Israele: cinque anni di guerra ai migranti africani

09/06/2012

Original Version: Israel’s five-year war on African migrants

Dalla costruzione di una nuova barriera al confine, alla creazione del più grande centro di detenzione al mondo per richiedenti asilo, il governo israeliano ha seguito una serie di differenti strategie per tenere i migranti africani fuori da Israele – scrive la giornalista Dana Weiler Polak

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Essendo il numero di migranti africani che vivono in Israele attualmente circa 60.000, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha recentemente incaricato il ministero della difesa di costruire tendopoli per ospitarli.

Formulato in passato come un piano di emergenza per una popolazione civile israeliana in fuga dai centri abitati in tempo di guerra, il piano originale prevedeva la creazione di tendopoli temporanee nella regione israeliana meridionale di Arava, vicino a Eilat.

La posizione e la capienza delle nuove tendopoli sono tuttora sconosciute. 

Israele ha sperimentato una serie di strategie differenti per frenare il fenomeno di infiltrazione illegale dei migranti africani a partire dal 2007, quando il numero dei migranti che giungevano in Israele dall’Africa registrò un picco (5.000, rispetto ai 1.000 del 2006).

In quell’anno fu aperta la struttura di Saharonim, un centro di detenzione per i migranti africani che entrano in Israele attraverso il confine con l’Egitto. I migranti che giungevano in questa struttura subivano un processo di registrazione e identificazione, e un esame medico.

Se non potevano essere espulsi – secondo il diritto internazionale, le persone in fuga da alcuni paesi africani, tra cui il Sudan e l’Eritrea, non possono essere rispedite ai loro paesi d’origine – alla fine essi venivano rilasciati e veniva dato loro un biglietto di sola andata per Tel Aviv.

Se non potevano essere identificati, gli immigrati finivano spesso per rimanere in stato di detenzione per molti mesi, o addirittura per anni. La struttura, che può ospitare fino a 2.000 persone, è attualmente in fase di espansione, con l’obiettivo di raggiungere una capienza di 5.400 persone.

Il fatto che gli immigrati venivano rilasciati nella parte centrale di Israele ha creato grandi concentrazioni di migranti africani nelle città centrali, soprattutto a Tel Aviv, dove gli africani hanno cominciato a sistemarsi in rifugi e appartamenti di piccole dimensioni.

Nel febbraio del 2008, in seguito alle pressioni del comune di Tel Aviv, l’Autorità per la Popolazione e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno ha inaugurato la “Gadera-Hadera policy”, una politica che ha vietato ai migranti di vivere nella parte centrale del paese.

Nel quadro di questa politica, migranti e lavoratori stranieri che non avevano permessi di lavoro erano autorizzati a vivere solo a nord della città di Hadera o a sud di Gadera. Questa decisione si è attirata notevoli critiche perché ha creato problemi economici e sociali nelle città della periferia di Israele. Infine, nel luglio del 2009, sotto la massiccia pressione dell’opinione pubblica, il ministro degli interni Eli Yishai ha abrogato questa politica.

Nel novembre del 2010, lo Stato ha preso una strada diversa. Senza preavviso, il permesso di lavorare in Israele è stato revocato ai migranti. Una clausola che afferma che “tale licenza temporanea non costituisce un permesso di lavoro” ha cominciato ad essere aggiunta ai documenti di soggiorno dei migranti.

La clausola, tuttavia, non è stata applicata, e nessuna data per la sua entrata in vigore è stata fissata. In risposta a una petizione legale da parte delle organizzazioni umanitarie, lo Stato si è impegnato, prima di decidere di iniziare a far rispettare il divieto di assumere i migranti, a notificarlo all’Alta Corte ed alle suddette organizzazioni.

Nonostante la mancata applicazione nella pratica, la clausola è tuttavia riuscita a spaventare i datori di lavoro spingendoli a non assumere migranti, mentre molti di essi hanno perso il proprio impiego. Ciò ha portato a un significativo deterioramento della loro situazione, e in alcuni casi ha fatto sorgere tra i migranti il desiderio di lasciare Israele.

Nel gennaio del 2010, lo Stato ha aperto un nuovo fronte nella guerra contro l’immigrazione illegale allorché il governo ha deciso di costruire una barriera lungo il confine con l’Egitto. Otto mesi più tardi, il ministero della difesa ha cominciato ad attuare la decisione.

Il governo ripone grandi speranze nella nuova recinzione, che sarà lunga 230 km ed avrà un costo stimato di circa 1,3 miliardi di shekel israeliani (oltre 334 milioni di dollari (N.d.T.) ).

Eppure, anche la nuova recinzione non può costituire una barriera assoluta contro i potenziali migranti. All’inizio di maggio, alcuni contrabbandieri egiziani sono riusciti a creare un buco nella barriera, ma sono stati individuati e infine catturati dall’esercito israeliano.

Con il flusso di migranti illegali in costante crescita, nel dicembre del 2010 Netanyahu ha annunciato un nuovo piano globale per la guerra contro gli infiltrati. Il piano contiene una serie di precedenti decisioni del governo, tra cui accelerare la costruzione della barriera, costruire un nuovo centro di detenzione e aumentare le multe ai datori di lavoro (anche se le multe non sono ancora applicate).

Si prevede che il centro di detenzione sarà costruito all’interno della prigione di Ketziot, vicino al confine con l’Egitto, e potrà contenere circa 11.000 migranti.

La paura di essere arrestati ha però già spinto centinaia di sudanesi del Sud a tornare nel loro paese, che ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel luglio del 2011. Sotto il programma di “partenza volontaria” promosso dal governo, quelli che tornavano a casa hanno ricevuto una sovvenzione di 500 dollari e sono stati imbarcati su voli organizzati dallo Stato in collaborazione con un’organizzazione cristiana.

Nel gennaio del 2012, lo Stato ha compiuto un altro passo dalle notevoli conseguenze modificando la “Legge sulla prevenzione dell’infiltrazione”, il cui obiettivo ufficiale è quello di scoraggiare i richiedenti asilo dall’entrare in Israele. Secondo il nuovo emendamento, che è entrato in vigore all’inizio di questa settimana , i migranti che entrano in Israele possono essere imprigionati per un massimo di tre anni, in contrasto con il termine di 60 giorni che era precedentemente autorizzato dalla legge.

La legge consente anche allo Stato di perseguire penalmente chiunque aiuti o fornisca rifugio ai migranti, con pene fino a cinque anni di reclusione.

Dana Weiler Polak scrive abitualmente sul quotidiano Haaretz, per il quale segue le questioni legate al welfare, alla disoccupazione, ed alle categorie più a rischio della società israeliana

(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

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