In Siria la “terza forza” è la più pericolosa

21/05/2012

Original Version: سورية: التيار الثالث والاخطر

I recenti sanguinosi attentati nelle principali città siriane indicano che una terza forza si sta insinuando in Siria, forse dall’Iraq, dal Libano o dalla Giordania; essa è probabilmente armata dagli Stati del Golfo – sostiene il giornalista palestinese Abdel Bari Atwan

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Mentre l’opposizione siriana è attraversata da differenze profonde, che rischiano di minarne la tenuta e di distruggere l’idea che essa rappresenti la maggioranza del popolo siriano e che costituisca un’alternativa al regime o quanto meno un suo interlocutore, sul terreno inizia a comparire una terza forza, armata, che forse porterà a rimescolare le carte e ci farà riconsiderare molti postulati che hanno dominato la scena politica dallo scoppio della rivolta siriana.

Il rinvio, da parte della Lega Araba, della riunione dell’opposizione siriana (che si sarebbe dovuta tenere al Cairo) in seguito al ritiro del Consiglio nazionale siriano, e la convocazione di altri due incontri, uno a Roma e uno a Istanbul, sono indicatori delle spaccature interne e rafforzano la terza forza – più coesa e ben armata, e con una visione più chiara – di cui stiamo parlando.

I due attacchi suicidi del 10 maggio, che hanno avuto come obiettivo le sedi delle forze di sicurezza e del partito del regime ad Aleppo e a Idlib, sono un campanello d’allarme per quello che potrebbe accadere in Siria nella prossime settimane, nei prossimi mesi, e nei prossimi anni. Prima dello scorso dicembre, in Siria non si erano mai visti attentati suicidi. Da dicembre in poi, il paese è stato teatro di attentati suicidi la cui gravità è cresciuta progressivamente, fino a culminare con gli ultimi due, che hanno causato 55 morti. La scelta di Damasco e di Aleppo non è stata casuale. Le due città, infatti, non partecipano alla rivolta siriana contro il regime, se non in modo circoscritto, nelle aree rurali che le circondano. Il fatto che gli attentati abbiano avuto come obiettivo le sedi delle forze di sicurezza ha lo scopo di scuotere l’immagine del regime agli occhi dei suoi sostenitori e di terrorizzare la classe media, quella degli imprenditori, dei finanzieri e dei professionisti, mettendoli davanti a una scelta: emigrare all’estero, come hanno fatto i loro omologhi iracheni, o passare all’opposizione, addossando loro in questo modo anche la responsabilità di quello che potrà accadere se non cambieranno posizione.

L’opposizione siriana ha accusato il regime di aver organizzato questi attentati e di sostenere che dietro c’è al-Qaeda per provare a radunare attorno a sé il mondo occidentale, proprio come aveva fatto il colonnello Muammar Gheddafi, che non fu ascoltato da nessuno. L’Esercito siriano libero ha confermato, attraverso le dichiarazioni del suo capo, il colonnello Riyad al As’ad, di non essere in grado di realizzare attentati con questa potenza distruttiva. In questo ha ragione, ma le due superpotenze mondiali impegnate in una guerra fredda in Siria, ovvero l’America e la Russia, accusano al-Qaeda. Leon Panetta, ministro della difesa americano, ha dichiarato che nel paese l’organizzazione è presente, e lo stesso ha fatto il viceministro degli esteri russo, Ghennadi Gatilov.

Nessuno può affermare con certezza che il regime sia del tutto estraneo a questi attentati, e niente può essere escluso riguardo ai suoi apparati di sicurezza, ma non è consuetudine del regime inviare due attentatori suicidi con delle autobomba per abbattere le sue sedi di partito e delle forze di sicurezza, annientando in questo modo il proprio prestigio, ovvero l’unica cosa che gli resta per sospendere il giudizio e radunare i sostenitori che gli rimangono. E se il regime è certamente abile nell’inganno e nella menzogna, l’opposizione, per rafforzare la propria credibilità agli occhi dei cittadini siriani e del mondo intero, dovrebbe proporre un’immagine diversa.

I gruppi islamisti militanti non hanno avuto bisogno di un permesso per entrare in Iraq, Libia, Afghanistan, Yemen, Algeria, Pakistan e non ne avranno bisogno nemmeno per entrare in Siria o in qualunque altro luogo in cui intendano praticare l’ideologia jihadista contro dei regimi che ai loro occhi non sono islamici. Sono fermamente convinto del fatto che una terza forza si stia insinuando nella scena degli avvenimenti in Siria, forse dall’Iraq o dal Libano o dalla Giordania, ed è attualmente armata dagli Stati del Golfo, e probabilmente dall’Arabia Saudita, che ha invocato pubblicamente questa mossa per accelerare la caduta del regime siriano, proprio come ha fatto in Libia, Afghanistan e Yemen.

Questa nuova forza jihadista non mette il cambiamento democratico in Siria, o in nessun altro luogo, in cima alle sue priorità, e non ha nessuna relazione con la primavera araba e le sue rivoluzioni. Tale forza porta avanti le sue attività jihadiste da diversi decenni e per questo è fuori dal controllo sia dell’opposizione che del regime; anzi, se i suoi piani andranno a buon fine, potrebbe mettere entrambi fuori gioco.

L’organizzazione del Fronte per la Vittoria del Popolo di Sham (al-Nusra) ha diffuso un video in cui ha ammesso la responsabilità per i due attentati suicidi a Damasco e ad Aleppo e per altri attentati simili, e il suo portavoce ha adottato un linguaggio settario sunnita, sostenendo che i musulmani sunniti in Siria hanno bisogno di protezione dall’oppressione del gruppo alawita al governo, che pagherà un prezzo molto alto.

Il regime siriano ha approfittato degli attentati suicidi per estendere l’applicazione delle sue sanguinarie misure di sicurezza. Da parte sua, l’opposizione siriana si trova in grande difficoltà in quanto la maggior parte delle sue fazioni interne puntano sull’intervento straniero, come in Libia, e la presenza di questi gruppi terroristici potrebbe invece portare ad un rinvio se non ad una riconsiderazione di eventuali piani di intervento, per paura che si possa ripetere lo scenario iracheno, dove gli Stati Uniti hanno contato perdite per 5.000 uomini e mille miliardi di dollari, oltre ai 30.000 soldati feriti, e sono usciti sconfitti, lasciando il paese agli alleati dell’Iran.

Le probabilità di un intervento militare in Siria allo stato attuale sono piuttosto scarse, per diverse ragioni. La Russia e la Cina stanno in allerta su qualunque risoluzione internazionale che possa fornire una copertura legale all’intervento, pronte a mettere il veto per bloccarla. La Siria non è militarmente debole come la Libia o l’Iraq, che sono stati sotto assedio per anni prima che i loro regimi venissero cambiati per mano delle forze della NATO. Soprattutto, la Siria non possiede risorse naturali come petrolio e gas e l’opposizione non è unita.

E anche se l’intervento fosse un’ipotesi in campo, certamente non sarebbe compiuto nel periodo delle presidenziali americane o prima di una decisione definitiva sul nucleare iraniano. L’America e i suoi alleati non intraprenderebbero una guerra in Siria adesso per poi cominciarne un’altra dopo sei mesi in Iran, e quindi questa questione non si chiarirà se non dopo le elezioni americane di novembre. Se l’obiettivo a lungo termine dei gruppi militanti islamici è il rovesciamento del regime siriano, quello sul breve periodo è far fallire la missione di Kofi Annan di trovare una soluzione politica alla crisi siriana, almeno pubblicamente. E come potrebbe esserci un dialogo tra l’opposizione e il regime in presenza di una terza forza che cerca di imporre la propria presenza con esplosioni, attentati suicidi, autobombe, e  che è fuori dal controllo delle due parti?

La Siria si sta avvicinando a una fase pericolosa di caos e di guerra civile confessionale, una guerra che indebolirà il regime e ne distruggerà le fondamenta, se del tutto non porterà alla sua caduta.

Solo un piccolo esempio di questa guerra è quanto è accaduto nella città di Tripoli, nel nord del Libano, dove ci sono stati scontri continui tra sunniti e alawiti che hanno mietuto morti e feriti da entrambe le parti.

Questa guerra confessionale, nella quale il regime ha la parte più grande di responsabilità in quanto ha temporeggiato sulla necessità di riforme radicali, potrebbe anche trasformarsi in una guerra regionale che farebbe esplodere la maggior parte dei paesi della regione, senza eccezioni. E se la guerra ottomano-safavide scoppiata nel 1514 è durata un secolo, quanto durerà la nuova guerra confessionale, se scoppierà, e che aspetto avrà la regione durante e dopo di essa?

Abd al-Bari Atwan è un giornalista palestinese residente in Gran Bretagna; è direttore del quotidiano panarabo “al-Quds al-Arabi”

(Traduzione di Isadora D’Aimmo)

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