Asia centrale: l’altra vittima della guerra NATO in Afghanistan

29/05/2012

Original Version: Afghanistan: Don’t Overlook the Other Regional Casualty

Nel suo sforzo quasi a senso unico di promozione del buon governo in Afghanistan, l’Occidente ha lasciato nei paesi confinanti una scia di repressione, corruzione e promesse non mantenute nei confronti della nascente società civile dell’Asia centrale – scrive l’accademico Alex Cooley

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I leader della NATO hanno perso un’occasione durante il loro recente vertice di Chicago. Oltre a cercare di raccogliere un sostegno internazionale per la riduzione della presenza militare occidentale in Afghanistan e per la strategia di stabilizzazione del paese, avrebbero anche dovuto considerare il ‘tributo’ pagato dai vicini Stati dell’Asia centrale alla campagna in Afghanistan. Il ruolo di assistenza alla sicurezza occidentale ha reso gli Stati dell’Asia centrale più autoritari e più corrotti, e questa tendenza è probabilmente destinata soltanto a peggiorare man mano che il processo di riduzione delle forze ISAF e degli Stati Uniti accelererà.

Fin dall’inizio gli Stati Uniti hanno trattato l’Asia centrale in maniera strumentale, come una regione che avrebbe dovuto sostenere lo sforzo della coalizione in Afghanistan. Gli USA hanno stabilito basi di rifornimento a Karshi-Khanabad (K2) in Uzbekistan e all’aeroporto di Manas, vicino alla capitale del Kirghizistan, Bishkek, e si sono assicurati accordi per i diritti di sorvolo e di rifornimento con tutti gli Stati dell’Asia centrale. I funzionari della difesa USA hanno inoltre lanciato una serie di programmi di cooperazione per fornire ai servizi di sicurezza centroasiatici formazione e risorse per la lotta al terrorismo e la gestione delle frontiere.

Le crescenti tensioni riguardo alle motivazioni regionali dell’Occidente – provocate dalle rivoluzioni colorate che hanno sostituito i regimi filo-russi in Georgia, Ucraina e Kirghizistan – raggiunsero un punto critico nell’estate del 2005 dopo che il governo uzbeko ebbe ucciso centinaia di manifestanti anti-governativi nella città orientale di Andijon. Quando i funzionari statunitensi si unirono agli appelli internazionali perché fosse avviata un’inchiesta, l’Uzbekistan impose restrizioni alle operazioni militari USA e subito dopo, nel mese di luglio, le forze statunitensi vennero formalmente sfrattate dalla base K2.

L’allontanamento dalla base K2 indusse i funzionari occidentali ad accettare la tesi insistentemente avanzata dai governi dell’Asia centrale secondo cui l’impegno sulle questioni di sicurezza era antitetico alla promozione delle libertà politiche. Così, quando il regime del presidente Bakiyev, in Kirghizistan nel 2007, intensificò i suoi attacchi contro i giornalisti e gli oppositori politici, i funzionari statunitensi attenuarono le loro critiche temendo di essere cacciati dalla loro restante e vitale base di Manas. Le organizzazioni internazionali dei diritti umani ora lamentano che i diplomatici statunitensi neanche tenteranno di sollevare questioni legate ai diritti con alcuni governi dell’Asia centrale, per paura di compromettere tali precari accordi di sicurezza, mentre i funzionari dell’Unione Europea, dopo aver sospeso nel 2009 un regime di sanzioni imposto dopo Andijon contro l’Uzbekistan, ora sembrano paghi di affrontare le questioni dei diritti umani all’interno di speciali sessioni di dialogo UE-Asia centrale, piuttosto che sollevarle ai livelli più alti.

Sul fronte economico, ingenti somme di denaro sono state riversate nella regione nel tentativo di garantire  i diritti di transito e di accesso alle basi dell’Asia centrale, ma di solito questi pagamenti hanno riempito le tasche delle élite regionali e di ristretti interessi privati. Ad esempio, tra il 2003 e il 2011 la Defense Logistics Agency del Pentagono ha assegnato quasi 2 miliardi di dollari a contratti monopolistici per la fornitura di combustibile, per le sue operazioni a Manas, a due compagnie petrolifere registrate come società offshore senza profili aziendali pubblici. Un’indagine del Congresso USA  su possibili casi di corruzione in questi contratti ha concluso che il Pentagono e il Dipartimento di Stato “hanno chiuso un occhio di fronte a evidenti segnali di allarme”.

La questione di una possibile corruzione ‘sistemica’ nei contratti per la logistica occidentale divenne ancora più pressante dopo che gli Stati Uniti nel 2008 ebbero istituito il Northern Distribution Network (NDN), una serie di percorsi aerei, ferroviari, e stradali che attraversano il continente eurasiatico prima di entrare in Afghanistan attraverso valichi di confine centroasiatici. Progettato per offrire alternative alle assediate rotte di approvvigionamento pakistane, che in seguito divennero impraticabili con il deterioramento delle relazioni USA-Pakistan, l’NDN si fondava sull’assegnazione di “incentivi economici” ai governi dell’Asia centrale affinché sostenessero lo sforzo bellico in Afghanistan e l’invio di truppe statunitensi di rinforzo.

In effetti, l’NDN ha incoraggiato attività di ‘ricerca di rendita’ (rent-seeking) a livello locale piuttosto che generare nuova imprenditorialità o incrementare il commercio regionale. I funzionari dell’Asia centrale hanno raccolto una manna inaspettata sotto forma del pagamento di diritti, tramite subappaltatori locali e richieste di pagamenti informali alla frontiera, mentre la quantità di beni commerciali acquistati a livello locale è rimasta ben al di sotto dei livelli auspicati dai funzionari della logistica USA.

Con la pianificazione del ritiro della NATO attualmente in corso, questi problemi probabilmente cresceranno ulteriormente. Mentre gli eserciti occidentali si preparano a ritirare le attrezzature pesanti, ci si aspetta che le agenzie e i funzionari di frontiera dell’Asia centrale estorceranno pagamenti ancora maggiori nel momento in cui il transito avverrà in senso inverso attraverso la rete NDN.

Anche a livello politico, i governi dell’Asia centrale stanno chiedendo partnership e visite ufficiali di più alto profilo, e una totale cessazione delle critiche occidentali. Come apparente presupposto per assicurarsi l’acquiescenza del governo dell’Uzbekistan rispetto all’NDN, l’amministrazione Obama nel gennaio di quest’anno ha revocato il divieto di fornire assistenza militare e finanziamenti al governo uzbeko, aprendo la strada al trasferimento di materiale militare che con uguale probabilità verrà utilizzato sia per prendere di mira gli oppositori interni che per lo scopo pubblicamente dichiarato di custodire queste linee di rifornimento.

I resoconti della campagna in Afghanistan già evidenziano una serie di passi falsi strategici e di occasioni mancate da parte dell’Occidente. Ma una riflessione più ampia sugli ultimi undici anni dovrebbe includere la svolta perversa per cui, nel suo sforzo quasi a senso unico di promozione del nation-building, della tolleranza politica e del buon governo in Afghanistan, nei paesi confinanti l’Occidente ha lasciato una scia di repressione, corruzione e promesse non mantenute nei confronti della nascente società civile dell’Asia centrale.

Alex Cooley insegna Scienze Politiche alla Columbia University; è membro della direzione del Central Eurasia Project della Open Society Foundation; è autore di “Great Games, Local Rules: The New Great Power Contest in Central Asia” (di prossima pubblicazione)

(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

One Response to “Asia centrale: l’altra vittima della guerra NATO in Afghanistan”

  1. anton giulio lotti scrive:

    L’afganistan non è altro che la copia della vicenda vietnamita. In Afganistan l’America e l’occidente hanno perso immagine,perso la guerra, e perso anche le alleanze.
    Non poteva che finire così. L’arroganza occidentale non poteva che creare ostilità.
    Un disastro ampliamente annunciato.

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