La Libia dopo le elezioni: i nodi vengono al pettine

L’esito delle elezioni libiche è stato accolto con sollievo, e quasi con euforia, in Europa e in America. Si è parlato di trionfo della democrazia, e di vittoria delle forze “laiche” e “liberali”, e si è detto che la Libia ha smentito tutte le previsioni pessimistiche della vigilia.

Un analogo senso di liberazione è stato espresso dalla stampa di alcune monarchie arabe del Golfo, e in particolare dell’Arabia Saudita, per il fatto che il risultato elettorale libico ha spezzato sul nascere quell’arco “islamico” dominato dai Fratelli Musulmani che si stava profilando dall’Egitto alla Tunisia.

Il sollievo delle conservatrici petro-monarchie del Golfo è dovuto al fatto che esse non vedono di buon occhio l’ascesa di un movimento come la Fratellanza Musulmana, che fa dichiaratamente appello alle aspirazioni popolari contro quegli stessi regimi autocratici a cui queste monarchie appartengono.

Sul principale quotidiano saudita, al-Sharq al-Awsat, alcuni commentatori hanno parlato di “immunità della Libia” all’ascesa islamica, sostenendo che  il paese avrebbe deciso di essere “uno Stato razionale che persegue la stabilità, piuttosto che uno Stato basato sulle ideologie e sull’avventurismo”.

Tuttavia, fino a che punto si possa parlare di stabilità in Libia, di affermazione della democrazia, o di vittoria delle forze “liberali” e di sconfitta degli islamici, non è affatto chiaro, e i facili ottimismi di questi giorni potrebbero ben presto essere delusi.

Semmai, l’unica cosa certa è che non si possono applicare alla Libia le categorie che sono state utilizzate per l’Egitto o la Tunisia.

LE RAGIONI DELLA “SCONFITTA” ISLAMICA

Nella fase post-elettorale libica moltissimi osservatori, sia in Occidente che nel mondo arabo, hanno cercato di analizzare le ragioni che hanno determinato la mancata vittoria dei partiti islamici, e dei Fratelli Musulmani in particolare.

In effetti, siccome il nocciolo dell’opposizione armata al regime di Gheddafi era composto da forze tribali ed islamiche, molti si attendevano che gli islamici, benché sparpagliati in vari raggruppamenti, avrebbero stravinto le elezioni, confermando la tendenza già emersa in Tunisia ed Egitto (ed anche in Marocco).

Le cose non sono andate così, sia per la peculiarità del panorama politico libico sia per la relativa debolezza organizzativa del movimento islamico a livello politico in Libia.

Sebbene le forze islamiche abbiano avuto un ruolo di primo piano nello sforzo bellico volto a rovesciare il regime di Gheddafi, esse erano politicamente disorganizzate sia rispetto al partito Nahda in Tunisia che alla Fratellanza Musulmana in Egitto.

I Fratelli Musulmani libici hanno certamente una storia relativamente lunga nel paese, iniziata essenzialmente negli anni ’50, ma hanno dovuto subire per mano di Gheddafi una repressione che non ha permesso loro di radicarsi nella società, a differenza di quanto è riuscita a fare l’organizzazione sorella in Egitto attraverso una stratificata rete di rapporti sociali, una costante azione di proselitismo, ed un capillare sistema di associazioni caritatevoli e di sostegno alle classi più povere.

La Fratellanza Musulmana in Libia non è poi riuscita a fugare i sospetti di molti libici riguardo a una sua presunta “sudditanza ideologica” nei confronti del movimento egiziano, così come ha probabilmente subito i contraccolpi negativi – al pari del Partito della Patria (Hizb al-Watan) degli islamici Abdelhakim Belhadj e Ali al-Salabi – di un sostegno troppo palese da parte del Qatar.

Alla debolezza ed alla frammentazione del panorama politico islamico ha fatto da contraltare l’efficienza organizzativa dell’Alleanza delle Forze Nazionali (AFN) di Mahmoud Jibril, che ha condotto una campagna elettorale pianificata ed incentrata sull’aggregazione di forze differenti ed eterogenee.

Ma, al di là di questi aspetti, il dato essenziale è che i libici – per i quali, bisogna ricordarlo, le recenti elezioni hanno rappresentato la prima esperienza democratica dopo decenni di totale annullamento della vita politica nel paese – hanno votato in gran parte in base all’affiliazione tribale e clanica.

L’AFN, mettendo insieme una sessantina di formazioni politiche e svariate organizzazioni della società civile, tutte strettamente legate alle differenti realtà locali del paese, si è dimostrata la coalizione in grado di trarre maggiore beneficio da questa situazione.

In un paese islamico conservatore come la Libia, in cui non esiste la netta contrapposizione fra islamici e laici tipica di paesi come l’Egitto e la Tunisia, l’AFN – erroneamente definita come “liberale” in Occidente – si è proposta come una forza nazionalista, moderatamente conservatrice (Jibril ha promesso che la legge islamica sarà una delle fonti del diritto), e radicata nella società libica.

In una realtà in cui gli elettori hanno concentrato le proprie preferenze sui “volti più familiari”, Mahmoud Jibril – che appartiene alla tribù dei Warfalla, di gran lunga la più numerosa della Libia, essendo composta da circa un milione di persone – ha abilmente sfruttato la sua visibilità in qualità di ex primo ministro del Consiglio Nazionale Transitorio (CNT) e di leader che ha assicurato l’appoggio internazionale (ed in primo luogo delle potenze occidentali) al movimento rivoluzionario anti-Gheddafi.

Sebbene in base alla legge elettorale Jibril non potesse candidarsi personalmente in quanto ex  dirigente del CNT, egli ha impostato la campagna dell’AFN sulla propria immagine: tutti i manifesti elettorali presentavano Jibril come figura simbolo della coalizione, in altre parole lanciavano il messaggio che chi votava per l’AFN di fatto avrebbe votato per lui.

Questa tattica elettorale è stata aspramente condannata dal Partito “Giustizia e Costruzione” affiliato ai Fratelli Musulmani. Alamin Belhaj, membro di spicco del partito, ha denunciato: “Sebbene Jibril non sia un candidato, la sua immagine è in tutto il paese”. Questo “è un modo per ingannare la gente”, ha concluso.

UNA VITTORIA MENO NETTA DI QUANTO SI CREDA

In effetti, sebbene all’indomani delle elezioni il leader della coalizione vittoriosa Jibril abbia invocato la creazione di un’alleanza il più possibile ampia e rappresentativa del panorama politico del paese, tale alleanza per il momento non sembra includere le forze che si connotano esplicitamente come “islamiche”.

I Fratelli Musulmani non solo hanno condannato le tattiche elettorali di Jibril, ma lo hanno accusato di essere un “esponente del regime” del colonnello Gheddafi (egli fu in effetti responsabile del programma di riforma economica negli ultimi anni del regime).

Simili accuse, non solo lasciano presagire una contrapposizione, ma rischiano di riaccendere pericolose tensioni in un paese in cui la riconciliazione tra rivoluzionari e lealisti è ancora una prospettiva lontana.

Oltre che con l’ostilità dei Fratelli Musulmani e del Partito della Patria di Belhadj e Salabi, Jibril dovrà poi fare i conti con l’inimicizia di Misurata, una delle poche grandi città in cui l’AFN non ha vinto.

A Misurata – ormai una sorta di città-stato, molto influente all’interno del CNT per il ruolo giocato dalle sue milizie nella guerra contro Gheddafi – si è infatti affermata l’Unione per la Patria, una formazione politica guidata da Abdurrahman Sewehli. I Sewehli sono una famiglia di spicco a Misurata, alla quale appartenne un noto leader anticoloniale ucciso dalla tribù dei Warfalla prima della seconda guerra mondiale.

La città, che ha mostrato una scarsa propensione a integrarsi con il resto della Libia, ha dunque una storica rivalità con la tribù dei Warfalla a cui appartiene Jibril – ed in particolare con Bani Walid, roccaforte dei Warfalla ed una delle ultime città rimaste fedeli a Gheddafi durante la guerra civile.

Al di là delle rivalità politiche e tribali, va poi rilevato che l’AFN ha ottenuto una quarantina di seggi – cioè circa il 50% dei seggi destinati alle liste di partito, ma appena il 20% del numero totale dei seggi del nuovo parlamento.

In base alla legge elettorale, infatti, solo 80 dei 200 seggi del cosiddetto Congresso Generale Nazionale (CGN) sono andati a candidati di partito, mentre i restanti 120 erano riservati a figure “indipendenti”.

La coalizione di Jibril dovrà pertanto tessere una fitta trama di alleanze fra gli “indipendenti”, essenzialmente eletti in base all’appartenenza tribale, per poter governare. Naturalmente, l’AFN può già contare su un buon numero di “indipendenti” ad essa affiliati, ma il partito “Giustizia e Costruzione” dei Fratelli Musulmani (che ha ottenuto poco meno di 20 seggi) cercherà a sua volta di aggiudicarsi il maggior numero di “indipendenti” per ridimensionare la propria sconfitta nell’elezione proporzionale basata sulle liste di partito.

JIBRIL: UN ESPERIMENTO FUORI TEMPO MASSIMO?

In effetti, l’accusa di essere un esponente del regime di Gheddafi, rivolta dai Fratelli Musulmani a Jibril, è per alcuni versi ingiusta (denotando allo stesso tempo il pericoloso livello di rivalità, e il desiderio di rivalsa, che covano sotto la cenere della transizione libica).

Lasciata la Libia nel 1975, Jibril studiò e insegnò per lunghi anni negli Stati Uniti, e svolse servizi di consulenza per diversi Stati arabi, tenendosi alla larga dal regime libico. Egli fece stabilmente ritorno in patria solo nel 2007 su invito di Saif Gheddafi, il figlio “liberale” del colonnello libico che sembrava in grado di aprire una stagione di riforme nel paese.

Era il periodo della cosiddetta “apertura” di Gheddafi all’Occidente, durante il quale le grandi compagnie europee ed americane affluirono in massa a Tripoli, attirate dalla prospettiva di lucrosi guadagni in cambio del loro contributo alla costruzione della Libia del futuro, amica dell’Occidente e finalmente convertita all’economia di mercato.

Jibril credeva che un simile cambiamento fosse possibile sotto il regime di Gheddafi. Tra il 2007 e il 2010 egli dunque presiedette il Consiglio per la Pianificazione Nazionale, e il Consiglio per lo Sviluppo Economico in Libia.

Tuttavia le speranze di Jibril – e dell’Occidente – andarono deluse. Malgrado gli sforzi del giovane Saif, il colonnello si mostrò restio ad accogliere in toto le regole del neoliberismo economico, e più in generale a cedere ad altri il bastone del comando. Saif si ritrovò politicamente emarginato, e l’apertura economica sognata da Jibril e dall’Occidente non decollò.

Quando scoppiò la rivolta libica nel febbraio 2011, Jibril scelse perciò di aderirvi, e si unì ai rivoltosi di Bengasi (la quale fra l’altro era la sua città natale). In qualità di tecnocrate formatosi in Occidente e sostenitore di una “occidentalizzazione” della Libia, egli ebbe un ruolo chiave nel convincere Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti ad appoggiare i ribelli riunitisi sotto l’ombrello del Consiglio Nazionale Transitorio.

La sua appartenenza alla tribù dei Warfalla ne faceva la figura ideale per spingere i “lealisti” – fra cui una parte consistente della sua stessa tribù – ad abbandonare Gheddafi e ad appoggiare la “nuova Libia rivoluzionaria”.

Come ha scritto Vivienne Walt sulla rivista americana Time, se l’AFN di Jibril riuscirà a formare un governo, il piano economico per la costruzione della nuova Libia è già pronto: è quello da lui stesso predisposto quando presiedeva il Consiglio per lo Sviluppo Economico, avvalendosi della consulenza di società come l’americana Monitor Group, e Ernst & Young (una multinazionale con sede a Londra).

Ma se questo piano si dovesse rivelare non dissimile dai piani di impronta neoliberista adottati da Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto, e la classe politica libica dovesse rimanere dominata da un’èlite di esuli rimpatriati dall’Occidente e scollegati dalla società tribale della Libia, dalle sue realtà più povere ed emarginate nel sud, e dalle rivendicazioni della Cirenaica economicamente depressa ad est, quello di Jibril rischia di essere un esperimento fuori tempo massimo.

LE INCERTEZZE POLITICHE DEL FUTURO

Evitare questo rischio non sarà facile, tanto più se si pensa alle enormi sfide che attendono la nuova classe politica libica – benché la Libia teoricamente disponga delle risorse (il petrolio) per ricostruire il paese ed assicurare il benessere alla sua poco numerosa popolazione.

Innanzitutto, sebbene le forze islamiche non siano uscite vittoriose dalla competizione elettorale, una loro eventuale esclusione dal futuro governo potrebbe rivelarsi pericolosa, sia perché esse hanno giocato un ruolo di primo piano nella guerra contro Gheddafi e potrebbero sentirsi defraudate dei “frutti della rivoluzione”, sia perché sono tuttora pesantemente armate.

In secondo luogo, Bengasi e la Cirenaica hanno investito enormemente in queste elezioni in termini di aspettative e speranze per il futuro. Le istanze federaliste e autonomiste di gruppi come il Consiglio Nazionale della Cirenaica sono state scartate fino a questo momento dalla maggioranza degli abitanti della regione proprio per dare una possibilità al processo di ricostruzione nazionale, nella speranza che questa volta la Cirenaica avrà un ruolo di primo piano in tale processo.

Perciò essa dovrà eventualmente ottenere dei ministeri, aggiudicarsi dei progetti infrastrutturali, ed usufruire di una quota di quegli introiti petroliferi che provengono in gran parte proprio dai pozzi situati sul suo territorio, affinché si possa cominciare ad intaccare quel senso di emarginazione di cui la regione ha sofferto finora.

Se l’oriente della Libia non dovesse ottenere il rispetto e le garanzie costituzionali a cui ambisce, la “materia prima” per un’insurrezione non mancherebbe di certo a Bengasi.

Vi è poi l’enorme sfida della sicurezza: disarmare le milizie e ristabilire il controllo sui confini nazionali. La decisione (per certi versi obbligata) di delegare il controllo del territorio a milizie e tribù locali ha certamente avuto l’effetto di limitare la violenza e di evitare l’esplosione di nuovi conflitti, ma ha anche consolidato una realtà insostenibile a lungo termine.

Attualmente esistono due corpi che rappresentano rispettivamente un embrione di forze armate e di polizia a livello nazionale. Ma per il momento questi corpi non hanno fatto altro che incamerare intere milizie così come sono. In tal modo, però, queste ultime mantengono la fedeltà ai rispettivi comandanti piuttosto che a un comando unificato dipendente realmente dallo Stato centrale.

Inoltre le cariche di ministro della difesa e di ministro dell’interno sono state appannaggio finora di due città: Misurata e Zintan. E ciò semplicemente a causa del ruolo che le loro milizie hanno avuto nella guerra contro Gheddafi.

Tentare di cambiare questa situazione o di alterare gli attuali equilibri inevitabilmente genererà nuove tensioni, e non è escluso che scoppino nuovi scontri armati.

INTERROGATIVI SUL PROCESSO COSTITUENTE

Molte delle summenzionate questioni saranno decise anche attraverso la definizione della nuova Costituzione.

Un’ennesima incertezza, tuttavia, si è aggiunta proprio in merito al processo costituente meno di 48 ore prima che si svolgessero le elezioni. Una risoluzione del CNT ha infatti privato il parlamento che sarebbe stato eletto di lì a poco, della sua principale prerogativa: quella di nominare l’Assemblea Costituente.

Secondo questa “decisione dell’ultimo minuto”, tale assemblea non sarà più nominata, ma eletta direttamente dal popolo attraverso una nuova consultazione elettorale da tenersi entro tre mesi.

Ciò rischia di riaccendere le tensioni fra le tre regioni del paese (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) riguardo al numero di seggi che ciascuna di esse avrà all’interno dell’Assemblea Costituente (per il momento è stato stabilito che ciascuna regione abbia 20 seggi, per un totale di 60 nell’assemblea).

C’è però anche da aspettarsi che le forze politiche appena elette, in un parlamento improvvisamente ridimensionato nei suoi poteri, tenteranno di invalidare la decisione del CNT in modo da riacquisire la prerogativa di nominare l’Assemblea Costituente. Ma anche questo tentativo potrebbe generare ulteriori tensioni politiche.

La fase post-elettorale si preannuncia dunque non meno incerta di quella che ha preceduto le consultazioni. Per il bene della Libia c’è da augurarsi che l’impasse decisionale che ha caratterizzato il CNT in questi mesi non affligga anche il nuovo parlamento, ed il governo che esso dovrebbe nominare.

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