Iraq: il primo ministro Maliki concentra sempre più poteri nelle proprie mani

26/06/2012

Original Version:  المالكي القائد العام للقوات المسلحة: تركيز عناصر النفوذ بصلاحيات مطلقة

La progressiva “settarizzazione” delle forze armate e l’accentramento di poteri in ambito politico, militare e di sicurezza da parte del primo ministro iracheno Nuri al-Maliki preoccupano in maniera crescente i suoi oppositori nel paese – scrive il corrispondente Ali Abdel Amir

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Osservatori, funzionari e politici iracheni ritengono che i pericoli derivanti dalla concentrazione dei poteri nelle mani del Presidente del consiglio Nuri al-Maliki non dipendano dalla sua carica di capo del governo ma dal fatto che egli occupa una posizione cruciale in un paese in cui la sicurezza sembra la chiave degli eventi e del potere: è il comandante in capo delle forze armate.

Costituzionalmente, il presidente del Consiglio dei Ministri è il «Comandante in capo», e la Costituzione gli permette di disegnare la politica interna ed estera, nonché le politiche relative alla sicurezza. Ciò è considerato da Maliki e dalla sua coalizione una legittimazione dei suoi poteri pressoché totali in materia di sicurezza.

Alcuni sostengono che siano in corso «tentativi disperati del partito al governo sotto la guida di Maliki di prendere le redini del comando delle Forze armate irachene attraverso l’interpretazione dei poteri costituzionali che gli sono concessi come Comandante in capo, attraverso la rottura degli equilibri e nell’ambito di un processo ormai noto come settarizzazione delle Forze armate – l’esercito e la Polizia federale – al punto che la maggior parte delle divisioni dell’esercito sono divenute monopolio di una fazione etnica particolare».

Massoud Barzani, Presidente della Regione del Kurdistan iracheno, in un’intervista al giornale «al-Hayat» ha detto: «Maliki ha iniziato una graduale concentrazione dei poteri mentre gli altri sono rimasti in silenzio e si sono occupati di questioni marginali, fino a che le cose sono arrivate al punto in cui siamo. Adesso è Primo ministro e Comandante in capo delle Forze armate, e ribadisco che è Comandante generale dell’esercito, Ministro della difesa, Ministro dell’interno, Direttore dei Servizi segreti, e che ultimamente ha richiesto al Presidente della Banca centrale l’annessione della sua istituzione indipendente alla Presidenza del Consiglio dei ministri. C’è ancora qualche potere che non sia finito nelle sue mani? E cos’è una dittatura?».

A questi timori allarmanti il “Comandante in capo” ha replicato spesso attraverso dichiarazioni relative ai suoi incontri con i capi militari. In occasione dell’ultimo di tali incontri, l’Ufficio di Maliki ha riportato un comunicato in cui si conferma che «il Comandante in capo ha sottolineato la necessità di allontanare dalla politica le unità militari e i servizi di sicurezza al fine di assicurare una struttura professionale che le porti ad avere un’identità e una modalità operativa nazionale».

Barzani, essendo fra coloro che hanno espresso maggiore allarme per il fatto che Maliki detiene le chiavi del potere sui servizi di sicurezza e sull’esercito, sostiene che «La Costituzione stabilisce che l’esercito iracheno appartiene a tutto il popolo e che in esso ci debba essere equilibrio; stabilisce che il numero delle divisioni dell’esercito debba essere da cinque a sei, mentre oggi ce ne sono più di sedici, alle quali si aggiungono numerose forze speciali, tutte legate all’Ufficio del Comandante in capo delle Forze armate, cioè Maliki, che al tempo stesso supervisiona anche l’esercito… lui e non il Ministero della difesa, non il Capo di Stato maggiore e nessun responsabile militare se non l’Ufficio del Comandante in capo. Costituzionalmente, la nomina di qualunque comandante militare dovrebbe essere approvata dal Parlamento. Chiedete al Parlamento, al presidente della Camera o a qualunque deputato se un solo comandante militare sia stato nominato in base a questa procedura costituzionale. C’è forse una violazione della Costituzione più grave di questa? Tuttavia, c’è un pericolo maggiore, ovvero che l’esercito sia fondato sulla cultura della lealtà ad un individuo. È questo il disastro».

La squadra antiterrorismo

Gli avversari di Maliki confermano che egli dirige attualmente formazioni militari operative incostituzionali. Eppure, già con la firma del “Trattato di Erbil” della fine del 2010 (che sancì la formazione del governo attuale) si era stabilito che la loro operatività sarebbe terminata. Fra esse ci sono: il “Comando delle operazioni di Baghdad”, la “Squadra dell’antiterrorismo” e molteplici servizi segreti connessi con l’Ufficio del Comandante in capo, e diretti da capi e funzionari vicini a lui personalmente o appartenenti al suo partito. Maliki nega che ci siano personaggi vicini al “Comandante in capo” e afferma che «questi leader sono noti per la loro professionalità, ed è questo ciò che li qualifica per occupare tali posizioni».

Gli avversari del Primo ministro ritengono che «Maliki abbia deliberatamente nominato i comandanti delle divisioni militari e delle forze speciali nonché i funzionari di rilievo dei Servizi di sicurezza per evitare di dover sottoporre la loro designazione al voto del Parlamento, come previsto dalla Costituzione». Inoltre, notano che gli indicatori di efficienza sui quali si basano queste nomine sono, rispettivamente, i seguenti: la lealtà personale a Maliki, poi la lealtà al suo partito (al da’wa) e infine la lealtà alla setta sciita.

Il fatto che i comandanti delle divisioni militari siano in prevalenza sciiti (tra i quali i responsabili dell’Ufficio del “Comandante in capo”) è presentato dagli uomini della cerchia di Maliki come «qualcosa di normale in quanto gli sciiti nella società irachena sono la maggioranza». A questo proposito Bert Macgork (che probabilmente sarà assegnato a ricoprire il ruolo di Ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq), durante un’audizione presso la Commissione relazioni internazionali del Congresso americano, la settimana scorsa, ha sostenuto che «l’ultima struttura del comando militare in Iraq indica che la percentuale degli ufficiali sunniti nell’esercito è il 13%, ed è notevolmente inferiore alla percentuale complessiva dei sunniti in Iraq». Egli sottolinea che, se venisse assegnato come Ambasciatore, certamente inviterebbe il governo Maliki a lavorare per includere i sunniti in tutti gli apparati esecutivi dello Stato.

D’altro canto, gli avversari di Maliki ammettono che la Costituzione assegna al Primo ministro la funzione di Comandante in capo delle Forze armate, ma sostengono che in realtà in Iraq non esiste un Comando generale, che dovrebbe essere istituito da una legge speciale approvata dal Parlamento. Inoltre rilevano che attualmente non c’è una legge che organizzi l’operato dei Ministeri della difesa e dell’interno e non ci sono Ministri che li dirigano. Ciò ha fatto sì che essi fossero di fatto annessi all’ufficio di Maliki e sotto le sue direttive.

In merito a tale questione lo schieramento di Maliki risponde che al Primo ministro è pervenuta la proposta di un possibile candidato all’incarico alla difesa (un sunnita) ed egli non l’ha accettata in quanto la candidatura, che riguardava un ex membro del Partito Baath (che è stato sciolto), ricadeva sotto la disciplina della legge sulla debaathificazione. Per questo Maliki ha nominato Saadoun al-Dulaimi, un sunnita già Ministro alla cultura, come facente funzioni di Ministro alla difesa. Quanto al Ministero dell’interno, le sue funzioni erano state assegnate a una personalità sciita che i membri della coalizione di governo non hanno accettato, e quindi è passato sotto la direzione personale di Maliki, attraverso uno dei leader del suo partito, Adnan al-Asadi, che occupa il posto di Sottosegretario all’interno perché è il più anziano.

La giustificazione per la non approvazione da parte di Maliki dei candidati alla difesa a causa della loro provenienza dal Baath sembra però confutabile. Infatti, anche i leader effettivi dell’Ufficio del Comandante in capo delle Forze armate dovrebbero ricadere sotto la norma dell’esclusione dagli incarichi di governo. Tuttavia, il Primo ministro ha fatto un’eccezione per loro perché essi possedevano due requisiti di fedeltà: la lealtà personale e l’appartenenza alla setta sciita.

Ma la predominanza di una fazione, che ha gli ufficiali di più alto rango nell’Ufficio del Comandante in capo, nei Servizi di sicurezza e nell’intelligence, viene giustificata dalla cerchia di Maliki col fatto che «il paese si trova di fronte ad una sfida difficile contro le forze terroristiche, ed è naturale che i comandanti a cui Maliki si affida siano uomini di fiducia con cui poter affrontare questa battaglia». Questa è tuttavia un’indicazione indiretta del tentativo di associare l’idea del terrorismo ai sunniti.

La questione degli «equilibri all’interno delle Forze armate» è fra i punti inclusi nel trattato di Erbil del 2010, ma è stata criticata perché verrebbe a «rafforzarsi lo sdoganamento del settarismo, cui verrebbe data copertura istituzionale senza che vi sia un riferimento costituzionale».

È questo l’argomento che lo schieramento di Maliki continua ad usare come giustificazione per non attuare il Trattato di Erbil, sostenendo che esso contiene dei «punti incostituzionali»; e ciò malgrado il fatto che la forma consensuale adottata per la formazione del Governo – attraverso la nomina di un Primo Ministro sciita (al-Maliki), di un Presidente della Camera sunnita (al-Nujaifi), e di un Presidente della Repubblica curdo (Talabani) – sia anch’essa priva di una giustificazione costituzionale! 

La struttura settaria

Effettivamente c’è una base costituzionale indiretta per la struttura settaria delle Forze armate e dei Servizi di sicurezza iracheni. L’articolo “9-a” della Costituzione recita: «la composizione della struttura delle Forze armate irachene e dei Servizi di sicurezza spetta al popolo iracheno in base al principio di equilibrio, senza discriminazione ed esclusione». Ciò, secondo i critici della struttura settaria dell’attuale Istituzione militare irachena, fornisce di fatto «elementi che incoraggiano la discriminazione e l’esclusione su base settaria ed etnica, al contrario di quanto dichiara». Gli oppositori del «Comandante in capo» fanno notare che «14 comandanti di divisioni su 17 (che attualmente costituiscono l’esercito iracheno) appartengono direttamente alla fazione di Maliki, mentre i comandanti delle divisioni incaricate della sicurezza di Baghdad, in particolare la “Brigata Baghdad”, e gli alti ufficiali sono fedeli ai partiti sciiti di governo». L’opposizione sostiene, inoltre, che la vera fonte di rischio non sia però la «legittimazione del settarismo», ma il modo in cui tale «identità settaria» viene utilizzata nel compiere le operazioni di sicurezza, che sembrano piuttosto un modo per perseguitare le altre fazioni. Un esempio sono gli arresti di massa avvenuti nelle zone sunnite intorno a Baghdad prima del vertice arabo della fine del marzo scorso, che secondo i Deputati ed i politici sunniti sono stati un  «incitamento al settarismo, e non avevano alcun mandato giudiziario»; l’opposizione ricorda anche l’arresto, all’inizio di quest’anno, di oltre 1600 iracheni, accusati di essere coinvolti in una presunta «cospirazione del Baath per rovesciare il governo», e poi rilasciati dopo aver dimostrato la propria innocenza. Ciò sostanzialmente vuol dire che le Forze Speciali legate all’Ufficio del Comandante in Capo hanno arrestato persone innocenti, mentre i Parlamentari della coalizione di Maliki e i suoi consiglieri considerano il gran numero di arresti come «la conferma della professionalità dei servizi di sicurezza e della loro attenzione alle prove giudiziarie» e negano le evidenze di «torture nei confronti dei detenuti e di intimidazioni verso le loro famiglie».

Questa, a quanto sembra, è la fonte delle paure: l’abilità di Maliki nell’utilizzare i suoi poteri illimitati di «Comandante in capo delle Forze armate», i cui funzionari più alti in grado non hanno esitato ad istituire carceri segrete finanche all’interno della «zona verde», dove si trovano le sedi del Governo, del Parlamento e delle Ambasciate. Ciò è stato di recente rivelato da Amnesty International, ma il Governo iracheno nega e afferma che Amnesty International fa riferimento a un Centro di detenzione che è stato chiuso da oltre un anno.

Non c’è fine a questo dibattito tra i sostenitori di Maliki e i suoi avversari circa i pericoli della concentrazione di immensi poteri di sicurezza nelle mani del «Comandante in capo». Tuttavia, secondo una importante dichiarazione rilasciata recentemente da Mithal al-Alusi, leader del Partito della Nazione Irachena (Hizb al-Umma al-Iraqiyya), il succo della questione è il seguente: «Oggi in Iraq ci sono due governi, un governo securitario e violento guidato dal Comandante in capo delle Forze armate, Nuri al-Maliki, che forgia il paese in base ai capricci e alle ossessioni di quest’ultimo, e un governo di servizi, guidato anch’esso dal Presidente del consiglio dei Ministri, Nuri al-Maliki, che non ha ancora raggiunto nessun risultato, ad eccezione delle indicazioni che presentano l’Iraq  come un paese tra i più corrotti al mondo.

Ali Abdel Amir

(Traduzione di Isadora D’Aimmo)

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