Nello Yemen gli Stati Uniti stanno imboccando una strada tragicamente familiare

15/05/2012

Original Version: Yemen and the US: Down a familiar path

La politica adottata dagli USA nello Yemen rischia di trasformare il paese in un equivalente arabo del Waziristan – ammonisce l’ex agente della CIA Robert Grenier

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A Washington, si tratta di un caso di buone notizie andate a finire molto male: un successo dell’intelligence forse in parte rovinato dall’opportunismo politico e dall’indisciplina, in mezzo a segnali indicanti che la politica americana nello Yemen si appresta a ripetere gli errori visti altrove. E in entrambi i casi, è la leadership politica nella capitale americana che è da biasimare.

Tutto era iniziato così bene. Secondo i media, l’intelligence degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita era riuscita ad infiltrare l’apparato terroristico di al-Qaeda nella penisola araba (ovunque nota come AQAP) con un aspirante suicida che, ricevuto l’ultimo progetto incendiario degli esperti di esplosivi di AQAP, ha prontamente consegnato il sofisticato dispositivo alle autorità saudite piuttosto che farlo esplodere, come previsto, su un volo internazionale.

Com’è del tutto evidente, non è ancora noto fino a che punto questo classico caso di spionaggio sia stato un duro colpo per la sicurezza e l’efficacia di al-Qaeda, o se del tutto ci sia qualche collegamento tra questa operazione e la morte, a seguito di un attacco missilistico lo scorso fine settimana, di Fahd al-Quso, un veterano di AQAP sospettato di essere implicato nell’attacco alla nave da guerra americana USS Cole nel 2000. Da tutti i punti di vista, tuttavia, questo colpo ha rappresentato una battuta d’arresto significativa per l’organizzazione basata nello Yemen, probabilmente in grado di comprometterne la coesione interna e di aumentarne la paranoia e la sfiducia.

Dato il numero di persone a Washington apparentemente informate sull’operazione in corso, è quasi un miracolo che essa non sia trapelata prima di essere giunta a compimento. Tuttavia, è assiomatico a Washington che, più un segreto viene inizialmente custodito, più la sua rivelazione diviene totale ed esplosiva una volta che le parti coinvolte nella macchinazione ritengono di essere libere di farlo.

Ad ogni modo, in questo caso non si è trattato di una insignificante fuga di informazioni. L’iniziale rivelazione di questo successo dell’intelligence, tormentosamente spogliata di dettagli importanti, ha avuto tutte le caratteristiche di una scelta strategica compiuta da un alto funzionario dell’amministrazione Obama con l’obiettivo di massimizzare il credito politico a favore del presidente nel pieno della stagione elettorale. A quanto pare, a poche ore dall’operazione le dichiarazioni o le apparizioni sui media erano già state predisposte dal Consiglio della Sicurezza Nazionale, dal consigliere antiterrorismo del presidente, dall’FBI, dal Segretario di Stato Hillary Clinton, dal presidente della Commissione dell’Intelligence al Senato, e dal presidente della Commissione per la Sicurezza interna della Camera dei Rappresentanti. Ogni rivelazione pubblica è stata attentamente, se non pateticamente, progettata per rivelare un minimo di dettagli operativi, promuovendo nel contempo alcune agende personali, politiche o burocratiche. L’effetto cumulativo sulla stampa, com’era prevedibile, è stato come gettare del pesce sanguinolento a un branco di squali. In pochissimo tempo, tutti i dettagli sulla natura dell’operazione e sul modo in cui era stata condotta sono stati sbandierati; se c’erano degli agenti dell’intelligence ancora da proteggere, sono stati completamente compromessi in poco più di un giorno.

Ora le spie della comunità dell’intelligence americana, piuttosto che celebrare con discrezione il successo, stanno malinconicamente scuotendo la testa. Sembrerebbe che alcune di loro abbiano fatto rivelazioni non autorizzate e forse dannose, ma queste rivelazioni hanno avuto un esito scontato, una volta che l’appetito della stampa era stato stuzzicato così bene. E mentre il direttore della National Intelligence avvia un’inchiesta, lo fa ben sapendo che i veri colpevoli – alla Casa Bianca e a Capitol Hill – sono al di fuori della sua portata.

Nel frattempo – in maniera costante e progressiva, ma in gran parte inosservata al momento – la leadership politica americana sta imboccando una strada ormai tragicamente familiare, e l’ultimo complotto dinamitardo yemenita apparentemente non fa che contribuire a questo proposito, sia come motivazione privata che come giustificazione pubblica. Nelle ultime settimane, la Casa Bianca ha annunciato un’intensificazione della campagna basata sui droni nello Yemen, mentre per la prima volta sta riconoscendo tale campagna pubblicamente e sta cercando di creare un consenso dell’opinione pubblica attorno ad essa. Ci viene detto dalla stampa che, proprio mentre il governo degli Stati Uniti ha da tempo abbassato la soglia richiesta per il ricorso agli attacchi  missilistici lanciati da droni in Pakistan, attraverso i cosiddetti “signature strikes” (i “signature strikes” non richiedono più che sia nota l’identità dell’obiettivo; è sufficiente studiare il comportamento del potenziale bersaglio, ed in base alla “firma”, o al “marchio” che lascia – cioè alla sua “signature” – si può stabilire che è un bersaglio lecito; come è stato denunciato da più parti negli stessi Stati Uniti, questo approccio porta a un drammatico aumento delle vittime civili (N.d.T.) ), i missili USA nello Yemen sono stati autorizzati a colpire obiettivi impegnati in attività considerate “sospette”, anche quando l’identità dei bersagli è sconosciuta.

In coincidenza con una martellante serie di rivelazioni, riguardanti analisi di intelligence secondo le quali significative parti di territorio yemenita sarebbero sotto il controllo di al-Qaeda, stanno acquisendo slancio gli attacchi su larga scala contro “centinaia” di presunti “militanti di al-Qaeda”, condotti dalle forze yemenite con l’assistenza degli Stati Uniti. Non ho una conoscenza approfondita degli sviluppi nella provincia di Shabwa, ma quando sento che un numero significativo di militanti tribali vengono definiti come agenti di al-Qaeda, e che AQAP (una piccola organizzazione dominata da non yemeniti) viene accusata di avere il controllo politico di parti significative dello Yemen, reagisco con un certo scetticismo e qualche sospetto.

Ci si potrebbe chiedere quanti yemeniti potranno essere spinti in futuro verso l’estremismo violento per reazione ad attacchi missilistici condotti con noncuranza, e quanti militanti yemeniti che perseguono un’agenda strettamente locale diventeranno nemici giurati dell’Occidente in risposta alle azioni militari americane condotte contro di loro. Gli sforzi congiunti del mondo civilizzato devono continuare a contrastare AQAP e coloro che vengono da essa addestrati a colpire obiettivi civili. Ma gli Stati Uniti farebbero bene a calibrare le proprie azioni nello Yemen, in modo da evitare di trasformare quella minaccia relativamente limitata e facilmente contenibile nell’equivalente arabo del Waziristan.

Robert Grenier è un ex agente della CIA, dove ha prestato servizio per ventisette anni; è stato direttore del Centro Antiterrorismo dell’organizzazione dal 2004 al 2006; fu allontanato dall’incarico dopo essersi opposto alle extraordinary renditions ed all’uso di forme di tortura come il water boarding negli interrogatori di sospetti membri di al-Qaeda

(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

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