Libia: le elezioni non cancellano l’incertezza

Prima ancora che giungessero le valutazioni della sua squadra di osservatori, l’UE ha salutato le elezioni libiche come “l’inizio di una nuova era di democrazia” nel paese. Dal canto suo, il presidente americano Obama ha definito le elezioni come “una pietra miliare nella transizione della Libia verso la democrazia”, sebbene il Carter Center (lo stesso che ha monitorato le presidenziali egiziane) abbia affermato che “non possiamo fare una valutazione complessiva di quanto è accaduto”.

Come nelle recenti elezioni algerine, la precipitazione occidentale nel parlare di “democrazia” appare prematura e fuorviante. Ciò non vuol dire che la consultazione libica non abbia rappresentato un passo avanti, soprattutto viste le incertezze della vigilia. Ma assieme alle molte luci, essa presenta diverse ombre – e soprattutto, esperienze come l’Iraq, e più recentemente l’Egitto e la stessa Tunisia, dovrebbero ormai aver insegnato che non bastano le elezioni per trasformare un paese in una democrazia.

Fra gli aspetti positivi vi è certamente l’entusiasmo con cui i libici hanno affrontato il voto, recandosi alle urne in maniera per lo più pacifica e gioiosa, facendo registrare un’affluenza pari a quasi il 65% e confermando che il desiderio di democrazia è certamente radicato fra la popolazione.

A questo entusiasmo fa da contraltare l’assoluta novità dell’esperienza elettorale, dopo oltre quarant’anni di totale esclusione della società libica da qualsiasi attività politica: sotto il regime di Gheddafi, partiti politici e organizzazioni della società civile erano proibiti.

La comprensibile inesperienza, fra l’altro, si è tradotta in una legge elettorale alquanto complessa (che è stata oggetto di aspre polemiche) la quale probabilmente produrrà un Congresso Generale Nazionale (CGN) piuttosto frammentato ed incentrato su affiliazioni locali e tribali.

I risultati preliminari del voto danno in vantaggio l’Alleanza delle Forze Nazionali (AFN), una coalizione guidata dall’ex primo ministro del Consiglio Nazionale Transitorio (CNT) Mahmoud Jibril (tecnocrate formatosi negli Stati Uniti), smentendo in qualche modo le previsioni di coloro che davano per scontata una travolgente vittoria dei partiti islamici.

Ma il dato più importante è che la vera transizione comincerà adesso: il neoeletto CGN – assimilabile grossomodo a un parlamento – dovrà affrontare tutte quelle sfide che il CNT ha semplicemente rimandato. Esso dovrà disarmare le milizie e creare delle forze di sicurezza nazionali realmente efficienti, avviare il processo di stesura della nuova Costituzione, promuovere la riconciliazione nel paese (di gran lunga i compiti più difficili), ricostruire le aree distrutte dalla guerra, ristabilire la legalità creando un sistema giudiziario funzionante, e fornire a tutti i cittadini i servizi essenziali.

LE INCERTEZZE DELLA VIGILIA E IL COMPLESSO PROCESSO ELETTORALE

Lo svolgimento delle elezioni era stato in forse fino all’ultimo. Al di là dei problemi organizzativi che già avevano determinato un precedente rinvio, il moltiplicarsi degli episodi di violenza e di aspre forme di protesta nelle settimane che hanno preceduto il voto aveva destato allarme e perplessità.

L’occupazione dell’aeroporto di Tripoli e l’attacco al consolato americano di Bengasi all’inizio di giugno, le manifestazioni di gruppi islamici radicali, l’aggressione al convoglio dell’ambasciatore britannico (sempre a Bengasi), il sequestro di alcuni funzionari della Corte Penale Internazionale a Zintan, gli scontri tribali nel Fezzan, e – per finire – l’attacco all’ufficio elettorale di Bengasi il 1° luglio (a sua volta preceduto dalle proteste del braccio armato del Consiglio Nazionale della Cirenaica [CNC], un gruppo con istanze federaliste, che aveva bloccato una delle principali arterie della Libia) sono i principali episodi che avevano spinto molti a dubitare della possibilità di svolgere pacificamente le operazioni di voto.

Alcune delle proteste in Cirenaica – come quelle condotte dal summenzionato CNC – erano state provocate dal modo in cui la legge elettorale aveva distribuito i seggi nelle tre principali regioni del paese: 35 sono andati al Fezzan, 60 alla Cirenaica e 105 alla Tripolitania (la regione più popolosa). Il CNC, che vuole l’autonomia della Cirenaica all’interno di un regime federale, aveva chiesto un maggior numero di seggi per la propria regione.

Più in generale, la scarsa trasparenza che ha caratterizzato il processo di definizione della legge elettorale aveva spinto una folla inferocita a fare irruzione negli uffici del CNT a Bengasi già a gennaio.

Gran parte del dibattito sulla legge elettorale si era incentrato sulle quote da destinare rispettivamente a un sistema su base individuale e a un sistema su base partitica. Alcuni ritenevano che il primo avrebbe avvantaggiato le èlite tribali locali ed esacerbato le divisioni regionali, mentre altri sostenevano che il secondo avrebbe favorito i gruppi più organizzati come i Fratelli Musulmani.

Il risultato di compromesso è stato un sistema misto in base al quale 120 dei 200 membri del CGN (i cosiddetti “indipendenti”) sarebbero stati eletti attraverso un sistema maggioritario individuale, mentre i rimanenti 80 sarebbero stati scelti tramite un sistema proporzionale basato su liste di partito.

Molti analisti ad ogni modo ritengono che in un tale sistema a prevalere saranno le istanze locali piuttosto che ideologie nazionali e programmi di partito di ampio respiro, e ad emergere saranno i candidati con legami tribali e clanici.

Altro tema dibattuto è stato quello della partecipazione femminile. Se l’affluenza delle donne al voto è stata incoraggiante, e se la presenza femminile è stata alta (quasi equivalente a quella degli uomini) nelle liste dei partiti poiché imposta per legge, fra gli “indipendenti” la percentuale femminile è stata invece insignificante: su un totale di 2.500 candidati, appena 85 erano donne.

LE PROSSIME TAPPE DELLA TRANSIZIONE

Il CGN definito in base alla summenzionata legge elettorale avrà il compito di nominare un nuovo primo ministro (che a sua volta costituirà un governo) e di selezionare, entro 30 giorni dalla sua prima seduta, i 60 membri dell’Assemblea Costituente.

A differenza di quanto è avvenuto in Egitto, quest’ultima dovrà essere composta esclusivamente da membri esterni al parlamento. La legge aggiunge che l’Assemblea Costituente sarà creata a imitazione “della commissione incaricata di redigere la Costituzione della Libia indipendente nel 1951”.

Questo riferimento storico è stato fatto nel tentativo di placare le istanze federaliste della Cirenaica: nel 1951 ciascuna delle tre regioni della Libia (Tripolitania, Cirenaica, e Fezzan) ottenne 20 seggi all’Assemblea Costituente, sebbene la Tripolitania fosse di gran lunga la regione più popolosa.

Ma, se all’epoca Cirenaica e Fezzan si allearono per plasmare un sistema monarchico federale a dispetto dei desideri centralistici della Tripolitania, oggi questo non sarà possibile perché è stato stabilito che ogni decisione dell’Assemblea Costituente dovrà essere approvata da una maggioranza dei membri dell’assemblea pari a due terzi più uno (cioè da almeno 41 voti favorevoli, mentre due regioni possono totalizzare al massimo 40 voti).

Ciò che resta da vedere è se il CGN riuscirà a nominare un’Assemblea Costituente – ed a farlo entro i tempi previsti. A priori non vi è alcuna garanzia che il nuovo parlamento, ed il governo da esso nominato, avranno una maggiore capacità di prendere decisioni rispetto allo screditato Consiglio Nazionale Transitorio uscente.

Il maggiore vantaggio del CGN rispetto al CNT sta appunto nel fatto che, a differenza di quest’ultimo, il CGN sarà legittimato da un’elezione popolare. Al pari del CNT, tuttavia, il nuovo parlamento dovrà fare i conti con uno squilibrio di forze a favore delle milizie locali rispetto al governo centrale. E non è affatto scontato che tali milizie decidano di rispettare le direttive del nuovo esecutivo semplicemente perché si tratta di un governo eletto (soprattutto laddove tali direttive dovessero andare a scapito di interessi locali).

Il banco di prova più importante sarà ad ogni modo rappresentato dal processo di stesura della nuova Costituzione. Esso dovrà definire le questioni chiave che il CNT non ha mai potuto affrontare: il ruolo dell’Islam nella vita politica, il livello di decentralizzazione dello Stato o di autonomia delle varie regioni, la distribuzione delle risorse, i poteri del governo centrale, ecc..

I PRINCIPALI PARTITI DELLA NUOVA LIBIA

Sebbene i risultati elettorali al momento non siano ancora definitivi, sembra che stiano emergendo ai primi posti le formazioni politiche date per favorite alla vigilia (sebbene non nell’ordine che alcuni si aspettavano).

Se le prime indicazioni saranno confermate, un ruolo di primo piano verrà giocato dall’Alleanza delle Forze Nazionali (AFN), una coalizione composta da una sessantina di organizzazioni politiche e svariate associazioni della società civile, oltre che da quasi 300 “indipendenti” ben integrati nei vari settori della società libica – e soprattutto nella sua struttura tribale.

L’AFN è guidata da Mahmoud Jibril, un economista e politologo formatosi in Egitto e negli Stati Uniti (dove ha insegnato per diversi anni, a Pittsburgh).

Jibril non è certo un volto nuovo. Tra il 2007 e il 2010 egli presiedette il Consiglio per la Pianificazione Nazionale, e il Consiglio per lo Sviluppo Economico, sotto il regime di Gheddafi. Sotto l’ala protettrice di Saif al-Islam, il figlio “liberale” del colonnello libico, egli fu protagonista di una campagna di liberalizzazioni e privatizzazioni nel quadro della più generale apertura di Gheddafi nei confronti dell’Occidente.

In un dispaccio diplomatico del 2009 reso noto da Wikileaks, Jibril viene descritto come “un interlocutore serio, in grado di cogliere la prospettiva americana”. Passato rapidamente nelle file dell’opposizione dopo lo scoppio della ribellione nel febbraio 2011, Jibril presiedette il governo transitorio nominato dal CNT. Egli condusse i negoziati con Sarkozy che portarono al riconoscimento francese del Consiglio Nazionale Transitorio come unico rappresentante del popolo libico. Jibril ebbe un ruolo di primo piano nel convincere anche Londra e Washington ad appoggiare pubblicamente il CNT.

Quando nell’autunno del 2011 egli si dimise dal Consiglio Nazionale Transitorio, molti considerarono la sua decisione un’abile mossa politica che gli permetteva di prendere le distanze da un’istituzione ormai sempre più impopolare agli occhi dei libici.

L’AFN di Jibril promuove un robusto programma economico di ispirazione neoliberista, che prevede fra l’altro la creazione di Zone economiche speciali (che usufruiscono di una legislazione economica privilegiata rispetto al resto della nazione) per attrarre gli investimenti stranieri.

Assieme a Jibril, un ruolo di primo piano potrebbe giocarlo Ali Tarhouni, per molti anni professore di economia all’Università di Washington, e poi ministro del petrolio e delle finanze del CNT fino alla fine della guerra. Dimessosi dal CNT, come Jibril, egli ha fondato il Partito Nazionale Centrista, ideologicamente molto vicino all’AFN, sebbene non ufficialmente membro di questa coalizione.

Il Partito del Fronte Nazionale (PFN) guidato da Mohamed Magariaf (emerso dall’ormai dissolto Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia, formatosi in esilio all’inizio degli anni ’80) è un’altra formazione politica che, al pari dell’AFN, non si connota esplicitamente come “islamica”, pur accettando (come tutti i partiti libici, senza alcuna eccezione) che lo Stato abbia un quadro di riferimento islamico.

Negli anni ’80 il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia (da cui è nato il PFN) ebbe l’appoggio di paesi come l’Arabia Saudita e l’Egitto – e soprattutto della CIA – per rovesciare Gheddafi. Questo legame con servizi segreti stranieri, ed il suo esplicito sostegno al CNT, però lo hanno probabilmente messo in cattiva luce agli occhi di molti libici.

A spiccare al fianco dei summenzionati partiti sono certamente le formazioni islamiche, a cominciare dal Partito “Giustizia e Costruzione” dei Fratelli Musulmani. La Fratellanza Musulmana ha una storia relativamente lunga in Libia, che può essere fatta risalire agli anni ’50 del secolo scorso, quando molti esuli appartenenti alla branca egiziana del gruppo fuggirono all’estero per sottrarsi alla repressione di Nasser in Egitto.

Accanto al Partito “Giustizia e Costruzione” vi è poi il Partito della Patria, guidato da Abdelhakim Belhaj (già leader del Consiglio militare di Tripoli) e Ali al-Salabi (influente figura religiosa lungamente ospitata dal Qatar, dopo aver trascorso molti anni nelle carceri di Gheddafi).

UNA POSSIBILE INTERPRETAZIONE DEL MANCATO SUCCESSO DEI PARTITI ISLAMICI

Il fatto che alle recenti elezioni (stando ai dati non ufficiali) non si sia registrata quella vittoria travolgente delle forze islamiche che molti si aspettavano è stato spiegato da alcuni analisti con l’assenza di una forte contrapposizione fra islamici e laici in Libia (a differenza di quanto avviene, ad esempio, in Tunisia ed Egitto).

La campagna elettorale si è svolta in un ambiente uniformemente islamico e conservatore, e ciò ha fatto sì che il dibattito non si sia concentrato sul ruolo dell’Islam nella futura costruzione del paese (poiché tale ruolo è in qualche modo dato per scontato).

Ciò ha sottratto un punto di forza ai partiti islamici. Per altro verso, in un ambiente conservatore come quello libico, che però spesso rifugge dall’ideologizzazione politica, i Fratelli Musulmani ed altre formazioni che si connotano esplicitamente come “islamiche” sono viste con sospetto da alcuni libici.

La Fratellanza Musulmana, in particolare, è vista da alcuni come un movimento che soffre di una sudditanza ideologica nei confronti della “casa madre” egiziana, e come tale è sospettata di anteporre questa ideologia all’appartenenza nazionale libica.

Comunque, il Partito “Giustizia e Costruzione” affiliato al movimento sembra stia avendo buoni risultati, anche se al di sotto delle aspettative. Il maggiore fallimento elettorale (se i dati attuali saranno confermati) sembra essere quello del Partito della Patria, a cui paradossalmente potrebbe aver nuociuto il sostegno troppo smaccato da parte del Qatar.

Ad ogni modo, anche se l’ampia vittoria dell’AFN dovesse essere confermata, il leader della coalizione Jibril dovrà fare i conti con la natura frammentata del parlamento, in cui ben 120 “indipendenti” saranno stati eletti in base ad affiliazioni locali.

Per governare, l’AFN (di per sé già ben attrezzata a livello di relazioni claniche e tribali) dovrà tessere una fitta trama di alleanze, che per molti versi rischia di ricreare quella rete clientelare che caratterizzò il regime di Gheddafi.

L’agenda neoliberista di Jibril è però malvista da alcuni ambienti politici libici – ad esempio da quel Partito della Patria il cui leader al-Salabi ha definito Jibril un “laico estremista” che potrebbe portare il paese verso “una nuova era di tirannia e dittatura”.

IL PARADOSSO LIBICO

In ogni caso, il futuro della Libia non dipenderà certamente da una pressoché inesistente contrapposizione fra islamici e laici, né dalla necessità di definire fino a che punto il paese abbia un’identità “islamica”. A dominare il panorama sembra essere più che altro la “polverizzazione” della società libica in tribù e città-stato. La frammentazione del futuro parlamento e del panorama politico libico rispecchia, dunque, la situazione nel paese.

Attualmente la Libia si trova in una specie di “limbo”.

Da un lato spicca la quasi totale assenza di istituzioni centralizzate. Il CNT ha abdicato alle milizie, che detengono il controllo del territorio. Nel sud si registrano frequenti scontri etnici e tribali, come anche in alcune zone occidentali (come Zintan e Mashashiya). Dalla Cirenaica giungono richieste di maggiore rappresentatività all’interno del parlamento, e istanze federaliste. L’islamismo militante sta riemergendo in alcune roccaforti storiche come Derna e Bengasi.

Dall’altro lato, molti di questi problemi sembrano avere un carattere essenzialmente locale, e il collasso della seppur debole autorità centrale non sembra così imminente come alcuni avevano temuto nei mesi scorsi.

Alcune zone della Libia, soprattutto nel sud e lungo gli estesissimi confini – dove alla debolezza o inesistenza dello Stato si aggiungono il proliferare del traffico di armi, del contrabbando e delle organizzazioni criminali, le tensioni tribali ed etniche (peraltro endemiche  in queste regioni), e l’infiltrazione di gruppi estremisti – destano senza dubbio un immediato allarme.

I principali centri abitati della Libia, però, soprattutto lungo la fascia costiera, sono relativamente stabili, sebbene questa stabilità sia assicurata dalle milizie invece che dallo Stato centrale.

Ciò è dovuto in parte alla radicata tradizione libica di autogoverno a livello locale, favorita dalla struttura clanica e tribale della società, la quale permette buoni livelli di organizzazione anche in assenza di un’autorità centralizzata.

Tuttavia, il radicarsi di centri di potere indipendenti a livello locale rappresenta certamente una minaccia alla creazione di un governo nazionale funzionante ed efficace.

Le milizie che mantengono l’ordine nelle rispettive zone di influenza spesso si rendono responsabili di gravi abusi, come la creazione di centri di detenzione non ufficiali in cui si fa un uso indiscriminato della tortura. L’arsenale bellico di cui tali milizie dispongono continua ad essere impressionante.

A est, le rivendicazioni economiche e politiche della Cirenaica potrebbero radicalizzarsi qualora non dovessero ricevere una risposta adeguata. Parallelamente, la tradizione di jihadismo e resistenza di questa regione, che aveva attecchito sotto il regime ostile di Gheddafi, potrebbe rafforzarsi nuovamente.

Se a livello del governo centrale dovesse cristallizzarsi una struttura politica che riflette questa generale frammentazione – come attualmente diversi segnali lasciano intendere – in qualche modo sancendo la debolezza del tessuto unitario della società libica, e determinando un panorama politico in cui a prevalere sono mediatori locali legati a reti tribali e clientelari, mentre i partiti nazionali rimangono entità allo stato embrionale, la Libia rischia di rimanere (nella migliore delle ipotesi) uno Stato debole, probabilmente caratterizzato da tensioni ricorrenti nelle regioni più emarginate, ed in cui le risorse – cioè il petrolio – continueranno ad essere gestite da una ristretta èlite in accordo con le potenze straniere interessate a sfruttarle.

Comments are closed.

Disclaimer & Copyright (italiano - english)
serverstudio web marketing e design con kifulab