
In Egitto regna la confusione, mentre alle voci che parlano di un golpe militare strisciante si alternano quelle che paventano uno scoppio della violenza di piazza. In questo clima si è svolto il ballottaggio delle elezioni presidenziali, accompagnato da accuse reciproche di brogli e irregolarità fra i due candidati, e seguito da un testa a testa mozzafiato durante l’operazione di spoglio delle schede.
Al momento in cui scriviamo il risultato è ancora incerto: mentre molti danno il candidato dei Fratelli Musulmani Mohamed Mursi come nettamente favorito, il rivale Ahmed Shafiq, considerato vicino alla giunta militare ed al vecchio regime, continua a rivendicare per sé la vittoria.
Tuttavia alcune conclusioni già si possono trarre. Al di là di possibili colpi di scena finali (che non sono affatto da escludersi a priori), l’ago della bilancia elettorale sembrerebbe pendere a favore di Mursi, ma egli sarebbe comunque un presidente con pochi poteri ed alla mercé della giunta militare.
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha sciolto il parlamento la scorsa settimana, e gli ulteriori emendamenti alla Dichiarazione Costituzionale resi noti dai vertici militari quando il voto si era appena concluso, il nuovo presidente avrà scarso margine di manovra, mentre il Supremo Consiglio delle Forze Armate (SCFA) rimarrà ben al di sopra di qualsiasi altra autorità dello Stato.
Se l’ennesimo colpo di scena dovesse invece annunciare il trionfo di Shafiq, ciò significherebbe una completa vittoria della giunta militare e delle strutture del vecchio regime che, però, potrebbe paradossalmente rivelarsi controproducente per l’SCFA, portando forse ad un ricompattamento delle forze anti-regime e ad un pericoloso contraccolpo di piazza.
UNA RIFLESSIONE SUL VOTO PRESIDENZIALE
Nel combattuto ed incerto ballottaggio, molti hanno previsto una vittoria di Mursi sulla base del probabile spostamento dei voti che al primo turno erano andati ad altri candidati. In particolare, il fatto che il Movimento 6 Aprile abbia dichiarato, seppure con riluttanza, il proprio appoggio a Mursi ha probabilmente diviso a metà il voto di coloro che al primo turno avevano sostenuto il nasseriano Sabbahi (giunto terzo). Inoltre, mentre molti rivoluzionari hanno deciso di astenersi dal voto, numerosi salafiti che al primo turno non si erano recati alle urne, al ballottaggio hanno certamente dato il proprio sostegno a Mursi.
Infine, la sentenza della Corte Costituzionale che ha sciolto il parlamento, e i timori di “golpe bianco” che tale sentenza ha suscitato, hanno probabilmente giocato a favore di Mursi – anche perché molti potrebbero aver ritenuto che, non possedendo più una maggioranza in parlamento (l’effettivo scioglimento del quale rimane tuttavia una questione controversa), i Fratelli Musulmani non avrebbero potuto “monopolizzare il potere” anche qualora avessero ottenuto la presidenza.
Proprio sulla diffusa paura di uno strapotere della Fratellanza aveva incentrato la sua campagna elettorale Ahmed Shafiq. Egli aveva puntato sulle strutture del vecchio regime tuttora radicate nella società egiziana, sulla loro capacità di mobilitazione, e sulla loro avversione per il movimento islamico egiziano.
In generale, la netta impressione è che la maggioranza degli egiziani abbia votato, non per il proprio candidato preferito, ma contro l’avversario più odiato. Coloro che hanno dato la loro preferenza a Mursi hanno votato contro una rinnovata versione del vecchio regime. Coloro che hanno scelto Shafiq hanno invece votato contro lo spauracchio di un governo islamico.
Il risultato è che nello scontro senza esclusione di colpi tra le due forze politiche più potenti del paese – il vecchio apparato statale e militare da un lato, ed i Fratelli Musulmani dall’altro – ad uscire sconfitti sono stati gli ideali rivoluzionari ed il sogno di una democrazia egiziana.
La determinazione della giunta militare a difendere i propri privilegi (ed in particolare il proprio controllo di ampi settori dell’economia del paese) e a dirigere il processo politico – da un lato – e l’ostinazione dei Fratelli Musulmani a correre per la presidenza dopo aver monopolizzato l’Assemblea Costituente ed aver assunto il controllo del parlamento – dall’altro – hanno polarizzato la società egiziana e frantumato il fronte rivoluzionario.
Stando così le cose, alcuni ritengono che una vittoria elettorale di Shafiq in realtà non convenga all’SCFA, poiché esso rimarrebbe l’unico bersaglio del malcontento popolare, mentre la presenza di un presidente come Mursi, privo di poteri reali ma di provenienza “rivoluzionaria”, permetterebbe ai vecchi apparati di avere qualcuno da accusare nel momento in cui si tratterà di dare una risposta agli enormi problemi del paese, ed allo stesso tempo di impedire un ricompattamento del fronte rivoluzionario.
UN PROCESSO ELETTORALE NON SUFFICIENTEMENTE TRASPARENTE
A prescindere da quale sarà l’esito finale del voto, il processo elettorale si è rivelato non all’altezza di standard realmente democratici (sebbene questo aspetto sia stato per lo più trascurato dalla stampa internazionale), a maggior ragione alla luce dell’aspro confronto che ha contrapposto i due candidati e polarizzato la società egiziana.
I due fronti contrapposti si sono lanciati pesanti accuse reciproche, e gravi violazioni si sono effettivamente registrate – dalla compravendita di voti allo svolgimento di azioni di propaganda a favore di ciascuno dei candidati nei due giorni della consultazione elettorale. Sono state rinvenute anche ingenti quantità di schede “premarcate”, a favore sia di Shafiq che di Mursi.
Già al primo turno i candidati sconfitti avevano inoltrato ricorsi, denunciando che era stato consentito di votare a personale militare e della polizia (in violazione della legge elettorale, che lo proibisce) e che erano stati espressi voti a nome di persone decedute – ed altre forme di brogli.
La stampa internazionale ha colpevolmente sottovalutato il fatto che sono state imposte norme estremamente restrittive per il monitoraggio delle elezioni, le quali hanno impedito agli osservatori locali ed internazionali di seguire lo svolgimento del voto secondo standard accettabili.
Il Carter Center, alla fine del primo turno, aveva criticato il limite di soli 30 minuti di presenza concessi agli osservatori nei seggi, e soprattutto aveva affermato che l’assenza di osservatori in occasione dell’aggregazione finale dei voti su scala nazionale “compromette la trasparenza complessiva del processo”.
UNA RETROSPETTIVA SULLE SENTENZE DELLA CORTE COSTITUZIONALE
Se il recente processo elettorale ha le sue ombre, i colpi più duri alla legittimità delle istituzioni ed all’assetto costituzionale dell’Egitto sono però giunti nei giorni precedenti.
Il 14 giugno, cioè a soli due giorni dal ballottaggio, la Corte Costituzionale ha emesso due sentenze. La prima ha definito incostituzionale la legge che impediva agli esponenti del vecchio regime di candidarsi alla carica presidenziale e di occupare cariche pubbliche per i prossimi cinque anni (essa ha dato perciò il via libera alla candidatura di Shafiq). La seconda ha invece definito incostituzionale la legge elettorale in base alla quale era stato eletto il nuovo parlamento nel marzo 2012.
Come è stato osservato da diversi esperti in materia, da un punto di vista giuridico le due sentenze possono essere discutibili ma non sono immotivate. La legge sull’esclusione dei membri del passato regime conteneva diversi tratti di arbitrarietà (perché considerare coloro che avevano occupato alte cariche solo negli ultimi dieci anni? Perché considerare alcune cariche e non altre?) e limitava i diritti politici di alcune persone, in assenza di qualsiasi condanna a loro carico, per il solo fatto di aver occupato determinate poltrone negli anni passati.
La legge elettorale a sua volta andava contro alcuni precedenti verdetti della Corte. Essa stabiliva che due terzi dei seggi della camera bassa fossero assegnati alle liste di partito, e un terzo a candidati indipendenti. Tuttavia, mentre questi ultimi non possono presentarsi anche all’interno delle liste di partito, i membri dei partiti possono anche presentarsi come indipendenti – una norma giudicata discriminatoria già in passato dalla Corte Costituzionale.
A suscitare l’allarme di molti è stata dunque, non la motivazione giuridica alla base delle sentenze della Corte, ma la scelta di tempo, a ridosso del ballottaggio presidenziale, che è apparsa dettata da considerazioni eminentemente politiche.
La decisione di colpire il neoeletto parlamento e di dare il via libera a un esponente del vecchio regime nella corsa presidenziale ha suscitato in molti il timore che la giunta militare stesse maturando intenti golpisti.
Il verdetto di incostituzionalità della legge elettorale che ha prodotto il nuovo parlamento, in particolare, apre un vuoto istituzionale su cui gli stessi esperti giuridici hanno espresso pareri discordanti.
Se alcuni hanno sostenuto che tale verdetto implicava la ripetizione delle elezioni solo per un terzo dei seggi (quelli attribuiti agli indipendenti), altri – come il noto accademico Chibli Mallat – hanno affermato che la sentenza implica che l’intero parlamento è illegale. Secondo Mallat, inoltre, le leggi che il parlamento approva sono da considerarsi nulle a partire dalla sentenza della Corte, ma quelle approvate in precedenza rimangono valide; è per questo che la Corte ha dovuto emettere una seconda sentenza per invalidare la legge sull’esclusione dei membri del vecchio regime.
Secondo Mallat, da un punto di vista giuridico il difetto più grave delle sentenze della Corte è che si rifanno alla Dichiarazione Costituzionale unilateralmente emessa dalla giunta militare il 30 marzo 2011 (dopo che peraltro era stato condotto un referendum su un pacchetto di emendamenti alla vecchia Costituzione del 1971). Tale Dichiarazione ha di per sé una legittimazione assolutamente discutibile.
In particolare, nella Dichiarazione Costituzionale è stato introdotto l’articolo 56 che conferisce al presidente dell’SCFA poteri assoluti, come il potere di nominare il governo e i ministri, di emanare leggi, di ratificare trattati internazionali e di dichiarare lo stato di emergenza.
Le sentenze della Corte aprono poi numerosi interrogativi riguardo ai rapporti fra i diversi poteri dello Stato, e soprattutto in merito alla sorte dell’Assemblea Costituente, recentemente rinominata da un parlamento ora considerato illegale, dopo che era stata già sciolta una prima volta dalla stessa Corte Costituzionale.
I NUOVI EMENDAMENTI COSTITUZIONALI
A una parte di questi interrogativi ha risposto domenica scorsa la giunta militare – anche se certamente non in maniera tranquillizzante – emanando un nuovo “supplemento” alla Dichiarazione Costituzionale (cosa che del resto l’SCFA aveva già ventilato alla vigilia del primo turno delle presidenziali).
Il nuovo “supplemento costituzionale” conferisce estesi poteri alla giunta militare, ponendola al di sopra del presidente e degli altri poteri dello Stato. In particolare, l’SCFA è il solo responsabile di tutte le decisioni legate alle forze armate (articolo 53); inoltre il presidente dell’SCFA acquisisce automaticamente lo status di comandante in capo dell’esercito e di ministro della difesa, fino alla stesura di una nuova Costituzione.
L’SCFA assume l’autorità legislativa fino all’elezione del prossimo parlamento (articolo 56/B). Qualora il paese dovesse registrare disordini interni, il presidente dello Stato può delegare l’esercito (previa approvazione da parte dell’SCFA) a garantire la sicurezza e a difendere la proprietà pubblica (articolo 53/2).
Se l’Assemblea Costituente dovesse incontrare ostacoli che le impediscono di portare a termine il proprio compito, l’SCFA ha il potere di formare una nuova Assemblea (articolo 60/B). Inoltre, sia il presidente dello Stato, sia l’SCFA, sia il primo ministro, sia la Corte Costituzionale, sia un quinto dell’Assemblea Costituente potranno chiedere all’Assemblea stessa di modificare specifici articoli del nuovo testo costituzionale qualora venissero considerati dai summenzionati “attori istituzionali” in conflitto con i “principi della rivoluzione” e con principi “condivisi” presenti nelle precedenti Costituzioni (articolo 60/B1). In caso di contrasti, la Corte Costituzionale avrà l’ultima parola.
Secondo quanto dichiarato dalla giunta militare, il presidente dello Stato dovrebbe tuttavia avere il potere di nominare il nuovo primo ministro e di porre il veto sulle leggi emanate dal potere legislativo (incarnato dalla giunta stessa, fino all’elezione del nuovo parlamento).
L’attribuzione di nuovi estesi poteri alla giunta militare, assieme al recente decreto del ministero della giustizia che autorizza il personale militare ad arrestare civili (un diritto precedentemente riservato alle sole forze di polizia), reintroducendo elementi dello stato di emergenza recentemente eliminato, ha allarmato ancora di più coloro che avevano gridato al “golpe bianco” già all’indomani delle sentenze della Corte Costituzionale.
LA LOTTA DI POTERE FRA LO “STATO PROFONDO” E I FRATELLI MUSULMANI
Va tuttavia rilevato che, se molti egiziani ed osservatori internazionali gridano al “colpo di stato” da parte dei militari, vi è però una parte consistente della società egiziana e dello Stato che è ugualmente allarmata dalla minaccia di un potenziale “governo islamico”, che dominerebbe il paese qualora i Fratelli Musulmani dovessero assumere il controllo delle istituzioni statali.
Ad esempio, sebbene le recenti sentenze della Corte Costituzionale siano certamente andate a beneficio della giunta militare e degli apparati del vecchio regime, non è assolutamente detto che esse siano state il risultato di un “diktat” da parte dell’SCFA nei confronti della Corte. E’ la stessa Corte che si è sentita in primo luogo minacciata dall’attività legislativa del parlamento dominato dai Fratelli Musulmani, il quale sembrava intenzionato a limitarne i poteri.
Lo scorso 7 giugno Ahmed al-Zend, presidente dell’Associazione dei magistrati, una potente organizzazione professionale che raggruppa circa 8.000 giudici, aveva duramente attaccato l’Assemblea del Popolo (la camera bassa del parlamento) accusandola di diffamare i magistrati, dopo che alcuni parlamentari avevano apertamente condannato il tribunale del Cairo per aver assolto sei esponenti del ministero degli interni ed aver emesso una condanna “mite” nei confronti di Mubarak.
Zend è stato particolarmente duro, definendo l’Assemblea del Popolo “una spina nel fianco dell’Egitto”, e affermando che da quel momento in poi i giudici avrebbero “detto la loro” nel determinare “il futuro di questo paese”.
Sebbene alcuni giudici si siano dissociati dalla presa di posizione di Zend, è sembrato che l’Associazione dei magistrati – che in passato si era distinta per le sue posizioni democratiche e ostili al regime di Mubarak – questa volta si fosse schierata contro Mursi e i Fratelli Musulmani per impedire loro di realizzare quello che Zend ha definito “un piano meticolosamente studiato per distruggere questo paese”.
Dopo la “rivolta” dei giudici contro Mubarak alle elezioni del 2005, in effetti il governo era riuscito ad “addomesticare” in parte l’Associazione dei magistrati attraverso un graduale inserimento di giudici pro-regime, ed oggi molti considerano diversi spezzoni della magistratura come parte di quello “Stato profondo” – composto anche dagli apparati della sicurezza, dalla burocrazia e dalle lobby affaristiche – che oggi, assieme all’esercito, si oppone alla democratizzazione dell’Egitto.
Tuttavia, non è solo questo “Stato profondo” – oggi sulla bocca di tutti gli analisti – a dipingere i Fratelli Musulmani come uno spauracchio. Le forze laiche del paese (a cui bisogna aggiungere i copti) fanno lo stesso. Molti esponenti dello schieramento laico temono che la Fratellanza, una volta al potere, tenterebbe di infiltrare l’esercito e le forze di polizia.
Inoltre, l’estenuante e confusa transizione orchestrata dalla giunta militare, ed il progressivo deterioramento della sicurezza nel paese, sono riusciti a scoraggiare molti egiziani, che ormai antepongono un desiderio di stabilità a qualsiasi altra cosa.
Dal canto loro, i Fratelli Musulmani hanno pesanti responsabilità nella frammentazione del fronte rivoluzionario e nel diffondersi delle paure nei loro confronti.
A neanche due mesi dall’inizio della rivoluzione, il movimento non ha esitato ad abbandonare la piazza e ad appoggiare gli emendamenti costituzionali proposti dalla giunta militare. Esso non ha poi esitato a monopolizzare il parlamento, e quindi l’Assemblea Costituente, ed infine a competere per le elezioni presidenziali, dopo aver inizialmente promesso di presentare candidati per meno della metà dei seggi parlamentari, ed aver affermato di non essere intenzionato a correre per la presidenza.
Ciò ha addirittura spinto alcuni ad accusare il fronte laico di aver svenduto la rivoluzione agli islamici, e di essersi lasciato ingannare al pari dei liberali iraniani che nel 1978-79 si fecero soverchiare dalle forze islamiche guidate dagli Ayatollah.
Del resto, le stesse forze laiche – che peraltro non sono riuscite a creare un fronte organico e coerente – non hanno a loro volta esitato a schierarsi con la giunta militare e ad appoggiare i suoi antidemocratici “principi sovra-costituzionali” pur di opporsi al parlamento a maggioranza islamica, da loro accusato di “non avere una legittimazione democratica”.
Alcune di queste forze hanno persino biasimato la giunta militare per aver permesso la formazione di partiti islamici, o addirittura l’hanno accusata di aver consegnato il paese ai Fratelli Musulmani.
GLI ERRORI DELLA FRATELLANZA
Proprio questo inasprimento del confronto politico, e la presa di coscienza dell’impotenza del parlamento di fronte allo strapotere della giunta militare e del governo da essa nominato, ha peraltro spinto la Fratellanza a disattendere le promesse inizialmente fatte con l’obiettivo di non spaventare la componente laica dell’Egitto.
Inaspettatamente, il movimento è poi venuto a trovarsi in difficoltà sul suo stesso terreno, allorché la “sfida islamica” rappresentata dal movimento salafita si è dimostrata particolarmente impegnativa.
La frammentazione del fronte islamico (favorita dall’apertura dello spazio politico e dall’ascesa di movimenti – quelli salafiti – che sono storicamente estranei alla cultura dell’Egitto, ma il cui radicamento per ironia della sorte fu favorito proprio da Mubarak perché facessero da contrappeso alla Fratellanza) ha rappresentato un’ulteriore difficoltà per i Fratelli Musulmani.
Nel tentativo di sottrarre consensi ai salafiti, la propaganda del movimento ha dato particolare enfasi all’applicazione della sharia, ma ciò ha contribuito ad aumentare le paure di laici e copti.
In generale, poi, molti ritengono che il progetto di “Stato civile islamico” promosso dalla Fratellanza non rappresenti una reale alternativa per il paese, e metta a rischio i diritti di donne e minoranze.
Il crescente protagonismo politico dei Fratelli Musulmani si è dunque rivelato un errore fatale, perché ha coagulato un fronte “anti-islamico” nel paese, che a sua volta ha dato respiro alle forze del vecchio regime ed ha permesso loro di riorganizzarsi e ricompattarsi.
Altrettanto fatale per la Fratellanza è stata la sua inclinazione a preferire la possibilità di stringere accordi (spesso rivelatisi poco fruttuosi) con la giunta militare all’esigenza di mantenere unito il fronte anti-regime, anteponendo il proprio ristretto tornaconto al bene dell’Egitto, e dimostrando di non aver maturato una visione in grado di coagulare attorno a sé le forze vitali del paese.
Ancora una volta, dunque, l’Egitto rischia di essere vittima delle fratture esistenti nella società egiziana, e del retaggio di diffidenza fra laici ed islamici (che ha le sue radici addirittura nell’epoca coloniale), che il regime ha storicamente sfruttato per frammentare l’opposizione e mantenere il potere.













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