SIRIA: IL NODO CHE MOSCA NON RIESCE A SCIOGLIERE

La crisi siriana è ormai da tempo in un tragico stallo. Come in Libano e poi in Iraq, anche in Siria si delinea una guerra civile di tutti contro tutti, inclusi i disastrosi attentati dinamitardi di una “terza forza”, difficile da identificare: i servizi segreti del regime e/o dei suoi alleati sciiti, ma anche agenti esterni facenti capo a stati o a gruppi non statali di denominazione sunnita. 

Lo stallo è dovuto ai particolari equilibri sociali e culturali interni, ma soprattutto alla collocazione e al significato del regime siriano negli equilibri regionali e internazionali. È dovuto però anche alla paralisi della comunità internazionale, Onu e grandi potenze. La percezione dell’opinione pubblica occidentale è che l’intervento per mettere termine al massacro quotidiano perpetrato dal regime degli Assad ci sarebbe se non fosse ostacolato dalla Russia e dalla Cina. La realtà è invece che l’intervento è assai problematico e che, di fatto, non lo vuole nessuno. 

Le speranze di Obama
Gli occidentali, premuti dagli alleati arabi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg), agiscono nel Consiglio di Sicurezza come se fossero pronti ad intervenire se non fosse che ne sono impediti dai veti della Russia e della Cina. Tuttavia, è abbastanza chiaro che l’amministrazione americana è ben decisa a non farlo, sia perché ciò introdurrebbe una grossa incognita nella campagna elettorale sia perché l’attuale Presidente degli Stati Uniti non vuole che il suo paese finisca eventualmente per essere coinvolto in una terza grande guerra regionale. 

Questa posizione è tenuta a fatica da Obama, perché lo espone a furiosi attacchi elettorali da parte di tutti i “liberal interventionists” del suo paese, di destra e di sinistra (con qualche scivolata anche all’interno dell’amministrazione stessa). Difficilmente egli cambierà idea prima delle elezioni. Al contrario tale posizione si è evoluta, assumendo la forma della ricerca di una soluzione “alla yemenita” (uscita di scena di Bashar Assad in un contesto che assicurerebbe una forte presenza baathista nel quadro di un processo politico di riconciliazione nazionale) guidata dalla Russia, sia pure nel quadro della comunità internazionale.

Tuttavia, la Russia, mentre continua ad appoggiare Assad, non sembra intenzionata a prendersi questo ruolo. Fiodor Lyukanov, un importante analista, ha parlato già mesi fa di un possibile intervento russo di protezione e oggi parla di soluzione “alla Dayton”. Ma, a parte la carenza dei necessari dettagli, dal governo russo non è venuta nessuna proposta concreta.

I timori di Mosca: status e Islam
Sulla posizione russa si è molto discusso, senza però studiarla adeguatamente. Essa non si può ridurre alla base navale di Tartus e alle vendite di armi, né alla pur importante solidarietà con gli ortodossi siriani (la cui protezione è stata esplicitamente richiesta dal Patriarca russo) e con i vecchi alleati del partito Baath. Ci sono motivi politici più di fondo. 

Un esame degli scritti degli analisti russi mostra che il paese (a) si preoccupa, innanzitutto, che sia preservata la sua posizione competitiva globale e il suo status di grande potenza internazionale; (b) in secondo luogo, ha una percezione degli islamisti, in particolare dei sunniti, assai più pessimista di quella occidentale e si preoccupa dell’impatto del radicalismo islamista sulla sicurezza nazionale; (c) si preoccupa ancora di più del suo impatto sulla regione e vede l’attacco sunnita al regime di Assad come la scintilla che potrebbe provocare una guerra regionale e forse anche tracimare, coinvolgendo così l’Occidente e la Russia; (d) ritiene che la primavera araba e le scelte che nei suoi confronti sta facendo l’Occidente siano sbagliate e frutto del “caos” di lungo termine che lo ha investito, caos che potrebbe portarlo ad appoggiare oggi l’attacco sunnita alla Siria e domani ad attaccare l’Iran.

Cominciando dalla preoccupazione per lo status, commentatori e analisti russi sottolineano con grande vigore che la risoluzione Onu, che ha dato il via all’intervento della Nato in Libia per proteggere i cittadini libici dal proprio regime, si è trasformata in un cambiamento del regime. Vedono in questo una presa in giro estremamente dannosa per la reputazione di Mosca come grande potenza, che non deve ripetersi. Ancora Lukyanov, per esempio, dice: “Non cedendo alle pressioni psicologiche e diplomatiche, la Russia ha dato prova del fatto che, pur avendo perso le sue posizioni in Medio Oriente (essendo la Siria l’ultimo dei suoi partner più stretti), essa resta una potenza che non può essere messa da parte in alcun modo” (1). Nel merito, mentre l’Occidente percepisce la primavera araba come una sfida positiva, la Russia la valuta con molto scetticismo e vede la posizione occidentale come un grosso errore o un gioco pericoloso. 

Una posizione categoricamente negativa è quella di Sergei Karaganov, figura di spicco nella “community” degli analisti russi di politica internazionale. In un importante articolo della fine del 2011(2) Karaganov dice “… l’Occidente ha svenduto Mubarak e i dirigenti tunisini che, ove misurati sugli standard locali, erano fortezze di governo relativamente illuminato, di stabilità e con almeno qualche sembianza di democrazia, anche se autoritari e corrotti. I regimi che stanno arrivando al posto loro non sono meglio – e hanno una forte componente islamica … nessuno considera il fatto che i regimi che restano a galla nel mondo arabo sono, in larga misura, le monarchie più arretrate e repressive”. 

Questo giudizio, ricorrente nelle analisi russe, raccoglie le esperienze sovietico-russe dell’Afghanistan e della Cecenia e si riferisce alle perduranti instabilità nel “near abroad” (Armenia, Azerbaijan, Nagorno-Karabak e regione caucasica). Esse, potendo tracimare più o meno facilmente nel territorio russo, costituiscono concreti problemi di sicurezza nazionale (3).

Come trattare i partiti islamici?
In Europa e negli Stati Uniti, non mancano valutazioni analoghe: basti ricordare quelle del Presidente Berlusconi all’inizio della primavera araba. Tuttavia è sempre stata forte la tendenza a considerare le differenze esistenti all’interno del movimento islamista e, oggi, a ritenere la fase radicale dell’islamismo sunnita ormai superata dall’emergere di correnti islamiste secolarizzanti e moderate. Questa tendenza è alla base del cambiamento della politica occidentale: dall’iniziale appoggio ai militari algerini contro il Fis, ai regimi autoritari contro l’opposizione religiosa, all’autorità palestinese e Fatah contro Hamas, si è passati al riconoscimento dei Fratelli Musulmani in Egitto e al benevolo principio di riconoscere la legittimità di chiunque vinca correttamente le elezioni. 

Nella percezione russa questa scelta risulta come un inganno: i sunniti, che essi hanno conosciuto come “wahabiti” in Cecenia e in Afghanistan, sono e restano dei radicali. L’interpretazione russa della primavera araba è perciò quella di un movimento che, anche grazie alla debolezza dell’Occidente, ha già abbattuto quel poco di secolare che si era affermato in Nord Africa e nel Levante e che si appresta ad esercitare il suo dominio nell’intera regione.

In questo quadro, la Siria, che spicca per aver consentito la convivenza di una mosaico di religioni ed etnie in un contesto laico e “moderno”, sebbene autoritario, non deve essere abbandonata. Il sostegno al regime siriano sarà politicamente poco corretto (Karaganov cita la famosa frase di Nixon su Somoza: “sarà un figlio di p…, ma è il nostro figlio di p…”) ma è essenziale per la sicurezza dell’Occidente, della Russia, della regione e per la sicurezza internazionale.

Nell’attacco al regime degli Assad c’è inoltre una dimensione regionale che contribuisce a preoccupare la Russia. L’espansione e il rafforzamento sunnita nella regione sotto la guida delle monarchie del Golfo non solo è un obiettivo in sé ma è diretto anche contro l’Iran e gli sciiti. L’attacco alla Siria è una fase di questa strategia che mira a indebolire e, se possibile, attaccare l’Iran.

L’Occidente (che guarda con simpatia alla rivitalizzazione sunnita anche perché è un fattore anti-iraniano) potrebbe venirne coinvolto e la Russia si troverebbe in posizione molto difficile. L’Iran non è un alleato della Russia, ma è uno dei pochi paesi con i quali Mosca ha rapporti genericamente amichevoli e fruttuosi in una regione dove al contrario mantiene in genere solo relazioni piuttosto mediocri. 

Nel dibattito sul Medio Oriente che si è svolto a Sochi (Valdai International Discussion Club) nel febbraio di quest’anno, c’è stata unanimità nel considerare l’agitazione sulla Siria come avente in realtà l’obiettivo di indebolire l’Iran. In questo quadro, la Russia si conferma come potenza che desidera stabilità e status quo e teme un conflitto che, al peggio, potrebbe coinvolgerla e, come minimo, cambiare un equilibrio che invece le conviene.

Mosca teme la crisi dell’Occidente …
Come mai l’Occidente cambia politica verso gli islamisti, commette errori e scherza con il fuoco nel Medio Oriente e nel Mediterraneo? A questa domanda Karaganov dà una risposta che vuole essere strutturale e strategica. L’articolo che abbiamo richiamato in precedenza non è sulla primavera araba ma è sul caos che sta rivoluzionando il mondo e che ha il suo epicentro nel rapido e severo ridimensionamento che il mondo occidentale sta subendo senza che dia cenno di saperci o volerci mettere rimedio. 

Questo caos è descritto con lo stesso desolato stilema di Bernardo da Cluny nel “De Contemptu Mundi”: tutto era ordinato e florido e ora non lo è più. In realtà, è una versione elegiaca delle classiche conseguenze delle contraddizioni del capitalismo. Come che sia, esso sta portando in Occidente a estreme disuguaglianze e a tendenze politiche autoritarie, nonché a errori strategici, come appunto l’atteggiamento verso la primavera araba, e quindi alla tentazione o al rischio di uscire da tutto questo con un conflitto, che potrebbe essere appunto quello contro l’Iran in Medio Oriente. Il tentativo di abbattere l’ordine baathista in Siria non sarebbe che un prodromo, che occorre dunque contrastare saldamente.

… ma è anch’essa priva di risposte
In queste analisi è molto più credibile la preoccupazione per lo status globale russo e per la sicurezza nazionale a fronte della sovversione dei wahabiti e l’appoggio che senza dubbio ricevono da qualche angolo del Golfo che non la preoccupazione per gli sviluppi regionali.

L’analisi della dimensione regionale della crisi siriana in fondo non è diversa da quelle occidentali, ma le politiche con le quali l’Occidente, secondo i russi, si appresterebbe a rispondere (alleanza con le monarchie sunnite per attaccare Assad e indebolire o addirittura attaccare l’Iran) stanno certamente all’estrema destra del ventaglio di opinioni dell’Occidente, ma non sono quelle che rischiano di prevalere. Anzi, almeno per ora, l’amministrazione americana, seguita fedelmente dall’insieme dei membri dell’Unione Europea, pur fortemente imbarazzata sul piano della difesa dei diritti umani, è nondimeno saldamente attestata su una posizione non interventista. L’avventurismo di Israele è tenuto a freno. C’è un nuovo tentativo in corso di trovare una soluzione negoziata con l’Iran. 

C’è infine una apertura alla Russia perché gestisca la crisi e metta fine ai massacri, anche se la soluzione apparisse politicamente insoddisfacente. Ma la Russia non risponde ancora, anche se recentemente il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha affermato che la Russia non si opporrebbe alla partenza di Assad “se la decisione sarà presa dagli stessi siriani”, segnalando così una possibile millimetrica evoluzione. 

Rimane comunque l’idea di fondo, espressa chiaramente da Vitaly Naumkin, direttore dell’Istituto di Studi orientali dell’Accademia russa delle Scienze (4) “Senza l’aiuto russo [Assad] sarebbe stato estromesso, e l’intervento [dell’Occidente] ne sarebbe seguito. … Perciò, la Russia ha provato che può impedire certi eventi nella regione, che a nostro avviso sono indesiderabili – non perché a noi piace Assad, ma perché vogliamo stabilità nella regione e crediamo che questo tipo di ingegneria politica possa portare a catastrofiche conseguenze”, cioè alla guerra. 

Finora nessun piano russo per una transizione alla stabilità è stato seriamente proposto, sebbene molti in Occidente si siano espressi favorevolmente in questo senso. Dunque, si torna a constatare il desiderio della Russia di apparire nella crisi come grande potenza che “non può essere messa da parte”, ma anche la difficoltà ad esserlo nella sostanza. D’altra parte, la semplice interdizione che sta esercitando, mentre i massacri si moltiplicano, sta attirando sulla Russia tale discredito e malanimo nella regione, che qualsiasi ruolo potrebbe divenire impossibile.

Un secondo aspetto rilevante riguarda l’analisi del movimento islamista e l’abisso che separa le concezioni occidentali, come sono venute evolvendo negli ultimi dieci-quindici anni, e quelle russe. È vero che la scommessa dell’Occidente sugli islamisti che hanno vinto le elezioni in Nord Africa potrebbe rivelarsi in tutto o in parte sbagliata (ma non certamente in Tunisia), ma questo non perché un’evoluzione sia mancata e gli islamisti siano ancora e sempre quel blocco monolitico di fanatici wahabiti che i russi percepiscono, ma perché le correnti moderate e secolarizzanti degli islamisti possono commettere errori e perdere la partita come spesso accade nello stadio della lotta politica.

Il problema che l’Occidente sta cercando di affrontare è come appoggiarli. Il fatto che ci sia una divergenza così macroscopica nelle analisi occidentali e in quelle russe deve preoccupare perché alla fine indebolisce entrambe le posizioni. Questo è un problema innanzitutto culturale, che forse nasce dall’assenza di contatti fra le due “communities”, sul quale occorre riflettere e forse intervenire mettendo a disposizione risorse per i necessari contatti.

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(1) Fyodor Lukyanov, The Syrian conflict as a school of diplomacy, 23 marzo 2012, in http://rusemb.org.uk/opinion/11.

(2) Pubblicato originariamente sulla Rosssiiskaia Gazeta, 21 dicembre 2011; in inglese su http://eng.globalaffairs.ru/print/pubcol/A-revolutionary-chaos-of-the-new-world-15415.

(3) Lukyanov ne dà un ampio resoconto in The Arab Spring as the End of an Era, 25 marzo 2012, in http://eng.globalaffairs.ru/print/number/The-Arab-Spring-as-the-End-of-an-Era-15495.

(4) Secondo quanto riporta il New York Times, 8 giugno 2012, “In Its Unyielding Stance On Syria, Russia Takes Substatial Risks in Middle East”.

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Roberto Aliboni è direttore dell’area “Mediterraneo e Medio Oriente” dell’Istituto di Affari Internazionali (IAI); il presente articolo è apparso originariamente sulla rivista AffarInternazionali dello IAI

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