L’Egitto tra democrazia islamica e velayat-e faqih

14/07/2012

Original Version: بين الديموقراطية الإسلامية وولاية الفقيه

Dopo la vittoria di Morsi alle elezioni presidenziali egiziane, sulla stampa araba domina il dibattito riguardo al modello politico che i Fratelli Musulmani intenderanno adottare ora che hanno raggiunto il potere, come conferma anche il seguente articolo di Bishoy Ramzi Riad

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La conquista della carica presidenziale da parte dei Fratelli Musulmani in Egitto viene considerata da molti come la ripetizione dello stesso tipo di esperienza islamista di altri paesi della regione. Forse l’esempio più importante è costituito dal modello turco, il quale, dopo l’arrivo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo al potere, incarna un notevole esempio di stato civile basato su fondamenti religiosi. L’altro esempio invece, ci viene fornito dall’Iran, il cui regime, dopo la deposizione dello Scià nel 1979, poggia esclusivamente sui dettami del pensiero sciita.

Le condizioni che hanno caratterizzato l’Egitto nei mesi che hanno preceduto le elezioni, forse suggerivano già quei risultati ai quali in seguito si è giunti, e ciò è quanto è emerso chiaramente in occasione dei numerosi appuntamenti elettorali che si sono susseguiti dopo la caduta del vecchio regime. Questa tendenza ha avuto inizio con il referendum del marzo 2011, che gli islamisti hanno considerato la loro prima vittoria ribattezzandola addirittura la “conquista delle urne”. La riconferma è arrivata con le elezioni parlamentari in seguito alle quali è stato eletto per la prima volta nella storia un parlamento a maggioranza islamista; infine, con le elezioni presidenziali, il candidato della confraternita è stato in grado di aggiudicarsi la carica di presidente.

La cosa più importante, però, è che le condizioni che hanno favorito l’ascesa al potere delle correnti islamiste in Egitto, presentano grandi somiglianze con quelle che condussero precedentemente agli stessi risultati, in Turchia ed Iran. A questo punto, alla luce di questa strana coincidenza, è naturale domandarsi in cosa consisterà l’approccio che il nuovo presidente egiziano e la sua confraternita potrebbero adottare, tenendo conto della crescente suscettibilità di coloro che seguono la scena egiziana. Infatti gli egiziani che hanno votato per il dott. Morsi, non hanno  scelto la persona, ma hanno dato la loro preferenza alla confraternita, e così è in essa che gli elettori vedono la guida ispiratrice del paese.

La più grande sfida che lo stato turco ha dovuto affrontare in concomitanza con l’arrivo al potere del Partito della Giustizia e dello Sviluppo nel 2002, fu lo scontro con le istituzioni militari, esattamente ciò a cui si sta assistendo ora in Egitto, dato che in entrambi i paesi le forze armate hanno detenuto un potere pressoché assoluto per molti decenni. Esistono comunque alcune notevoli differenze tra i due casi, soprattutto perché in Turchia l’esercito ha portato a termine numerosi colpi di stato, trovando legittimazione nella costituzione voluta da Ataturk nel 1923, secondo la quale le istituzioni militari sono garanti dell’identità civile dello stato. Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo è stato in grado di affrontare questa sfida adottando un atteggiamento moderato, e riuscendo così in numerose occasioni a conciliare la laicità dello stato con i fondamenti islamici del partito nelle politiche interne ed estere del governo.

Sul fronte interno Erdogan è riuscito a vincere “l’estremismo laicista” che ha caratterizzato la Turchia per lunghi anni, senza però pregiudicare in toto la laicità del paese. Questo è apparso chiaramente quando il partito ha avuto a che fare con alcune problematiche che si sono imposte con forza negli ultimi tempi, la più importante delle quali è stata forse il divieto del velo.

Anche in politica estera la Turchia ha scelto un approccio equilibrato, attraverso il quale il paese anatolico ha mantenuto le sue alleanze storiche e si è assicurato un ruolo di primo piano, ponendo fine ad un periodo durante il quale i Turchi erano rimasti in disparte. Attraverso queste politiche di moderazione, il governo turco è riuscito ad ottenere numerosi successi, il più importante dei quali è l’ottenimento della fiducia del suo popolo da una parte, e di quella della comunità internazionale e delle sue più importanti istanze dall’altra; ed è proprio questo che ha dato la possibilità al partito al governo di mettere alle strette l’esercito e di ridurre la grande influenza che l’apparato militare ha sempre esercitato sulla politica.

In Iran invece, gli islamisti sono riusciti a raggiungere il potere ed instaurare una dittatura religiosa nel loro paese in seguito alla rivoluzione scoppiata nel 1979. Inizialmente furono i gruppi giovanili d’ispirazione liberale a guidare la rivoluzione e ad accenderne la prima scintilla, ma successivamente essi si allearono con gli islamisti per deporre lo Scià, ed infine furono proprio gli islamisti a cogliere, da soli, i frutti della rivoluzione: tutto ciò presenta molte somiglianze con lo scenario al quale abbiamo assistito in Egitto, dopo  la rivoluzione del 25 gennaio.

Il regime islamico in Iran si basa su fondamenti sciiti, il più importante dei quali è il Velayat-e Faqih (in base a questo principio, perfezionato dall’Ayatollah Khomeini, la leadership politica spetta, in assenza di un imam ispirato divinamente, al faqih, cioè a colui che è esperto nella giurisprudenza islamica (N.d.T.) ), secondo il quale è la guida suprema della rivoluzione a detenere le redini del potere nella nazione, in qualità di più alta carica nel paese, più importante anche del presidente della repubblica. Benché i Fratelli Musulmani (di confessione sunnita) rifiutino questo principio, tuttavia esistono dei timori riguardo all’istituzione della Bay‘a, o giuramento di fedeltà, la quale impone l’obbedienza dei membri della confraternita di fronte alla guida suprema ed alle più alte cariche della Fratellanza.

In realtà il discorso politico adottato da Morsi durante la campagna elettorale – in particolare quella per il ballottaggio – si fonda sull’idea del rispetto delle libertà personali e sulla promessa di non venir meno alla parola data; questo discorso però assomiglia molto a quanto affermato da Khomeini poco prima che gli islamisti monopolizzassero completamente il potere in Iran. Per questo motivo vengono sollevati molti dubbi su quanto la confraternita saprà rispettare gli impegni presi dopo l’arrivo al potere nel paese, soprattutto perché esistono molti precedenti che non invitano all’ottimismo.

I Fratelli Musulmani godono in Egitto dell’appoggio di molte forze internazionali e regionali, nonostante tali forze perseguano interessi contrastanti. Stati Uniti ed Europa ritengono, da una parte, che la confraternita si impegnerà per far emergere l’immagine democratica dell’Islam politico (obiettivo già raggiunto peraltro dalla Turchia), e dall’altra che rispetterà i trattati e gli accordi internazionali con Israele e non solo. In virtù di quest’opinione, gli americani hanno rinunciato all’ex presidente Hosni Mubarak sebbene si fosse comportato come un alleato fedele di Washington per molti decenni. L’Iran, dal canto suo, crede che con l’arrivo della Fratellanza al potere vi siano buone possibilità di allacciare relazioni più strette tra il Cairo e Teheran, all’ombra del sostegno iraniano alla resistenza libanese e palestinese. Bisogna però riconoscere che tale sostegno è diminuito enormemente nell’ultimo periodo, e con esso l’influenza iraniana nella regione mediorientale, soprattutto a causa del fatto che il regime di Assad potrebbe cadere molto presto. Ed è per questa ragione che l’Iran cerca attualmente di trovare un alleato alternativo.

Ritengo che sia ancora presto per prevedere quale sarà la natura delle politiche della confraternita sul lungo periodo, tuttavia almeno all’inizio, a causa dell’attuale conflitto con i militari, i Fratelli Musulmani saranno obbligati a mantenere un profilo equilibrato, sia sul fronte interno che all’estero, sulla scia della politica adottata dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo in Turchia, al fine di conquistare contemporaneamente la fiducia del popolo egiziano e della comunità internazionale.

Bishoy Ramzi Riad è un giornalista egiziano

(Traduzione di Francesco Saverio Leopardi)

One Response to “L’Egitto tra democrazia islamica e velayat-e faqih”

  1. autores scrive:

    Egitto dovrebbe prendere il buon esempio della Libia,considera che siamo arrivati allo stesso punto di uguaglianza,la loro differenza e’ molto poca,infatti e’ al Sud di Egitto che e’ l’Egitto occupato dai ribelli armati Sudanesi in guerra contro l’Esercito di Egitto,come l’Esercito Libico ha la Libia al proprio Sud,anche se con meno ribelli,occupata dai ribelli,per modo di dire. l’Egitto dovrebbe dare la possibilita’ ai negri di rimanere neri e di integrarsi al popolo di Egitto,cosa che mai si decide di fare a differenza dalla Libia ed e’ l’unica vera e grande differenza che c’e’ tra di loro. Anche mai parlare e mai dare la comunicazione al Paese di “El Salloum” e’ un offensiva che ha l’Egitto contro ai negri di Africa che sono i Libici. I ribelli no ci sono e sono molto pochi in Libia. l’offensiva e’ tutta contro i negri di colore nero.

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