Un mese decisivo per il destino del Medio Oriente

28/06/2012

Original Version: شهرٌ حاسم لمصير االشرق الأوسط

Ancora una volta il mondo arabo scommette sulle potenze straniere, o per risolvere problemi risalenti alla debolezza intrinseca di questa regione, o per ottenere vittorie anche a scapito dell’unità dei paesi e dei popoli arabi – scrive il giornalista libanese Sobhi Ghandour

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La regione mediorientale – ovvero i paesi arabi e le limitrofe potenze in gioco, come Iran, Turchia e Israele – sta vivendo in questo momento una situazione simile alle doglie che precedono il parto. I paesi della regione sono stati negli ultimi due anni gravidi di cambiamenti, dentro e fuori i loro confini, in assenza però di una conoscenza decisiva della direzione di questi cambiamenti o del loro riflesso sul destino delle crisi, delle relazioni e delle entità esistenti in questa delicatissima regione del mondo.

Le interazioni degli attuali eventi in Siria, e precedentemente in Libia, hanno portato all’emergere di un’evoluzione negativa nelle relazioni tra i grandi poli internazionali, in particolare Washington e Mosca, e questo è un problema che ad oggi minaccia la sicurezza mondiale e pone numerosi punti interrogativi sul futuro delle differenti crisi internazionali nelle quali Stati Uniti e Russia sono coinvolti. Il consenso internazionale che la missione di Kofi Annan aveva ottenuto è stato un segno positivo, che però non ha resistito a lungo.

Se sembrava che Mosca e Washington si fossero accordate sul sostegno alla missione Annan, così da tenere sotto controllo le divergenze fra di loro riguardo alla questione siriana, nessun’intesa è stata però raggiunta sulla natura della soluzione politica desiderata;  per questa ragione è con ritardo che sono emersi  i contrasti (e le critiche reciproche) tra Russia e Stati Uniti per quanto concerne il destino della missione Annan e il futuro del regime politico in Siria.

Sfortunatamente oggi, il mondo arabo è soggetto a una tutela internazionale indiretta, ed anzi alcune forze dell’opposizione araba invitano apertamente a dare una veste legale a questa tutela. Altrettanto disgraziatamente, oggigiorno non esistono efficaci autorità di riferimento arabe, capaci di controllare i conflitti interni ai paesi della regione e di impedire le ingerenze straniere. Tutto ciò sottomette il destino della regione, e le crisi dei suoi paesi, alle decisioni internazionali e alla volontà di attori esterni, così come al livello di accordo o di conflitto tra le grandi potenze.

Questa situazione rassomiglia a quella di cento anni fa, quando gli interessi internazionali decidevano le sorti della regione, allorché venne definita la natura dei regimi e dei confini politici nati dopo la fine dell’impero ottomano. Fu in questa fase che rinacquero gli ideali di riforma, progresso e cambiamento, ma purtroppo la realtà sul terreno si stava muovendo in direzione contraria. Durante questo periodo i progetti di internazionalizzazione e di spartizione degli stati arabi coincisero con la crescita del ruolo del movimento sionista in Palestina e nel mondo in generale.

Oggi, il futuro delle numerose crisi nella regione dipende dalle decisioni di Washington e Mosca. Quindi un aumento della tensione tra le due potenze comporterebbe un ulteriore peggioramento nelle questioni calde del Medio Oriente, a partire in primis dal caso siriano e da quello iraniano, il che si rifletterà necessariamente su tutti i paesi che confinano con Siria ed Iran, sulla questione palestinese e la sua dimensione mondiale, come anche sugli stati del Golfo e sull’economia globale.

Per questo motivo gli occhi del mondo erano puntati il mese scorso (a maggio) sul vertice del G8 tenutosi a Camp David, al fine di conoscere il livello di intesa o di contrasto tra Russia e Stati Uniti circa la Siria e l’Iran. Tuttavia l’assenza del presidente russo Putin dal vertice ha impedito di trarre conclusioni nel leggere la natura delle relazioni e delle intese tra America e Russia, contribuendo alla confusione su come guardare al futuro della Siria e agli sviluppi della posizione internazionale rispetto al dossier nucleare iraniano.

Ugualmente, il vertice del G20 in Messico era un altro appuntamento importante che attendevano coloro che sono interessati alle crisi mediorientali, per conoscere quale “piega” avrebbero preso le relazioni tra Stati Uniti e Russia. Le dichiarazioni di Putin e Obama, dopo il loro incontro durante questo summit, hanno dato qualche limitata speranza di una possibile intesa circa le modalità di gestione politica della crisi siriana. Questo sviluppo relativamente positivo è però necessariamente legato ai risultati delle negoziazioni di Mosca a proposito del nucleare iraniano.

E’ importante attirare l’attenzione sul fatto che l’accordo russo-americano che consentì la preparazione e l’annuncio del piano Annan fu accompagnato, allora, da un’intesa su come rapportarsi con la questione iraniana. L’annuncio del piano per la Siria, e l’unanimità del Consiglio di Sicurezza nel sostenerlo, coincise con il buon esito della sessione di negoziati sul nucleare iraniano tenutasi prima ad Istanbul e successivamente a Baghdad.

Questo mese sarà decisivo per l’andamento delle relazioni tra Mosca e Washington e per le sorti delle più gravi crisi del Medio Oriente. Nel caso in cui si raggiunga una vera intesa tra Stati Uniti e Russia, e vengano prese misure concrete riguardo a Siria ed Iran, non potrebbe che trattarsi di soluzioni politiche, il che sarebbe di grande ostacolo a tutti i progetti di  guerra civile e regionale – guerre delle quali nessuno sarebbe in grado di determinare la durata, né il conto dei profitti e delle perdite.

A questo punto è chiaro che l’amministrazione Obama non trova alcun interesse nell’inasprire i contrasti con le posizioni di Russia e Cina. Lo stesso vale per l’Unione Europea, che sarebbe la prima a soffrire nel caso del ritorno di un clima da guerra fredda tra Mosca e Washington, soprattutto considerando la recessione economica che affligge il vecchio continente e il suo bisogno di buoni rapporti economici e politici con Cina e Russia.

Allo stesso modo, al momento il governo americano non ha alcun interesse ad aggravare le tensioni con l’Iran, né a tornare a parlare di attacchi militari contro i siti iraniani o la Siria; al contrario, l’amministrazione Obama guarda all’uso della forza richiesto da parte israeliana e da qualche voce nel Congresso come ad un pericolo più grande – per l’America ed i suoi interessi – di ciascuna delle altre guerre condotte dagli Stati Uniti negli ultimi decenni. Inoltre, le situazioni di Iran e Siria sono totalmente diverse da quelle del Kosovo, della Libia, o persino dell’Iraq  la cui guerra ha causato agli Stati Uniti danni e perdite notevoli.

Per questo sono state raggiunte alcune intese tra le due grandi potenze su come agire nella questione siriana ed in quella iraniana. Tuttavia si tratta solo di intese volte a impedire  un ulteriore aggravamento delle due crisi  e ad impedire lo scoppio di una guerra regionale, se non mondiale. Il livello di accordo non ha però ancora raggiunto un’intesa su tutto ciò che è necessario fare in futuro dal punto di vista di ciascuna parte in causa.

La questione è quindi aperta a maggiori discussioni, ma il vero esame avrà luogo nelle prossime settimane, prima che l’amministrazione Obama, e l’America tutta, siano impegnate nelle elezioni presidenziali di Novembre, quando la rielezione di Obama per un secondo mandato rappresenterà il passo più importante per la costruzione di un possibile accordo tra i due poli – quello formato da Unione Europea e Stati Uniti, e quello di Russia e Cina – sulle numerose questioni internazionali  unite da un arco di crisi che da Tehran si estende fino a Gaza passando per la Siria ed il Libano.

La scelta del compromesso è l’unica possibile attualmente per le potenze internazionali, anche qualora vi fossero opposizioni a un tale compromesso a livello locale e regionale. Ecco dunque il mondo arabo di nuovo pronto a scommettere sull’ “estero”. Alcune di queste scommesse sperano di risolvere così quei problemi la cui principale causa va individuata nella debolezza e nella frammentazione del fronte interno, mentre altre aspirano a un ulteriore coinvolgimento straniero anche se ciò dovesse andare a scapito dell’unità dei paesi e dei popoli arabi.

Sobhi Ghandour è un giornalista libanese; è fondatore e direttore esecutivo di “al-Hewar Center”, con sede a Washington

(Traduzione di Francesco Saverio Leopardi)

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