Vecchie abitudini dure a morire: le politiche degli USA e dell’UE in Algeria

21/05/2012

Original Version: Old Habits Die Hard: U.S. and EU Policy in Algeria

La reazione americana ed europea alle elezioni algerine è apparsa terribilmente ‘familiare’; gli Stati Uniti e l’UE dovrebbero ricordare come ha avuto inizio il Risveglio Arabo, e gettare alle ortiche il ‘formulario’ adottato prima del 2011, anche in quei paesi che ancora rimangono ‘stabili’ – scrive l’analista Barah Mikail

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Dopo la rimarchevole assenza di grandi movimenti di protesta – in netto contrasto con la vicina Tunisia ed anche con il pur piccolo ‘movimento 20 febbraio’ in Marocco – i risultati elettorali in Algeria indicano un trionfo dello status quo. Mentre le recenti elezioni in Tunisia, Egitto e Marocco hanno dato ai partiti islamici delle maggioranze nei rispettivi parlamenti, il partito di governo algerino – il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) – mantiene la sua prima posizione con un margine di gran lunga maggiore rispetto a quanto previsto dalla maggior parte degli osservatori: 221 seggi su 462 . L’altro principale alleato del governo, il Raggruppamento Nazionale Democratico (RND), ha fatto bene anch’esso, prendendo 70 seggi. Gli Stati Uniti e l’Europa sembrano aver accolto la prova relativamente deludente degli islamisti come una buona notizia, ma farebbero bene a prendere con cautela il recente consolidamento dell’FLN e ad interrogarsi sull’opportunità di continuare realmente con la politica del “business as usual” in Algeria.

Il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha accolto con favore le elezioni in Algeria, lodando il gran numero di donne elette (quasi un terzo, rispetto al 7 % del parlamento uscente) e definendo il voto come un passo “benvenuto” verso le riforme democratiche. Quanto all’UE, il capo della missione di osservatori dell’Unione Europea in Algeria, Jose Ignacio Salafranca, ha dichiarato che le elezioni “costituiscono un primo passo sulla via delle riforme che dovrebbero portare a un radicamento della democrazia e dei diritti umani”.

In Algeria, invece, i risultati delle elezioni hanno ricevuto un’accoglienza estremamente controversa. Il blocco islamico di tre partiti conosciuto come “Alleanza Verde” – che comprende il Movimento della Società per la Pace (MSP, o Hamas), il Movimento della Rinascita Islamica (Ennahda), e il Movimento per la Riforma Nazionale (Islah) – ha accusato il governo di brogli su vasta scala. Altri, come il Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia (RCD) e la formazione di opposizione del Fronte delle Forze socialiste (FFS), hanno dichiarato che il voto “era pieno di irregolarità”. Il Fronte Nazionale Algerino ha detto di voler contestare i risultati presso la Corte costituzionale. Tra le questioni più controverse vi è quella dell’affluenza alle urne (che sarebbe del 43%, secondo il ministero dell’interno, una cifra molto più elevata di quanto molti si aspettavano). Ma finora gli osservatori internazionali non hanno sollevato alcun segnale di allerta, e la missione di osservatori dell’Unione Europea (che insieme ad altri osservatori stranieri ha avuto il permesso di monitorare le elezioni algerine per la prima volta) ha perfino dato alle elezioni un ‘appoggio con riserva’. Salafranca ha elencato carenze in alcuni aspetti tecnici delle elezioni, ma ha aggiunto che vi sono stati “tanti punti positivi quanti punti deboli”. Una valutazione completa della correttezza delle elezioni dovrà attendere la pubblicazione dei resoconti finali.

Ma in ogni caso, per quanto eque le elezioni possano rivelarsi, una cosa rimane chiara: più della metà degli elettori registrati hanno boicottato le elezioni, anche secondo i calcoli del ministero degli interni, e malgrado gli appelli del presidente Bouteflika a una grande affluenza.

La debole prova degli islamisti – l’elemento su cui la stampa internazionale sembra aver concentrato la maggiore attenzione – non indica necessariamente che la popolazione sia ‘soddisfatta’ dell’FLN: semplicemente, gli algerini potrebbero essere cauti riguardo alle alternative. Il fatto che l’Alleanza Verde abbia ottenuto solo 47 seggi (13 in meno rispetto al 2007) ha scioccato molti fra quelli che si aspettavano dagli islamisti un miglior piazzamento, soprattutto alla luce della recente aggiunta di 73 seggi nell’Assemblea nazionale del popolo (che è passata da 389 a 462 seggi). Ciò potrebbe apparire sorprendente se si guarda l’Algeria attraverso una ‘lente’ regionale, ma lo è meno se ci ricordiamo la storia recente del paese; questa sconfitta potrebbe indicare fino a che punto continua a pesare la memoria delle violenze dopo le vittorie degli islamisti negli anni ‘90. Questa storia ha fornito al regime algerino una maggiore possibilità di sfruttare i sentimenti anti-islamici rispetto ai suoi omologhi regionali.

Inoltre, questi risultati inferiori alle aspettative ci costringono a considerare l’ovvia sebbene trascurata questione che non tutti i partiti islamici sono uguali, e che in Algeria molti dei loro leader non sono dei nuovi venuti sulla scena politica, né sono estranei al potere. L’MSP – il partito dominante nell’islamista Alleanza Verde – era alleato all’FLN, il partito al potere, solo fino a poco tempo prima delle elezioni. In effetti, la decisione ‘all’ultimo minuto’ del movimento di presentarsi alle elezioni come un partito di ‘opposizione’ sembra un po’ cinica e politicamente manipolata, piuttosto che un reale impegno ad opporsi al partito di governo. Questa sensazione, combinata con il troppo recente allentamento delle condizioni per la creazione di nuovi partiti, suggerisce che i risultati delle elezioni non rappresentino un’espressione troppo fedele degli orientamenti degli elettori, se esaminiamo attentamente le alternative. 

Sarebbe saggio per gli Stati Uniti e l’Europa tenere in considerazione questi fattori al momento di analizzare le elezioni (e di esprimere una reazione). Invece, la maggior parte dei diplomatici ha tirato un sospiro di sollievo di fronte alla situazione ‘stabile’ dell’Algeria in mezzo agli sconvolgimenti che avvengono altrove. Sembra che, sebbene trattare con il regime autoritario di Bouteflika sia complicato, i partner dell’Algeria preferiscano continuare a giocare in base a regole familiari; la continuità assicura che i loro ‘canoni di interazione’ con il regime e con l’esercito siano stabili: è possibile accedere alle preziose risorse naturali dell’Algeria, la cooperazione in materia di politiche anti-terrorismo è assicurata, e misure comuni vengono adottate contro l’immigrazione clandestina.

Ma in ogni caso, il futuro del paese resta rischioso e incerto, soprattutto date le severe restrizioni imposte alla società civile. La paura di rappresaglie da parte del governo non ha impedito il prorompere di manifestazioni sporadiche, mentre il paese ha bisogno di un cambiamento radicale in direzione di una netta separazione dei poteri. La sfera civile deve essere rafforzata, e le forze armate devono sottomettersi alle decisioni di un governo civile eletto. L’Algeria dovrebbe essere una lezione contro vecchie abitudini; gli Stati Uniti e l’UE dovrebbero ricordare come ha avuto inizio il Risveglio Arabo, e gettare alle ortiche il ‘formulario’ adottato prima del 2011, anche in quei paesi che ancora rimangono ‘stabili’.  

Barah Mikail è ricercatore senior per il Medio Oriente e il Nord Africa presso la  Fundación para las Relaciones Internacionales y el Diálogo Exterior (Fride) a Madrid

(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

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