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	<title>Medarabnews &#187; AfPak: rompicapo in Asia Centrale</title>
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		<title>AfPak: rompicapo in Asia Centrale</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 06:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[AfPak: rompicapo in Asia Centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-13293" title="54" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/FOTO54.jpg" alt="54" width="226" height="121" /></p>
<p>Lo sviluppo degli eventi nell’area che va dall’Asia centrale ai confini dell’India ad est e dell’Iran ad ovest, passando per l’Afghanistan e il Pakistan, sembra aver subito un’accelerazione impressionante in queste ultime settimane.</p>
<p>In Afghanistan è stato fissato al 7 novembre&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-13293" title="54" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/FOTO54.jpg" alt="54" width="226" height="121" /></p>
<p>Lo sviluppo degli eventi nell’area che va dall’Asia centrale ai confini dell’India ad est e dell’Iran ad ovest, passando per l’Afghanistan e il Pakistan, sembra aver subito un’accelerazione impressionante in queste ultime settimane.</p>
<p>In Afghanistan è stato fissato al 7 novembre il secondo turno elettorale per decidere il nuovo presidente del paese, dopo che il primo round, svoltosi lo scorso 20 agosto, era stato macchiato da pesanti brogli e da un’affluenza molto bassa.</p>
<p>Intanto, l’amministrazione americana è alle prese con la definizione della strategia militare da seguire, e con la difficile decisione legata all’invio di ulteriori rinforzi nella regione.</p>
<p>Il Pakistan, dal canto suo, ha lanciato un’imponente offensiva militare contro i Talebani pakistani arroccati nel Waziristan meridionale – offensiva portata avanti in stretto coordinamento con Washington. Nel frattempo il paese è paurosamente scosso da un’ondata di terrore senza precedenti, con attentati che stanno colpendo obiettivi civili e militari in tutte le città pakistane.</p>
<p>A complicare ulteriormente la situazione, è intervenuta l’improvvisa bufera nei rapporti americano-pakistani a seguito dell’approvazione del pacchetto di aiuti americani a Islamabad, che subordina i finanziamenti al rispetto di una serie di condizioni da parte del governo pakistano. Ciò ha suscitato una violenta reazione da parte di molti ambienti politici e di una grossa fetta dell’opinione pubblica nel paese, secondo cui Washington sarebbe intenzionata a dirigere le politiche di Islamabad, riducendo il Pakistan a una sorta di protettorato americano.</p>
<p>Infine, mentre a sud-est l’irrisolta crisi tra Islamabad e Nuova Delhi (che ha come epicentro il Kashmir) continua ad avere i suoi alti e bassi, rischia di aprirsi un nuovo focolaio di tensione al confine sud-occidentale del Pakistan, a seguito dell’attentato nel quale, domenica 18 ottobre, sono rimasti uccisi diversi alti ufficiali della Guardia Rivoluzionaria in Iran, nella regione del Sistan-Baluchistan.</p>
<p>L’attacco terroristico è stato rivendicato da Jundollah, un gruppo iraniano sunnita di etnia baluchi che si ritiene (e soprattutto lo ritiene Teheran) abbia le proprie basi nel vicino Baluchistan pakistano. E’ opinione di molti analisti che questo gruppo abbia legami con i Talebani pakistani e con il gruppo Lashkar-e-Jhangvi, un movimento settario anti-sciita presente nella provincia pakistana del Punjab.</p>
<p>E’ per questa ragione che <strong><a href="http://www.medarabnews.com/2009/10/20/attacco-terroristico-all%e2%80%99iran-quali-sono-i-legami-con-il-pakistan/" target="_blank">l’Iran ha energicamente chiesto a Islamabad</a></strong> di intervenire per smantellare le basi di questo movimento, ventilando in caso contrario la possibilità di un intervento iraniano diretto, per colpire questo gruppo oltreconfine.</p>
<p>Da questa rapida panoramica si comprende come il baricentro del rompicapo centro-asiatico – o forse sarebbe meglio dire l’occhio del ciclone centro-asiatico – si stia progressivamente spostando verso il Pakistan, lasciando dietro di sé rovine e distruzione in Afghanistan.</p>
<p>Le elezioni presidenziali afghane di agosto, inizialmente salutate come una grande dimostrazione di democrazia, si sono rivelate un fiasco, con un’affluenza non superiore al 35% e brogli su vasta scala che hanno portato all’annullamento di oltre un milione di schede (in gran parte favorevoli a Karzai), mentre i Talebani fanno ormai registrare la loro presenza stabile nell’80% del paese.</p>
<p>Karzai, inizialmente dato vincente al primo turno, si è visto quindi costretto a sottoporsi a un ballottaggio fissato in tutta fretta per il 7 novembre, a due settimane dall’annuncio dei risultati definitivi, mentre il durissimo inverno afghano comincia a stringere il paese nella sua morsa.</p>
<p>Il rischio estremamente concreto è, dunque, <strong><a href="http://www.medarabnews.com/2009/10/28/escalation-afghanistan-possibilita-obama/" target="_blank">che si ripeta il fallimento di agosto</a></strong>, possibilmente aggravato da un’affluenza ancora minore.</p>
<p>In ogni caso, sebbene sia illusorio attendersi che il secondo turno elettorale possa modificare l’attuale situazione in Afghanistan, molti a Washington sperano che il ballottaggio fornisca al processo politico afghano una legittimazione sufficiente a consentire agli Stati Uniti di giustificare – soprattutto di fronte all’opinione pubblica interna – l’invio dei rinforzi chiesti dal generale McChrystal, il comandante delle truppe americane in Afghanistan.</p>
<p>A definire la reale entità dei rinforzi, tuttavia, non sarà il risultato elettorale, ma il tipo di strategia militare che i vertici del Pentagono, di concerto con l’amministrazione Obama, decideranno di seguire. Per ammissione dello stesso McChrystal, tali rinforzi non saranno certamente sufficienti a vincere la guerra, ma permetteranno forse di non perderla.</p>
<p>Mentre gli strateghi americani si affannano nel tentativo di adattare all’Afghanistan le strategie ritenute vincenti in Iraq (con esiti tutt’altro che scontati, non solo a causa delle radicali differenze esistenti fra i due paesi, ma anche perché <a href="http://www.medarabnews.com/p/feed.php?id=13237" target="_blank"><strong>gli attacchi terroristici di questi giorni</strong> </a>, ed il clima complessivo in Iraq, fanno temere che i “successi” iracheni siano tutt’altro che duraturi), il punto nodale sembra essere quello di decidere se continuare a combattere al-Qaeda e i Talebani come se fossero due manifestazioni di un’unica entità ostile (com’è avvenuto finora), o se concentrarsi esclusivamente su al-Qaeda cercando allo stesso tempo di aprire una trattativa con i Talebani.</p>
<p>Il grimaldello per separare le due entità dovrebbe essere rappresentato dalla differente vocazione dei due movimenti. Infatti, sebbene entrambi traggano ispirazione da un’ideologia di matrice islamica estremista, mentre al-Qaeda ha una vocazione “internazionalista”, come dimostrano i suoi reiterati appelli a condurre il jihad in svariate regioni del mondo, dalla Palestina, all’Iraq, <a href="http://www.medarabnews.com/2009/10/18/al-qaeda-emigra-in-asia-centrale/" target="_blank"><strong>fino alla Cina</strong> </a>, gran parte dei movimenti della galassia talebana ha invece una vocazione “nazionale”.</p>
<p>Resta comunque il problema che – come ritiene la maggioranza degli analisti – anche solo per convincere i Talebani a “trattare”, sarà necessario “persuaderli” del fatto che essi non potranno vincere sul campo. In base a questo ragionamento, i rinforzi saranno comunque necessari, anche se si dovesse decidere di perseguire questo obiettivo “di ripiego”.</p>
<p>La strategia militare che gli americani decideranno di seguire in Afghanistan avrà a sua volta un ruolo determinante nel definire il futuro dei rapporti fra Washington e Islamabad. Se l’amministrazione Obama dovesse decidere di combattere al-Qaeda ed i Talebani a tutto campo, probabilmente sorgeranno tensioni fra l’esercito pakistano e le truppe americane. Washington chiederà ai pakistani di attaccare i cosiddetti “santuari talebani” in Pakistan, suscitando l’opposizione dell’establishment militare di Islamabad.</p>
<p>Una guerra senza quartiere ai Talebani afghani in Pakistan, non solo avrebbe conseguenze umanitarie spaventose suscitando l’ira di aree consistenti del paese contro l’esercito pakistano (il quale verrebbe accusato di combattere il proprio stesso popolo e di essere una marionetta nelle mani del nemico americano), ma – portando alla distruzione del movimento talebano – verrebbe a far mancare quello strumento che, agli occhi dell’establishment militare pakistano, garantisce a Islamabad la sua “profondità strategica” in Afghanistan, permettendole di contrastare la crescente influenza indiana in quel paese, ed impedendo a Nuova Delhi di portare a compimento una “manovra a tenaglia” che schiaccerebbe il Pakistan.</p>
<p>E’ questa la ragione per cui gli strateghi pakistani vedrebbero di buon occhio una eventuale decisione americana di identificare al-Qaeda come il vero nemico da combattere, aprendo invece una trattativa con i Talebani afghani, la quale potrebbe infine portare questi ultimi ad essere integrati nel governo del paese.</p>
<p>Dal punto di vista di Islamabad, una decisione del genere potrebbe anche aiutare l’esercito pakistano a combattere con maggior decisione il Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), ovvero i Talebani pakistani, che rappresentano una minaccia reale per la stabilità del Pakistan.</p>
<p>Dal modo in cui si evolverà la situazione militare in Afghanistan e in Pakistan, e dal conseguente andamento dei rapporti fra Islamabad e Washington, dipenderà il futuro degli aiuti americani al Pakistan.</p>
<p>Obama ha recentemente firmato l’atto di “partnership rafforzata con il Pakistan”, approvato a fine settembre dal Congresso, ed anche noto come legge Kerry-Lugar, dal nome dei suoi promotori. Questo atto subordina l’erogazione degli aiuti finanziari a una serie di condizioni che il governo pakistano dovrà soddisfare.</p>
<p>Sebbene, secondo molti, si tratti di una richiesta del tutto legittima da parte di un paese donatore, essa ha suscitato una reazione durissima da parte dell’esercito pakistano, di ambienti politici dell’opposizione, e di gran parte dell’opinione pubblica. Una fetta molto consistente della stampa pakistana ha accusato Washington di <strong><a href="http://www.medarabnews.com/2009/10/28/trasformazione-pakistan-stato-satellite/" target="_blank">voler trasformare il Pakistan in uno stato neocoloniale</a></strong>, dettandone le politiche economiche e sociali, con l’obiettivo di americanizzare la società pakistana.</p>
<p>Molti analisti, anche pakistani, hanno considerato questa reazione del tutto esagerata ed ingiustificata. Resta il fatto che essa è emblematica di quanto pesi ancora il retaggio coloniale in un paese come il Pakistan, e di quale fardello rappresentino le <strong><a href="http://www.medarabnews.com/2009/09/23/miti-e-verita-su-afghanistan/" target="_blank">politiche fallimentari</a></strong> che gli Stati Uniti hanno portato avanti nella regione afghano-pakistana per decenni.</p>
<p>Si tratta in effetti di un fardello che rischia di far fallire ogni ulteriore sforzo americano nella regione, per quanto sensato possa essere. Da qui discende anche l’importanza, a giudizio di molti analisti, di abbandonare un approccio unilaterale, che si è protratto fin troppo a lungo in quest’area. E’ significativo, ad esempio, il fatto che nessuno degli stati confinanti con l’Afghanistan ed il Pakistan sia coinvolto nei tentativi di risolvere la crisi che attanaglia i due paesi.</p>
<p>Ma vi è anche un’altra dimensione, nella bufera scoppiata attorno alla legge Kerry-Lugar. Essa è rappresentata dai <strong><a href="http://www.medarabnews.com/2009/10/28/waziristan-o-morte/" target="_blank">crescenti contrasti fra il governo di Islamabad e l’establishment militare</a></strong>. Il primo ha fortemente appoggiato la legge, che contiene in effetti delle esplicite accuse all’esercito ed all’ISI (i servizi segreti pakistani), ritenuti responsabili di aver appoggiato ed aiutato attivamente i Talebani.</p>
<p>Secondo alcuni, diversi esponenti del governo avrebbero attivamente appoggiato questa legge a Washington per “dare una lezione all’esercito”. Secondo altri, nel far ciò i politici pakistani continuano a dimostrare <strong><a href="http://www.dailytimes.com.pk/default.asp?page=2009\10\22\story_22-10-2009_pg3_2" target="_blank">una sconcertante sudditanza nei confronti degli Stati Uniti</a></strong>, ritenendo di poter essere eletti dal popolo pakistano, ma di poter governare solo con il consenso di Washington.</p>
<p>Resta il fatto che il governo Zardari sembra avere in politica estera orientamenti molto più vicini a quelli di Washington, rispetto ai militari pakistani. Il governo civile di Islamabad desidera infatti compiere un’apertura nei confronti dell’India, e troncare ogni rapporto con i Talebani – punti sui quali esso entra in rotta di collisione con l’esercito.</p>
<p>Quest’ultimo accusa l’India di ingerirsi pesantemente negli affari afghani, mantenendo fra l’altro due consolati indiani a Jalalabad e Kandahar, in regioni al confine con il Pakistan. L’India è uno dei maggiori paesi donatori in Afghanistan, essendosi impegnata a spendere circa 1,2 miliardi di dollari nel paese.</p>
<p>Secondo alcuni osservatori, il più grande incubo dell’esercito pakistano è che possa esservi <strong><a href="http://www.medarabnews.com/p/feed.php?id=13072" target="_blank">una collusione fra Nuova Delhi e Washington</a></strong>, collusione che – agli occhi dell’esercito – sarebbe confermata dalla volontà ingiustificata di Washington di incrementare la propria presenza in Pakistan. L’India, dal canto suo, è accusata anche di fomentare la ribellione in Baluchistan, una regione nel sud-ovest del Pakistan, economicamente povera e sottosviluppata (ed emarginata dal governo centrale pakistano), ma di enorme importanza strategica, per la presenza del porto di Gwadar (considerato da Pechino <strong><a href="http://www.medarabnews.com/2009/05/21/la-strategia-americana-in-pakistan-il-baluchistan-e-il-premio-finale/" target="_blank">essenziale per gli interessi cinesi</a></strong>), e per il fatto di essere una potenziale via di transito di oleodotti e gasdotti.</p>
<p>Se a ciò si aggiunge che il governo Karzai sta stringendo alleanze con molti signori della guerra appartenenti alla cosiddetta “Alleanza del Nord”, che hanno rapporti storici con Nuova Delhi (la quale li aveva sostenuti negli anni ’90 contro i Talebani), si completa il quadro che porta l’esercito pakistano a soffrire di una “sindrome da accerchiamento”.</p>
<p>Nonostante ciò, i militari pakistani hanno lanciato ultimamente un’imponente offensiva contro il TTP, i Talebani pakistani stanziati nel Waziristan meridionale. Tale offensiva viene condotta in stretto coordinamento con Washington, che fornisce un fondamentale apporto a livello di intelligence. La ragione dell’offensiva militare pakistana sta nel fatto che la galassia dei movimenti militanti di matrice islamica, che Islamabad ha storicamente sostenuto e finanziato, sta cominciando a rappresentare una minaccia reale per il paese.</p>
<p>Nelle ultime settimane, il Pakistan sta vivendo un clima di terrore che non aveva mai conosciuto in passato. Attentati e attacchi terroristici stanno colpendo ovunque nel paese, prendendo di mira gli obiettivi più disparati, dalle sedi dell’esercito all’Università Islamica nella capitale Islamabad.</p>
<p>Ma tutto questo non è opera solo dei Talebani. Esistono nel paese svariati movimenti militanti, di ispirazione islamica, laica o nazionalista. Gli stessi Talebani in realtà sono un insieme di movimenti tra loro slegati, che spesso intrattengono solo rapporti di carattere opportunistico. L’elemento più inquietante della recente ondata di terrore sta nel fatto che a colpire, ultimamente, sono state fazioni estremiste del Punjab e del Kashmir, alcune delle quali avevano stretti legami con l’esercito.</p>
<p><strong><a href="http://www.medarabnews.com/2009/10/28/paranoia-sul-pakistan/" target="_blank">Diversi osservatori sottolineano</a></strong> come il Pakistan, che solo due anni fa aveva un’economia in forte crescita, una delle più promettenti dell’Asia, e sembrava avviato verso una brillante esperienza democratica, si trovi oggi sull’orlo del collasso economico, governato da istituzioni clientelari, costretto a dipendere dagli aiuti stranieri per evitare il tracollo, e pesantemente destabilizzato dalla presenza di movimenti estremisti in varie parti del paese.</p>
<p>Il peso assolutamente eccessivo dell’esercito nella vita politica pakistana, la presenza di governi fragili e facilmente manipolabili, la struttura multietnica, caratterizzata da numerose conflittualità e priva di una identità unificante, e l’ingombrante tutela americana, che ha abitualmente favorito l’establishment militare a danno delle forze più genuinamente democratiche del Pakistan, hanno soffocato lo sviluppo del paese spingendolo progressivamente verso la crisi attuale.</p>
<p>Il problema dei movimenti militanti, in particolare, va individuato da un lato nelle politiche fallimentari adottate dal governo nelle aree tribali, e dall’altro nel ricorso altrettanto fallimentare a tattiche puramente “belliche” per contenere le turbolenze che di volta in volta si manifestano in queste aree. Se a ciò si aggiunge la strumentalizzazione dei movimenti militanti a fini di “politica estera”, sia nel Kashmir che in Afghanistan, il quadro si completa.</p>
<p>Se da un lato il governo pakistano non è mai stato in grado di dare soluzione alle crisi nelle aree tribali attraverso riforme efficaci, dall’altro l’esercito è intervenuto con operazioni militari mal pianificate e spesso condotte a causa delle pressioni americane. Il risultato è che operazioni come quelle recenti nella valle di Swat e nel distretto di Malakand, che hanno causato oltre un milione di profughi, e come quella attuale nel Waziristan meridionale, che ne ha già provocati oltre 100.000, difficilmente debellano i movimenti militanti, ed hanno l’effetto di produrre sempre nuove emergenze umanitarie. Le ondate di profughi hanno fra l’altro la conseguenza di destabilizzare nuove aree del paese.</p>
<p>Va sottolineato che Washington ha storicamente pesanti responsabilità in tutto questo, essendo scesa a patti con dittatori come Zia ul-Haq e Musharraf, ed avendo anteposto il legame con l’establishment militare pakistano alla promozione del processo democratico nel paese.</p>
<p>L’effetto complessivo è devastante per il Pakistan. La violenza estremista e le operazioni belliche compromettono ulteriormente le possibilità di sviluppo di regioni già di per sé povere e sottosviluppate. L’assenza delle istituzioni statali favorisce il fiorire di un’economia illegale, dominata dal traffico di armi e di stupefacenti. La permeabilità dei confini e la presenza di altre aree di instabilità come il Kashmir, il vicino Afghanistan, e la regione del Sistan-Baluchistan nell’Iran sud-orientale, favoriscono l’espansione di questi traffici a livello internazionale, così come le interconnessioni fra i movimenti militanti, e fra questi ultimi e le organizzazioni criminali.</p>
<p>La presenza di questo tipo di condizioni non solo in Pakistan , ma in un’area che va dall’Iran e dall’India, al sud, fino alle repubbliche dell’Asia centrale, al nord, sommata alla presenza di conflitti irrisolti e di rivendicazioni etniche e nazionali, ha fatto sì che le turbolenze nella regione si estendessero progressivamente.</p>
<p>Il termine “AfPak” che è stato coniato per identificare l’area di instabilità afghano-pakistana appare dunque già sorpassato. Il rompicapo da risolvere, infatti, si estende ormai dall’Asia centrale al subcontinente indiano, e dall’Iran alla Cina.</p>
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		<title>Paranoia sul Pakistan</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 05:59:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manan Ahmed</dc:creator>
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<p><strong>Original Version: <a href="http://www.agenceglobal.com/Article.asp?Id=2171" target="_blank">Paranoia over Pakistan</a></strong></p>
<p>I Talebani sono “ a 60 miglia da Islamabad”, dichiarava un editoriale allarmista del New York Times lo scorso 27 aprile. Un rapporto di quello stesso mese, da parte del generale Petraeus, indicava che il Pakistan&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>23/10/2009</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.agenceglobal.com/Article.asp?Id=2171" target="_blank">Paranoia over Pakistan</a></strong></p>
<p>I Talebani sono “ a 60 miglia da Islamabad”, dichiarava un editoriale allarmista del New York Times lo scorso 27 aprile. Un rapporto di quello stesso mese, da parte del generale Petraeus, indicava che il Pakistan era in grave pericolo. I pakistani, secondo il sentire comune di allora, erano semplicemente incapaci di comprendere il pericolo esistenziale che stavano correndo. Quindi, l’imperativo rimaneva per gli Stati Uniti quello di spingere l’esercito pakistano all’azione, e a raddoppiare i propri sforzi per smorzare la minaccia talebana. Dopo qualche titubanza, ed adeguati nuovi aiuti militari, l’esercito pakistano ha finalmente lanciato l’operazione Rah-e Rast (Operazione Retto Sentiero) nello Swat, la quale ha fermato l’avanzata talebana, ma in realtà ha anche prodotto milioni di sfollati ed ha notevolmente ampliato la portata della crisi umanitaria. </p>
<p>Contemporaneamente, gli Stati Uniti hanno aumentato il numero di attacchi missilistici con aerei senza pilota su obiettivi prefissati, riportando moderati successi (l’uccisione di Baitullah Mehsud in agosto), ma provocando una sempre più lunga lista di vittime civili, e diffuse condanne nei confronti degli Stati Uniti in tutto il Pakistan. Né l’operazione dell’esercito pakistano né gli attacchi aerei americani hanno comunque prodotto miglioramenti nella stabilità o nella sicurezza in Afghanistan, mentre il Pakistan è ora impantanato in una delle maggiori crisi umanitarie della propria storia.</p>
<p>Ma torniamo all’inizio di quest’anno. Il Pakistan correva davvero il rischio di cadere nelle mani dei Talebani – un rischio che sarebbe stato evitato solo dall’attacco nella valle di Swat? Leggendo i rapporti provenienti dalla regione ( l’esercito pakistano sta operando in una situazione di blackout dei media) e le testimonianze dei cittadini sfollati, la risposta è chiaramente “no”.  I Talebani che operano nelle regioni del nord e del sud-ovest erano e sono ancora un gruppo amorfo e mal definito, ideologicamente e politicamente frammentato – composto da jihadisti, nazionalisti laici e gruppi tribali. Non vi era alcun percorso logico che avrebbe portato a pensare che essi sarebbero stati capaci di sopraffare una nazione di circa 180 milioni di abitanti, con un esercito permanente di 600.000 uomini, vibranti megalopoli e stabili infrastrutture civili.</p>
<p>Allo stesso modo, la storia del Pakistan è stata rozzamente liquidata, nella fretta di dichiararlo un paese vacillante, in procinto di diventare uno stato radicale o uno stato fallito. Anche un’analisi sbrigativa mostrerebbe che i cittadini del Pakistan, nelle poche opportunità dategli, hanno mantenuto i partiti islamici conservatori al di sotto del 10%  in ogni elezione. E ciò malgrado il fatto che il Pakistan abbia dovuto sopportare un decennio di politiche di islamizzazione ad opera del generale Zia ul-Haq, che ha fatto del suo meglio per radicalizzare e militarizzare i suoi cittadini nello sforzo di lanciare il jihad in Afghanistan e in India. Eppure il Pakistan è emerso da quell’epoca buia ed ha abbracciato le politiche largamente laiche dell’ex primo ministro Benazir Bhutto e di Nawaz Sharif. </p>
<p>Forse però la svista più grande è consistita nel fatto che l’amministrazione Obama ha ignorato il passato recente del Pakistan. Esso era nuovamente diventato uno stato democratico. A partire dal 2007, un vibrante movimento pacifico a favore dello stato di diritto ha combattuto contro l’autocrazia del generale Pervez Musharraf – il dittatore sostenuto da Washington. Nelle elezioni del 2008, i pakistani hanno rifiutato i partiti religiosi in tutte le province, portando al potere il partito dell’assassinata Benazir Bhutto. Questo era il cuore pulsante della democrazia nel mondo islamico. Mentre l’America un tempo è stata vicina ai dittatori del Pakistan, ora avrebbe avuto l’opportunità di essere al fianco del popolo pakistano – per sostenerlo nella lotta contro il terrorismo sul proprio suolo, per appoggiarlo nella costruzione delle proprie infrastrutture giuridiche e civili, e nel trasformare un’economia militarizzata in un’economia globalizzata del XXI secolo. </p>
<p>Invece, noi americani ci siamo rivolti nuovamente all’esercito, chiedendogli di lanciare una nuova guerra interna estremamente destabilizzante. Abbiamo fatto ancora più affidamento sugli attacchi degli aerei senza pilota. Non abbiamo coinvolto le potenze regionali – India, Cina, Iran, Arabia Saudita – nella  discussione sull’Afghanistan. Come era prevedibile, le conseguenze hanno compromesso i nostri obiettivi. Il governo civile non ha alcun valido programma sul piano interno per affrontare le molte sfide che lo aspettano. Non offre soluzioni, politiche o civili, alle sofferenze della gente della valle di Swat, né alcun piano per gestire la crisi umanitaria esistente. È percepito sempre più come un governo debole e sotto l’influenza americana.</p>
<p>L’esercito, dopo aver “cantato vittoria” nello Swat, ha lanciato ora un’offensiva nel  Waziristan – l’Operazione Rah-e Nijat (Via verso la salvezza) – per combattere il Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), il movimento dei Talebani pakistani. L’operazione giunge dopo undici giorni di attacchi terroristici ad opera del TTP avvenuti in tutto il Pakistan, attacchi che hanno colpito anche il quartier generale dell’esercito. Ancora una volta non ci sono indicazioni su cosa verrà considerato un successo, su come il governo affronterà l’esodo di civili dalla regione, o – cosa ancora più importante – su cosa accadrà quando il TTP si sposterà nella vicina, e altamente instabile, regione del Baluchistan. Sicuramente l’esercito non avrà altra opzione che quella di dichiarare l’operazione in Waziristan un successo, per poi spostarsi in Baluchistan, dove un movimento separatista ha lanciato la propria guerra già dal 2004.</p>
<p>Ignoriamo la storia e la realtà, nella nostra missione di combattere la nostra “guerra necessaria”. Swat, Waziristan e Baluchistan sono tutti sintomi di una società civile incompleta, avviluppata dalla povertà e dall’analfabetismo, e pronta ad essere sfruttata dagli estremisti religiosi. Abbiamo bisogno di ben più dell’equipaggiamento militare per combattere tali sintomi. Abbiamo bisogno di un governo civile forte e legittimo, che sia responsabile di fronte al suo popolo – tutto il suo popolo.</p>
<p><em><strong>Manan Ahmed</strong> è uno storico pakistano che vive negli Stati Uniti; gestisce il blog chapatimystery.com</em></p>
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		<title>I movimenti islamici fra stato e non-stato: il caso afghano</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2009/10/28/movimenti-islamici-stato-non-stato/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 05:58:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bashir al-Ansari</dc:creator>
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<p><strong>Original Version: <a href="http://www.aljazeera.net/NR/exeres/C6D4F686-E2E8-4BFC-AA38-A396FF413DB5.htm" target="_blank">الإسلاميون بين الدولة واللادولة.. أفغانستان نموذجاً</a></strong></p>
<p>Nel mezzo degli scontri elettorali a cui ha assistito l’Afghanistan a partire dall’agosto scorso, i leader del movimento islamico afghano si sono distribuiti come al solito tra le diverse parti in conflitto, alcune&#8230;</p>]]></description>
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<p><strong>Original Version: <a href="http://www.aljazeera.net/NR/exeres/C6D4F686-E2E8-4BFC-AA38-A396FF413DB5.htm" target="_blank">الإسلاميون بين الدولة واللادولة.. أفغانستان نموذجاً</a></strong></p>
<p>Nel mezzo degli scontri elettorali a cui ha assistito l’Afghanistan a partire dall’agosto scorso, i leader del movimento islamico afghano si sono distribuiti come al solito tra le diverse parti in conflitto, alcune delle quali cercano di giungere al potere, mentre altre cercano di mantenerlo.</p>
<p>Alcuni esponenti del movimento, come Abdul Rabb Rasul Sayyaf, leader del partito della Da’wa Islamica, Mohammad Qasim Fahim e Ismail Khan della Jamiat-e Islami, e Abdul Hadi Arghandiwal, leader del diviso Partito Islamico, hanno stretto accordi con Karzai. Altri, come Burhanuddin Rabbani, leader della Jamiat-e Islami, si sono schierati al fianco di Abdullah Abdullah, il principale rivale dell’attuale presidente afghano.</p>
<p>Sul fronte opposto, il movimento talebano che combatte sotto la bandiera dell’ “Emirato Islamico” ha annunciato il proprio totale rifiuto del processo elettorale. Anche il Partito Islamico di Gulbuddin Hekmatyar ha espresso una posizione di rifiuto nei confronti delle attuali consultazioni, chiedendo invece elezioni eque ed  imparziali dopo il ritiro delle forze NATO dal paese.</p>
<p>Malgrado l’evidente contrasto tra i due opposti schieramenti nell’attuale confronto militare ed elettorale, si ritiene generalmente che vi sia un denominatore comune fra i diversi leader islamici: l’interesse per lo stato. In Afghanistan tutti cercano il potere, e tutti cercano di raggiungerlo alla propria maniera. Poiché lo stato, ai loro occhi, è l’unico mezzo per imporre la religione e regolare il mondo.</p>
<p><strong>In principio vi era lo stato</strong></p>
<p>L’idea dello stato continua a rappresentare la pietra angolare dei teorici dei grandi movimenti islamici che hanno contribuito a plasmare le idee e la visione degli islamisti afghani. Il concetto di stato ha cominciato a dominare il loro pensiero al punto che essi non vedono altro che questo unico protagonista, che giganteggia nei loro cuori ed acceca la loro vista.</p>
<p>Dopo il crollo dello stato dell’Islam globale, rappresentato dal califfato ottomano, è emerso il movimento islamista che ha lanciato lo slogan “Islam religione e stato”, interessandosi al concetto di stato e cercando di realizzarlo, per poi riorganizzare e rimodellare la società attraverso l’uso dell’autorità.</p>
<p>Da qui segue che il termine “stato” è diventato una delle categorie più importanti che esprimono e connotano l’identità del movimento rispetto agli altri gruppi religiosi nel mondo islamico. La religione, nella concezione del movimento islamista, è un sistema che copre i settori del governo e dello stato, il settore giuridico e quello militare e nazionale. Nella letteratura del movimento, lo stato è venuto a rappresentare uno strumento di estrema importanza per la salvaguardia della religione e la tutela della società, uno strumento senza il quale il progetto islamista non si regge in piedi.</p>
<p>La maggior parte delle ramificazioni del movimento islamista in Afghanistan si è posta un unico obiettivo essenziale, quello di dominare lo stato. Questo controllo dello stato è considerato una bacchetta magica che risolverebbe i problemi “in un sol colpo”. Gli strumenti che le varie espressioni di questo movimento hanno utilizzato vanno dalle pressioni politiche alle azioni belliche ed alla pianificazione di golpe militari. Tuttavia l’obiettivo finale era uno solo: impadronirsi dello stato. Ciò ha contribuito ai fallimenti del movimento e ne ha ridimensionato il potenziale propagandistico e educativo.</p>
<p><strong>Lo stato: fardello o valore aggiunto?</strong></p>
<p>Nel mondo attuale, la maggior parte dei movimenti che nascono nella società non considera più l’obiettivo di arrivare al potere come l’obiettivo supremo. Gran parte dei movimenti riformatori contemporanei considerano lo stato come un peso per loro. Rimanere al di fuori del sistema statale e della responsabilità di governo non soltanto dà a questi movimenti una maggior capacità di raggiungere i propri obiettivi, ma può costituire una fonte di forza impressionante. I settori dell’istruzione, della cultura, dell’economia, dell’informazione, del non profit, della questione femminile e dei giovani, non hanno meno influenza nel determinare il cambiamento sociale rispetto alla politica ed all’azione di governo.</p>
<p>Se lo scopo della fondazione dello stato nazionale moderno era quello di difendere una certa terra ed una data società politica, la difesa e la tutela nel terzo millennio hanno acquistato un significato differente. Oggi lo stato non è più l’unica istituzione che organizza ed amministra la società. La moderna tecnologia delle comunicazioni può contribuire a creare una coesione fra grandi gruppi di persone, e può aiutare ad organizzarli ed a gestire i loro affari.</p>
<p>Lo stato, nel mondo di oggi, non è che un peso che necessita di essere difeso. Vi sono gruppi che non vogliono basarsi su uno stato, perché esso può essere distrutto o intimidito. Il desiderio di evitare il fardello di uno stato emerge chiaramente anche nelle organizzazioni più potenti ed influenti.</p>
<p>Forse tra le prime cause della comparsa dello stato moderno come forma suprema di organizzazione sociale vi è stata la sua capacità di amministrare grandi gruppi di persone e di sfruttare le risorse. Ma oggi questa capacità non è appannaggio esclusivo dello stato.</p>
<p>La diffusione delle tecnologie della comunicazione, dalla radio alla televisione, ai canali satellitari, a internet, permette di aprire nuovi orizzonti all’organizzazione di una società, e nuove possibilità di sostituire le istituzioni ufficiali. Le telecomunicazioni oggi sono a basso costo, sono diffuse in tutto il mondo, e giocano un ruolo importante nella mobilitazione delle masse.</p>
<p><strong>Tra slogan e realtà</strong></p>
<p>Il movimento islamico afghano, come altri movimenti islamici, ha fatto proprio il grande sogno – diffuso nella letteratura politica – della città virtuosa, che può essere considerata una copia dello stato instaurato dal Profeta e dai suoi seguaci. Tuttavia, quando si è trovato al potere, esso si è visto costretto a trattare, a fare concessioni e compromessi con i propri nemici, ed è entrato in conflitti sanguinosi con i propri stessi figli. Tutto questo lo ha indebolito e gli ha fatto perdere il proprio serbatoio popolare.</p>
<p>Quando il movimento si è visto incapace di raggiungere la perfezione e di tradurre in realtà le proprie idee assolute, ha inevitabilmente cozzato contro il muro degli ostacoli e della realtà. Ciò ha generato profondi risentimenti nelle fasce popolari ed una sfiducia crescente nei propri affiliati. Il potere era destinato ad indebolire il movimento, ed a ridimensionarne la capacità di attrazione e la purezza ideologica. Rimanere fuori dalla cerchia del potere può invece contribuire a salvaguardare la forza del movimento, ed aiutarlo maggiormente a determinare un cambiamento nella società.</p>
<p>A destare sconcerto nel caso afghano è il fatto che i primi pionieri del movimento islamista, quando cominciarono ad entrare in contatto con gli ufficiali dell’esercito, ed a pianificare il golpe ai danni del regime di Mohammed Daud nel 1975, non avevano neanche finito i loro studi universitari. Oggi la gente si chiede cosa sarebbe accaduto se quel piano avesse avuto successo e se questi giovincelli avessero preso il potere. Quale catastrofe avrebbero attirato su loro stessi e sul paese?</p>
<p>L’esperienza del movimento islamista in Afghanistan, dal punto di vista delle vittime, della durata, e del livello di distruzione che ha lasciato dietro di sé, è considerato fra le esperienze belliche più devastanti del XX secolo, se non degli ultimi tre secoli.</p>
<p>Questa esperienza ha confermato il successo degli islamisti nell’arte della guerra ed il loro fallimento nel campo dello sviluppo e della civiltà. Se sfogliamo la letteratura del jihad afghano, saremo colti dallo sconcerto nel riconoscere una logica colma di significati rivoluzionari ma priva di qualsiasi visione strategica in grado di illuminare la via. L’esperienza islamista in Afghanistan ha ricalcato in grande misura i modelli di comportamento dei nomadi ed il loro coraggio, contrassegnati però da una notevole grossolanità.</p>
<p>L’esperienza dell’Islam combattente in Afghanistan ha dimostrato che il sacrificio di vite umane non può cambiare una data situazione, neanche con fiumi di sangue e montagne di cadaveri. La filosofia della spada, adottata da diversi gruppi nella storia dell’Islam non è mai riuscita a cambiare una data situazione o ad ottenere un diritto.</p>
<p>Queste esperienze hanno portato gli esperti di giurisprudenza islamica a proibire la discordia e la ribellione contro colui che detiene il potere, anche se quest’ultimo fosse ingiusto. Questo punto di vista, sebbene singolare, è espressione del fallimento delle rivoluzioni e dei progetti violenti nella storia islamica.</p>
<p><strong>Un impero che fa a meno dello stato</strong></p>
<p>Non lontano dall’Afghanistan, vi è un’altra esperienza, guidata da Fethullah Gülen in Turchia, che si concentra invece sulla costruzione dell’uomo. La corrente di Gülen non è un’organizzazione politica, ma un movimento religioso  e sociale la cui preoccupazione è quella di determinare un cambiamento nella società attraverso l’istruzione e l’informazione, grazie alla fondazione di scuole e di università ovunque.</p>
<p>Il movimento di Gülen possiede oggi migliaia di scuole e università, in più di 90 paesi in tutto il mondo. Esso possiede anche canali satellitari, riviste, giornali e grandi istituzioni benefiche e culturali in numerosi paesi. Il quotidiano Zaman da solo stampa un milione di copie al giorno.</p>
<p>Il movimento di Gülen, che è considerato un generoso sostenitore di altri movimenti islamici in Turchia, ha le sue peculiarità che lo differenziano dalle altre esperienze islamiche in Medio Oriente. Tali peculiarità consistono essenzialmente nell’evitare lo scontro con l’autorità, nel concentrarsi sul lavoro e non sugli slogan, e sulla sostanza piuttosto che sulla forma.</p>
<p>Nel frattempo il mondo sta assistendo alla nascita di un nuovo impero turco che ha cominciato a estendere il suo dominio sull’area geografica turcofona, dal nord della Cina al cuore del Caucaso. Tale impero cerca di diffondere la lingua e la cultura turca in altre aree del pianeta.</p>
<p>Se gli Ottomani avevano schiacciato le fortezze dell’Europa con la spada, i seguaci di Gülen oggi entrano invece nei centri mondiali della scienza attraverso la porta principale.</p>
<p><strong>Un’altra esperienza in Bangladesh</strong></p>
<p>Un’altra esperienza positiva è rappresentata dall’economista musulmano Muhammad Yunus, il padre fondatore della banca dei poveri in Bangladesh (<em>Yunus, considerato l’ideatore del microcredito, è stato insignito del premio Nobel nel 2006 (N.d.T.)</em> ). Se un solo uomo è riuscito a realizzare una rivoluzione economica nei luoghi più poveri del mondo, perché altri movimenti che hanno uomini e mezzi a loro disposizione non riescono a fare neanche un decimo di ciò che ha fatto quest’uomo?</p>
<p>Muhammad Yunus non ha riempito le orecchie dei bengalesi indigenti con discorsi di fuoco, tuttavia ha realizzato una rivoluzione nel settore dell’economia e dello sviluppo contribuendo a migliorare la situazione dei poveri non solo in Bangladesh ma anche altrove.</p>
<p>Mentre l’informazione occidentale denuncia ai quattro venti la discriminazione sessuale ai danni della donna musulmana, Yunus non ha risposto con sermoni religiosi, ma ha fatto in modo che il 94% degli impiegati della sua banca fossero donne bengalesi vittime dell’oppressione sociale.</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p>A mezzo secolo dalla nascita del primo nucleo del movimento islamista in Afghanistan, vediamo che esso è ormai su posizioni ancora più arretrate rispetto a quelle da cui era partito, a causa del fatto che l’Islam è stato ridotto soltanto alla politica ed allo stato. Ma la società islamica con i suoi aspetti educativi, culturali, spirituali, sociali ed economici, non può essere ridotta soltanto alla questione del governo.</p>
<p>Se il movimento si fosse dedicato ad istruire la gente, a combattere la povertà della conoscenza prima ancora della povertà economica, se si fosse impegnato a cancellare l’analfabetismo e ad amministrare la società, avrebbe costruito una civiltà e riportato la speranza in una società che sta sprofondando nella violenza, nella droga, nel tribalismo, nella povertà, nella paura e nell’occupazione straniera.</p>
<p>Il movimento islamista in Afghanistan è riuscito a sfidare la più grande potenza terrestre dell’epoca (l’Unione Sovietica), instillando lo spirito del jihad nelle vene di milioni di persone, ma oggi è incapace di fondare una scuola o un’università, o un orfanotrofio per coloro che hanno perso i loro genitori sotto la sua bandiera.</p>
<p>Il movimento islamista in Afghanistan non ha bisogno di uno stato, soprattutto se quest’ultimo è considerato il quinto stato più corrotto del mondo, uno stato che esporta il 90% dell’eroina mondiale, ed il cui presidente vive al riparo della protezione americana.</p>
<p>Non è giunto il momento di imparare dai nostri errori, di porre un limite alle nostre aspirazioni nei confronti del potere, e di sforzarci piuttosto per creare nuove forme di civiltà, di interazione sociale e di azione popolare?</p>
<p><em><strong>Bashir al-Ansari</strong> è uno studioso e diplomatico afghano; ha studiato in Sudan e negli Stati Uniti; esperto di sharia e di studi islamici, ha scritto su numerosi giornali arabi, quali al-Sharq al-Awsat, Dar al-Hayat, al-Qabas, ecc.</em></p>
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		<title>L&#8217;escalation militare è la sola possibilità di Obama in Afghanistan?</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2009/10/28/escalation-afghanistan-possibilita-obama/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 05:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tony Karon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>20/10/2009<br />
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<strong>Original Version: <a href="http://www.time.com/time/nation/article/0,8599,1931050,00.html?iid=tsmodule" target="_blank">Is Escalation Obama&#8217;s Only Choice in Afghanistan?</a></strong></p>
<p>Il fatto che il Presidente dell&#8217;Afganistan, Hamid Karzai, abbia accettato che i brogli elettorali gli hanno sottratto una vittoria al primo turno rimuove, teoricamente, anche l&#8217;ultimo ostacolo menzionato dall&#8217;amministrazione Obama contro l&#8217;invio&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>20/10/2009<br />
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<strong>Original Version: <a href="http://www.time.com/time/nation/article/0,8599,1931050,00.html?iid=tsmodule" target="_blank">Is Escalation Obama&#8217;s Only Choice in Afghanistan?</a></strong></p>
<p>Il fatto che il Presidente dell&#8217;Afganistan, Hamid Karzai, abbia accettato che i brogli elettorali gli hanno sottratto una vittoria al primo turno rimuove, teoricamente, anche l&#8217;ultimo ostacolo menzionato dall&#8217;amministrazione Obama contro l&#8217;invio di ulteriori migliaia di militari americani a combattere laggiù. Rahm Emanuel, il capo dello staff della Casa Bianca, ha dichiarato durante il weekend che non si potevano inviare rinforzi finché non si fosse risolto il nodo dei brogli elettorali, in quanto la strategia militare statunitense è strettamente correlata alla difesa di quello che è il governo legittimo. Ma dato che la commissione elettorale afghana ha decretato che, dopo il rigetto delle elezioni falsate, Karzai non ha vinto con la maggioranza assoluta al primo turno, egli dovrà affrontare una competizione durissima contro il suo sfidante più quotato, l&#8217;ex ministro degli Affari Esteri Abdullah Abdullah.</p>
<p>In ogni caso, il ragionamento della Casa Bianca secondo cui la decisione di inviare ulteriori truppe avrebbe dovuto attendere a causa della débacle elettorale, è sbagliato. E il Ministro della Difesa Robert Gates è stato tra coloro che ci tenevano a mettere in risalto questo punto. &#8220;Non possiamo starcene con le mani in mano, ad aspettare l&#8217;esito delle elezioni e la formazione di un governo a Kabul&#8221;, ha dichiarato Gates martedì scorso. &#8220;L&#8217;esito delle elezioni, con i suoi problemi, ha complicato la faccenda per noi. Ma di certo non è che un giorno la situazione è complicata, ed il giorno seguente diventa semplice&#8221;.</p>
<p>In effetti, se guardiamo all’obiettivo di creare un governo rappresentativo in grado di appoggiare la strategia antiribellione degli Stati Uniti, il difetto maggiore delle elezioni di agosto in Afghanistan non sono stati i diffusi brogli elettorali, ma, piuttosto, il fatto che quasi tre elettori su quattro non si sono fatti vedere ai seggi a causa delle minacce alla sicurezza poste dai Talebani. Sicché, mentre un ballottaggio potrebbe mettere a tacere le lamentele riguardo ai brogli, di certo non renderà il futuro governo molto più rappresentativo, a meno che questa volta non compaiano molti milioni di votanti in più ai seggi. Ma la situazione della sicurezza, che continua a precipitare, e lo scarso potere di attrazione di cui dispongono entrambi i candidati, non fanno sperare che il secondo turno vedrà un boom di voti. Anzi, il risultato sarà probabilmente persino più basso.</p>
<p>Inoltre, nonostante le risultanze della commissione d&#8217;inchiesta, a Kabul si dubita largamente che un ballottaggio potrà effettivamente funzionare. Il risultato più probabile è un accordo per la spartizione del potere tra Karzai e Abdullah. Ma in realtà il modo in cui sarà risolto lo stallo elettorale non altererà sostanzialmente l&#8217;alternativa che si presenta a Obama: inviare decine di migliaia di soldati americani in più, i quali, secondo il comandante Stanley McChrystal, sono necessari per bloccare l&#8217;avanzata talebana, o porre mano a un’operazione di polizia esclusivamente contro Al Qaeda ed abbandonare l&#8217;obbiettivo di sconfiggere i Talebani.<br />
 <br />
McChrystal pare abbia offerto a Obama differenti opzioni, con diversi livelli di rischio. Sembra che egli abbia detto che anche l’aggiunta di altri 20.000 uomini ai 68.000 già impegnati nella guerra manterrebbe alto il rischio di un fallimento, mentre il rischio sarebbe molto basso se la Casa Bianca dispiegasse una cifra compresa fra i 60.000 e gli 80.000 uomini. Il numero di rinforzi di cui si vocifera in molte notizie riguardanti il dilemma di Obama (un incremento di 40.000 uomini) rappresenta lo scenario di rischio moderato, tra quelli di McChrystal.</p>
<p>Il problema che riguarda ogni eventuale tentativo di limitare l&#8217;invio di soldati e di concentrarsi, invece, sull&#8217;accelerazione dell’addestramento delle forze afghane (come hanno proposto molti scettici dell&#8217;escalation militare), è che rappresenterebbe il peggio di entrambe le scelte. In questo modo, infatti, si negherebbero a McChrystal i rinforzi che egli ritiene essenziali per evitare la sconfitta (&#8221;Le risorse militari non ci faranno vincere questa guerra, ma è certo che la mancanza di risorse potrebbe farcela perdere&#8221;, dice il generale). Allo stesso tempo, però, tutto ciò farebbe ben poco per proteggere il Presidente dalle critiche della sinistra, secondo cui egli starebbe dilapidando vite e ricchezze americane per una guerra impossibile da vincere.<br />
 <br />
Sicché, fino a quando il Presidente Obama non sarà disposto a gestire una ritirata che sa di sconfitta, potrebbe essere tentato dalla logica tipica di un vecchio modo di dire inglese relativo alla misura del rischio: &#8220;Se ci provi per un penny, provaci per un pound&#8221;.</p>
<p>Anche qualora gli scettici abbiano ragione, e la vittoria contro i Talebani rimanga improbabile, la seconda scelta migliore (negoziare qualche forma di compromesso con i Talebani, che includa la l’eliminazione di Al Qaeda e una qualche forma di compartecipazione talebana al potere, insieme con il governo regolarmente eletto) implicherebbe comunque la necessità di convincere i ribelli che essi non possono vincere in campo aperto. Far affluire altre decine di migliaia di soldati statunitensi nel teatro dell&#8217;Afghanistan potrebbe essere necessario, anche se l&#8217;obbiettivo fosse solo quello di mantenere le posizioni. (In ogni caso, le limitazioni logistiche fanno pensare che l’invio di rinforzi potrebbe diventare uno stillicidio, perché gli USA in questo momento non hanno la possibilità di dispiegare più di circa 4.000 uomini al mese in Afghanistan.)<br />
 <br />
Una soluzione della “querelle” elettorale sarà certamente spacciata come prova di un progresso, al fine di convincere i democratici più scettici della necessità di inviare rinforzi, per quanto il “contentino” sarà la promessa di dare maggiore impulso all’addestramento delle forze di sicurezza afghane. Ma sul breve periodo l’Afghan National Army (ANA) sarà poco più di un comprimario nel dispiegamento di ulteriori migliaia di soldati americani per mantenere le posizioni contro i Talebani. L&#8217;ANA conta di fatto circa 95.000 uomini in questo momento, ma la sua capacità di contrastare i Talebani resta difficile da valutare. Certamente esso non è immune dai conflitti politici che alimentano la ribellione: è dominato da un corpo di ufficiali tagiki che sono sgraditi al principale gruppo etnico afghano, i pashtun, i quali compongono anche la base sociale dei Talebani. L&#8217;addestramento delle truppe potrebbe essere solo una delle tante sfide, nel trasformare persone che oggi sono considerate solo come partigiani di forze straniere, nel bel mezzo di una guerra civile, in un esercito realmente disposto e in grado di combattere.</p>
<p>Sebbene vi siano timori ben fondati intorno ai costi sempre maggiori di una guerra senza fine, Obama non vuole essere “il presidente che era in carica quando ci fu la sconfitta in Afghanistan&#8221;. Ma, in questo caso, le sue possibilità di scelta sono molto più ristrette di quanto le settimane e settimane di dibattiti su questo argomento facciano pensare – al di là di come andrà a finire il problema delle elezioni.<br />
 <br />
<em><strong>Tony Karon</strong> è un giornalista originario del Sudafrica e residente a New York; è senior editor della rivista americana Time, per la quale segue le questioni mediorientali</em></p>
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		<title>Waziristan o morte: l’esercito pakistano nella battaglia per la sopravvivenza dello stato</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2009/10/28/waziristan-o-morte/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 05:56:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ahmed Rashid</dc:creator>
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<p><strong>Original Version: <a href="http://yaleglobal.yale.edu/content/waziristan-or-bust-pakistan-army-fight-states-survival" target="_blank">Waziristan or Bust: Pakistan Army in Fight for the State’s Survival</a></strong></p>
<p>Dopo nove attentati suicidi in soli undici giorni, che hanno ucciso 160 persone, molte delle quali appartenenti alle forze di sicurezza, l&#8217;esercito pakistano ha finalmente iniziato la tanto&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>19/10/2009</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://yaleglobal.yale.edu/content/waziristan-or-bust-pakistan-army-fight-states-survival" target="_blank">Waziristan or Bust: Pakistan Army in Fight for the State’s Survival</a></strong></p>
<p>Dopo nove attentati suicidi in soli undici giorni, che hanno ucciso 160 persone, molte delle quali appartenenti alle forze di sicurezza, l&#8217;esercito pakistano ha finalmente iniziato la tanto attesa offensiva nel Waziristan meridionale, dove si trovano i Talebani pakistani. Il successo dell&#8217;offensiva, sullo sfondo della grave divisione tra establishment civile e militare in Pakistan, e dell’irrisolto dibattito a Washington, potrebbe essere fondamentale per i destini del Pakistan, che è prostrato finanziariamente e politicamente paralizzato.</p>
<p>L&#8217;esercito e il governo civile sono ancora una volta in contrasto riguardo alla politica nei confronti degli Stati Uniti e dell&#8217;India, della rivolta in Baluchistan, e di come affrontare i gruppi militanti del Punjab che sono legati ai Talebani. Inoltre, ancora irrisolta, e ora oggetto di crescente preoccupazione internazionale, è la questione dell’immunità di fatto concessa ai Talebani afghani in Pakistan.</p>
<p>Decine di soldati e poliziotti sono stati uccisi in attacchi suicidi dal 5 al 15 ottobre, tra cui figurano le imbarazzanti 22 ore di assedio al quartier generale dell&#8217;esercito a Rawalpindi, la morte di otto soldati, e tre attacchi simultanei ai campi di addestramento della polizia e dei servizi segreti a Lahore. L&#8217;ondata di attentati potrebbe aver avuto lo scopo di prevenire o ritardare l&#8217;attesa offensiva dell&#8217;esercito alla roccaforte talebana, ma puntava anche a rovesciare il governo, imporre uno stato islamico, e, se possibile, entrare in possesso delle armi nucleari del Pakistan.</p>
<p>I recenti attacchi si sono rivelati più letali rispetto a quelli del passato perché si sono verificati in tre delle quattro province del Paese, coinvolgendo non solo esponenti tribali talebani del gruppo di etnia pashtun, ma fazioni estremiste del Kashmir e del Punjab, che erano fino a poco tempo fa addestrate dall’ Inter-Services Intelligence (ISI) per combattere contro le forze indiane nel Kashmir indiano.</p>
<p>Inoltre, diversi esponenti della leadership dei gruppi militanti hanno collegamenti diretti con l&#8217;esercito o con l&#8217;ISI. Il cosiddetto Dott. Usman, il leader del gruppo di nove uomini che ha attaccato il quartier generale dell&#8217;esercito il 10 ottobre, era egli stesso un membro dell’unità militare medica delle forze armate. I funzionari della polizia dicono che gli attacchi di Rawalpindi e Lahore hanno usufruito di aiuti dall’interno, perché i terroristi sono stati in grado di aggirare le severe misure di sicurezza ed erano a conoscenza delle piante degli edifici.</p>
<p>Mentre le forze armate non sono disposte ad ammettere ciò di cui ormai molti pakistani sono convinti – cioè che vi sia un certo grado di infiltrazione di simpatizzanti estremisti tra le sue file – il governo civile si rifiuta di ammettere che la provincia più estesa, quella del Punjab, e specialmente la sua parte meridionale colpita dalla povertà, sia diventata il principale terreno di reclutamento per i militanti.</p>
<p>Il governo provinciale del Punjab è amministrato da Shabaz Sharif, il fratello di Nawaz Sharif, che è il leader dell&#8217;opposizione nel paese. I fratelli Sharif, che hanno governato il paese per due volte negli anni ‘90, sono noti per avere stretti legami con i leader dei vari gruppi militanti, tra cui Hafez Saeed, leader del Lashkar-e-Taiba i cui affiliati hanno pianificato e portato a termine il massacro di Mumbai, in India, l&#8217;anno scorso.</p>
<p>Saeed, ricercato dall’India e dall’Interpol, è stato scarcerato per due volte nel Punjab, a causa della mancanza delle prove necessarie per trattenerlo. I fratelli Sharif hanno opposto il loro rifiuto alle ripetute richieste da parte degli americani, dei britannici, degli indiani e del governo federale, di reprimere la militanza nel sud del Punjab, dove essa è molto forte e fornisce reclute per i Talebani.<br />
 <br />
Nel frattempo i rapporti del governo federale con l&#8217;esercito sono divenuti sempre più tesi. La settimana scorsa, al culmine degli attacchi suicidi, il capo dell&#8217;esercito, generale Ashfaq Pervaiz Kayani, ha scelto proprio quel momento per sparare a zero contro il governo civile, colpevole di aver accettato un pacchetto quinquennale di aiuti americani, del valore di  7,5 miliardi dollari, per scopi civili e di sviluppo.</p>
<p>L&#8217;esercito era furioso per il fatto che il governo aveva accettato le condizioni imposte dagli Stati Uniti, i quali avevano soltanto insistito perché ci fosse un controllo civile sulle forze armate, fosse salvaguardata la democrazia, e venisse proseguita la lotta contro l&#8217;estremismo. L&#8217;esercito, con i suoi lunghi tentacoli nei media pakistani e tra i politici dell&#8217;opposizione, ha scatenato nell’opinione pubblica una tempesta contro l&#8217;accordo, con alcuni commentatori che hanno accusato  di tradimento il governo del presidente Asif Ali Zardari.<br />
Né l&#8217;esercito né i politici sembrano accorgersi che il paese è quasi sull’orlo del fallimento, e si mantiene in vita con i prestiti del Fondo Monetario Internazionale, per un valore complessivo di 11,3 miliardi dollari. Il Pakistan è andato raccogliendo elemosine per tutto l&#8217;anno passato, mentre le fabbriche, le aziende agricole e le scuole stanno chiudendo a causa di una cronica insufficienza di energia elettrica, che manca nelle grandi città a volte anche per 10 ore al giorno.</p>
<p>Il governo civile ha tentato più volte di porre fine alla lunga guerriglia separatista nella provincia del Baluchistan, dichiarando diversi cessate il fuoco e promettendo di tenere colloqui con i leader dei ribelli. Tuttavia i leader baluchi accusano l&#8217;esercito di sabotare qualsiasi forma di riconciliazione politica, continuando ad assassinare o a sequestrare attivisti baluchi.</p>
<p>Nel frattempo, mentre continua alla Casa Bianca la revisione delle politiche in Afghanistan e in Pakistan, sia l&#8217;esercito che il governo sono direttamente accusati dai funzionari degli Stati Uniti di continuare a dare rifugio alla leadership dei Talebani afghani, consentendo loro di riversare reclute, materiale logistico, e rifornimenti in Afghanistan.</p>
<p>Finché solo le truppe britanniche e canadesi nelle province di Helmand e Kandahar avevano dovuto fronteggiare gli effetti dei “santuari” talebani nella provincia pakistana del Baluchistan, l&#8217;amministrazione dell’allora presidente Bush era tranquilla. Ma ora che ci sono oltre 10.000 marines degli Stati Uniti a Helmand e Kandahar, che stanno subendo perdite, l&#8217;amministrazione Obama ha fatto della questione dei rifugi talebani in Pakistan un elemento importante nelle sue future relazioni con Islamabad.</p>
<p>Tuttavia, i tentennamenti di Washington sul futuro della politica americana nei confronti dell’Afghanistan stanno dando maggiori giustificazioni al Pakistan e ad altri paesi vicini dell&#8217;Afghanistan per fare le proprie scommesse sul futuro, nel caso in cui gli americani revocassero o riducessero il loro impegno, sostenendo ancora una volta i loro agenti afghani preferiti, proprio come avevano fatto durante la guerra civile degli anni ‘90.</p>
<p>Il Pakistan ha salvato la leadership afghana dei Talebani proprio per una tale eventualità. Ma ora l&#8217;Iran, la Russia, l&#8217;India e gli stati dell&#8217;Asia centrale stanno tutti pensando al loro futuro nel paese, alla luce della scarsa risolutezza americana di fronte all’eventualità di dover tener duro in Afghanistan. Le relazioni degli Stati Uniti con l’establishment  militare pakistano rimangono difficili – tutti sanno che è ancora l&#8217;esercito e non il governo civile, che detta le linee da seguire quando si tratta delle politiche nei confronti dell’India e dell&#8217;Afghanistan.</p>
<p>Tuttavia è il peggioramento dei rapporti tra l’autorità civile e quella militare su questioni di politica interna che sta causando un crescente costernazione in Pakistan. È improbabile che il generale Kayani voglia rovesciare il governo civile, ma l&#8217;esercito si sta opponendo a qualsiasi tentativo da parte dei civili di modificare la cornice complessiva della politica interna ed estera.</p>
<p>E’ noto che Zardari vuole la pace e l’intensificazione del commercio con l&#8217;India, la fine delle ingerenze in Afghanistan, maggiori legami con l&#8217;Iran, e un miglioramento delle relazioni con l’Occidente, accompagnato da un maggiore afflusso di aiuti occidentali per rafforzare l&#8217;economia e la democrazia.</p>
<p>Tuttavia, i tentativi di Zardari di creare un consenso nell’opinione pubblica a sostegno di queste posizioni sono ostacolati dalla delusione popolare nei confronti del governo civile, che è considerato corrotto, inefficiente, incompetente, e riluttante a ricostruire le moribonde istituzioni dello stato.</p>
<p>La chiave per la futura stabilità consiste nel portare l&#8217;esercito, il governo civile e l&#8217;opposizione dalla stessa parte, con un programma comune per combattere l&#8217;estremismo, e con la volontà di risolvere in via amichevole le altre controversie interne, ma finora ciò sembra estremamente improbabile.</p>
<p><em><strong>Ahmed Rashid</strong> è un giornalista e scrittore pakistano, esperto di movimenti islamici dell’Asia Centrale; è autore del libro “Descent Into Chaos: The United States and the Failure of Nation Building in Pakistan, Afghanistan, and Central Asia”</em></p>
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		<title>La trasformazione del Pakistan in uno stato satellite</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 05:55:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Muzaffar Iqbal</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> 02/10/2009</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://thenews.jang.com.pk/daily_detail.asp?id=201063" target="_blank">Turning Pakistan into a client state</a></strong></p>
<p>Con l’approvazione da parte del Congresso americano, il 30 settembre 2009, dell’ “Enhanced Partnership with Pakistan Act of 2009”, il Pakistan ha assunto formalmente la condizione di stato satellite. Questa espressione, intesa nella sua accezione più ampia, è sinonimo di termini quali “stato vassallo”, “stato fantoccio”, e “neo-colonia”. Nel secondo dopoguerra, tale termine fu usato per quegli stati governati da dittatori e appoggiati dagli Stati Uniti o dall’Unione Sovietica.  Nel periodo della Guerra Fredda, questi stati includevano il Guatemala, El Salvador, il Nicaragua fino al 1979, Cuba fino al 1959, il Cile sotto il regime del Generale Pinochet, il Vietnam del Sud e l’Iran fino al 1979. Nel suo attuale significato, uno stato satellite non deve essere necessariamente una nazione governata da un dittatore, anzi, più frequentemente si tratta di una democrazia “per procura”, economicamente dipendente da una nazione più potente. Adesso,questa dipendenza economica è stata ufficializzata nell’ “Enhanced Partnership with Pakistan Act of 2009”. Una volta che l’ atto sarà stato formalmente accettato dal governo del Pakistan, l’amministrazione degli Stati Uniti d’America, secondo il paragrafo 302 del documento, “otterrà il diritto di controllare” il Pakistan in vari modi.</p>
<p>Si avranno diverse richieste  e contro-richieste in Pakistan, nei giorni e nelle settimane a venire, in merito ai particolari del documento, all’ammontare dei finanziamenti che riceverà il Pakistan, e ad altri dettagli; ma è l’aspetto principale di questo documento che deve essere esaminato, non gli aspetti più specifici. L’aspetto principale consiste nel semplice fatto che il Pakistan ha ufficialmente ceduto la propria sovranità ad un altro governo. Ciò significa che non è più la popolazione del Pakistan a decidere cosa studieranno nelle scuole i propri figli, quali progetti in ambito sociale avvierà il governo e che tipo di linea politica assumerà nei confronti dei Talebani e di Al Qaeda, ma il governo di un altro paese, avvalendosi della pronta collaborazione del governo fantoccio di Islamabad.</p>
<p>Il documento vincola la stessa esistenza nazionale del Pakistan all’America, in una maniera e ad un livello  mai visto prima. Non sarà più la popolazione del Pakistan,  ma pochi politici insieme ai loro “esperti”  a stabilire le linee di condotta della nazione per quanto riguarda gli affari interni ed esteri. E&#8217; stato il Senato americano a stabilire che “ l’assistenza al governo del Pakistan nel settore della sicurezza dovrebbe essere principalmente orientata a rafforzare le capacità di controffensiva del governo per sconfiggere efficacemente la guerriglia sostenuta dai Talebani, e per  privare dell’appoggio popolare Al Qaeda, così come altre organizzazioni terroristiche straniere che hanno base in Pakistan.”</p>
<p>Inoltre, vi sono condizioni di carattere generale e specifico per quanto riguarda il modo in cui verranno usati i fondi nell’ambito di questa assistenza. I dettagli concernenti tali condizioni equivalgono semplicemente alla perdita totale di libertà, così come la si intende in politica internazionale. Per esempio, adesso è il governo degli Stati Uniti ad avere il diritto di ordinare al governo fantoccio in Pakistan che i fondi che sta elargendo debbano essere usati per (i) “la realizzazione di riforme giuridiche e politiche nell’area autonoma delle FATA (Federally Administered Tribal Areas);” (ii) “la libertà economica” e (iii) “gli investimenti in interventi per la popolazione, soprattutto donne e bambini”; (iv) “la formazione professionale diretta alle donne e l’accesso al microcredito per l’avvio di piccole attività che favoriscano la loro indipendenza economica”. Il disegno di legge prevede la creazione di una università americana in Pakistan, sul modello delle università nel Medio Oriente (si veda il resoconto sul decreto fatto dal collega del senatore Kerry)! Dunque, benvenuti nella lunga lista dei vassalli dell’America.</p>
<p>Riprendendo il Government of India Act del 1858, il documento “Enhanced Partnership with Pakistan Act of 2009” conferisce al governo degli Stati Uniti il ruolo di civilizzatore morale, economico e politico nei confronti dei nativi del Pakistan, determinando il tipo di educazione, di assistenza sociale, di organizzazione militare e civile che questo paese dovrebbe avere. Al posto del viceré, sarà il segretario di stato americano che sottoporrà al presidente degli Stati Uniti resoconti periodici sull’andamento della missione. Il paragrafo 5(b)(1)(A) del decreto prescrive che “nessuna delle somme stanziate può essere disponibile  dopo la data della ratifica di questo documento per l’assistenza al Pakistan,  finché il rapporto sulla “Pakistan Assistance Strategy” non sia stato sottoposto alle commissioni preposte del Congresso in conformità alla sottosezione (j).”</p>
<p>In generale, la cosiddetta assistenza al Pakistan prevista da questo documento, fa riferimento alle seguenti ampie categorie: “ (A) Libertà civili; (B) Diritti politici; (C) Libertà di espressione e diritti civili; (D) Efficacia del governo; (E) Amministrazione della giustizia; (F) Controllo della corruzione; (G) Tasso di vaccinazione; (H) Spesa pubblica per la salute; (I) Tasso di completamento dell’istruzione primaria femminile; (J) Spesa pubblica per l’istruzione primaria; (K) Gestione delle risorse naturali; (L) Apertura di imprese; (M) Diritto e accesso alla terra; (N) Politica degli scambi commerciali; (O) Livello di regolamentazione; (P) Controllo dell’inflazione e (Q) Politica fiscale.” Considerando tutte queste voci, non rimane quasi nulla fuori dal controllo e dall’influenza americana.</p>
<p>Adesso, il popolo pakistano si trova a un bivio. Se i pakistani imboccheranno la strada indicata da questo atto del Congresso, possono aspettarsi di mettere il futuro dei loro figli nelle mani degli americani affinché ne facciano ciò che vogliono, a loro immagine e somiglianza. Questa strada per Washington cambierà chiaramente l’assetto di questa nazione e, nell’arco di una generazione, tutto quello che è stato costruito in campo spirituale e intellettuale, attraverso mille anni di graduale e spontaneo sviluppo di una civiltà, verrà americanizzato.</p>
<p><em><strong>Muzaffar Iqbal</strong> è un giornalista freelance pakistano</em></p>
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		<title>Pakistan &#8211; Porous borders, angry neighbours</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 05:54:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irfan Husain</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>24/10/2009 &#8211; Any general’s worst fear is to have to fight on two fronts. This is one reason our army has been reluctant to move troops away from our border with India, as the GHQ’s perception is that our old foe is still our biggest threat.</p>
<p>And even though 28,000 troops are now fighting the Taliban in South Waziristan, the bulk of the army still faces east.</p>
<p>Against this backdrop, imagine how many sleepless nights the prospect of a third front must be causing. The recent attack by Jundallah in Iran’s Sistan-Baluchestan province has raised the spectre of hot pursuit into Pakistani Balochistan.</p>
<p>Although this is not an imminent prospect, there are Iranians who are itching to cross the border to crush this terrorist group that has been a thorn in their country’s side since it was established in 2005 by its leader, Abdolmalek Rigi.</p>
<p>Jundallah (not to be confused with Jandola, a Pakistani terrorist group) came into being to supposedly protect the rights of the Sunni Baloch in Iran. However, its close links with drug smugglers and the Taliban in Afghanistan make it anathema to Tehran, and its deadly campaign against the Iranian state has caused scores of casualties.</p>
<p>But even more controversial are the allegations that it has enjoyed CIA support, at least in the recent past. In April 2007, ABC, the American network, carried a report by Brian Ross and Christopher Isham alleging that Jundallah was receiving covert American support.</p>
<p>The story also alleged that the group was based in Pakistan. Other reports asserted that the then US Vice President Dick Cheney discussed Jundallah with Musharraf on a visit to Islamabad.</p>
<p>These allegations tied in neatly with a report by Seymour Hersh, the prize-winning reporter. Published by the New Yorker in July 2008, Hersh wrote that congressional leaders had secretly approved a request for $400m from George Bush to finance covert operations against Iran in a bid to slow down or halt its nuclear programme.</p>
<p>These efforts included clandestine operations, anti-Iran propaganda, and support for terrorist groups like the Mujahideen-i-Khalq. It is unclear whether the Obama administration has terminated this campaign.</p>
<p>Obviously, no Pakistani official in his right mind would wish to be involved in a suicidal policy to help Jundallah in its attacks against Iranian targets. Despite the ups and downs in our relationship with Iran, we have tried to minimise differences, even at the time of tension when Pakistan supported the Taliban, even while they persecuted Afghanistan’s Shia minority when they were in power.</p>
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		<title>Kerry-Lugar Bill: the army’s objections</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 05:53:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Shaukat Qadir</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>22/10/2009 - Many analysts in Pakistan find nothing wrong with the Kerry-Lugar (K-L) Bill. Some feel that Pakistan is so desperately in need of assistance that the bill should be accepted at any cost — preconditions or consequences notwithstanding. The President is firmly behind it; the Prime Minister expressed concerned initially, but soon fell in line behind the president. The opposition seems to consider this a golden opportunity to take on the government on its continued submission to the United States at the cost of our sovereignty, and while prepared to tear the government apart on the issue, is carefully refraining from criticising the US.</p>
<p>However, surprisingly, the army, which has been at pains to establish the principle of civilian supremacy, has not only discussed the subject in its annual corps commanders’ conference, but has thereafter issued a public statement to the effect that it “has concerns&#8230;the details of which will be conveyed to the government&#8230;Pakistan is a sovereign state and has all the rights to analyse and respond to the threat in accordance with its own national interests&#8230;in the considered opinion of the forum, it is parliament that would deliberate on the issue to enable the government to develop a national response.”</p>
<p>What does this statement by the army imply?</p>
<p>Obviously, it has reservations about the government’s unconditional acceptance of the bill. It is almost certain that, having conveyed its concerns to General Stanley McChrystal, the US commander in Afghanistan, during his visit, the army must also have conveyed these to the government, but was dissatisfied with its response and, consequently, decided to express these publicly, without specifying the ‘concerns’.</p>
<p>Moreover, it has publicly implied its dissatisfaction with government policy on this issue and, while announcing its acceptance of the supremacy of parliament, it seeks a ‘national consensus’.</p>
<p>From a totally apolitical, democratic army chief, who has ensured so far that the army visibly stays out of politics and has attempted to erase the view that the army will always have political clout in Pakistan, this is a most unusual and unexpected move. In effect, he has reasserted the army’s political role; knowing him, as I do, there must have been very compelling reasons for him to do so.</p>
<p>Let me state here, unequivocally, that it is the prerogative of any donor country/organisation to monitor and ensure that its donations are spent on what they are intended for. In the case of a country like ours, the issue is compounded by the fact that a) our past record of utilisation of assistance is questionable – Pervez Musharraf’s recent public admissions are a case in point; and b) the current political leadership also has a dubious record which does not inspire confidence.</p>
<p>Having said that, it is also the right of any country not to accept donations with conditions that are unacceptable.</p>
<p>It is also essential to clarify that the K-L Bill is indeed a people-friendly bill intended to assist the people of Pakistan, by helping the government find a way out of the current financial crunch. It is also important to point out that there are no preconditions to the non-military assistance; preconditions apply only to continued ‘security related’ assistance from 2011 to 2014.</p>
<p>However, my first concern is that if the aid is going through USAID and NGOs patronised by the US, the overheads are going to be phenomenal. A modest estimate puts them at 50 percent, which is the sum that will go back to the US as compensation for goods and services provided by US citizens and organisations.</p>
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		<title>Where Pakistan&#8217;s militants go to ground</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 05:52:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Syed Saleem Shahzad</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>23/10/2009 - ISLAMABAD &#8211; The massive Pakistani military operation currently underway against militants in the South Waziristan tribal area is the brainchild of General Stanley McChrystal, the top United States commander in Afghanistan. The aim is to spread the Taliban-led Afghan&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>23/10/2009 - ISLAMABAD &#8211; The massive Pakistani military operation currently underway against militants in the South Waziristan tribal area is the brainchild of General Stanley McChrystal, the top United States commander in Afghanistan. The aim is to spread the Taliban-led Afghan insurgency into Pakistan. This, it is reasoned, will make it easier to deal with the insurgency in Afghanistan with a blend of military operations and political deals.</p>
<p>This draws Pakistan, already mired in political and economic crises, into an ever-deepening quagmire. The country has become a playing field for operators of all shades. These include Iranian Balochi insurgents, over a dozen Pakistani militant groups linked with the Taliban or al-Qaeda, the US Central Intelligence Agency&#8217;s network, security contractors associated with the American establishment, and last but not the least, agent provocateurs. Pakistan, one of the booming economies of Asia just two years ago, seriously risks becoming a failed state.</p>
<p>The mood in the country was further dampened on Tuesday with the inexplicable twin suicide attacks on the International Islamic University of Islamabad. At least six people were killed, including three women and the two attackers. All but one of the victims were students.</p>
<p>The university is one of the most credible centers of Islamic learning in the country; among its graduates is Dr Abdullah Azzam, the founder of Maktabul Khidmat &#8211; the organization set up with Osama bin Laden in the 1980s to provide money and recruit fighters around the world &#8211; and a mentor of Bin Laden.</p>
<p>The bombers would have had to pass through at least four checkpoints to reach the university. What has shocked people is that they did not attack security personal along the way, or choose any number of other establishment targets.</p>
<p>There is now a perception in the country of a reign of terror, worse even than during the three times since independence in 1947 that Pakistan was at war with India.</p>
<p>On Thursday, gunmen killed a soldier and a high-ranking officer in Islamabad, and in a separate attack, a district court in the capital was targeted. More than 170 people have been killed over the past three weeks in terror attacks.</p>
<p>Prior to the attack on the university, many schools and educational institutes were closed over security fears in the wake of the South Waziristan operation. These were mostly in North-West Frontier Province, Islamabad and its twin city, Rawalpindi. Following the attack, all the country&#8217;s educational facilities have now been closed. The chief minister of Punjab province, Shehbaz Sharif, said it was impossible to provide security for pupils against terrorists.</p>
<p>The authorities have announced the arrest of scores of militants, especially from the southern port city of Karachi, but no one knows who is in charge of security. Is it American contractors in connivance with provincial home departments and the police? Is it the military apparatus? There is speculation that the military is split on the question of foreign intervention in the country.</p>
<p>Rumors abound of US fighter-bombers from the USS Ronald Reagan, a Nimitz-class nuclear-powered supercarrier, bombing militant hideouts in South Waziristan.</p>
<p>There have been media reports that officials of the Sihala Police Training College near Rawalpindi have been barred by US security officials from going to the facility as it is being used to store explosives.</p>
<p>The reports claim that the commander of the college, Nisar Khan Durrani, in a letter to the inspector general of police in Punjab, expressed concern over the activities of US security officials at the institute and at the alleged storage of high explosives. The college is situated about 20 kilometers from Pakistan&#8217;s nuclear Kahota Research Laboratory.</p>
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		<title>US-Pakistan: terms of Friendship</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 05:51:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maleeha Lodhi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>22/10/2009 - The setback to Pakistan-US relations over the Kerry-Lugar law could not have come at a more a critical, even seminal moment for the relationship and the region.</p>
<p>Pakistan has embarked upon a decisive military operation against militants in South Waziristan.&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>22/10/2009 - The setback to Pakistan-US relations over the Kerry-Lugar law could not have come at a more a critical, even seminal moment for the relationship and the region.</p>
<p>Pakistan has embarked upon a decisive military operation against militants in South Waziristan. President Obama is struggling to take crucial decisions on the Afghanistan strategy in which Pakistan will be expected to play a pivotal role. What should have been a moment to affirm the relationship by a legislative measure to enhance economic assistance became a catalyst for discord. An opportunity to re-calibrate ties was missed in the predictable storm of protest that neither Pakistani nor American officials saw coming. This showed an astounding lack of sensitivity about public sentiment in Pakistan.<br />
It is ironic that the original authors of the Enhanced Partnership with Pakistan Act, 2009, Senators (now vice president) Joe Biden, John Kerry and Richard Lugar, did not include in their various drafts (and the Senate version adopted on June 24, 2009) the provisions that have provoked so  much resentment.</p>
<p>It was the House of Representatives version spearheaded by Congressman Howard Berman whose intrusive clauses prevailed in the end, and that invited the indignant response in Pakistan. Not only did the welter of externally supervised prescriptions defeat the avowed concept of partnership but they were justifiably seen by most Pakistanis as unacceptable encroachments on the country’s sovereignty. The measure’s hearts-and-minds effect was all but lost in the furore engendered by provisions that oblige regular Administration certifications that Pakistan is adhering to a wide range of conditions.</p>
<p>It would be a mistake to judge the political fallout in Pakistan simply in terms of the parliamentary debate coming to an abrupt and inconclusive end which averted an unfavourable resolution. More important is the negative impression this has left on the public mind and its broader ramifications for a relationship that continues to suffer from a mutual trust deficit.</p>
<p>The government’s damage-limitation effort resulted, after the foreign minister’s dash to Washington, in a joint explanatory Statement issued by the bill’s Congressional sponsors aimed at facilitating “accurate interpretation of the text”. This persuaded few Pakistanis. Countries are bound by law, not declarations of intent. Moreover the declaration did not address the core issues of public concern.</p>
<p>It is important for Pakistani and US officials to accurately read the reaction, learn appropriate lessons and avoid such misjudgments in the future. Three sets of factors explain the depth of the negative response: the substance of the conditionalities, the tone and language and a backdrop of decades of mistrust.</p>
<p>The burden of history is well-known. The rollercoaster nature of the relationship — in which Pakistan has lurched from being America’s most allied ally and most sanctioned ‘friend’ to being cast as a ‘double-dealing’ country—is deeply embedded in public memory. Given the history of sanctions and cut-offs in economic assistance and military sales, Pakistanis interpret laws that set unwarranted conditions as an echo of this unhappy past.</p>
<p>The crux of objections to the law turns on its intrusive and expansive benchmarking: linking security assistance to a plethora of conditions. Some official spokesmen argued that as these conditions do not apply to economic assistance, criticism is unjustified. This sets up a false and misleading dichotomy: conditioning any component of assistance means conditioning relations with the country</p>
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