Palestina, quei prigionieri ignorati in sciopero della fame

11/05/2012

Original Version: Palestine, ces prisonniers ignorés en grève de la faim

Lo sciopero della fame di circa duemila prigionieri palestinesi non ha suscitato praticamente alcuna attenzione da parte dei media occidentali; se questa protesta fosse avvenuta in Cina o in Russia, le cose sarebbero andate diversamente – scrive Alain Gresh

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Immaginiamo per un istante duemila prigionieri politici in Cina impegnati in uno sciopero della fame da svariate settimane; oppure altri duemila mobilizzati in Russia in un simile movimento. Senza alcun dubbio le televisioni e le radio, così pronte a render conto  delle minacce ai diritti umani in questi lontani paesi, aprirebbero i loro giornali con questa notizia, si indignerebbero per questa violazioni di diritti fondamentali, invocherebbero la reazione delle nostre autorità e persino un loro intervento, per imporre delle sanzioni a Pechino e Mosca.

In effetti duemila prigionieri politici in sciopero della fame esistono, ma in Palestina, e la notizia non sembra interessare molte persone. D’altronde sappiamo da tempo che i Palestinesi, gli Arabi, i musulmani non sono degli esseri umani come gli altri.

Ma torniamo ai fatti, come riportati dal corrispondente di Le monde (« Le mou­vement de grève de la faim des pri­son­niers pales­ti­niens en Israël s’étendrait à 2 000 détenus », Lemonde.fr, 6 maggio) :

“Israele incontra delle crescenti difficoltà a controllare il movimento di sciopero della fame dei prigionieri palestinesi che non smette di allargarsi. Cominciata il 17 aprile per protestare contro la pratica della detenzione amministrativa (che permette di tenere un sospetto in prigione senza sentenza per un periodo rinnovabile di sei mesi), quest’azione raggrupperebbe ad oggi circa duemila detenuti, secondo Ad-Dameer, l’associazione palestinese di difesa dei diritti dei prigionieri” (…)

“Almeno due prigionieri versano in condizioni critiche: Bilal Diab, 27 anni, originario di Jenin e Thaer Halahla 33 anni, originario di Hebron (entrambi membri del Jihad Islamico), hanno cominciato il loro sciopero della fame il 29 febbraio. Dopo sessantasei giorni senza mangiare sono entrati in quella che i medici chiamano “una fase aleatoria di sopravvivenza”. I due uomini sono comparsi, giovedì 3 maggio su una sedia a rotelle, davanti alla corte suprema di Israele, la quale ha rinviato la sua decisione circa un’ eventuale scarcerazione ad una data futura”.

“Almeno altri sei prigionieri sono in uno stato di salute ritenuto allarmante. Questo movimento di sciopero della fame si è esteso ai principali centri di detenzione in Israele, e vari leader della resistenza palestinese, come Ahmad Saadat, capo del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), si sono uniti alla protesta. Mentre le manifestazioni di solidarietà si moltiplicano in varie città palestinesi, il governo del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, esita su quale linea adottare”.

Questo sciopero pone innanzitutto il problema della detenzione amministrativa (cioè senza prove e senza sentenza), una pratica ereditata dall’epoca del mandato britannico, quando Londra combatteva il “terrorismo sionista” (1944-1948). Come ricordo anche in “De quoi la Palestine est-elle le nom?”, queste leggi eccezionali furono condannate da numerosi giuristi, tra i quali il dottor Moshe Dunkelblum che avrebbe più tardi presieduto la Corte Suprema Israeliana. Il 7 febbraio 1946 dichiarava: “Queste ordinanze costituiscono una minaccia costante contro i cittadini. Noi giuristi, vediamo in esse una flagrante violazione dei principi fondamentali della legalità, della giustizia e della disciplina. Legalizzano la più perfetta arbitrarietà delle autorità militari ed amministrative. (…) Esse privano i cittadini dei loro diritti e conferiscono alle autorità dei poteri illimitati.” Ma una volta giunti al potere, i sionisti si dimenticarono di queste critiche e rivolsero tali leggi contro gli arabi.

La Corte Suprema Israeliana, che alcuni dipingono come il garante della democrazia nel paese, ha rigettato l’appello dei due prigionieri amministrativi in sciopero della fame da due mesi. In maniera del tutto ipocrita la Corte ha osservato che la pratica della detenzione amministrativa costituisce una “aberrazione in campo giuridico” e che dunque deve essere utilizzata “il meno possibile”, ma ad ogni modo l’appello dei due prigionieri è stato respinto. Ci fu un tempo in cui Israele autorizzava ufficialmente delle “pressioni fisiche moderate” contro i detenuti palestinesi: un po’ di tortura insomma, ma non troppa.. Una decisione che questa “umana” Corte Suprema ha sostenuto fino al 1999 (all’epoca si era nel clou dei “negoziati di pace” tra Israele e OLP!).

Lo sciopero dei prigionieri palestinesi è stato rilanciato dalle dichiarazioni di Richard Falk, l’inviato speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, il quale si è dichiarato “indignato per le continue violazioni dei diritti umani nelle prigioni israeliane. Dal 1967, 750.000 palestinesi, di cui 23.000 donne e 25.000 bambini, sono stati detenuti nelle prigioni israeliane, ossia circa il 20% del totale della popolazione palestinese dei territori occupati” ha ricordato (citato in Armin Arefi, « Israël : la dernière arme des prisonniers palestiniens », AFPS).

Conclusioni: silenzio stampa della maggior parte dei media, nessuna pressione sul governo israeliano, nessuna indignazione morale di tutti quei grandi intellettuali.. La terra continua a girare e certi si stupiscono che i discorsi europei sulla democrazia e i diritti umani suscitino perlopiù dei sogghigni nel mondo arabo.

Alain Gresh, esperto di Medio Oriente, è direttore aggiunto di Le Monde Diplomatique; questo articolo è apparso sul blog “Nouvelles d’Orient”, curato da Gresh per Le Monde Diplomatique)

(Traduzione di Francesco Saverio Leopardi)

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