Cosa è successo agli egiziani?

14/06/2012

Original Version: ماذا حدث للمصريين؟

La sfida maggiore a cui dovrà far fronte la rivoluzione egiziana, anche dopo l’elezione del nuovo presidente, sarà quella di distruggere le reti dello “stato profondo” che ancora detengono il potere nel paese – scrive il politologo egiziano Hamdy Abdel Rahman

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Nonostante la maggior parte degli analisti abbia considerato i risultati del primo turno delle presidenziali egiziane, tenutesi dopo la rivoluzione del 25 gennaio, come il più tragico e negativo scenario possibile non solo per l’Egitto ma per tutti i paesi della Primavera Araba, uno sguardo più attento mostra che in realtà queste elezioni hanno espresso il vero equilibrio di forze all’opera nel paese dopo la rivoluzione.

Se le elezioni sono state rovinate da difetti e negligenze, i risultati, al contrario, sono caratterizzati da grande ragionevolezza e trasparenza: la corrente islamica e rivoluzionaria ha fatto una grande prestazione durante queste elezioni, mentre i copti e gli altri cittadini che si sentono insicuri hanno pensato di trovare nel candidato del vecchio regime, rifugio e riparo.

Le reazioni ai risultati sono contrastanti e oscillano tra il rifiuto – seguito dall’inevitabile appello ad un ritorno in piazza e all’attaccamento alla legittimità rivoluzionaria – e l’accettazione della scelta democratica del popolo espressa dal voto.  In tutto ciò, i più disparati commenti alla scena elettorale egiziana si sono spinti a tal punto nell’esagerazione da descrivere la massa degli elettori come priva di maturità e di coscienza politica.

In questo contesto un esperto di psicanalisi ha descritto il popolo egiziano come un paziente che soffre di un deficit nella propria formazione intellettuale e morale. Ma non è un segreto che queste sono parole provocate dall’emotività, e che contrastano con la verità: il contadino egiziano è l’illustre erede di una civiltà che ha attraversato tutte le epoche. Forse tutto ciò ci spinge, nel nostro sforzo per capire e spiegare, a interrogarci su cosa sia successo agli egiziani dopo la rivoluzione del 25 gennaio.

La rivoluzione e lo “stato profondo”

Qualcuno ha timidamente proposto il concetto di “stato profondo” (Deep State), come strumento analitico per comprendere gli sviluppi politici in Egitto dalla rivoluzione del 23 luglio 1952 a quella del 25 gennaio 2011 e dei mesi successivi. La storia di quest’espressione va ricercata nell’esperienza turca, ed indica una rete di alleanze legate alle istituzioni della sicurezza e dell’esercito che trae origine dalle tradizioni delle società segrete di epoca ottomana. Solitamente, fine ultimo di questi gruppi è la conservazione del potere e dello status quo; si tratta di gruppi che formano uno stato dentro lo stato e che lavorano sempre dietro le quinte per assicurarsi il controllo sugli apparati amministrativi e di sicurezza dello stato.

È del tutto chiaro che la cattiva amministrazione della fase di transizione in Egitto, da parte del Consiglio superiore delle forze armate, ha portato ad una mancanza di fiducia tra i militari e le forze rivoluzionarie le quali, alla fine, hanno cominciato a pretendere la caduta del governo militare. Nonostante questo, non possiamo ignorare il ruolo giocato dalla rete dello stato profondo in Egitto, la quale è stata capace di serrare le proprie fila e difendere i propri interessi per salvare ciò che rimaneva del regime dopo averne sacrificato il capo.

Ritengo anche che il concetto di stato profondo fosse già chiaro nel 1952, epoca caratterizzata dal controllo degli “ufficiali liberi” sugli affari dello stato. In questa sede potremmo riportare ciò che scrisse Ihsan ‘Abd al-Quddus dopo soli due anni dalla rivoluzione di luglio a proposito del “gruppo segreto che governa l’Egitto”. Non vi sono dubbi che la tendenza del deposto presidente Hosni Mubarak ad istituire una rete di alleanze alternativa con l’obiettivo di passare il potere a suo figlio Gamal abbia disturbato i gruppi dello stato profondo in Egitto, soprattutto all’interno delle istituzioni militari, i quali hanno dunque pensato bene di approfittare del clima creato dalla rivoluzione popolare per sbarazzarsi del progetto di Mubarak e difendere i pilastri dello status quo.

Le forze dello stato profondo sono state in grado di sfruttare la situazione di caos nella sicurezza, e il declino economico, per influenzare gli umori  del comune cittadino egiziano, scaricando la responsabilità di tutto ciò sulle forze rivoluzionarie; infatti è risaputo che le reti dello stato profondo sono riuscite, durante il periodo che ha preceduto le elezioni, a coagulare l’ostilità di ampi settori della popolazione nei confronti della rivoluzione, grazie anche all’azione di fomentatori che hanno continuato ad alimentarla. Così la narrativa del vecchio regime viene ancora  riproposta: “l’Egitto è migliore di quello espresso da piazza Tahrir e i rivoluzionari non son altro che teppisti che cercano di destabilizzare l’Egitto e condurlo alla rovina”.

La crisi della leadership rivoluzionaria

Le forze rivoluzionarie hanno sofferto, dopo la caduta di Mubarak (e fin dall’inizio), di forti divisioni e frammentazioni, per questo non si è potuta formare una leadership rivoluzionaria illuminata ed orientata verso le masse. Tutto ciò ha fatto sì che il discorso rivoluzionario risultasse non realistico, e le alternative che proponeva impossibili per la via che il popolo ha deciso di imboccare con il referendum sugli emendamenti costituzionali tenutosi il 19 marzo 2011.

Chiunque rifletta sui risultati del primo turno delle elezioni presidenziali nota come queste abbiano messo in luce i punti deboli e la disorganizzazione delle forze rivoluzionarie che sembrano aver perso la bussola, ed anche – per altro verso – come ad oggi esista nel campo politico egiziano una polarizzazione in cui sono individuabili due forze principali: la prima è la confraternita dei Fratelli Musulmani rappresentata politicamente dal Partito della Libertà e della Giustizia, poiché possiede una capacità enorme di mobilitazione specialmente in occasione delle elezioni, fatto questo che ha spinto alcuni a definire i Fratelli Musulmani una “creatura elettorale”. Invece la seconda forza è costituita dai componenti del vecchio regime (Feloul) i quali sono in grado, attraverso le reti dello stato profondo e gli apparati del dissolto Partito Nazionale Democratico, di raggruppare voti, volontari e non, attraverso operazioni in grado di influenzare la volontà degli elettori.

Credo che lo scenario del ballottaggio tra il candidato del partito della Libertà e della Giustizia, il Dott. Mohammad Morsi, e il candidato del vecchio regime Ahmad Shafiq, comporti in realtà la scelta tra la rivoluzione e la reazione, il che pone automaticamente la competizione a favore del candidato islamista, uscito dal grembo della rivoluzione egiziana. Ad ogni modo, le elite e le forze politiche – che dopo il compimento della rivoluzione si sono impegnate a combattere battaglie illusorie attraverso la stampa e i canali satellitari – hanno utilizzato, come mai prima d’ora, l’arma del ricatto politico nei confronti del candidato dei Fratelli Musulmani, parlando di “garanzie scritte”. Questo fatto richiama alla mente il fenomeno della “fobia nei confronti dei Fratelli Musulmani”, e il conseguente terrorismo politico, che il regime di Mubarak è riuscito ad imporre.

La necessità di una maturità politica

Senza dubbio imparare dall’esperienza degli altri è utile per la maturazione del movimento politico e per la capacità di prendere le giuste decisioni. Una più attenta lettura dei risultati del primo turno delle presidenziali mostra che i candidati della rivoluzione, hanno ottenuto più del 60% dei voti validi degli elettori, mentre Ahmad Shafiq e Amr Musa hanno incassato insieme, solo il 35% delle preferenze.

Questo significa che lo spirito e l’ardore rivoluzionario continuano ad infiammare i cuori e le menti degli egiziani, ma anche che c’è bisogno di organizzazione e maturazione per mobilitarsi ed orientarsi. In questo contesto mi sembra opportuno presentare due esempi che potrebbero essere seguiti nell’attuale situazione egiziana ma anche in ogni realtà della Primavera Araba.

Il primo di questi esempi viene dall’Africa, dal Senegal precisamente, dove le principali forze dell’opposizione politica, in occasione del ballottaggio tenutosi a marzo dello scorso anno, si sono raggruppate dietro il candidato Maki Sal che affrontava il presidente uscente Abd Allah Wad. Ciò che ha colpito è stato l’appello, rivolto ai propri militanti da tutti i candidati dell’opposizione che hanno perso al primo turno, a votare per Maki Sal, senza restrizioni né condizioni, poiché l’unico obiettivo era la caduta del presidente Abd Allah Wad e del suo progetto “dinastico”.

Il secondo esempio invece, ci arriva dall’esperienza francese dove Marine Le Pen, leader dell’estrema destra, ha rifiutato di sostenere sia Sarkozy che Hollande durante il secondo turno delle elezioni presidenziali rivolgendosi così ai propri elettori: “Né Sarkozy, né Hollande, sono in grado di fornirvi la protezione necessaria per salvarvi!” e annunciando poi che il suo voto sarebbe stato nullo. Del tutto contraria è stata invece la posizione del candidato della sinistra radicale Jean Luc Melenchon il quale, dopo aver ricevuto l’11% dei voti dagli elettori francesi, ha annunciato il suo sostegno incondizionato a Hollande col solo fine di battere Sarkozy.

La garanzia fondamentale per la continuazione della rivoluzione non risiede solamente nelle promesse elettorali, nella stesura di testi scritti o nell’imposizione di una minoranza sulla maggioranza, ma trova la sua realizzazione nella sintesi di tre differenti fonti di legittimazione: la piazza, che esprime lo spirito della nuova rivoluzione e che ha spinto per la creazione di una seconda repubblica in Egitto; seconda fonte è il parlamento, espressione della legittimità costituzionale e legale e fondatasi all’indomani della fase rivoluzionaria. In fine la terza fonte è la carica del presidente il quale, nella tradizione culturale e politica egiziana, ha acquisito la capacità di guidare ed indirizzare il paese estendendone il prestigio. Sicuramente la salvaguardia della legittimità della piazza incarna un elevato potere popolare che ostacola ogni devianza delle istituzioni elette, legislative o elettorali.

Qualunque sarà la scelta del popolo nel turno di ballottaggio, il nuovo presidente dovrà far fronte alle conseguenze della cattiva amministrazione che ha caratterizzato la fase di transizione, e alle relative sfide. E qui nasce la crisi costituzionale: ci si ritroverà, in questa situazione, davanti ad un presidente eletto senza chiare competenze sancite dalla costituzione; questo potrebbe condurre ad abusi nell’esercizio del potere o alla restaurazione della presidenza assoluta dell’epoca di Mubarak.

Tutto ciò potrebbe causare lo smantellamento dei poteri dell’assemblea costituente, prima della promulgazione della nuova costituzione. Inoltre, forse le questioni economiche e di sicurezza e la situazione delle istituzioni militari, diventate una parte indivisibile del sistema politico ed economico, rappresentano delle vere bombe in grado di esplodere davanti al nuovo inquilino del palazzo presidenziale egiziano.

In ogni caso la sfida più grande che la rivoluzione egiziana dovrà affrontare – persino dopo il ballottaggio e l’elezione del nuovo presidente – sarà incarnata in futuro dalla rete dello stato profondo. Le forze del cambiamento saranno capaci di risalire i fili di questa ragnatela che assediano le membra delle istituzioni burocratiche, militari e di sicurezza egiziane, per distruggerli e distruggere tutti i relativi apparati? O invece le forze rivoluzionarie rimarranno divise e frammentate, senza imparare dagli errori del passato, ciò che porrà il fronte di piazza Tahrir alla mercé dello stato profondo il quale avrà gioco facile nel tessere i fili della propria ragnatela attorno alla rivoluzione, fino a soffocarla conducendo ad un ritorno del vecchio regime sebbene sotto altre spoglie? Ebbene, questo è il vero pericolo che gli egiziani devono affrontare!

Hamdy Abdel Rahman è professore di Scienze Politiche all’Università del Cairo, in Egitto, ed alla Zayed University, negli Emirati Arabi Uniti

(Traduzione di Francesco Saverio Leopardi)

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