L’Egitto al voto per eleggere il presidente … ma è vera democrazia?

In un clima contraddittorio di aspettativa, euforia, preoccupazione ed incertezza, l’Egitto è giunto a un altro appuntamento cruciale della sua caotica, spesso violenta, ed in generale estenuante transizione.

Si apre il processo elettorale che designerà il nuovo presidente del paese, ma che potrebbe richiedere quasi un mese di attesa per concludersi qualora dal primo round non dovesse emergere un unico vincitore, ma due candidati che si confronteranno nel ballottaggio del 16 e 17 giugno.

Apparentemente, l’Egitto sembra aver imboccato – pur con molti sbandamenti – la strada che porta alla democrazia. Questa impressione superficiale è rafforzata dai manifesti che tappezzano le strade, e dagli accesi dibattiti che avvengono un po’ ovunque fra la popolazione, e che hanno trovato la loro espressione simbolo nel confronto televisivo avvenuto fra i due candidati considerati favoriti, l’ex segretario della Lega Araba Amr Moussa e l’islamico liberale fuoriuscito dalla Fratellanza Musulmana Abdel Moneim Aboul Fotouh.

Questo confronto protrattosi per oltre quattro ore, sebbene in gran parte inconcludente, è stato un evento senza precedenti nel mondo arabo, ed ha avuto un forte impatto mediatico. Molti egiziani hanno davvero la sensazione che il paese abbia voltato pagina.

Malgrado ciò, l’elezione presidenziale avviene in un quadro di profonda incertezza, dovuta al fatto che non è stata ancora redatta una nuova Costituzione, e che di conseguenza i compiti e i poteri del nuovo presidente – ed in particolare il suo rapporto con il potere legislativo – rimangono indefiniti ed ambigui.

Nel frattempo il Supremo Consiglio delle Forze Armate, che aveva promesso di cedere definitivamente il potere all’autorità civile all’indomani dell’elezione del nuovo presidente (dunque al più tardi all’inizio di luglio), continua a rimanere profondamente coinvolto nelle scelte politiche del paese.

A pochi giorni dal voto, gli egiziani indecisi erano ancora numerosi. I sondaggi preelettorali si sono rivelati del tutto inaffidabili (mostrando risultati estremamente contraddittori), e sono stati utilizzati talvolta come arma politica, visto che la stessa giunta militare ed istituzioni ad essa affiliate ne hanno reso pubblici alcuni in cui i candidati considerati più vicini alle forze armate – ed in particolare l’ex generale Ahmed Safiq – sono apparsi favoriti.

LA BATTAGLIA PER LA PRESIDENZA – I CANDIDATI ISLAMICI

Dopo la controversa scrematura operata dalla Commissione elettorale (che in un sol colpo ha squalificato candidati del calibro del numero due dei Fratelli Musulmani Khairat el-Shater, del salafita Hazem Abu Ismail, e dell’ex capo dell’intelligence Omar Suleiman), fra i candidati rimasti in lizza quattro sono generalmente considerati i favoriti: due islamici e due esponenti più o meno vicini al passato regime.

Alla prima categoria appartengono il già citato Aboul Fotouh e Mohamed Mursi, candidato “di riserva” dei Fratelli Musulmani dopo la squalifica di el-Shater. Alla seconda appartengono Moussa (che fu ministro degli esteri sotto Mubarak fra il 1991 e il 2001 prima di divenire segretario generale della Lega Araba), e Shafiq (già ministro dell’aviazione civile, fu nominato primo ministro da Mubarak negli ultimi giorni del suo regime).

Ad essi si aggiungono alcuni outsider come Hamdeen Sabahi, un nazionalista arabo che si rifà direttamente alla tradizione di Gamal Abdel Nasser e che ha ottenuto risultati sorprendenti fra gli egiziani all’estero (che hanno già votato), l’avvocato e attivista Khaled Ali, il pensatore islamico Mohammed Salim el-Awa e il giudice Hisham Bastawisy.

Fra i candidati islamici, Aboul Fotouh sembra essere quello maggiormente in grado di raccogliere consensi sia nel settore liberale che in quello conservatore dell’elettorato egiziano, e pertanto il candidato potenzialmente in grado di neutralizzare l’aspra contrapposizione fra islamici e laici che attualmente domina il paese.

Ciò è in parte dovuto alla sua stessa storia politica: essendo influenzato inizialmente da idee salafite, egli è stato un leader studentesco e un fondatore di al-Gamaa al-Islamiya negli anni ’70. Divenuto un esponente di spicco dei Fratelli Musulmani, si poi è progressivamente spostato su posizioni islamiche liberali (più o meno assimilabili al “modello turco”).

Il suo messaggio “unificante” può forse essere riassunto da una sua recente affermazione, secondo cui attualmente in Egitto “anche coloro che si definiscono liberali o di sinistra comprendono e rispettano i valori islamici”.

Aboul Fotouh ha appoggiato la rivoluzione fin dal principio, e gode dell’appoggio di molti giovani Fratelli Musulmani e di molti giovani liberali che hanno costituito l’ossatura del movimento rivoluzionario (fra l’altro non va dimenticato che i giovani, costituendo circa il 60% degli elettori, rappresentano una delle principali forze che contribuiranno a selezionare il nuovo presidente). Potenzialmente egli è in grado di attrarre anche il voto dei laici e di alcuni copti.

Allo stesso tempo, grazie alla sua iniziale affinità con le idee salafite, ed al fatto di essere stato fra i primi a comprendere la reale portata dell’attuale movimento salafita in Egitto, Aboul Fotouh ha ottenuto l’appoggio dei salafiti dopo la squalifica del loro candidato Hazem Abu Ismail.

Naturalmente egli ha anche i suoi detrattori, in particolare fra quegli elettori laici, cristiani, e di sinistra, i quali ritengono che in ogni caso egli sia portatore di una “strisciante islamizzazione”.

Aboul Fotouh deve inoltre fare i conti con l’ostilità dei Fratelli Musulmani, che lo hanno espulso dal movimento a seguito della sua decisione di candidarsi alla presidenza (quando ancora la Fratellanza voleva mantenersi fedele alla propria promessa, poi tradita, di non presentare un proprio candidato alle elezioni presidenziali, e di competere solo per il parlamento).

Dopo la squalifica di el-Shater, i Fratelli Musulmani hanno puntato tutto sul loro candidato di ripiego, Mohamed Mursi, il quale tuttavia manca del carisma di cui disponeva il primo.

Mursi, un ingegnere formatosi per ironia della sorte proprio negli Stati Uniti (in California), è noto per le sue posizioni conservatrici in ambito sociale, a cui affianca un notevole pragmatismo politico. Egli può contare sull’appoggio degli islamici più conservatori e, soprattutto, sull’impressionante macchina propagandistica dei Fratelli Musulmani.

Tuttavia Mursi rimane una “seconda scelta” agli occhi di molti, e sconta il declino di popolarità di cui ha sofferto la Fratellanza dopo l’exploit elettorale che ha fatto ottenere al movimento la maggioranza relativa in parlamento.

L’aspro confronto che ha contrapposto i Fratelli Musulmani alla giunta militare dopo le elezioni legislative, il loro tentativo di monopolizzare l’Assemblea costituente, e soprattutto il fatto che il loro controllo del parlamento non si è tradotto in alcun effetto concreto per il paese (in primo luogo a causa del fatto che l’assemblea parlamentare continua ad avere le mani legate rispetto al governo ed alla giunta militare) hanno macchiato l’immagine del movimento, che ha subito un’emorragia di consensi.

I CANDIDATI “LAICI”

Fra i candidati non islamici, Amr Moussa certamente spicca per il fatto di essere stato dato come primo favorito nella corsa presidenziale dal maggior numero di sondaggi.

Egli fonda gran parte della propria popolarità sulle sue posizioni tradizionalmente critiche nei confronti di Israele e degli USA (anche se più a parole che in concreto; inoltre bisogna aggiungere che quasi tutti i candidati hanno espresso posizioni molto critiche nei confronti di Washington e Tel Aviv), e sul fatto di essere stato in grado di frapporre una certa distanza fra sé e il passato regime – soprattutto grazie alla sua lunga permanenza alla guida della Lega Araba.

Pur non avendo mai sfidato apertamente Mubarak, Moussa appare dunque come una possibile alternativa per alcuni settori della popolazione egiziana. Nei primi giorni della rivoluzione egli si era cautamente espresso a favore delle proteste, e già a febbraio dello scorso anno – pochi giorni dopo la caduta di Mubarak – aveva annunciato che si sarebbe candidato alla presidenza.

Moussa ha cercato di trovare un punto di incontro fra islamici e laici – e con la stessa giunta militare. Essendo un politico carismatico e di grande esperienza a livello internazionale, è considerato come una valida opzione da coloro che non si fidano degli altri candidati – soprattutto da quei laici e quei copti che temono l’ascesa degli islamici.

Ad infiammare negli ultimi giorni il panorama elettorale ci ha però pensato Ahmed Shafiq, che alcuni sondaggi vicini alla giunta militare hanno inaspettatamente dato tra i favoriti.

L’improvvisa visibilità di Shafiq ha insospettito molti fra coloro che ritengono che i generali non vogliano cedere il potere e potrebbero essere tentati di favorire un candidato a loro vicino.

La base di consenso di Shafiq è costituita essenzialmente da una miscela di nostalgici del vecchio regime e di egiziani che sono stanchi del caos e dell’insicurezza generati da quasi un anno e mezzo di proteste e di confusa transizione politica.

Essendo stato l’unico candidato riammesso dalla Commissione elettorale (dopo essere stato inizialmente squalificato sulla base di una legge approvata dal parlamento allo scopo di impedire agli alti funzionari del passato regime di correre per la presidenza), Shafiq ha assunto una posizione apertamente ostile alle manifestazioni di Piazza Tahrir.

Egli inoltre è certamente un candidato appetibile per la classe finanziaria e imprenditoriale del paese a causa della sua aperta adesione alle politiche neoliberiste adottate dal passato regime (va detto, in ogni caso, che nessuno dei candidati favoriti ha presentato un programma economico che si discosti radicalmente dal passato, e che tutti abbracciano pienamente il libero mercato, più o meno ammorbidito da alcune politiche di solidarietà sociale).

Agli occhi di molti, tuttavia, Shafiq appare troppo compromesso con il vecchio regime per poter essere eletto in una competizione che sia trasparente ed imparziale.

OMBRE SUL PROCESSO ELETTORALE

Ma è proprio questo il principale interrogativo dell’attuale consultazione presidenziale: il voto sarà davvero trasparente ed esente da brogli?

I dubbi che sussistono a questo proposito sono più che legittimi. Sebbene una trentina di ONG locali e tre organizzazioni straniere abbiano avuto licenza di monitorare le elezioni, diverse organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato che le limitazioni imposte agli osservatori sarebbero addirittura più rigide di quelle delle elezioni legislative del 2005, in piena era Mubarak.

Gli osservatori avrebbero un accesso limitato ai seggi, e in ogni caso non potranno supervisionare il conteggio finale delle schede. Inoltre, le eventuali denunce di irregolarità andranno presentate esclusivamente alla Commissione elettorale (e non potranno essere riferite alla stampa). Ma soprattutto, il controverso articolo 28 della legge elettorale sancisce che le decisioni della Commissione non potranno essere impugnate davanti a un tribunale: sono insindacabili.

Secondo alcuni attivisti per i diritti umani, l’articolo 28 conferisce alla Commissione un potere “divino” che accresce i timori che le elezioni possano essere contraffatte a vantaggio della giunta militare.

Ad aumentare ulteriormente i sospetti vi è il fatto che a presiedere la Commissione elettorale è Farouk Sultan, il quale è anche presidente della Corte Costituzionale (la stessa che ha sciolto l’Assemblea costituente, e presso la quale è in corso un procedimento che potrebbe addirittura portare allo scioglimento dell’attuale parlamento).

Sultan è un ex ufficiale dell’esercito che ha successivamente servito come giudice presso i tribunali militari, per poi essere chiamato alla guida della Corte Costituzionale da Mubarak.

E’ la Commissione elettorale da lui presieduta che ha squalificato il candidato dei Fratelli Musulmani el-Shater e il candidato salafita Abu Ismail. Questa misura fu controbilanciata dalla squalifica di Omar Suleiman, odiato capo dell’intelligence sotto Mubarak; ma la Commissione ha invece riammesso Shafiq, pure lui ampiamente compromesso con il vecchio regime.

L’interrogativo dunque sorge spontaneo: se la giunta militare non intende pilotare l’elezione presidenziale, perché ha fatto in modo che il processo elettorale fosse così poco trasparente?

IL POTERE ANCORA IN MANO AI GENERALI

Al di là della possibilità di influenzare il voto, il Supremo Consiglio delle Forze Armate ha anche altri modi per controllare il processo politico post-elettorale nel paese.

La giunta militare ha infatti abilmente manipolato a proprio vantaggio la frattura esistente fra i partiti laici e il partito “Libertà e Giustizia” (FJP) dei Fratelli Musulmani, contribuendo a far fallire i tentativi del parlamento di nominare una nuova Assemblea costituente.

I primi accusano l’FJP di voler monopolizzare la futura Assemblea per imporre la propria visione religiosa alla nuova Costituzione. L’FJP, dal canto suo, ha accusato la giunta militare e al-Azhar (la principale istituzione religiosa del paese e un altro degli attori emergenti del nuovo Egitto) di voler usurpare il diritto del parlamento a nominare l’Assemblea deputata a redigere il nuovo testo costituzionale.

L’impasse tra le forze politiche ha permesso ai generali di affermare che, in assenza di un’Assemblea costituente, essi emaneranno una Costituzione provvisoria che andrà ad integrare la Dichiarazione costituzionale attualmente in vigore. Questo nuovo testo avrà lo scopo di definire meglio le funzioni del nuovo presidente.

Secondo le prime voci trapelate, la nuova Costituzione avrà però in primo luogo l’obiettivo di salvaguardare i privilegi dell’esercito, stabilendo che il ruolo dei militari è di “salvaguardare la sicurezza nazionale, mantenere l’unità nazionale, proteggere la Costituzione e la legittimità della rivoluzione”, ma soprattutto garantendo che il Supremo Consiglio delle Forze Armate potrà gestire in piena autonomia i propri affari, il proprio bilancio e le politiche in materia di armamenti.

Secondo Mohamed ElBaradei, ex presidente dell’AIEA ed uno dei volti più noti della rivoluzione (prima di rinunciare inaspettatamente a candidarsi egli stesso alla presidenza), queste ed altre norme del nuovo testo costituzionale permetteranno alla giunta militare “di bypassare il parlamento e di definire i poteri del presidente pochi giorni prima della sua elezione”.

O addirittura alcuni giorni dopo – si potrebbe aggiungere – visto che alcune indiscrezioni sembrano indicare che i generali non intenderebbero rendere nota la nuova Costituzione provvisoria prima del completamento dell’elezione presidenziale.

Del resto, il potere dei militari è ancora profondamente radicato nel paese, e rischia di esserlo anche negli anni a venire. L’Egitto è quella che Zeinab Abul-Magd (docente all’Università Americana del Cairo) ha definito una “Repubblica di generali in pensione”.

Dopo essersi ritirati dalla carriera militare (alcuni anche a 40-50 anni, per evitare che i vertici dell’esercito siano “minacciati” da un turn over troppo “incalzante”), gli alti ufficiali egiziani diventano governatori di province, dirigenti pubblici, e manager di società di proprietà delle forze armate (che controllano gran parte dell’economia egiziana).

Da quando la giunta militare ha assunto il potere, inoltre, si è assistito a un considerevole incremento delle nomine di ufficiali militari per incarichi civili. Allo scopo di mantenere la facciata “civile” dello Stato, solo pochi ufficiali dell’esercito diventano ministri, ma i ministeri sono pieni di dirigenti provenienti dalle forze armate.

Allo stesso modo, generali in pensione sono ai vertici della produzione energetica del paese (gas e petrolio), e gestiscono il Canale di Suez e i principali porti del Mar Rosso.

LA BATTAGLIA POST-ELETTORALE

L’aspetto paradossale della campagna presidenziale egiziana è che gran parte dei candidati si è ben guardata dall’affrontare quello che dovrebbe essere un aspetto cruciale della democratizzazione dell’Egitto: la demilitarizzazione dello Stato e dell’economia del paese.

Anche evitando di pilotare troppo apertamente il processo elettorale, attraverso la nuova Costituzione provvisoria la giunta militare avrà la possibilità di gestire gli equilibri di potere fra il presidente e il parlamento, e fra entrambe queste istituzioni e le forze armate. Pur non avendo interesse a governare direttamente, e pur non essendo guidati da alcuna particolare ideologia al di là della salvaguardia dei propri interessi (a differenza di quanto è avvenuto nel caso turco, dove l’esercito era guidato dall’ideologia kemalista), i generali avranno in questo modo la possibilità di continuare a gestire – non senza scossoni – il processo politico.

Un altro aspetto paradossale della transizione egiziana è che molte forze politiche non hanno mostrato una particolare opposizione all’annuncio della nuova Costituzione provvisoria perché ciascuna pensa di trarne beneficio contro i propri avversari.

Molti laici, in particolare, ritengono che il potere conferito ai militari dal nuovo testo costituzionale sia un male necessario per impedire ai Fratelli Musulmani, che controllano buona parte del parlamento, di infiltrarsi anche nell’esercito e di divenire uno “Stato nello Stato” (cosa che è, nei fatti, attualmente l’esercito).

In generale va poi messo in evidenza che, a meno che non venga eletto il candidato dei Fratelli Musulmani Mohamed Mursi (uno scenario che alcuni considerano improbabile, sia per il declino di popolarità del movimento, sia perché è certamente lo scenario che la giunta militare gradirebbe di meno), qualsiasi nuovo presidente si troverà a dover fare i conti con un parlamento in gran parte ostile.

Sia Moussa che Shafiq avrebbero contro il parlamento a maggioranza islamica, e dovrebbero pertanto contare sul sostegno della giunta militare. Aboul Fotouh, dal canto suo, dovrebbe fare i conti con l’ostilità dei Fratelli Musulmani da un lato e con quella dei generali dall’altro.

Si prefigurano dunque tre poli istituzionali – la giunta militare (che può contare anche sull’appoggio della Corte Costituzionale), il parlamento e la presidenza – virtualmente in conflitto fra di loro.

Il panorama politico post-elettorale sarà poi dominato dalla battaglia per la definizione della Costituzione permanente, che promette nuovi scontri potenzialmente destabilizzanti per il paese.

In conclusione, si può dire che i vertici militari sono riusciti fino a questo momento a salvaguardare i propri privilegi, tuttavia attraverso una strategia non priva di improvvisazione, ed al prezzo di mantenere l’Egitto in una situazione gravemente instabile.

In particolare, qualsiasi tentativo da parte della giunta di manipolare troppo apertamente l’elezione presidenziale o il successivo processo di stesura della Costituzione permanente rischia di far riesplodere le proteste di piazza.

Inoltre, i generali continueranno ad esercitare una buona dose di controllo sul processo politico egiziano al prezzo di una elevata conflittualità fra le varie istituzioni dello Stato, che potrebbe non escludere derive pericolose per il paese.

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