
Fra l’allarme suscitato dalla crisi economica in Europa e la fiammata delle elezioni presidenziali in Egitto, la notizia è passata in sordina, sebbene rischi di avere conseguenze serissime per l’intero Medio Oriente: dopo il fallimento dei colloqui di Mosca, i negoziati sul nucleare iraniano sono di fatto in un vicolo cieco.
E’ vero, tra l’Iran e il gruppo dei P5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania) non è ancora rottura completa, e i colloqui proseguiranno il 3 luglio ad Istanbul.
Tali colloqui sono stati però declassati ad un mero “livello tecnico” da cui non ci si attende alcun progresso, e nel frattempo sanzioni severissime scatteranno ai danni di Teheran. Il 28 giugno entreranno in vigore le sanzioni americane contro chiunque effettui transazioni con la Banca centrale iraniana, mentre pochi giorni dopo (il 1° luglio) avrà inizio l’embargo europeo contro le esportazioni petrolifere della Repubblica islamica.
Ma non basta, perché tutto lascia presagire che il Congresso americano approverà in tempi brevi ulteriori sanzioni che andranno a colpire il settore energetico e quello finanziario dell’Iran, la cui economia è già duramente provata dalle misure punitive in atto ormai da tempo.
Nel frattempo non accenna a diminuire d’intensità la “guerra segreta”, fatta di azioni di spionaggio e sabotaggio, che è stata condotta in questi anni ai danni di Teheran da diversi servizi segreti occidentali (con in testa Stati Uniti e Israele).
Le notizie più recenti parlano di un altro attacco (rilevato per la prima volta nel mese di aprile) al sistema informatico iraniano ad opera di “Flame”, un secondo potentissimo virus che – al pari di “Stuxnet”, salito alla ribalta ormai quasi due anni fa – sarebbe stato sviluppato dagli Stati Uniti in collaborazione con Israele (secondo quanto affermato dagli stessi responsabili americani).
Di fronte a simili azioni, comprensibilmente considerate da Teheran come altrettanti “atti di guerra”, non è da escludersi che il regime iraniano risponda a tono, in particolare minacciando nuovamente di chiudere lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa il 20% delle forniture petrolifere mondiali.
Analogamente, c’è da attendersi un inasprimento delle posizioni di Teheran in merito alla crisi siriana, che appare ormai fuori controllo e rischia di trasformarsi in un pericoloso conflitto regionale.
PERCHE’ SONO FALLITI I NEGOZIATI?
Al di là del discorso che si potrebbe intavolare sulla manifesta incapacità di un anacronistico Consiglio di Sicurezza di affrontare le sfide della non-proliferazione nucleare a livello globale, come già dimostrato nei casi di Israele, India, Pakistan e Corea del Nord (tanto più che il ristretto club di potenze che rappresenta i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza è proprio il primo ad aver disatteso il Trattato di non-proliferazione rinviando a tempo indeterminato lo smantellamento dei propri arsenali nucleari), è necessario chiedersi quali siano le ragioni contingenti che hanno portato al fallimento del presente negoziato con l’Iran.
L’attuale ciclo di negoziati aveva avuto inizio il 14 aprile proprio a Istanbul (dove si terranno i colloqui “tecnici” di luglio) in un clima di rinnovato ottimismo dovuto alla maggiore “flessibilità” mostrata da tutte le parti coinvolte.
E’ interessante notare che appena due giorni prima era entrato in vigore un fragile cessate il fuoco in Siria, che avrebbe dovuto rappresentare il primo passo per realizzare il piano di pace dell’inviato dell’ONU e della Lega Araba Kofi Annan, incentrato sull’avvio di un processo negoziale tra il regime di Damasco e i ribelli.
Il clima positivo di Istanbul aveva spinto alcuni osservatori a pronosticare il raggiungimento di un accordo preliminare nei successivi colloqui di Baghdad, previsti il 23 maggio.
In patria, i leader iraniani avevano affermato che la disponibilità dell’Occidente a negoziare mentre proseguiva il processo di arricchimento dell’uranio da parte iraniana era una grande vittoria. La propaganda del regime suggeriva che esso intendesse preparare l’opinione pubblica interna al raggiungimento di un compromesso.
In cambio della rinuncia iraniana ad arricchire l’uranio al 20% (una percentuale dalla quale è molto facile passare a un arricchimento al 95%, necessario per l’uso bellico), Teheran confidava che l’Occidente avrebbe riconosciuto il diritto iraniano ad arricchire l’uranio al 3,5%, che permette la produzione di energia a scopo pacifico (come del resto prevede il Trattato di non-proliferazione, a cui Teheran ufficialmente aderisce).
A fronte del congelamento delle attività di arricchimento al 20% e del trasferimento all’estero del combustibile fin qui prodotto, Teheran si aspettava anche un rinvio dell’embargo petrolifero europeo e delle sanzioni americane contro la sua banca centrale – misure che, come accennato sopra, entreranno in vigore tra la fine di giugno e l’inizio di luglio (l’Iran, dunque, non si attendeva una rimozione delle sanzioni già in atto).
Sarebbe stato questo, dal punto di vista iraniano, il primo passo nell’ambito di un approccio “step-by-step” proposto originariamente dai russi, che prevedeva che le controparti concordassero una serie di passaggi graduali e verificabili, al fine di ricostruire la fiducia reciproca in vista del raggiungimento di un accordo finale.
“DIAMANTI IN CAMBIO DI NOCCIOLINE”
Tuttavia, malgrado le aperture iniziali da parte della Casa Bianca, a Baghdad è apparso evidente che le richieste americane non coincidevano con le posizioni iraniane: Washington ha chiesto non solo lo stop dell’arricchimento al 20%, e il trasferimento all’estero dell’uranio al 20% fin qui prodotto, ma anche la chiusura definitiva dell’impianto fortificato sotterraneo di Fordow, vicino a Qom; ed in cambio ha offerto solo barre di uranio al 20% (difficilmente utilizzabili a scopo bellico) per il reattore di ricerca di Teheran, e pezzi di ricambio per l’aviazione civile iraniana, ma nessun alleggerimento delle sanzioni attuali e nessun rinvio di quelle programmate.
Per comprendere fino a che punto una simile proposta fosse inaccettabile per Teheran è sufficiente sottolineare che, in cambio della rinuncia alla sua carta di maggior valore (la possibilità di arricchire l’uranio al 20%), l’Iran avrebbe dovuto accettare la prospettiva di continuare a veder strangolata la propria economia (dalle sanzioni già in atto, e da quelle ancor più dure che entreranno in vigore a breve).
Chiudere l’impianto di Fordow, inoltre, per Teheran significherebbe rinunciare all’unica installazione che attualmente è fuori dalla portata delle bombe israeliane (ma non delle più potenti bombe americane), con la prospettiva di rendere realmente efficace un eventuale attacco militare unilaterale da parte israeliana (che è stato più volte minacciato da Tel Aviv).
In altre parole, a Teheran è stato chiesto di cedere “diamanti in cambio di noccioline” – come ha affermato l’ex negoziatore iraniano Hossein Mousavian.
Il rifiuto americano di rinviare le nuove sanzioni, e il mancato riconoscimento del diritto iraniano ad arricchire l’uranio, suggeriscono che alla fine Washington abbia abbracciato la posizione di Tel Aviv. Il governo Netanyahu chiede lo smantellamento “tout court” del programma iraniano, semplicemente non ammettendo la possibilità che l’Iran arricchisca l’uranio (anche solo al 3,5%).
Molti osservatori in America sostengono che Obama non possa permettersi di allontanarsi da questa linea, o di fare concessioni in materia di sanzioni, in un anno elettorale. Le sanzioni adottate dagli USA sono state in gran parte volute dal Congresso, che ha scarsa fiducia di poter giungere ad un accordo con Teheran (ed ha mostrato di fatto di essere vicino alle posizioni di Netanyahu).
Tuttavia questa intransigenza rischia di portare allo scontro, ed appare ingiustificata alla luce dei dati sul programma nucleare iraniano che sono attualmente in mano all’intelligence occidentale.
LA MINACCIA NUCLEARE IRANIANA NON E’ IMMINENTE
Ciò che più colpisce è il contrasto esistente fra le valutazioni della maggior parte dei funzionari dell’intelligence occidentale, che parlano di una minaccia nucleare iraniana “non imminente”, e l’acceso dibattito in Israele e negli USA sulla possibilità di un attacco militare all’Iran.
I servizi segreti occidentali in gran parte concordano sul fatto che l’Iran non abbia ancora deciso di costruire un ordigno nucleare, e che avrebbe bisogno di alcuni anni per costruire realmente una testata atomica qualora decidesse di farlo.
L’americana “National Intelligence Estimate” del 2007, in gran parte confermata dalla versione aggiornata del 2010 e dal rapporto AIEA della fine del 2011, afferma che, in base a tutte le prove a disposizione, il programma nucleare iraniano a scopo bellico è stato interrotto nell’autunno del 2003.
In altre parole, generalmente si ritiene che l’Iran non intenda entrare in possesso di una bomba atomica, ma solo acquisire le conoscenze necessarie per costruirne rapidamente una all’occorrenza (intenda cioè raggiungere la cosiddetta “breakout capacity”).
Nel febbraio 2011 il direttore del National Intelligence, James Clapper, dichiarò al Congresso americano che “l’Iran sta mantenendo aperta la possibilità di sviluppare armi nucleari, in parte sviluppando differenti capacità nucleari che lo pongano in una posizione migliore per produrre simili armi, qualora decidesse di farlo”.
Allo stato attuale, gli esperti ritengono generalmente che, se davvero l’Iran volesse costruire un ordigno, avrebbe bisogno di almeno un anno, e di altri 1-2 anni per posizionarlo all’interno di un missile.
Alla luce di ciò, e del fatto che appare altamente improbabile che l’Iran possieda altre installazioni segrete oltre a quelle di Natanz e Fordow scoperte negli anni passati (affermazione, questa, che si basa sull’elevata qualità dei dati di intelligence di cui gli esperti americani ritengono di essere in possesso), la tesi israeliana secondo cui il programma nucleare iraniano starebbe per entrare in una “zona di immunità”, che lo metterebbe al sicuro da qualsiasi attacco militare, appare un po’ come gridare “al lupo, al lupo”.
LE RAGIONI DI TEHERAN
Ci si potrebbe chiedere a questo punto perché l’Iran voglia entrare in possesso delle conoscenze per costruire una bomba atomica.
La risposta è semplice: il regime iraniano si sente minacciato, e ritiene che la possibilità di costruire rapidamente una bomba, qualora necessario, lo metterebbe al riparo da qualsiasi pericolo.
Non a caso il programma nucleare iraniano prese forma all’indomani della sanguinosa guerra Iran-Iraq, che provocò perdite spaventose agli iraniani. Inoltre, dall’esperienza della Corea del Nord Teheran ha imparato che entrare nel club nucleare è il modo migliore per garantirsi contro qualsiasi attacco.
Naturalmente, l’Iran nutre anche mire egemoniche in Medio Oriente – come del resto, ciascuno a suo modo, anche gli Stati di Arabia Saudita, Turchia e Israele (l’unica potenza nucleare della regione). A tali mire Teheran dovrà almeno in parte rinunciare in cambio di garanzie alla propria sicurezza, al fine di assicurare una pacifica convivenza nella regione.
Tuttavia il punto essenziale è che i leader iraniani sono convinti (non del tutto a torto, sembrerebbe) che gli USA e Israele puntino a un cambio di regime in Iran, attraverso un progressivo strangolamento economico incentrato sulle sanzioni, un isolamento politico a livello regionale, ed eventualmente un intervento militare diretto.
Da qui la riluttanza di Teheran a cedere su punti significativi del suo programma nucleare – come l’arricchimento dell’uranio al 20% – in assenza di un alleggerimento delle sanzioni; da qui anche l’insistenza iraniana ad estendere il negoziato a questioni di sicurezza regionale.
La richiesta iraniana, avanzata ai colloqui di Baghdad, di inserire nei negoziati la questione siriana e quella del Bahrain – che è stata bollata come “strampalata” da alcuni diplomatici occidentali – appare molto più sensata alla luce delle considerazioni appena fatte.
UN CALCOLO PERICOLOSAMENTE SBAGLIATO
Sulla base di quanto detto, il miglior risultato che i colloqui di Baghdad, e poi quelli “dell’ultima spiaggia” a Mosca, avrebbero potuto ottenere era un parziale congelamento dell’arricchimento dell’uranio (cioè quello al 20%) in cambio di un parziale “alleggerimento” delle sanzioni (attraverso il rinvio dell’embargo petrolifero e delle sanzioni contro la Banca centrale iraniana).
Sarebbe stato un primo passo, utile a ricostruire un minimo di fiducia reciproca in vista di una prosecuzione del negoziato.
Si è trattato, fra l’altro, di un’opzione che l’UE ed il suo rappresentante della politica estera Catherine Ashton – che hanno avuto un ruolo di primo piano in questi colloqui – hanno dimostrato di prendere in considerazione, in particolare ribadendo di voler continuare a muoversi nella cornice del Trattato di non-proliferazione (ovvero di essere disposti a riconoscere il diritto iraniano ad arricchire l’uranio a scopo pacifico).
Tuttavia, come aveva ammonito Daniel Levy (politologo presso la New America Foundation ed ex consigliere speciale di Ehud Barak quando quest’ultimo fu primo ministro), l’UE si è trovata ben presto a dover scegliere, allorché i progressi nei negoziati con l’Iran e la “deferenza” europea nei confronti degli Stati Uniti si sono rivelati incompatibili.
L’Europa dovrebbe agire “secondo il proprio giudizio” – aveva esortato Levy; ma Bruxelles sembra invece essersi inchinata alla posizione americana, secondo cui l’Iran cederà solo in conseguenza di un’enorme pressione.
Come ha scritto Trita Parsi (presidente del National Iranian American Council, ed ostile all’attuale regime di Teheran), gli americani sembrano ispirarsi agli eventi del 1988, quando l’Ayatollah Khomeini fu costretto a bere un “amaro calice” accettando la pace con Saddam Hussein, semplicemente perché l’Iran aveva l’economia a pezzi, era devastato dalla guerra, e non poteva resistere più a lungo.
Washington intende dunque esercitare nei confronti di Teheran una pressione analoga a quella che costrinse Khomeini a cedere.
Ma l’attuale regime iraniano non ha la stessa possibilità di scelta che ebbe Khomeini. Quest’ultimo sapeva che se avesse “bevuto l’amaro calice” avrebbe ottenuto la fine della guerra.
Per Teheran, oggi, questa netta alternativa non esiste: nessuna chiara prospettiva di un alleggerimento delle sanzioni a fronte di concessioni sul programma nucleare; nessuna certezza su un futuro riconoscimento del diritto iraniano ad arricchire l’uranio; nessuna garanzia che metta l’Iran al sicuro da un futuro attacco militare.
Anzi, Teheran ha l’impressione contraria: che Washington intenda mantenere le sanzioni a tempo indeterminato, che intenda continuare la sua guerra di sabotaggio contro il programma nucleare e contro il regime anche in presenza di un negoziato; che punti a strangolare l’economia iraniana e ad isolare ulteriormente l’Iran rovesciando il regime alleato di Damasco.
UNA GUERRA GIA’ IN ATTO
Le paure di Teheran non sono immotivate. Fin da quando ha assunto il proprio incarico alla Casa Bianca, Barack Obama – mentre esortava la Repubblica islamica a “schiudere il proprio pugno” e a dialogare – non solo ha proseguito, ma ha rafforzato la “guerra segreta” contro l’Iran avviata dal predecessore Bush – come ha recentemente rivelato il New York Times.
Questa guerra segreta ha incluso una campagna di attacchi informatici che, per ammissione di alcuni funzionari dell’intelligence americana, è ben più ampia dei due virus Stuxnet e Flame saliti alla ribalta delle cronache, e serve a “preparare il campo di battaglia per un altro tipo di azioni sotto copertura”.
A fianco della campagna di attacchi informatici, la CIA ha condotto una vasta operazione di sorveglianza del territorio iraniano tramite droni (un’operazione clamorosamente svelata lo scorso dicembre quando uno di questi aerei senza pilota cadde in mani iraniane).
Nel frattempo una spietata campagna di omicidi mirati è stata condotta ai danni degli scienziati iraniani ritenuti coinvolti nel programma nucleare. Molti analisti avevano attribuito simili operazioni ad Israele. Poi, a febbraio di quest’anno, alcune rivelazioni shock hanno lasciato intendere che per compiere questi omicidi Tel Aviv si sarebbe servita dei Mojahedin-e Khalq (MEK), un’organizzazione marxista e islamista iraniana storicamente nemica del regime di Teheran, che negli Stati Uniti è inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Ma i colpi di scena erano destinati a continuare, visto che un reportage del giornalista investigativo americano Seymour Hersh, apparso ad aprile sul New Yorker, rivelava che membri del MEK sarebbero stati segretamente addestrati dalle forze speciali americane nel deserto del Nevada.
Nel frattempo è in atto, sempre negli Stati Uniti, una multimilionaria campagna di lobbying finalizzata a cancellare il MEK dalla lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato. Decine di ex funzionari americani sono stati pagati da membri del MEK perché promuovessero la loro causa.
I RISCHI DI ESCALATION
Alla luce dei suddetti fatti, dell’intransigenza di Washington a livello negoziale, e delle durissime sanzioni che scatteranno a partire da luglio, è difficile immaginare che il regime iraniano ritenga di avere opzioni alternative allo scontro.
Teheran è già stata accusata di aver organizzato attentati terroristici (in gran parte sventati o falliti) ai danni di personale diplomatico israeliano ed americano in India, Tailandia, Azerbaigian, Turchia, Pakistan e Georgia.
Ma soprattutto, l’Iran potrebbe essere tentato di rispondere con un’escalation nel Golfo Persico. Semplicemente minacciando di chiudere lo Stretto di Hormuz (anche senza compiere nessun attacco reale), Teheran può creare una situazione di apparente instabilità in grado di far risalire i prezzi del petrolio.
Il regime iraniano potrebbe poi essere tentato di superare la soglia di arricchimento del 20% e di avvicinarsi a quella del 95% che permette l’uso bellico dell’uranio (Teheran ha già ventilato qualcosa di simile, affermando di avere l’intenzione di costruire sottomarini nucleari – i quali richiedono appunto un uranio arricchito al 95% – anche se Teheran probabilmente non ha le capacità per costruire simili sottomarini).
L’Iran farà poi di tutto per difendere il regime di Bashar al-Assad in Siria, consapevole che la caduta di quest’ultimo potrebbe non essere altro che una tappa nel processo di progressivo strangolamento di Teheran.
LA SIRIA PRIMA DI TUTTO?
A Washington si moltiplicano infatti le voci che sostengono che favorire la caduta del regime di Damasco permetterebbe di spezzare l’anello che lega Teheran a Hamas e Hezbollah, e di isolare ulteriormente il regime iraniano (fra l’altro, ciò priverebbe Teheran di due potenti strumenti di “rappresaglia” nel caso di un possibile futuro attacco militare israeliano o americano all’Iran).
Le recenti dichiarazioni di condanna nei confronti di Assad da parte del governo Netanyahu appaiono certamente come un ulteriore campanello di allarme per la Repubblica islamica.
Dopo aver a lungo mantenuto una posizione defilata nei confronti della crisi siriana, alcuni politici di spicco del governo israeliano hanno infatti “rotto gli indugi” dopo il massacro di Houla in Siria. Netanyahu ha duramente condannato Assad, affermando allo stesso tempo che l’asse del male “sta rialzando la testa” – un chiaro riferimento all’Iran e a Hezbollah. Il vice primo ministro Sahul Mofaz, dal canto suo, ha chiesto un intervento internazionale in Siria ed ha accusato la Russia di bloccare gli sforzi dell’ONU.
Anche nel mondo arabo alcuni osservatori si sono interrogati sulle motivazioni alla base di questa improvvisa presa di posizione da parte di Tel Aviv.
L’idea che il regime di Damasco possa essere il primo a cadere in un “effetto domino” che abbia come ultimo obiettivo l’Iran, del resto, non è coltivata solo da alcuni a Washington e in Israele, e non è solo temuta dal regime di Teheran, ma è considerata come una “minaccia credibile” anche da altri.
Il China Daily – quotidiano in lingua inglese spesso considerato portavoce del governo di Pechino – in un recente articolo insolitamente duro e apertamente critico nei confronti degli Stati Uniti, accusa Washington di essere il principale responsabile dell’inasprimento della crisi iraniana.
Il giornale afferma che l’obiettivo americano sarebbe quello di impedire ad un paese “nemico” di diventare una potenza nucleare, ed allo stesso tempo di rafforzare la dipendenza militare di altri paesi mediorientali dagli Stati Uniti.
L’articolo sostiene che non bisogna temere un attacco militare israeliano o americano all’Iran prima che la crisi siriana sia giunta a conclusione, perché “gli Stati Uniti ed i loro alleati arabi vogliono che la Siria sia la prima ‘tessera del domino’ a cadere”.
In quella che potrebbe apparire come una velata minaccia, il giornale conclude affermando che Washington non oserà implementare contro la Cina le sanzioni legate alla Banca centrale iraniana, e che gli Stati Uniti – che lo vogliano o meno – devono cercare la cooperazione piuttosto che il confronto con Pechino, per risolvere le questioni internazionali.













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