22/05/2012
Original Version: Western diplomats are still getting it wrong on Iran
Se l’Occidente vuole un accordo negoziato sulle attività nucleari iraniane, deve agire senza sotterfugi ed offrire una vera reciprocità – afferma l’ex rappresentante britannico presso l’AIEA Peter Jenkins
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L’esito dei colloqui tra l’Iran e i P5+1 (Francia, Germania, Russia, Regno Unito, Stati Uniti e Cina) a Istanbul, lo scorso aprile, ha dato speranza a coloro che credono che la guerra non sia la soluzione alla controversia con l’Iran. Ma, un mese dopo, già non si sa più se l’Occidente intenda onorare le promesse fatte a Istanbul.
La signora Ashton ha informato i giornalisti delle sue aspettative per il prossimo round di colloqui tra l’Iran e i P5 +1 che si terrà il 23 maggio: “La mia ambizione è che ne veniamo fuori con l’inizio della fine del programma di armi nucleari in Iran”. Le sue parole sono un indizio di come i diplomatici occidentali ancora facciano fatica a capire la mentalità iraniana. Gli iraniani hanno più volte messo in gioco il loro onore nel garantire che l’Iran non vuole entrare in possesso di armi nucleari. L’AIEA, e diversi esperti di intelligence statunitensi e israeliani sono d’accordo sul fatto che l’Iran non stia costruendo armi nucleari, e che non abbia deciso di farlo.
A gaffe diplomatiche come quella della Ashton si può almeno porre rimedio con un’ulteriore dichiarazione. L’incapacità di onorare le promesse, tuttavia, infliggerà un colpo mortale al processo negoziale lanciato il mese scorso.
Ai colloqui di Istanbul nel mese di aprile, era stato annunciato che i negoziati sarebbero stati guidati dai principi di reciprocità e gradualità. La maggior parte degli osservatori ha interpretato che ciò significasse che il frutto dei negoziati verrà raccolto ad intervalli, e che ogni raccolto sarà composto da due ‘cesti’ di concessioni, più o meno uguali in valore.
Per dirla semplicemente, il cesto iraniano dovrebbe contenere le misure che si estendono al di là di quelle che l’Iran deve concedere, ed ha concesso, in quanto membro del Trattato di non-proliferazione nucleare (NPT) – al fine di accrescere la fiducia occidentale ed israeliana che l’Iran non dirotterà parte del proprio materiale nucleare verso un programma militare clandestino. Il cesto dei P5 +1, d’altra parte, dovrebbe principalmente contenere un “alleggerimento” delle sanzioni, e l’abolizione progressiva delle sanzioni che gli Stati Uniti, l’Unione Europea e le Nazioni Unite hanno affastellato sulla schiena dell’Iran a partire dal 2006.
Ma ora i termini del patto sembrano essere cambiati. Secondo uno specialista di Iran presso la Brookings Institution, citato dal Christian Science Monitor, i funzionari dell’amministrazione USA dicono: “un alleggerimento delle sanzioni non è all’ordine del giorno a meno che, e fino a quando, non vedremo sostanziali concessioni da parte iraniana”. Questo però non suona come un approccio “guidato dal principio di reciprocità”. Da una capitale europea, nel frattempo, arriva la notizia che l’UE è riluttante ad accettare che iniziali concessioni iraniane dovranno essere ottenute tramite un sostanziale alleggerimento delle sanzioni o tramite una loro rimozione.
E’ sempre stato probabile che gli Stati Uniti trovassero problematico rimuovere le sanzioni. L’autorità di abolire le sanzioni spetta al Congresso USA, non all’amministrazione. I sentimenti anti-iraniani sono forti nel Congresso. Spingere il Congresso ad accettare la rimozione delle sanzioni sarà un duro compito. Ma l’amministrazione ha spazio per offrire un alleggerimento delle sanzioni.
Le procedure di regolamentazione dell’UE sono più semplici. Sta al Consiglio dei ministri, che il 23 gennaio ha deciso di imporre restrizioni alle importazioni di petrolio dall’Iran, revocare tale decisione (potenzialmente si tratterebbe di un sollievo duplice, dato che i prezzi europei della benzina probabilmente crollerebbero).
Quindi, ciò che sembra mancare è la volontà politica di offrire concessioni in materia di sanzioni in una fase iniziale del processo negoziale post-Istanbul. Una dichiarazione dell’Unione Europea rilasciata il 7 maggio dà un’idea dell’alternativa che potrebbe essere attualmente al vaglio. “L’Iran deve sospendere le sue attività di arricchimento e i suoi progetti inerenti l’acqua pesante”, ha detto il rappresentante dell’Unione Europea. Dal momento che i membri dell’UE sanno perfettamente che, anche sotto costrizione, l’Iran non sospenderà mai questi programmi, questa insistenza dell’UE su una sospensione deve avere qualche ulteriore scopo: la creazione di una “concessione” negoziale, forse?
Eppure l’Iran ha messo in chiaro di volere concessioni sulle sanzioni in cambio delle restrizioni all’arricchimento volute dall’Occidente – non la mera cessazione dell’insistenza occidentale su una sospensione. L’Iran da tempo considera le risoluzioni delle Nazioni Unite che sanciscono la richiesta di una sospensione come illegittime, un abuso di autorità, dal momento che tali risoluzioni non si basano sulla constatazione che le attività nucleari dell’Iran rappresentano una minaccia per la pace. (Come potrebbero queste attività minacciare la pace in assenza di prove che l’Iran sta costruendo o ha deciso di costruire armi nucleari?) Quindi far cadere la richiesta di sospensione non servirà a nulla.
Questo tipo di calcolo errato può tradire una protratta illusione occidentale. Numerose dichiarazioni a partire da Istanbul suggeriscono che i ministri e i funzionari occidentali continuano a sovrastimare l’impressionabilità iraniana di fronte all’applicazione diplomatica del potere occidentale.
Ci sono circostanze, come il processo di pace di Dayton del 1995 (che pose fine alla guerra di Bosnia (N.d.T.) ), in cui l’applicazione diplomatica del potere può essere un efficace strumento di risoluzione delle controversie. Ma dal 2005 essa non è riuscita ad avere effetto sull’Iran. Avere ciò che serve per sopravvivere a un’aggressione occidentale è di vitale importanza per l’autostima iraniana. Un atteggiamento di sfida consente all’Iran di dimostrare a se stesso e ad altri paesi non-allineati che l’Iran è sulla via della rinascita dopo 200 anni di umiliazioni per mano occidentale (e russa).
Se l’Occidente vuole un accordo negoziato, deve agire senza sotterfugi. L’Occidente ha promesso reciprocità. Il mancato rispetto di questa promessa produrrà l’ennesima occasione persa, a scapito dell’interesse occidentale a ridurre le tensioni nell’Asia sudoccidentale, e del crescente costo degli standard di vita occidentali.
Peter Jenkins è stato rappresentante permanente della Gran Bretagna presso l’AIEA dal 2001 al 2006; attualmente è partner di “ADRg Ambassadors for Diplomacy and Dispute Resolution”
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)














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ma chi lo ascolta ? se nall’AIEA ci fossero rappresentanti che vedessero le cose non sotto le pressioni politiche che cercano in tutti i modi di dimostrare che il pogramma iraniano e’ anche militare pergiustificare un attacco indiscriminato, forse le cose si metterebbero diversamente, soprattutto non porterebbero l’Iran verso la pare russa e cinese come invece sta avvenendo …. il risultato sarebbe non solo la perdita di controllo delle attività iraniane, ma anche la perdita di uno stato che entrerà nell’orbita dedinitiva dei paesi asiatici … un attacco non sarebbe neanche possibile visto il livello di armamento difensivo iraniano molto efficiente e soprattutto ora implementato da russi e cinesi… un attacco si trasformerebbe in una devastante guerra regionale che coinvolgerebbe in breve tempo tutti i paesi del golfo, con un coinvolgimento mondiale a breve termine … insomma una cosa che solo un pazzo potrebbe immaginare.
Solo un pazzo come il capo di governo israeliano che dovrebbe essere rimosso dall’incarico in quanto incapace di intendere e di volere… sta trascinando il suo paese verso un conflitto terribilmente distruttivo soprattutto per loro….