbiano vinto coloro che vogliono prolungare lo status quo.

E’ vero, infatti, che la lentezza del processo di riforma è stata al centro della lettera con cui re Abdullah ha nominato il nuovo primo ministro Fayez Tarawneh. Il paese “non può concedersi il lusso di sprecare tempo”, ha scritto il sovrano, che fin dall’inizio del 2011 aveva riconosciuto l’urgenza di portare avanti le riforme “nello spirito della Primavera Araba”.

Tuttavia, dietro le apparenze, la legge elettorale che l’estensione della sessione parlamentare permetterà di approvare, e le elezioni che dovrebbero svolgersi successivamente, sembrano essere studiate apposta per preservare gli attuali equilibri di potere nel regno.

In altre parole, il re sembra aver adottato ancora una volta la tradizionale tattica a cui la monarchia ha fatto ricorso in tutti questi anni per portare avanti un processo riformatore puramente di facciata: incaricare un primo ministro di riformare il paese, per poi accusarlo di non aver saputo portare a termine l’incarico affidatogli e sostituirlo con un altro.

In questo modo la monarchia giordana ha sempre presentato un volto riformatore, facendo ricadere sui governi le critiche per i ripetuti fallimenti che negli ultimi dieci anni hanno fatto addirittura regredire le libertà civili e politiche nel paese, piuttosto che farle avanzare.

LE “OSCILLAZIONI” DELLA MONARCHIA HASCEMITA

Non è la prima volta che la monarchia hascemita compie questo tipo di “oscillazioni”. Già alla fine degli anni ’80 una profonda crisi economica aveva scatenato un’ondata di protesta nel paese, a cui aveva fatto seguito un’apertura politica da parte del regime, poi rivelatasi di breve durata.

Anche in quell’occasione le mosse della monarchia furono dettate dalle realtà regionali, oltre che dalla situazione interna. L’allora re Hussein godette di un momento di grande popolarità in Giordania, non solo a causa dell’apertura “democratica”, ma anche in conseguenza della sua decisione di non aderire alla coalizione internazionale formatasi nel 1990 contro Saddam Hussein, dopo che quest’ultimo aveva invaso il Kuwait. Tale decisione, tuttavia, scatenò le ire di Washington e dei sauditi, che tagliarono gli aiuti finanziari al piccolo regno giordano.

La monarchia basa il suo potere su un rapporto clientelare con le tribù transgiordane (le quali hanno ampio accesso all’amministrazione pubblica e all’esercito), ma necessita anche degli aiuti stranieri per alimentare questo sistema economicamente in perdita. Quando il governo si vide costretto a riallacciare i rapporti con Washington, a far la pace con Israele nel 1994, e ad implementare un programma di risanamento proposto dal Fondo Monetario Internazionale, per sbarazzarsi della crescente opposizione in parlamento pose fine alla breve democratizzazione avviata negli anni precedenti.

A circa vent’anni da quella esperienza, lo scoppio della Primavera Araba e l’ascesa dei partiti islamici dalla Tunisia all’Egitto sembravano aver spinto la monarchia hascemita ad avviare nuovamente delle riforme ed a compiere un’apertura politica nei confronti dei Fratelli Musulmani.

Tuttavia, le dimissioni di Khasawneh e la nomina al suo posto di Fayez Tarawneh – un uomo molto vicino al re, essendo già stato primo ministro e capo della Corte Reale – segna l’ennesima “oscillazione del pendolo”, questa volta nuovamente in direzione del rafforzamento della base di potere del regime.

A ciò sembrano aver contribuito alcuni sviluppi regionali: la battuta d’arresto dei partiti islamici nella regione (ed in particolare in Egitto, dove i Fratelli Musulmani non riescono ad avere la meglio sulla giunta militare al potere), la manifesta ostilità dell’Arabia Saudita – stretto alleato della monarchia hascemita – a un’ascesa dei Fratelli Musulmani, lo stallo del processo di pace in Palestina, ed il protrarsi della crisi nella vicina Siria che lascia presagire una sanguinosa guerra civile con complicazioni regionali.

LA FRAGILE COMPOSIZIONE DELLO STATO GIORDANO

Per comprendere meglio in che modo tali eventi possono aver contribuito a determinare i nuovi orientamenti del regime, è bene richiamare brevemente alcuni tratti essenziali della società giordana.

Sebbene, come già accennato, la base di potere della monarchia (essa stessa di origine beduina) sia rappresentata dalle tribù transgiordane, la maggioranza della popolazione giordana (forse il 55-60%, anche se le stime sono controverse) è ormai di origine palestinese.

I primi profughi palestinesi giunsero in Giordania nel 1948, a seguito della creazione dello Stato di Israele. Dal 1950 alla guerra dei “sei giorni” del 1967 la Cisgiordania fece ufficialmente parte del regno giordano, e ai palestinesi della Cisgiordania venne concessa la cittadinanza. Pertanto, quando ebbe inizio l’occupazione israeliana molti palestinesi fuggirono in Giordania come “giordani”.

Essendo esclusi dall’amministrazione pubblica e dai servizi di sicurezza, i giordani palestinesi si dedicarono al settore privato e, grazie anche alla liberalizzazione economica avviata negli anni ’90, svilupparono una ricca élite economica.

Essi sono principalmente concentrati nelle grandi città, mentre i cittadini di origine transgiordana rappresentano perlopiù la componente rurale del paese. Va detto inoltre che ricchezza e povertà sono più o meno equamente distribuite nella comunità palestinese ed in quella transgiordana, e che le due comunità si sono notevolmente mischiate con il passare degli anni. Inoltre, se i giordani palestinesi dominano il settore privato, le tribù transgiordane dominano gli apparati statali e l’esercito.

Per di più, a causa del distorto sistema elettorale che privilegia le zone rurali rispetto alle città, i giordani palestinesi sono politicamente sottorappresentati. Pur costituendo la maggioranza da un punto di vista demografico, essi hanno una rappresentanza in parlamento che oscilla tra il 10 e il 20%.

La diffidenza che esiste tra la comunità giordana palestinese e quella transgiordana è dovuta a due ragioni: la prima è che l’irrisolta questione palestinese, ed i ricorrenti accenni della destra israeliana al fatto che la Giordania sarebbe la “patria alternativa” dei palestinesi, suscitano notevoli timori fra i transgiordani. Essi infatti temono che, dando maggiore rappresentanza politica ai giordani palestinesi, aprirebbero la strada alla trasformazione della Giordania in una nuova Palestina, e forse alla realizzazione della temuta “opzione giordana” (in base alla quale i palestinesi della Cisgiordania potrebbero essere espulsi in massa da Israele verso la Giordania).

La seconda ragione è che la politica di liberalizzazione economica intrapresa dalla monarchia a seguito della crisi economica della fine degli anni ’80, con la conseguente riduzione dei sussidi statali e del settore pubblico, ha colpito soprattutto le aree rurali abitate dai transgiordani favorendo invece la classe imprenditoriale palestinese.

LE DIVERSE FACCE DELL’OPPOSIZIONE

L’opposizione popolare che si è manifestata nel paese a partire dal gennaio del 2011 è composta sia da transgiordani che da giordani palestinesi, ma le rivendicazioni non sono sempre coincidenti. Ad accomunare tutti i giordani ci sono soprattutto le rivendicazioni economiche e l’indignazione contro la corruzione dilagante.

Tuttavia, se i transgiordani hanno beneficiato soprattutto delle politiche stataliste che fino agli anni ’80 hanno gonfiato il settore pubblico, i giordani palestinesi sono stati in parte favoriti dalle successive politiche di privatizzazione.

Inoltre, se entrambe le comunità chiedono una maggiore separazione dei poteri, e che i governi rispondano del loro operato di fronte ai cittadini, quando si passa a parlare di una maggiore rappresentatività a livello politico il discorso si fa delicato: un parlamento più democratico equivale inevitabilmente a un parlamento più “palestinese”.

E’ questa la ragione per cui i giordani palestinesi hanno sempre tenuto un basso profilo nelle proteste, senza mai dar luogo a manifestazioni proprie, ma piuttosto unendosi alle manifestazioni dei transgiordani.

Vi è poi il caso particolare dei Fratelli Musulmani: sebbene il gruppo sia composto sia da transgiordani che da giordani palestinesi, questi ultimi sono divenuti una componente via via crescente. Per il movimento, dunque, la questione palestinese ha un valore centrale, ed alcuni suoi membri hanno stretti rapporti con Hamas.

L’INFLUENZA DEGLI EVENTI REGIONALI

Alla luce di quanto detto, appare difficile che, in assenza di un vero processo di pace in Palestina, il regime giordano si arrischi a compiere una significativa apertura democratica nei confronti dei giordani palestinesi.

L’urgenza, per la monarchia, di trovare una soluzione alla questione palestinese è testimoniata dai velleitari e infruttuosi sforzi compiuti da re Abdullah all’inizio di quest’anno per riavviare negoziati di pace che sembrano morti da tempo. Per altro verso, l’apertura nei confronti di Hamas (il cui leader Khaled Meshaal si è recato ad Amman a fine gennaio) si è rivelata ugualmente effimera quando il re ha messo in chiaro che non era sua intenzione ospitare nuovamente leader dell’organizzazione palestinese in Giordania.

L’impasse sul fronte palestinese è certamente una delle chiavi di lettura con cui interpretare la rapida chiusura del timido dialogo avviato dal premier Khasawneh con il FAI e i Fratelli Musulmani giordani.

La monarchia giordana si sta poi preparando ad affrontare la lunga crisi nella vicina Siria. Se, come molti analisti ritengono probabile, la missione di Kofi Annan dovesse fallire e il fragilissimo (e già più volte violato) cessate il fuoco nel paese vicino dovesse venir meno, la Giordania potrebbe divenire una via di transito per le armi dirette ai ribelli; e, per altro verso, dovrà accogliere un numero di profughi di gran lunga superiore ai 100.000 che già sono giunti nel paese, i quali rappresenteranno un fardello enorme per un’economia fragile come quella giordana e per le sue scarsissime risorse idriche.

Già nelle scorse settimane sono circolate voci di pressioni saudite nei confronti della monarchia hascemita affinché la Giordania apra i propri confini alle armi provenienti dall’Arabia Saudita e dirette ai ribelli siriani.

Dati i generosi aiuti economici che Riyadh ha già concesso ad Amman, difficilmente la Giordania potrà sottrarsi a simili pressioni. Piuttosto cercherà di barattare la propria disponibilità con ulteriori vantaggi economici che potrebbero derivarle da un rapporto ancora più stretto con il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC).

A metà dello scorso anno era circolata la notizia che il GCC aveva proposto a Giordania e Marocco di aderire all’organizzazione – un’idea sponsorizzata da Riyadh allo scopo di arginare le rivolte popolari nella regione, evitando che il contagio si propagasse alle monarchie arabe.

La proposta – di per sé alquanto bizzarra, visto che né la Giordania né il Marocco si trovano nel Golfo, e che le economie di entrambi i paesi non sono certamente all’altezza di quelle dei ricchi Stati del GCC – era stata poi archiviata.

Ma notizie recenti indicano che il governo giordano non ha perso la speranza di ottenere una “partnership privilegiata” con il GCC. La contropartita potrebbe essere proprio una “collaborazione” di Amman nella crisi siriana.

IL FUTURO E’ UN’INCOGNITA

In un momento così difficile e delicato, sia sul fronte interno che a livello regionale, la monarchia giordana ha evidentemente ritenuto “prudente” ritornare a coltivare la sua tradizionale base di potere astenendosi da rischiose “aperture”. Ciò spiegherebbe il recente cambio di governo.

Questa scelta, tuttavia, lascia senza risposta un interrogativo fondamentale. Se la morte sul nascere di un’incerta stagione di riforme può soddisfare l’élite transgiordana che sostiene il regime, di certo non risponde alle rivendicazioni economiche della componente transgiordana rurale ed impoverita che è scesa in piazza fin dall’inizio dello scorso anno insieme agli altri segmenti della società giordana che non si sentono rappresentati dall’attuale sistema di potere.

La Giordania semplicemente non ha le risorse per estendere il sistema clientelare del regime a tutte le tribù transgiordane. Per altro verso, in questo modo la componente palestinese rimane esclusa dal processo politico. Il paese soffre di una grave crisi economica, di un debito crescente, e di un serio deficit energetico e idrico.

Di fronte alla probabile chiusura di ogni prospettiva di riforma, alla povertà dilagante, e alla persistente corruzione dell’apparato di potere (basti pensare agli innumerevoli scandali emersi nell’ultimo anno, o al fatto che, quando è scoppiata la crisi di governo, il parlamento era impegnato ad approvare vitalizi per i suoi membri), non è da escludere che la situazione nel paese non prenda una piega più drammatica.

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