31/05/2012
Original Version: الأكراد والربيع العربي
A seguito della Primavera Araba, i curdi hanno cominciato a recuperare la loro coscienza nazionale e la sensazione di avere la capacità di indurre un cambiamento; essi sentono di trovarsi di fronte a un’occasione storica per l’ottenimento dei loro diritti, che potrebbe non ripetersi – scrive l’analista siriano Khurshid Dalli
***
Le rivoluzioni della Primavera Araba hanno riportato ai curdi sparsi per il Medio Oriente la speranza di una nuova epoca che porti con sé la realizzazione delle loro rivendicazioni e dei loro diritti nazionali dopo anni di negazione e discriminazione. Queste rivoluzioni, esplose dalla volontà di sbarazzarsi dei regimi dittatoriali, hanno spianato la strada per una presa di coscienza sulla questione della libertà intesa come questione necessaria alla costruzione di uno stato moderno fondato sui criteri della democrazia e sul riconoscimento dell’altro, dei suoi diritti e della sua dignità.
Come conseguenza di un tale clima, la questione della coscienza nazionale curda è entrata in una nuova fase, trasformandosi in perseguimento dei diritti e del riconoscimento della propria identità, a partire dai dati della realtà storica, sociale e culturale, sotto forma di recupero della coscienza nazionale curda dopo che, durante gli anni passati, i regimi autoritari avevano nascosto tutto ciò attraverso slogan ideologici inneggianti all’unità contro ogni divisione.
A questo punto, le domande che si pongono da sole sono molte, ad esempio: come vedevano e vedono i curdi la Primavera Araba? Che approccio hanno avuto con i movimenti rivoluzionari? Esistono forse, delle visioni comuni tra i curdi riguardo la Primavera Araba? C’è confusione tra la questione della libertà e dei diritti, e quella del loro destino nazionale?
Senza dubbio, questi ed altri interrogativi si impongono con forza negli ambienti curdi dall’inizio dell’ondata di sollevazioni, rivoluzioni e proteste che ha travolto la Tunisia, l’Egitto, la Libia, lo Yemen e la Siria, con la possibilità di estendersi anche ai grandi paesi della regione come Iran e Turchia.
In realtà, esiste la convinzione comune tra i curdi che quanto sta succedendo nella regione cambierà la situazione geopolitica ed economica attraverso la creazione di un nuovo ordine dove interessi e ideologie si intersecano; in una tale prospettiva i curdi vedono l’occasione storica e decisiva per ottenere il riconoscimento dei propri diritti nazionali e, forse, per fondare uno stato indipendente, dopo che tutto ciò fu loro negato dagli accordi e dagli interessi internazionali dopo la prima guerra mondiale, diversamente dalla maggior parte degli stati arabi, nati in seguito agli accordi di Sykes-Picot; è per questo dunque che possiamo capire come i curdi abbiano innalzato il livello delle loro richieste come conseguenza della diffusione della Primavera Araba.
I curdi iracheni hanno posto in primo piano il loro diritto all’autodeterminazione e alla creazione di uno stato indipendente mentre i curdi siriani hanno fissato un programma politico che, per la prima volta, fa riferimento a un sistema federale, mostrando però sia le divisioni esistenti per quanto riguarda le alleanze, sia il livello delle varie rivendicazioni. I curdi turchi sono tornati a proporre un’ampia autonomia di governo che strizza l’occhio a un sistema confederale, mentre la situazione dei curdi iraniani rimane poco chiara per diversi motivi come la mancanza di informazioni disponibili sul movimento curdo, risultato del controllo da parte dello stato sui mezzi d’informazione, o altri legati alla debolezza del movimento curdo iraniano rispetto a quelli di Iraq, Turchia e Siria, pur ricordando che i curdi iraniani sono stati i primi ad annunciare la creazione di uno stato indipendente nell’epoca moderna; mi riferisco alla repubblica di Mahabad che fu istituita grazie al sostegno dell’Unione Sovietica nel 1946 e non resistette neanche un anno prima che l’esercito iraniano riuscisse ad entrare nella sua capitale eliminando il presidente Qazi Muhammad e i più importanti esponenti della dirigenza curda.
Nonostante i segnali che ci mostrano come i curdi nel loro insieme non si trovino d’accordo su un programma politico unico, mentre potrebbero invece dividersi fino ad entrare in conflitto sulle varie posizioni e quindi sulle alleanze, possiamo tuttavia sostenere che la Primavera Araba ha risvegliato il sogno dei curdi di vedere riconosciuti i propri diritti nazionali, giungendo persino alla creazione di uno stato indipendente, recuperando la coscienza nazionale e traducendola in un movimento politico e popolare il più ampio possibile. Anche il declino dei regimi dittatoriali e lo sfaldamento di raggruppamenti regionali a favore delle identità locali fino ad ora oppresse ed escluse da questi regimi, ha messo in luce coma la storia, la geografia e la società ricoprano un grande ruolo nella mobilitazione dei popoli e della loro coscienza sull’importanza della questione della libertà, e nella creazione di uno stato civile e democratico lontano dai principali slogan ideologici che hanno mantenuto il controllo sulla scena araba durante gli ultimi decenni. Tutto questo è giunto a vantaggio della coscienza nazionale curda ed ha spazzato via la polvere della storia, degli accordi e di tutto ciò che ha sempre pesato sul popolo curdo.
In realtà, oltre ad aver risvegliato il sogno curdo, fino a rendere possibile una sua concretizzazione, la Primavera Araba ha messo in mano ai curdi una carta fondamentale da giocare negli attuali conflitti. Infatti, è impossibile nascondere all’osservatore attento la portata della competizione tra Turchia ed Iran sul Kurdistan iracheno, che si colloca in un più ampio contesto di lotta per acquisire maggiore influenza sulla scena irachena e sul Vicino Oriente in generale. I curdi siriani sono rimasti oggetto di competizione tra il regime e l’opposizione, ciascuna parte per i suoi calcoli politici legati al potere; nonostante l’assunto che i curdi possano giovare di questo scontro sulla base della cooperazione con chi meglio riconosce i loro diritti e realizza per loro maggiori conquiste, tale presupposto ha scatenato contemporaneamente la competizione tra i curdi stessi per chi debba giocare un ruolo centrale nella questione nazionale curda a livello regionale.
E se è sicuro che Mas’ud Barzani, presidente del Kurdistan iracheno, aspiri ad un ruolo chiave per Erbil nella soluzione della questione o delle questioni curde nella regione – come è apparso durante la sua ultima visita in Turchia e dall’ospitalità da lui offerta per l’organizzazione di una conferenza dei curdi siriani ad Erbil, prima tappa verso una conferenza nazionale aperta ai curdi di tutto il mondo – d’altra parte il PKK, che può vantare molti elementi di forza e di radicamento sulla scena curda, si muove come fosse il più adatto ad accollarsi il peso delle responsabilità nazionali curde, o al meno dà prova di poter collocarsi allo stesso livello di Erbil.
Nella lotta dei curdi per la conquista dei loro diritti si scorge una certa confusione nel loro discorso politico, tra l’aspirazione alla libertà, all’eliminazione dei regimi dittatoriali e alla creazione di uno stato democratico da un lato, e la rivendicazione dei diritti nazionali che suggerisce invece la secessione e l’indipendenza dall’altro, come se l’intero movimento attuale fosse un movimento nazionalista e niente più. Questo è ciò che ha fatto nascere i timori di più parti a proposito delle rivendicazioni nazionali curde, che si tratti dei regimi o delle varie opposizioni, giacché si ha a che fare con un punto di profonda divergenza tra i curdi e le altre componenti etniche principali della regione come arabi, turchi e persiani. I curdi ritengono che non ci può essere una reale libertà senza il riconoscimento dei loro diritti nazionali sullo stesso piano delle “etnie” appena citate, mentre la maggior parte dei paesi e delle potenze nella regione tutt’al più guardano alla questione o alle questioni curde in un contesto democratico che ne sancisca il riconoscimento a livello costituzionale e attraverso un processo politico e di sviluppo, senza spingersi oltre.
In realtà a prescindere dall’attuale controversia, la Primavera Araba ha risvegliato il sogno curdo nella maniera più eclatante, ed ora questo popolo sembra in qualche modo scommettere politicamente su qualsiasi fattore in grado di cambiare gli equilibri politici e gli assetti regionali: i curdi iracheni si trovano a scommettere di riuscire a convincere Ankara che il suo rapporto con Erbil possa costituire un’alternativa a quello con Baghdad in seguito all’aggravarsi del contrasto tra le due parti; i curdi siriani si trovano a scommettere su qualunque parte, nell’attuale crisi, offrirà loro i maggiori benefici; i curdi turchi dal canto loro si preparano ad una primavera che presto si trasformerà in una bollente estate, come ha detto la parlamentare Sabahat Tuncel; mentre i curdi iraniani pensano che la prossima primavera sarà sicuramente la loro.
La verità è che i curdi, ovunque si trovino, hanno cominciato a trovarsi in una condizione di recupero della coscienza nazionale, e della sensazione di avere la capacità di esercitare influenza e indurre un cambiamento. Essi sentono di trovarsi di fronte ad un’occasione storica per l’ottenimento dei loro diritti, che potrebbe non ripetersi.
Khurshid Dalli è un giornalista e commentatore politico siriano, esperto di questioni turche e curde
(Traduzione di Francesco Saverio Leopardi)














Delicious