I venti della tempesta siriana soffiano sul fragile Libano

Che il Libano, con la sua delicata e complessa composizione etnica e confessionale, e le sue contrapposizioni politiche, settarie e ideologiche, fosse particolarmente esposto alle tensioni regionali era un fatto noto.

Se ce ne fosse bisogno, a confermarlo ulteriormente all’inizio di maggio è stata la visita a Beirut, durante la stessa settimana, dei rappresentanti di due “pesi massimi” – ed acerrimi rivali – del panorama politico regionale: il vicesegretario di Stato americano Jeffrey Feltman ed il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Rahimi.

Il primo è giunto a fare pressioni affinché il Libano non costituisca per Teheran una scappatoia alle sanzioni USA; il secondo a controbilanciare tali pressioni ed a riaffermare l’influenza iraniana in Libano come in altre regioni del mondo arabo.

Naturalmente, entrambi avevano anche l’obiettivo di tirare il più possibile dalla propria parte il paese dei cedri in merito alla crisi nella vicina Siria. Ma, mentre per il momento sia gli Stati Uniti che l’Iran hanno interesse a mantenere un minimo di calma in Libano avendo entrambi altre questioni a cui dare la precedenza (in primo luogo la crisi nucleare), sono proprio i venti di guerra civile che spirano dalla Siria a rischiare di compromettere seriamente la fragile stabilità del piccolo paese confinante.

Il nord del Libano (da Tripoli alla Bekaa), storicamente legato alla Siria, risente da vicino degli aspri combattimenti che stanno insanguinando le regioni a nord-est. L’afflusso di profughi è quotidiano, e frequenti sono le schermaglie e gli incidenti nei villaggi al confine. Queste tensioni minacciano di estendersi a Beirut e al resto del paese.

Intorno alla metà di maggio, feroci scontri armati sono scoppiati tra il quartiere prevalentemente sunnita di Bab al-Tabbaneh e quello prevalentemente alawita (la stessa minoranza a cui appartiene il presidente siriano Assad) di Jabal Mohsen, a Tripoli, la seconda città del Libano. I combattimenti a suon di mitra e RPG si sono protratti per qualche giorno provocando una decina di vittime.

Pochi giorni dopo, Sheikh Ahmad Abdul-Wahed, importante religioso sunnita di tendenze salafite affiliato al partito dell’ex primo ministro Saad Hariri, è rimasto ucciso dopo essere stato fermato a un posto di blocco dell’esercito nella regione di Akkar, sempre nel nord del Libano. Abdul-Wahed si stava recando a un sit-in di protesta contro il regime siriano.

Questo nuovo incidente ha suscitato rabbiose proteste nella regione e nella capitale Beirut, dove sono sfociate in nuovi scontri armati nel quartiere a maggioranza sunnita di Tarik al-Jadideh, provocando almeno due morti e diversi feriti.

Questa volta, i combattimenti sono avvenuti tra fazioni sunnite contrapposte: miliziani affiliati a Hariri da un lato, e combattenti del Partito del Movimento Arabo – una formazione filo-siriana guidata da Shaker al-Barjawi – dall’altro.

Infine, la scorsa settimana 11 pellegrini sciiti libanesi sono stati rapiti da ribelli sunniti nella città siriana di Aleppo, mentre erano di ritorno dall’Iran, suscitando questa volta la rabbia degli sciiti in Libano.

Un pronto appello alla calma da parte del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah è stato in gran parte ascoltato – a differenza di analoghi appelli fatti nei giorni scorsi da Hariri ed altri leader sunniti, dimostrando il maggior grado di controllo che il partito sciita ha sulla propria base rispetto al sunnita Movimento del Futuro (al-Mustaqbal) – ed i manifestanti hanno svuotato le strade senza ulteriori incidenti.

Ma la situazione rimane tesa perché, dopo iniziali segnali che avevano fatto sperare in una rapida liberazione degli ostaggi, la crisi si sta inaspettatamente prolungando. Non è chiaro quale fazione sunnita in Siria abbia sequestrato i pellegrini (l’Esercito Siriano Libero, inizialmente indicato come responsabile, ha negato un proprio coinvolgimento), ma è evidente che l’episodio rischia di far esplodere le tensioni fra sunniti e sciiti in Libano – già essenzialmente schierati su fronti contrapposti in merito alla crisi siriana.

TRIPOLI, CITTA’ DIMENTICATA

Come detto, il primo incidente che ha fatto salire la tensione in Libano è stato quello che ha portato a una vera e propria guerra fra quartieri a Tripoli.

La città non è nuova a questo tipo di scontri, che si sono verificati già a febbraio e negli anni passati. Essi rientrano nel più ampio quadro dei “cronici problemi” del Libano.

Le tensioni che ruotano attorno al conflitto arabo-israeliano ed alla legittimità della “resistenza” incarnata da Hezbollah, le contrapposizioni settarie, etniche e ideologiche, e le ingerenze occidentali, iraniane, siriane e saudite che di volta in volta fomentano le tensioni fra le rispettive fazioni libanesi, rendono il Libano un paese ingovernabile e soggetto ad una paralisi politica quasi permanente.

Ciò a sua volta fa sì che intere regioni del paese rimangano in una situazione di cronico sottosviluppo e di povertà diffusa. Tali regioni spesso vengono manipolate dalle forze politiche libanesi ed utilizzate come valvola di sfogo delle tensioni politiche. A complicare ulteriormente la situazione vi è il doloroso ricordo della guerra civile che ha insanguinato per quindici anni il Libano a partire dal 1975, e che ha creato profonde fratture che tuttora sussistono fra la popolazione.

Tripoli, pur essendo la seconda città del paese, rappresenta una di queste regioni impoverite e dimenticate dallo Stato, al pari del sud del Libano o della periferia meridionale di Beirut, dove regna incontrastato Hezbollah.

Ma mentre Hezbollah ha anche costruito infrastrutture, scuole e ospedali nelle regioni che controlla, in gran parte grazie agli ingenti finanziamenti iraniani (che fra l’altro hanno permesso un’abbondante ricostruzione dopo la distruzione provocata dalla guerra israeliana del 2006), i politici sunniti che controllano Tripoli e che fanno capo essenzialmente al Movimento del Futuro di Saad Hariri, non appaiono altrettanto organizzati, ed il sostegno che essi (ed i loro patroni del Golfo, prima fra tutti l’Arabia Saudita) offrono alle fazioni della città si limita essenzialmente alla fornitura di armi per “proteggersi”.

In un paese in cui il 10% della popolazione possiede il 70% della ricchezza, Tripoli è una delle città in cui vi è la maggior concentrazione di poveri, secondo un rapporto dell’UNDP risalente al 2009. Nei quartieri di Jabal Mohsen e Bab al-Tabbaneh, dove sono scoppiati i recenti scontri, l’82% delle famiglie vive con meno di 800.000 lire libanesi (533 dollari) al mese.

Ma, come accennato, i politici di Beirut non mancano di armare i miliziani locali affinché possano “difendersi” dalle sette rivali, in una sorta di “economia della violenza” in cui attori esterni usano i conflitti locali come strumento per esercitare pressioni politiche e perseguire i propri scopi, ed i combattenti locali usano questi conflitti per assicurarsi supporto dall’esterno.

La situazione di Tripoli, però, non è sempre stata questa. In passato la città fu un fiorente porto. Essa fu l’ultima ad aderire al “Grande Libano”, mentre molti dei suoi abitanti avrebbero preferito appartenere alla Siria. Privato del retroterra siriano, il porto di Tripoli cominciò ad entrare in crisi.

Con lo scoppio della guerra civile nel 1975, la città rimase isolata anche dal suo entroterra più immediato, mentre i quartieri di Bab al-Tabbaneh e Jabal Mohsen furono divisi dal conflitto.

Nel frattempo la città rimase legata alla presenza militare siriana in Libano, che si è protratta oltre la fine della guerra, fino al 2005. Negli anni ’80 Tripoli visse molto da vicino il sanguinoso scontro che in Siria contrappose i Fratelli Musulmani al regime, e che si concluse con il massacro di Hama del 1982. La solidarietà con Hama costò a Tripoli anni di attentati, arresti e sequestri di persona, e di protratta e opprimente presenza militare siriana.

Per questo motivo, molti abitanti della città oggi hanno rinnovato la loro solidarietà nei confronti delle regioni siriane che stanno soffrendo la brutale repressione del regime, e nei confronti dei profughi che scappano dalla Siria.

FRONTI CONTRAPPOSTI: IL CONFLITTO SIRIANO SI RIVERBERA IN LIBANO

Diversi ospedali di Tripoli sono pieni di ribelli siriani feriti nei combattimenti in Siria. Molti di essi sono miliziani dell’Esercito Siriano Libero. E ciò avviene mentre non vi sono ufficialmente in Libano campi profughi che accolgano coloro che fuggono dal conflitto siriano, in ottemperanza alla cosiddetta politica di “dissociazione” del governo di Beirut, che avrebbe dovuto mantenere il paese neutrale rispetto agli eventi siriani.

Nel frattempo vi sono però anche segnali che i paesi del Golfo (Arabia Saudita e Qatar, in particolare) vogliano trasformare Tripoli, e in generale il nord del Libano, in un corridoio per rifornire di armi l’opposizione siriana.

A Tripoli, se il regime di Damasco ha tradizionalmente aiutato con denaro ed armi il Partito Arabo Democratico di Rifaat Eid che domina il quartiere alawita di Jabal Mohsen, i paesi del Golfo a loro volta riforniscono i gruppi salafiti sunniti.

Ora però il flusso di armi sta aumentando, come dimostrano i recenti sequestri di materiale bellico diretto in Siria, culminati con la cattura, alla fine di aprile, di una nave carica di armamenti e munizioni pesanti di provenienza libica al largo di Tripoli. In generale, l’incremento del traffico fra Siria e Libano è stato confermato anche da fonti ONU.

Vi sono anche notizie che indicano che circa 200 uomini appartenenti a gruppi salafiti libanesi avrebbero preso parte ai combattimenti in Siria. L’esercito libanese sta compiendo ogni sforzo per bloccare questo flusso di uomini e armi.

L’obiettivo di questi sforzi dovrebbe essere quello di salvaguardare la politica di “dissociazione” del governo, per proteggere il Libano dal conflitto siriano. Ma il dato essenziale è che questa politica sembra aver già fallito, non solo per la situazione che si è venuta a creare nel nord del paese, ma anche perché le stesse forze di sicurezza libanesi appaiono divise.

E’ ormai noto che accuse incrociate vengono rivolte all’indirizzo dell’esercito e delle Forze della Sicurezza Interna (ISF). Il primo sarebbe colpevole, a giudizio di alcuni, di “implementare” la politica del regime siriano in Libano. Le ISF sono invece accusate da altri di coprire i ribelli siriani nel nord del Libano, e addirittura di contribuire al traffico di armi verso la Siria.

Le ISF sono a maggioranza sunnita, e ritenute vicine a Hariri. L’esercito, dal canto suo, applica le politiche di sicurezza del governo dominato dalla coalizione dell’8 marzo (guidata da Hezbollah). Sebbene le forze armate siano ampiamente considerate una forza neutrale in Libano, i recenti episodi stanno mettendo a dura prova il suo status di attore “super partes” agli occhi dei sunniti.

Gli scontri a Tripoli sono stati scatenati dall’arresto da parte della Sicurezza Generale (un servizio di intelligence) di Shadi Mawlawi, un salafita accusato di essere implicato nel sostegno a gruppi violenti in Siria. I suoi compagni hanno negato le accuse, affermando che egli si limitava ad assistere i profughi siriani in Libano.

Le tensioni tra i salafiti e lo Stato libanese sono ulteriormente esacerbate dal fatto che circa 180 di loro sono agli arresti da oltre quattro anni senza essere stati processati e senza aver ricevuto accuse precise, a seguito del violento scontro armato che ebbe luogo nel 2007 tra l’esercito e il gruppo estremista Fatah al-Islam, e che portò alla totale distruzione del campo palestinese di Nahr al-Bared a Tripoli, dove il gruppo era asserragliato.

In coincidenza con l’arresto di Mawlawi, è stato fermato dalle autorità libanesi anche un cittadino qatariota, ritenuto implicato nello stesso caso. Ma questo secondo fermo ha provocato l’immediata reazione di Qatar, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti che hanno invitato i propri cittadini a non recarsi in Libano, in quella che è stata vista da molti come una “rappresaglia” economica nei confronti del governo libanese, la quale ha spinto lo “stupefatto” primo ministro Mikati ad affrettarsi ad implorare i tre paesi di riconsiderare la loro decisione.

Anche questo episodio appare indicativo del clima che si respira in Libano e delle tensioni regionali che gli ruotano attorno.

Ma l’incidente che ha messo direttamente in difficoltà l’esercito libanese è stato quello che ha portato all’uccisione dello sheikh sunnita Ahmad Abdul-Wahed per mano di alcuni soldati, dopo che egli era stato fermato ad un posto di blocco.

L’incidente ha costretto l’esercito a ritirarsi dalla regione di Akkar, per evitare di esacerbare le tensioni, mentre parlamentari vicini a Hariri chiedevano a gran voce che il suo posto venisse preso dalle ISF, ed altri sunniti invocavano addirittura la creazione di un “Esercito Libanese Libero” sulla falsariga dell’Esercito Siriano Libero.

A simili appelli faceva eco l’invettiva altrettanto incendiaria di Rifaat Eid, leader alawita del Partito Arabo Democratico di Jabal Mohsen, a Tripoli, che chiedeva il ritorno dell’esercito siriano per ristabilire l’ordine nel paese dei cedri.

LA COMUNITA’ SUNNITA LIBANESE IN EBOLLIZIONE, E LA CRISI DEL MOVIMENTO DI HARIRI

Se tali dichiarazioni appaiono per certi versi eccessive ed isolate (così come gli accenni alla creazione di un “emirato sunnita” nel nord del Libano), e sono state controbilanciate da appelli alla calma proferiti da più parti, il dato realmente preoccupante è che questi ultimi sono caduti in gran parte inascoltati – primo fra tutti quello pronunciato dal leader del Movimento del Futuro e della coalizione del 14 marzo, Saad Hariri, quando sono scoppiati gli scontri di Tripoli.

La piazza sunnita è in ebollizione: sul fronte interno, per il fatto di essere esclusa dall’attuale governo; a livello regionale, a causa del prolungarsi della crisi siriana e della mancata caduta del regime di Assad.

I sunniti libanesi rifiutano la politica di “dissociazione” del governo e guardano all’esercito con crescente sospetto. Diversi parlamentari sunniti hanno chiesto le dimissioni del primo ministro Mikati dopo gli ultimi incidenti, ma soprattutto quelle del generale cristiano Jean Kahwaji, comandante delle forze armate, dopo l’episodio che ha portato all’uccisione dello sheikh Ahmad Abdul-Wahed.

Essi hanno accusato il governo di applicare una politica securitaria in accordo con le “direttive” del regime di Damasco, visto che gli episodi sopra descritti sono coincisi con l’invio (il 17 maggio) di una lettera al Consiglio di sicurezza da parte del rappresentante siriano all’ONU, Bashar Jaafari, in cui si denunciavano numerosi episodi di contrabbando di armi dal Libano verso la Siria e si segnalava la presenza di combattenti “terroristi” in Libano. La lettera additava il Movimento del Futuro di Saad Hariri, al-Qaeda e i Fratelli Musulmani siriani come soggetti implicati.

Ma lo scontento sunnita riguarda anche la stessa leadership della comunità. Le classi sunnite medie e povere, in particolare nelle aree rurali e nei sobborghi di Beirut, sembrano intenzionate a far sentire la propria voce al loro leader Hariri, o addirittura a sostituirlo.

Sia negli scontri fra i quartieri di Jabal Mohsen e Bab al-Tabbaneh a Tripoli che in quelli nella roccaforte sunnita di Tarik al-Jadideh a Beirut, Hariri e il suo Movimento del Futuro non sembrano essere stati in grado di controllare i miliziani locali.

In particolare, gli scontri di Beirut sono apparsi controproducenti per il Movimento del Futuro, che ha immediatamente dilapidato il “vantaggio morale” acquisito dopo l’uccisione dello sheikh Ahmad Abdul-Wahed.

Dopo aver impostato la propria retorica sul “rifiuto delle armi”, il Movimento del Futuro – a seguito del massiccio ricorso alla violenza da parte di miliziani ad esso affiliati per sradicare dalla propria roccaforte di Tarik al-Jadideh un partito minoritario come quello guidato dal filo-siriano Shaker al-Barjawi – si è visto schiacciato su una posizione non dissimile da quella dell’odiato Hezbollah quando il 7 maggio del 2008 aveva imposto con la forza la propria volontà prendendo il controllo di Beirut.

Ma il dilemma più grosso per Hariri è come fare a contenere la crescente influenza dei salafiti evitando allo stesso tempo di spingere la propria base elettorale su posizioni radicali, e mantenendo l’immagine moderata del proprio movimento agli occhi dei suoi alleati cristiani.

Negli anni passati, Hariri aveva mantenuto i gruppi salafiti sotto la propria ala, creando una vasta rete di assistenza clientelare, al fine di utilizzarli come contrappeso a Hezbollah da un lato, e di assicurare la propria incontrastata leadership “sunnita” dall’altro.

Ma a causa della sua lunga assenza dal paese (Hariri vive da oltre un anno in una sorta di esilio volontario in Francia), e del deterioramento della situazione sociale, economica e politica in numerose aree del Libano (come la summenzionata città di Tripoli), egli non sembra più in grado di controllare la situazione.

GEAGEA E I CRISTIANI LIBANESI

Una vittima “secondaria” degli scontri di Tripoli che hanno sancito l’ascesa salafita nel nord del paese è il cristiano Samir Geagea, leader delle Forze Libanesi, il quale aveva fatto dell’alleanza con i sunniti il perno della propria strategia politica in vista delle elezioni del prossimo anno.

Com’è noto, i cristiani in Libano sono divisi tra la coalizione del 14 marzo capeggiata da Hariri e quella dell’8 marzo guidata da Hezbollah (e di cui fa parte il leader cristiano Michel Aoun, che aspira a succedere a Suleiman alla presidenza del paese).

L’obiettivo di Geagea è di sfidare il primato di Aoun fra i cristiani in termini di rappresentanza parlamentare. Tuttavia, l’ascesa del fondamentalismo salafita all’interno della comunità sunnita spaventa i cristiani, e potrebbe essere determinante nello spostare gli equilibri elettorali a favore della coalizione dell’8 marzo.

Lo spaesamento di cui soffrono i cristiani nel clima di polarizzazione settaria e confessionale che si sta affermando in Medio Oriente da alcuni anni a questa parte – e che si è ulteriormente rafforzato all’indomani dello scoppio delle rivolte arabe, ed in particolare di quella siriana – è stato palesato lo scorso anno dalle dichiarazioni del nuovo patriarca maronita Bechara Rai.

Rai ha parlato delle crescenti minacce estremistiche che mettono a rischio la sopravvivenza delle minoranze cristiane nel Levante arabo, in particolare se “regimi laici” come quello di Bashar al-Assad dovessero cadere.

Simili dichiarazioni hanno fatto scalpore perché la Chiesa maronita è stata tradizionalmente alleata dei sunniti in Libano, opponendosi al regime di Damasco e chiedendo il disarmo di Hezbollah.

La posizione di Rai riassume il disagio e la paura che vivono i cristiani in Libano, e più in generale in Medio Oriente, in attesa della delicata visita che il papa compirà nel paese dei cedri a settembre.

IL LIBANO IN BILICO

Anche negli anni passati si erano verificati incidenti analoghi ai recenti scontri di Tripoli e Beirut. Tuttavia essi si sono rivelati nella maggior parte dei casi episodi occasionali, e non sono sfociati in una guerra civile.

La regola era che, fino a quando le potenze regionali non soffiavano sulle contrapposizioni politiche e settarie del Libano, fino a quando sussisteva il patto di non belligeranza delle “due S” (siriani e sauditi) nel paese, e fino a quando quest’ultimo non veniva scelto come teatro di scontri “per procura” (come avvenne nella guerra del 2006 tra Israele e l’Iran), malgrado il periodico esplodere di incidenti isolati una fragile pace poteva sussistere nel paese dei cedri.

Oggi, però, il patto di non belligeranza fra Damasco e Riyadh non esiste più; le tensioni regionali sono altissime a causa della questione nucleare iraniana, delle rivolte arabe, e della lotta per l’egemonia tra Iran e Arabia saudita, che si è tradotta in una contrapposizione settaria senza precedenti nella regione; e la Siria, al centro di queste tensioni, continua a sprofondare verso la guerra civile.

Se nulla invertirà questa tendenza, sarà probabilmente inevitabile che il piccolo Libano venga prima o poi risucchiato in questo terribile vortice.

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