LE INCERTEZZE DELLA TUNISIA

Intervista a Gustavo Pasquali

Mentre  stanno terminando le operazioni di spoglio del  voto in Libia (ricordiamo che si tratta delle prime elezioni libere dopo 42 anni di regime di Gheddafi), tutti si chiedono quale potrebbe essere il volto della Libia di domani. Ma prima della Libia e dell’Egitto, dove è stato eletto recentemente il nuovo presidente Morsi, le elezioni si erano già tenute in Tunisia, il paese dove la “ primavera araba” ebbe inizio con la cacciata di Ben Ali. Durante le elezioni dello scorso Ottobre 2011, conquistando 89 seggi su 217 , il partito islamico “Ennhada” è diventato il primo partito del paese, dando vita a un governo di coalizione. Il suo leader, Rached Ghannouchi, ha sempre detto che il nuovo governo rispetterà sempre i diritti di tutti i Tunisini, siano essi musulmani, laici o appartenenti ad altre comunità religiose. Ma ha anche sempre sottolineato di non considerare la Tunisia un paese laico, affermando che la lingua ufficiale del paese è l’arabo e la religione di stato è l’Islam. Chi credeva che la rivoluzione tunisina confermasse in tutto e per tutto la laicità dello stato ha commesso un errore. Anche i gruppi salafiti hanno ora  più spazio nella vita civile e politica del paese. Recentemente hanno protestato contro la decisione dell’Università Manouba di non ammettere a un esame una ragazza che aveva deciso di presentarsi con il velo integrale (che copre anche il volto). E forse tutta la Tunisia deve ancora chiudere definitivamente i conti con il passato: Ben Ali, pur essendo stato condannato all’ergastolo, si trova ora in Arabia Saudita. A differenza di Gheddafi che ha pagato con la vita, Ben Ali è ancora libero.

Dove sta andando la Tunisia? Gustavo Pasquali, attivista per i diritti umani, esperto di Medio Oriente e collaboratore della rivista “Contropiano”, ha risposto alle nostre domande sul futuro del paese nordafricano:

Lei conosce bene la Tunisia. La vittoria alle elezioni politiche del partito islamico Ennhada, lo scorso Ottobre, come sta cambiando il paese?

“Credo che in Tunisia vi siano attualmente dei  cambiamenti molto positivi. Non sono però i cambiamenti dal punto di vista dei rapporti sociali a generare entusiasmo. La rivolta tunisina ha risolto alcuni problemi di carattere politico con l’avvento democratico delle elezioni, che ricordo si sono tenute in modo limpido e senza brogli. La vittoria di Ennhada è stata chiara. Ricordo che non ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, ma soltanto una maggioranza relativa, eleggendo ben 42 donne anche grazie al sistema elettorale tunisino. La rivolta tunisina è stata provocata da motivazioni principalmente economiche, dall’enorme disoccupazione giovanile alla grande povertà delle regioni interne del paese, e da questo punto di vista nulla è cambiato. Dopo la cacciata di Ben Ali si sono avute molte manifestazioni di piazza che chiedevano un cambiamento. In questi ultimi mesi, lavoratori e disoccupati stanno cercando di riaprire un ciclo di lotte per ottenere diritti ed un vero cambiamento economico”

La rivolta tunisina ha visto protagoniste le masse giovanili. Come crede che stia cambiando il futuro dei giovani tunisini dopo la caduta del regime di Ben Ali?

“Credo sia presto per parlare di una vera svolta nel futuro dei giovani tunisini. Intanto le società arabe in generale sono società composte da svariate categorie di masse  giovanili, diverse e con problemi differenti. Le  masse giovanili tunisine, cosi come quelle dell’ Egitto, o dei paesi arabi produttori di petrolio, sono largamente disoccupate. Uno dei problemi da risolvere per queste masse giovanili è quindi legato all’occupazione. Personalmente non credo che questo problema verrà risolto in tempi brevi in Tunisia. E questo non solo per carenze politiche del governo tunisino e delle sue istituzioni, ma anche perché la Tunisia è legatissima economicamente all’ Unione Europea, con la quale ha il 75% degli scambi commerciali. Ed in particolare sono forti i legami con la Francia, ma anche quelli con l’Italia. In questo momento di crisi economica mondiale e del capitalismo europeo, non credo ci saranno grandi possibilità di investimenti europei in Tunisia. Quindi dubito che ci saranno grosse possibilità di creare nuovi posti di lavoro in Tunisia. Penso, perciò, che il problema occupazionale delle masse giovanili non verrà per ora risolto. Tutto questo credo che porterà prima o poi questi giovani a ribellarsi ancora”

Recentemente un studentessa ha chiesto di sostenere un esame all’Università Manuoba con il velo islamico integrale. Di fronte al rifiuto delle autorità universitarie, hanno protestato a gran voce i gruppi salafiti. Anche alla luce del fatto che il paese sta per dotarsi di una nuova costituzione, che spazio avranno secondo lei i discussi salafiti nella nuova Tunisia?

“Sicuramente tutti i gruppi salafiti all’interno della società tunisina hanno oggi più margini di manovra che ai tempi di Ben Ali. Se chiaramente prima vi era una dittatura, ora esiste una democrazia che lascia più spazio anche a loro. Vi è una grande contraddizione in Tunisia. Insieme a quella economica, vi è la contradizione della laicità dello stato. La Tunisia era lo stato del mondo arabo più avanzato sotto l’aspetto della laicità. Soprattutto le donne godevano di maggiori libertà. Ora, da una parte quelli del partito Ennhada (che sono l’espressione politica dei ‘Fratelli Musulmani’) da questo punto di vista si sono mossi con grande cautela, cercando di preservare la laicità dello stato e non cercando di inserire la sharia o il velo obbligatorio. I salafiti vorrebbero, invece, da subito l’instaurazione della legge coranica in uno stato di fatto confessionale. L’università e la cultura sono i baluardi della laicità dello stato. E’ chiaro che il loro obiettivo è quello di far scoppiare queste contradizioni. La ragazza che si presenta all’esame con il velo integrale, che peraltro non appartiene neanche alla cultura tunisina, è certamente una chiara provocazione. Spero che nella nuova costituzione di cui  si doterà la Tunisia sia preservata la laicità dello stato”

Ben Ali è fuggito in Arabia Saudita, dove vive ora nel lusso e nella ricchezza protetto dalla monarchia saudita. Gheddafi è stato invece brutalmente giustiziato. Per Mubarak è giunto l’ergastolo. Anche se alcuni definiscono una farsa la condanna, l’ex rais egiziano è stato condannato. E intanto in Siria Assad continua a combattere duramente per restare al suo posto. Crede che Ben Ali debba essere consegnato ai tribunali tunisini che lo hanno già condannato per le dure repressioni contro la popolazione civile del Gennaio 2011?

“Ben Ali è fuggito portandosi dietro una grande quantità di danaro. Denaro che ha portato via con sé in Arabia Saudita, dopo quella che definirei una rivolta e non una rivoluzione. Sarebbe certamente giusta la sua cattura, ma  quando è andato via è piovuta sulla Tunisia una grande massa di finanziamenti dal Qatar verso Ennahda, che ha successivamente vinto le elezioni.  In Libia vi è stata invece una vera e propria guerra civile, con due eserciti contrapposti, durata tanti mesi, e che è stata sanguinosa in tutti i sensi. Quando vi è una guerra così, è prevedibile che lo sconfitto, in questo caso Gheddafi, venga ucciso in quel modo. In Egitto, d’altro canto, credo non vi sia stata una farsa, in quanto ritengo che Mubarak sia stato condannato per davvero, anche se è normale porsi delle domande su come far scontare un ergastolo ad un uomo di 84 anni. In Siria, invece, tutto è iniziato per delle chiare ingerenze esterne. Bashar Al Assad sta ora certamente usando i metodi usati da suo padre per conservare il potere, come quando nel 1982 fece uccidere 20.000 persone dopo un’insurrezione della Fratellanza Musulmana. Ma dispone di un esercito che lo sta difendendo, contro un nemico che è chiaramente seguito e pilotato da potenze straniere. In ogni caso, non credo che la Russia e la Cina permetteranno mai un attacco militare alla Siria, e penso che Assad resterà ancora al suo posto. Come si vede, le primavere arabe non sono state tutte uguali, ma hanno tutte una storia diversa”

Lo scorso mese  di Giugno, Zine El Abidine Ben Ali è stato condannato ad un altro ergastolo perché ritenuto colpevole delle sanguinose repressioni delle rivolte scoppiate nel Gennaio 2011 nelle città di Thala e Kasserine. Pena che in ogni caso non sconterà, in quanto l’Araba Saudita gli ha concesso la propria protezione. Nella stessa sentenza è stato condannato a 12 anni l’ex ministro degli interni  Rafik Belhaj Kacem.

Nicola Lofoco, laureato in Scienze politiche, è giornalista free lance dal 2000; si è occupato per diverso tempo di radio e tv; oltre ad aver collaborato con diverse testate online, è stato nella redazione de L’ Unità, La  Rinascita, e del Riformista dove si è occupato di politica estera

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