I MILITARI HANNO PERSO. L’EGITTO PUO’ ANCORA SPERARE NEL CAMBIAMENTO

Gli egiziani erano tornati ad accamparsi in Piazza Tahrir ormai da giorni. Più per rabbia e disperazione che per desiderio di festa. Il passare dei giorni, il silenzio colpevole della Comunità internazionale, lo scioglimento del Parlamento. Tutto lasciava presagire che il colpo definitivo alle aspettative della grande maggioranza del popolo egiziano sarebbe stato la proclamazione di Ahmed Shafiq, l’uomo della giunta militare, l’ultimo premier dell’era Mubarak. L’uomo della restaurazione.

La storia dell’Egitto del dopo-Mubarak, però, ha spesso regalato esiti inaspettati. Così è stato anche questa volta. Per fortuna, positivamente.

E gli egiziani, in questo momento, hanno ripreso a sventolare con fierezza il proprio tricolore nelle principali piazze del Paese. Attorno alle 16.30 di oggi, infatti, il giudice Farouk Sultan, Presidente della Commissione suprema elettorale, ha comunicato i dati ufficiali.

Il primo Presidente democraticamente eletto nel più popoloso ed influente Paese arabo è Mohamed Morsi, che ha vinto il ballottaggio con circa 13 milioni di voti, contro le 12.300.000 preferenze di Shafiq.

Una vittoria netta, auspicabile, che ridà speranza ad un Paese soffocato da una crisi economica terribile, amplificata dagli eventi che hanno seguito la Primavera Araba. Ma che non nasconde evidenti criticità che il nuovo Presidente e il suo potente partito dovranno affrontare.

Innanzitutto il caos politico a cui abbiamo assistito in questi ultimi giorni si inserisce in una cornice di instabilità istituzionale più ampia, che ha raggiunto il culmine con la pronuncia della Corte Costituzionale, pochi giorni prima del secondo turno delle presidenziali, che ha sciolto il Parlamento per incostituzionalità della legge elettorale, nella parte in cui prevedeva che 1/3 dei seggi venisse assegnato in base al metodo uninominale con candidature individuali indipendenti.

La pronuncia della Suprema Corte, pur presentando un fondamento giuridico, ha fatto discutere per la sua “radicalità”, in virtù dello scioglimento dell’intero Parlamento. Soluzione, questa, che non può essere considerata come l’unica percorribile, come suggerito da molti illustri giuristi egiziani, convinti che le elezioni suppletive solo di quel terzo dei seggi assegnati con il metodo maggioritario, sarebbe stata l’opzione più ragionevole, in grado di garantire l’esecuzione della sentenza della Corte Costituzionale ma anche il rispetto della volontà popolare.

Che si trattasse di una forzatura interpretativa, sostanzialmente finalizzata ad impedire che tutte e tre le istituzioni del Paese, presidenza della Repubblica, governo e parlamento, passassero sotto il controllo del partito islamico, è stato confermato, nei giorni successivi, dalle nuove disposizioni introdotte dallo SCAF nella “Dichiarazione costituzionale”, in base alle quali il potere legislativo, passa alla giunta militare fino allo svolgimento di nuove elezioni parlamentari affianco a significativi poteri in materia di budget.

Si tratta, evidentemente, di questioni ancora aperte, sulle quali, tra l’altro, i Fratelli Musulmani non hanno alcuna intenzione di cedere.

Altra importante scommessa che Morsi dovrà vincere è, inoltre, quella del consenso reale all’interno del Paese.

E’ un dato di fatto che il risultato elettorale di Shafiq abbia oltrepassato i prevedibili confini dell’establishment economico, burocratico e militare a lui legato da interessi economici, estendendosi ai copti, che hanno votato compattamente per l’ex militare, a pezzi di società ormai stanchi di mesi di instabilità (ironia della sorte, creata ad arte proprio dallo SCAF) e, persino a frange minoritarie dei movimenti giovanili.

Senza trascurare che anche tra chi  ha sostenuto il candidato islamico al ballottaggio, in alcuni casi si è trattato di un voto contro i militari, più che di un voto per Morsi e il suo partito (si pensi al Movimento 6 Aprile, ai giovani di Piazza Tahrir, ai salafiti). E’ evidente, dunque, che per provare ad incidere positivamente sulle sorti di questo Paese, Morsi dovrà guardare oltre gli orizzonti della propria potente organizzazione politico-confessionale, per dimostrarsi, come ha dichiarato dopo il primo turno, “il Presidente di tutti gli egiziani”.

Da questo punto di vista, c’è da dire che le dichiarazioni rilasciate dopo il primo turno fanno ben sperare, avendo parlato di un governo aperto alle altre forze che hanno animato la rivoluzione, dove saranno presenti anche personalità politiche estranee ai partiti “convenzionali”, donne e copti.

Nei giorni scorsi, infatti, pare che lo stesso Morsi abbia incontrato El Baradei, alcuni leder laici e liberali ed esponenti dei movimenti giovanili di Piazza Tahrir. La prospettiva della ri-costituzione di un fronte democratico che possa ricostruire il Paese e ridimensionare il peso dei militari è tornata ad essere concreta, ed è questo il dato politico di straordinaria importanza che porta a considerare positivamente la giornata odierna.

L’impressione è che sia stato respinto il rischio incombente di un colpo di stato militare, in virtù della presenza di una piazza forte, di un popolo ancora desideroso di combattere per la libertà e la democrazia e di una nuova, timida, collaborazione tra le diverse anime della società civile egiziana. Il tutto nell’ambito di elezioni che sono apparse regolari, con una magistratura sufficientemente indipendente ed in grado di riconoscere il dato elettorale della vittoria di Mursi.

Il percorso è ancora lungo, pieno di insidie, con tanti punti oscuri e pochi dati confortanti.

Ma, senza dubbio, Piazza Tahrir, tornata a gremirsi di gente in festa, oggi fa ben sperare.

 Alessandro Martines è Dottore Magistrale in Giurisprudenza; attualmente collabora con la Cattedra di Diritto Pubblico Comparato dell’Università del Salento, svolgendo un’attività di ricerca sulla transizione costituzionale dei Paesi coinvolti dalla “Primavera Araba”

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