Lezioni dall’Egitto

02/07/2012

Original Version: Learning lessons from Egypt

La mobilitazione di massa è necessaria, ma la vera rivoluzione deve ancora venire – scrive l’intellettuale musulmano Tariq Ramadan

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In Egitto regna la confusione. La rivolta di massa iniziata il 25 gennaio 2011 ha rovesciato il presidente a vita Hosni Mubarak e apparentemente ha scosso il suo regime dittatoriale. L’ottimismo sembrava aver trionfato: era giunta la “primavera araba”, la “rivoluzione” stava avanzando, la gente aveva sconfitto il dittatore e aveva cominciato la sua lunga marcia verso la libertà. Le voci più prudenti, che avevano ammonito che bisognava essere più attenti alla congiuntura politica nazionale e regionale, finirono sotto attacco e vennero sommariamente screditate. Erano infettate dal pessimismo, dissero alcuni, o dedite alla promozione degli interessi occidentali.

Cosa ancora più grave, queste stesse voci esprimevano dubbi sul popolo arabo e sulla sua capacità di liberarsi dal duplice giogo della dittatura e dei diktat delle Grandi Potenze. Gli egiziani, come i tunisini e gli yemeniti, si erano liberati senza alcun aiuto esterno e avevano preso in mano il loro destino. Esprimere una qualunque esitazione significava mettere in dubbio se stessi e l’ “anima araba”, se non lo stesso “arco della storia”. Un simile dubbio era, per sua stessa natura, un’espressione di colpa. Nel mio libro ‘Islam and the Arab Awakening’, ho espresso alcune riserve circa l’origine e anche la natura delle rivolte che hanno scosso il Medio Oriente e il Nord Africa. Sono stato criticato in Occidente (come teorico della cospirazione), così come nei paesi arabi ed a maggioranza musulmana (per lo stesso motivo e, soprattutto, per la mia mancanza di fiducia nel coraggio del popolo arabo). Eppure …

La situazione in Egitto ci obbliga ad abbandonare l’ottimismo dettato dalle emozioni dei primi mesi e a tornare ad un esame più attentamente ponderato, e più logico, dei fatti e delle questioni così come sono. Non possiamo trascurare la conclusione che, fin dall’inizio della sollevazione popolare, l’unica istituzione a non aver perso il controllo della situazione sono state proprio le forze armate. Dopo qualche esitazione (dovuta essenzialmente alle tensioni tra il clan filo-Mubarak e la maggioranza degli ufficiali desiderosi di scaricare un leader che era diventato motivo di imbarazzo, allo stesso tempo salvaguardando le proprie prerogative ed i propri interessi), la gerarchia prese inizialmente la decisione di non intervenire (seguendo l’esempio tunisino) e di permettere le proteste di massa fino a quando il dittatore non fosse caduto. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA) ha mantenuto una stretta sorveglianza, e anche una sorta di regia, su ogni fase della rivitalizzazione delle istituzioni statali: le elezioni parlamentari, la Commissione incaricata di redigere la nuova costituzione, la creazione di partiti politici e la scelta dei loro candidati presidenziali, il processo all’ex presidente, ecc.. Neanche una volta i militari hanno ceduto il controllo operativo, e ad ogni passo hanno obbligato i rappresentanti dei partiti politici e della società civile a trattare con loro – gli stessi candidati, così come i Fratelli Musulmani e i salafiti, hanno preso parte a questo processo. Essi hanno ricevuto rassicurazioni (riguardo alla futura incriminazione di ufficiali di alto rango delle forze armate) ed hanno fissato le condizioni di un eventuale accordo con l’establishment militare. L’esercito, a sua volta, non si limita a rappresentare le “forze armate” in Egitto, ma è anche una potenza finanziaria con un significativo coinvolgimento in numerosi settori dell’economia.

Gli eventi hanno subito un’accelerazione nel corso delle ultime settimane. Ciò che una volta era percepibile solo nell’ombra è ora emerso nella piena luce del giorno nel modo più opportuno e perfettamente calcolato. La commissione istituita per redigere la nuova costituzione è stata giudicata incostituzionale. Un Mubarak morente è stato condannato al carcere a vita mentre i suoi figli sono stati assolti. E’ impossibile giudicare l’imparzialità del processo elettorale. Tra il primo e il secondo turno lo stesso Parlamento è stato sciolto (a causa di irregolarità) e le prerogative del futuro presidente sono state notevolmente ridotte, mentre il reale potere decisionale è ora nelle mani dei militari. L’effetto di queste decisioni è stato quello di distruggere l’integrità istituzionale e giuridica delle elezioni presidenziali. I portavoce dell’esercito si sono affrettati ad aggiungere che la stessa elezione presidenziale era temporanea, e che una nuova consultazione si terrà una volta che la costituzione e il parlamento saranno stati ristabiliti entro sei mesi. Un’elezione per niente, in altre parole.

A meno che, naturalmente, l’intenzione non fosse quella di dare ai militari il tempo per ristabilire il loro controllo totale – una cosa che al tempo stesso potrebbe costare alle principali forze politiche egiziane la loro credibilità. I Fratelli Musulmani hanno commesso una serie di errori strategici che stanno costando loro gran parte della loro popolarità. I salafiti si sono dimostrati un’utile tattica diversiva (come in Tunisia), mentre gli altri gruppi politici sono rimasti disorganizzati o profondamente divisi. Dobbiamo anche ricordare i forti legami che per decenni hanno unito gli Stati Uniti e l’Unione Europea alla gerarchia militare egiziana (a dispetto delle frettolose analisi che hanno curiosamente trascurato la storia delle relazioni internazionali nella regione). La situazione in Egitto è allarmante, così come continua ad esserlo in Siria, Libia, Yemen, Bahrain e – in misura minore – in Tunisia (dove può darsi che i relativi progressi – anche se nulla può essere dato per scontato dal punto di vista della vera democrazia – si riveleranno una cortina fumogena che ha mascherato i fallimenti di tutti gli altri paesi).

Che fine ha fatto la “primavera araba?”

L’unica vera rivoluzione che ha avuto luogo è una rivoluzione intellettuale: i popoli della regione si sono resi conto che possono diventare padroni del proprio destino e, nello spirito della non-violenza, rovesciare la dittatura. Questo è ben lungi dall’essere un risultato trascurabile – ed è anche la condizione per le rivoluzioni sociali e politiche che desideriamo con tutto il cuore. Allorché le grandi potenze sembrano aver deciso di non voler trovare una soluzione per la Siria, allorché gli ex alleati dei dittatori pretendono oggi di essere i migliori amici del popolo e della democrazia, allorché nulla è stato ancora ottenuto dal punto di vista politico, è di vitale importanza che il popolo continui a mobilitarsi, che non si ritiri, e – evitando la trappola della cieca violenza (che l’esercito egiziano potrebbe certamente incoraggiare per giustificare un ulteriore giro di vite) – che si metta d’accordo sulle priorità di una resistenza democratica.

La forza dei movimenti di massa proviene dalla loro incrollabile unità contro i dittatori, la loro debolezza è dovuta alla mancanza di leadership nel creare una visione condivisa del futuro. Le mobilitazioni nazionali devono porsi al centro delle dinamiche regionali, di nuove relazioni economiche Sud-Sud, e devono trarre nuova linfa dal nuovo equilibrio internazionale multipolare. Affinché l’energia delle rivolte arabe venga trasformata in vero potere rivoluzionario, le voci udite a Piazza Tahrir devono chiedere qualcosa di più della fine del regime, e individuare con maggiore lucidità e chiarezza la dimensione nazionale e regionale della loro resistenza.

La mobilitazione di massa è necessaria, ma l’ideale rivoluzionario dev’essere ancora definito. La rivoluzione deve ancora venire.

Tariq Ramadan è professore di Studi Islamici Contemporanei presso il  St. Antony’s College della Oxford University ed è visiting professor presso la Facoltà di Studi Islamici della Qatar Foundation; è autore di “Islam and the Arab Awakening”

(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

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