MILITARI, ISLAMISTI E PIAZZE EGIZIANE

Ciò che appare al Cairo dopo giornate piene di morti, feriti, arresti, proclami e riunioni è una spaccatura non solo fra la piazza che protesta e la Giunta militare che reprime, ma fra il vertice e la base degli stessi partiti colpiti dai baltagheyah prima e dall’esercito poi. L’incontro avuto domenica mattina da alcuni rappresentanti dei maggiori gruppi islamici (Partito della Libertà e Giustizia, e Al-Nour) con Sami Anan, capo dello staff del Consiglio Superiore delle Forze Armate, può non sorprendere in sé. Sorprende il repentino abbandono della protesta formale con cui i due schieramenti avevano rifiutato l’invito del governo a discutere della situazione dell’ordine pubblico. Entrambi volevano aggiungere quest’ulteriore dissenso alla richiesta di dimissioni per Tantawi e Ganzouri avanzata già da settimane. Ancora ieri la Fratellanza Musulmana aveva lanciato un comunicato ufficiale in cui fra il politico e il teologico ricordava: la sacralità della vita, la responsabilità della Giunta che non garantisce la sicurezza d’inermi manifestanti, gli arresti di quest’ultimi (oltre trecento fra cui alcune donne) e di nessun baltagheyah, e non ultima la repressione di giornalisti. Ma per la moderazione acquisita da tempo e da buon movimento di potenziale governo, la Confraternita faceva un distinguo fra un esercito composto di figli e fratelli egiziani di cui bisognerà fidarsi per la difesa dei confini nazionali e i generali del CSFA. Soltanto a quest’ultimi s’addebita quel che da sedici mesi accade nel Paese e, si fa intendere, sono loro che devono lasciare comandi e ruoli.

Eppure se mai il ricambio avverrà, non dovrebbe rivelarsi cosa facile. Nel rimpiazzare i vertici militari un ipotetico governo islamico potrebbe seguire l’esempio erdoganiano dei mesi scorsi, praticando sulle gerarchie un sottile gioco di “bastone e carota”. Ma questo potrebbe accadere solo dopo aver consolidato negli anni un consenso popolare che per ora è all’esordio. A deludere la piazza e mostrare un approccio dialogante coi militari subito dopo l’ulteriore spargimento di sangue ci si è messo anche l’esponente salafita Ashraf Thabet. Con la partecipazione all’incontro di domenica mattina il portavoce parlamentare di Al-Nour ha sminuito il conflitto fra Parlamento e attuale governo, pur ribadendo come dai ministri presenti (Pianificazione e Finanze) avrebbe gradito una precisa esposizione del budget governativo. Nonostante il coprifuoco imposto nella capitale a suon di blindati e gli ulteriori scontri anche nella giornata di sabato, il meeting ha di fatto aggirato la scottante questione dell’ordine pubblico per concentrarsi su tematiche economiche. Naturalmente la rappresentanza politica non viene meno al ruolo che deve svolgere, ma viste le tensioni in atto la piazza islamica s’aspettava dalla sua leadership maggiore fermezza. A gridarlo e sfidare gli autoblindo, pur a distanza da Abbassiya dove l’esercito ha disteso centinaia e centinaia di metri di filo spinato, domenica sono rimasti gruppi di attivisti laici e i salafiti più offesi dalla real politik del partito. Oppure associazioni impegnate sul fronte dei diritti umani come Sawasya che denuncia le gravi responsabilità del CSFA per aver avallato le violenze contro le proteste pacifiche.

Cogliendo al volo l’apertura islamica, la Giunta ha gettato acqua sul fuoco rilasciando tutte le quindici donne arrestate nel pomeriggio di venerdì in prossimità della Moschea Nour. Nel gruppo però c’era una sorpresa. La nota attivista, Aya Kamal, ha svelato che sette di queste donne erano spie della polizia. I sospetti erano nati sin dal momento dell’arresto: mentre certe giovani venivano strattonate e qualcuna percossa dagli agenti, quelle sette erano rimaste illese da gesti e da ingiurie. Sia nel posto di polizia sia nella prigione Qanater le spie avevano ricevuto un trattamento di favore. Ora vista la facilità con cui i baltagheyah si sono avvicinati e mescolati al sit-in sotto il Ministero della Difesa, i manifestanti iniziano a interrogarsi sulla necessità di proteggersi per evitare ulteriori infiltrazioni e sanguinose provocazioni. L’hanno iniziato a fare nella simbolica Tahrir dove stazionano tre palchi: uno della Fratellanza, uno di Al-Nour e uno della schiera di gruppi laici (Comitato popolare per la difesa della Rivoluzione, la Coalizione dei giovani rivoluzionari, l’Unione dei giovani rivoluzionari, Socialisti rivoluzionari e altre sigle). Quest’ultimi, ricordando i 12.000 arrestati di tutti i mesi di ribellione, hanno manifestato  contro la legge tuttora vigente che consente ai presidenti di Tribunale di condurre i civili davanti a una Corte militare. E ieri il Parlamento ha ribadito la sua propensione al compromesso: ha deciso di cancellare l’articolo che concedeva ai presidenti tale opportunità senza però intaccare la prerogativa delle Forze Armate di poter giudicare i civili davanti alle sue Corti. Una sorta di legge marziale mascherata che Mubarak usava proprio contro gli islamisti.  

6 maggio 2012

Enrico Campofreda è laureato in Storia presso ‘La Sapienza’, e specializzato a ‘RomaTre’. Giornalista dal 1988, ha collaborato con Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto scrivendo di sport. Attualmente collabora con Terra e con testate web seguendo politica estera e sociale. Ha pubblicato due romanzi “L’urlo e il sorriso”, Di Salvo, Napoli, 2007;  “Hépou moi”, ABao AQu, Rovigo, 2010

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