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	<title>Medarabnews &#187; Articoli piattaforma chiosco (archivio)</title>
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		<title>Le decisioni del vertice arabo e le sfide future</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2007 12:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Radwan al-Sayyid</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">01/04/2007</p>
<p align="justify">Per la prima volta dopo più di vent’anni non ci si può lamentare delle divisioni inter-arabe, né della mancanza di coraggio nel prendere le decisioni. Gli arabi sono giunti a Riyadh ed hanno ascoltato una chiara analisi dei problemi da parte del re saudita Abdallah bin Abdelaziz. Il re ha affermato che le divisioni inter-arabe, di cui sono responsabili i leader arabi, hanno permesso alle potenze internazionali e regionali di intromettersi e di espropriare le questioni arabe. Il discorso del re è stato accolto molto favorevolmente, ed ha incontrato un accordo quasi unanime. L’iniziativa di pace araba è stata riaffermata senza indugio, così come sono stati presi in considerazione senza tentennamenti e senza imbarazzi tutti quei Paesi che stanno attraversando una fase di grave crisi. Riconoscere l’esistenza dei problemi di per sé non li cancella di certo, tuttavia è il primo passo per porvi rimedio. Tali problemi erano stati individuati, da parte saudita, già al vertice di Beirut del 2002. Ma a questa ammissione non aveva fatto riscontro un analogo riconoscimento da parte americana, mentre sul versante arabo essa aveva suscitato dispute e sarcasmo. Tutto questo sembra ormai superato, ed infatti la maggioranza dei Paesi arabi del Golfo, insieme alla Giordania, ed all’Egitto, si è stretta attorno al Regno Saudita nello sforzo di prendere le decisioni e di individuare gli strumenti per tradurle in pratica.<br />
Finora l’ostacolo più odioso che si è frapposto agli sforzi arabi di far fronte ai problemi – e che talvolta ha costituito addirittura un elemento determinante nell’aumentarne la gravità – è stato rappresentato dagli Stati Uniti d’America. A differenza di quanto erano stati soliti fare nel periodo seguente alla seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti non hanno fatto ricorso alla “politica del bastone e della carota”. Ad essa hanno preferito quella della spada sguainata posta sul collo di tutti gli arabi. Di fronte ad un simile approccio, questi ultimi hanno adottato tre orientamenti differenti. Il primo è stato quello del disinteressamento e del tentativo di chiamarsi fuori dall’appartenenza araba. Coloro che lo hanno adottato si sono sottomessi ai diktat dei neoconservatori americani con la scusa che l’era degli arabi era finita. Il secondo atteggiamento è stato quello di ricorrere al nazionalismo ed al sentimento islamico nel tentativo di guadagnarsi il favore delle masse arabo-islamiche, per poter poi trattare con gli americani come già era avvenuto in passato. Coloro che hanno seguito questo orientamento non hanno compreso la natura dei neoconservatori americani, i quali non vogliono che vi sia alcun partner quando si tratta di stabilire l’interesse nazionale americano. Tuttavia questi arabi hanno potuto approfittare dell’apertura di più fronti da parte americana, che ha messo in difficoltà Washington e ha permesso loro di mantenere una posizione intransigente pur non interrompendo i contatti con l’amministrazione Bush. Il terzo gruppo è quello di coloro che hanno direttamente subito l’assedio americano, e che hanno sentito il peso della responsabilità per la propria sicurezza e per la sicurezza della nazione islamica. Essi hanno cercato di far fronte ai problemi sperando nell’apertura di un canale con Washington, ma anche con le potenze regionali, e cercando al tempo stesso di trarre vantaggio dall’insofferenza che le politiche americane hanno suscitato presso le altre potenze internazionali e regionali. Poi è venuto il fallimento americano in Iraq che, insieme al persistere dell’instabilità in Afghanistan, ha posto fine all’unipolarismo degli Stati Uniti. Ma ciò non ha posto fine alle precedenti politiche americane, sia perché le loro conseguenze negative sono tuttora in atto, sia perché gli Stati Uniti non possono riconoscere di aver fallito. Quando il re Abdallah bin Abdelaziz afferma che vi è un’occupazione illegale in Iraq e che vi sono situazioni odiose in Palestina, questa analisi non si fonda soltanto sul fallimento americano, ma anche sull’attività diplomatica e politica su vasta scala portata avanti dall’Arabia Saudita durante il 2006 nei confronti della Turchia, dell’India, della Cina, e dell’Unione Europea. Di conseguenza la sfida attuale, sia in Iraq che in Palestina, è rappresentata dall’esistenza di un fronte arabo, regionale, ed internazionale, che intende porre rimedio agli effetti negativi delle politiche americane nella regione araba. Ma gli americani come accoglieranno gli sforzi di questo fronte? Attualmente l’amministrazione americana si trova da un lato sotto le pressioni del Congresso e dall’altro sotto le pressioni del quotidiano stillicidio di vittime americane in Iraq. Essa inoltre deve far fronte ad un bilancio economico che volge a suo sfavore, visto che gli americani hanno speso finora più di 300 miliardi di dollari in Iraq, e che gli esperti prevedono che il costo diretto ed indiretto della guerra irachena raggiungerà i 2.000 miliardi di dollari fino al 2015! Di conseguenza l’interessamento arabo per la questione irachena potrebbe rappresentare una via d’uscita per Washington, permettendo agli americani un ritiro graduale a condizioni onorevoli. Ma l’interessamento arabo potrebbe tornare utile all’amministrazione Bush anche da un altro punto di vista. Essa aveva infatti promesso ai curdi uno Stato semi-indipendente, suscitando le reazioni della Turchia e creando problemi aggiuntivi con gli arabi. Ma aveva anche promesso il potere agli sciiti iracheni, dando così all’Iran un nuovo ampio margine di manovra. Per tutte queste ragioni, l’intervento turco ed arabo potrebbe ristabilire i giusti equilibri neutralizzando la questione irachena e salvaguardando l’unità del Paese. Era infatti proprio questa la funzione originaria dell’Iraq fin dagli anni ’20, quella cioè di separare e controbilanciare la spinta turca da un lato e quella iraniana dall’altro.<br />
Questo discorso tuttavia non vale per Israele. Il governo israeliano è debole e sul punto di cadere da un momento all’altro. Esso dunque non oserà avventurarsi in una soluzione che prevedrebbe la cancellazione degli insediamenti, la creazione di uno Stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme, ed i ritorno dei profughi. Anche se gli Stati Uniti facessero pressioni su di esso – cosa, del resto, tutt’altro che certa – ciò non sarebbe di molto aiuto, perché aumenterebbe le divisioni interne di Israele. Posto che gli israeliani scommetteranno sul “blocco” delle attività dell’amministrazione americana entro la fine dell’anno, in concomitanza con l’intensificarsi della campagna presidenziale, ciò potrebbe rendere necessario l’ingresso degli europei come mediatori fondamentali nei negoziati. Essi lo desiderano ardentemente, ma finora sono stati inibiti dalle sfuriate americane.<br />
Ma volgiamo ora la nostra attenzione a quegli attori regionali che hanno approfittato delle politiche americane, con in testa la Siria e l’Iran. L’Iran ha tratto vantaggio dalla caduta dei Talebani e del regime di Saddam. Il declino dell’Iraq è un’enorme opportunità strategica per l’Iran. Anche la Siria ha approfittato dal fatto che l’America ed Israele erano impegnati su altri fronti. Damasco ha rafforzato le proprie relazioni con l’Iran ed ha moltiplicato le proprie “intromissioni” in Libano, in Giordania ed in Iraq, sperando che ciò gli avrebbe permesso di “negoziare” nuovamente con Washington così come ha sempre fatto a partire dagli anni ’70. Ma ciò ha suscitato il risentimento degli arabi, mentre gli Stati Uniti si limitavano a lanciare ulteriori ammonimenti e minacce.<br />
Nel 2006 l’Arabia Saudita ha deciso di aprire un canale con l’Iran, allo scopo di discutere le questioni legate al programma nucleare, alla sicurezza del Golfo, all’Iraq, e ultimamente anche per quanto riguarda la questione libanese. Gli iraniani sono sembrati decisi a collaborare per impedire uno scontro fra sunniti e sciiti, ma non hanno mostrato altrettanta decisione in merito ad altre questioni a causa delle tensioni crescenti con gli Stati Uniti. Il Regno Saudita ha aumentato le pressioni nei confronti di Teheran riunendo 7 grandi Paesi islamici ad Islamabad in Pakistan, ed escludendo l’Iran e la Siria. E’ singolare il fatto che a questo incontro si sia parlato soltanto di tre questioni: l’Islam moderato rappresentato da questi Paesi, e non da Bin Laden e dai terroristi suicidi; il rifiuto di colpire l’Iran, assieme al rifiuto delle ingerenze iraniane nell’Oriente arabo, ed all’invito rivolto all’Iran affinché collabori con il Consiglio di Sicurezza e con la comunità internazionale; ed infine la soluzione dei problemi dell’Oriente arabo, ed in primo luogo della questione palestinese.<br />
Ecco dunque che si presentano altri due interrogativi: riuscirà l’Iran a far distinzione fra la propria volontà di esercitare pressioni su Washington al fine di giungere ad una soluzione negoziata da un lato, e le proprie relazioni con gli arabi e con i musulmani dall’altro, oppure continuerà ad utilizzare i propri alleati nella regione per scuoterne la stabilità – così come sta accadendo in Libano ed in Iraq – con la scusa di danneggiare Israele e gli USA? E la Siria saprà cogliere l’occasione per recuperare il Golan e per stabilire relazioni normali con il Libano, la Giordania, e l’Iraq?<br />
Sono queste le scommesse che si trovano di fronte gli arabi ed il loro vertice di successo.</p>
<p align="justify"><em><strong>Radwan al-Sayyid</strong> è professore di Studi islamici presso l&#8217;Università Libanese, ed è un esponente del pensiero islamico moderato</em></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong><font size="5" face="Arial"><a target="_blank" href="http://www.wajhat.ae/details.php?id=27238&amp;journal=2007-04-01&amp;active=1">التحديات التي تُواجِهُ قرارات القمة العربية</a></font></strong></p>
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		<title>Soft Power</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2007 12:10:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mamoun Fandy</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">02/04/2007</p>
<p align="justify">Il comunicato conclusivo del Vertice di Riyadh ha sconcertato la stampa araba, che non è abituata a vedere argomenti come l’istruzione e la cultura occupare le prime righe del comunicato finale di un vertice arabo. Subito i giornalisti si sono messi ad esaminare il paragrafo che riguarda il rilancio dell’iniziativa di pace araba del 2002, che è soltanto l’articolo 6 all’interno del comunicato, seguito dalla questione nucleare. I giornalisti arabi sono appassionati di grandi questioni, per loro parlare di istruzione e di cultura è un lusso, oppure vuol dire sottomettersi ai diktat americani. Questo è ciò che ha affermato, ad esempio, Abd al-Bari Atwan, direttore di al-Quds al-Arabi, mentre eravamo ospiti di un programma della BBC. Atwan nel vertice non ha visto altro che una manifestazione di servilismo e di sottomissione (<a href="http://www.medarabnews.com/index.php?p=2221">http://www.medarabnews.com/index.php?p=2221</a> ) ed una rinuncia alle tradizionali rivendicazioni arabe. Io ritengo invece che il comunicato conclusivo comprenda tutte le principali questioni, anche se la forma può non piacere. Forse l’articolo 5, che riguarda il rilancio degli organismi della sicurezza araba, rappresenta il perno centrale di questo comunicato. Qualsiasi esperto della sicurezza è consapevole del fatto che la sicurezza è il risultato di due forze: il cosiddetto “hard power”, che comprende il concetto tradizionale di sicurezza legato all’uso delle armi e degli eserciti nei conflitti bellici, ed il “soft power”, rappresentato dalla forza della cultura e della civiltà. L’ “hard power” è l’equivalente dell’hardware del computer, così come il “soft power” è l’equivalente del software. Molti di noi hanno utilizzato questo stesso concetto nell’analisi del fenomeno terroristico. Parliamo ad esempio di soluzione legata alle misure di sicurezza nella lotta al terrorismo (ovvero dell’uso dell’ “hard power” dello Stato), e di soluzione alle contrapposizioni di pensiero (ovvero legata all’uso del “soft power” dello Stato). L’articolo 5 del comunicato conclusivo afferma che le questioni legate al “soft power” sono quelle su cui è necessario concentrare gli sforzi. E’ la prima volta che il comunicato di un vertice riflette realmente la realtà araba. Infatti, nonostante tutto il clamore che viene fatto a livello culturale, in televisione, nelle scuole, e nelle università, la nostra cultura e la nostra identità sono minacciate dall’estero, a causa di influenze israeliane, americane, o iraniane. I nostri figli non sono protetti da alcuna forma di conoscenza che sia in grado di resistere a queste influenze.<br />
Non esito a citare, a questo proposito, una mia esperienza personale per chiarire il discorso. Quando mi recai negli Stati Uniti per la prima volta, ero il perfetto risultato dell’istruzione governativa egiziana, ero come gli altri ragazzi della mia generazione, avevo una fede istintiva nella legittimità della causa palestinese, e cioè una fede non rafforzata in alcun modo da studi storici o geografici seri, una fede che poteva riassumersi nella convinzione secondo cui gli israeliani sono arrivati ed hanno cacciato i palestinesi costringendoli a vivere in case di una sola stanza. Questo è ciò che ci hanno sempre ripetuto nelle scuole, ed attraverso la radio ed i giornali. Ma quando sorgevano dei dibattiti fra gli studenti della Georgetown University, venivo sorpreso da domande alle quali non ero preparato a rispondere. Ricordo che uno studente mi chiese di dirgli quando cominciò a comparire la parola ‘Palestina’ nei vocabolari, ed io non risposi in maniera adeguata. Dissi infatti che la parola ‘al-Quds’ (Gerusalemme) si trova nel Corano, ma egli ribatté: “se anche fossimo d’accordo sul fatto che è il Corano la giusta fonte di riferimento, la parola ‘Palestina’ è presente all’interno del Corano?”. Invece alcuni svegli studenti ebrei presentarono una dettagliata spiegazione dal punto di vista archeologico, che indicava come la presenza ebraica in terra di Palestina fosse stata ininterrotta. Pur avendo studiato letteratura, all’Università del Cairo non avevo studiato archeologia così come la studiano gli studenti delle università americane. Non ero assolutamente preparato a lanciarmi in un dibattito serio e scientifico sulle questioni legate al mondo arabo, ero solo imbottito di slogan e di affermazioni precostituite come quelle che ripetono i nostri mezzi di informazione giorno e notte, affermazioni che non  reggono a delle domande circostanziate. Questa era ed è tuttora la situazione in cui versano gli studenti arabi, e perfino alcuni giornalisti arabi hanno un livello di approfondimento non superiore a quello che avevo io allora. Da noi la cultura e l’istruzione, come parte del “soft power” di uno Stato, versano tuttora in una situazione di grande debolezza. Le scuole sono il primo laboratorio in cui si forma la mente dell’essere umano. Esse possono traviarlo, oppure fargli acquisire una mentalità critica attraverso la quale può conoscere se stesso ed il mondo che lo circonda. A questo riguardo la nostra situazione è assolutamente poco incoraggiante, e dunque dedicarsi a questo aspetto e sottolineare la necessità urgente di curare gli aspetti culturali, intellettuali, e di civiltà legati alla sicurezza nazionale araba è una questione della massima importanza. Da quanto detto segue che la Dichiarazione di Riyadh sottolinea in maniera appropriata gli aspetti culturali e di civiltà legati alla sicurezza, dando loro la priorità nel comunicato conclusivo. Questo è ancor più vero se pensiamo che il “soft power” è qualcosa che appartiene soltanto a noi, per rafforzare il quale dobbiamo scendere a patti solo con noi stessi. Siamo certamente in grado di rafforzare e di migliorare queste nostre potenzialità, visto che la civiltà, la cultura, e l’istruzione sono le caratteristiche fondamentali dell’identità araba. L’identità minacciata non può essere difesa con le armi, o grazie ai nobili articoli di qualche scrittore, o ai proclami che vengono fatti dalle televisioni arabe. La difesa dell’identità richiede innanzitutto un riesame degli elementi che la costituiscono, ovvero una stringente autocritica, a cui deve seguire la costruzione di un sistema di valori attraverso le strutture dell’istruzione primaria, gli istituti e le università. Allo stesso modo è necessario dar vita a dei mezzi di informazione che siano seri e professionali nella trasmissione e nella verifica delle informazioni, cosicché abbia fine il caos a cui possiamo assistere oggi all’interno della stampa e della televisione. Perché, ad esempio, le televisioni arabe non danno un’adeguata copertura informativa delle questioni legate all’istruzione? Semplicemente perché ciò richiederebbe la presenza di giornalisti specializzati dei quali queste televisioni assolutamente non dispongono […].<br />
Il comunicato conclusivo del Vertice arabo di Riyadh ha messo il dito nella piaga, poiché se non rivediamo in maniera drastica le istituzioni preposte all’istruzione ed all’informazione – in altre parole, se non procediamo ad una revisione del nostro “soft power” – noi arabi, nel nostro stato attuale, continueremo a rappresentare un pericolo per la nostra sicurezza nazionale molto più di qualsiasi invasione straniera!</p>
<p align="justify"><em><strong>Mamoun Fandy</strong> è un analista politico egiziano residente negli Stati Uniti; ha insegnato presso la Georgetown University e la National Difense University; collabora con l&#8217;International Institute for Strategic Studies</em></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><a target="_blank" href="http://www.asharqalawsat.com/leader.asp?section=3&amp;article=413266&amp;issue=10352">القوة الناعمة</a></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
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		<title>Il Vertice della &#8220;moderazione&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2007 12:09:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Abd al-Bari Atwan</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">30/03/2007</p>
<p align="justify">Il XIX Vertice arabo ha concluso i propri lavori a Riyadh rilanciando l’iniziativa di pace araba, ma allo stesso tempo ha adottato risoluzioni strane e senza precedenti – come ad esempio quella di diffondere la cultura della moderazione e di rivedere i metodi di insegnamento – che sembrano ricalcare le indicazioni del segretario di Stato americano Condoleezza Rice.<br />
Il rilancio dell’iniziativa di pace non significa che i leader arabi prenderanno i suoi articoli alla lettera, visto che diversi responsabili arabi – fra cui lo stesso segretario della Lega Araba Amr Moussa – hanno affermato che essa sarà solo il punto di partenza per i negoziati futuri. La riconciliazione palestinese della Mecca era il prerequisito fondamentale per riproporre questa iniziativa, perché garantisce il passaggio di Hamas dal fronte del rifiuto islamico palestinese alla casa della sottomissione araba. La presenza di Ismail Haniyyeh in qualità di primo ministro del governo di unità nazionale palestinese, dietro al presidente dell’ANP Mahmoud Abbas, che ha voluto ripetere nel suo discorso tutte le richieste del Quartetto internazionale – come il rifiuto del terrorismo ed il riconoscimento di Israele – è la conferma dell’inserimento di Hamas all’interno del campo dei moderati, anche se per il momento in qualità di semplice osservatore.<br />
Non conosciamo il tipo di moderazione che il Vertice arabo cercherà di diffondere, ma sappiamo che questo concetto emerse con forza nel mondo arabo nel corso dell’aggressione israeliana contro il Libano, e venne applicato a quei Paesi che la appoggiarono in maniera indiretta quando attribuirono a Hezbollah la responsabilità dello scontro, per aver provocato lo Stato ebraico con una operazione di guerriglia che portò all’uccisione di tre soldati israeliani ed alla cattura di altri due.<br />
A quanto sembra, la moderazione consiste nel riconoscere lo Stato ebraico, nel non protestare per le aggressioni da esso perpetrate, e nell’accettare il suo programma nucleare – nel cui ambito sono state prodotte finora più di 300 testate atomiche – come sostegno alla nazione araba nel suo confronto con il nemico iraniano.<br />
Sembra che il contrario della moderazione consista invece nel rimanere fedeli ai principi, cosicché ogni richiesta di utilizzare l’arma della resistenza per liberare le terre arabe è il contrario della moderazione, e qualsiasi accenno alla possibilità di privare Israele delle sue armi nucleari è una deviazione in contrasto con i nuovi orientamenti di tolleranza.<br />
La revisione dei metodi decisa dal vertice arabo non ha come obiettivo quello di rendere le università arabe più progredite dell’Università di Harvard, o di Oxford, o di Princeton, bensì quello di eliminare tutto ciò che può incitare alla resistenza ed al jihad, che chiama i nemici con il proprio nome, e che si appella alla dignità della nazione araba.<br />
All’interno dell’ultimo vertice non abbiamo invece ascoltato le cose che avevamo ascoltato ai vertici precedenti, ed in particolare a quelli di Tunisi e di Algeri, non abbiamo sentito parlare di riforme politiche, economiche, o sociali nel mondo arabo. Non abbiamo sentito un solo leader arabo accennare a tali questioni. Perché tanta freddezza di fronte a questioni così importanti, che erano prioritarie nei vertici passati?<br />
Forse perché queste riforme si sono tradotte in pseudo-elezioni in Arabia Saudita, in emendamenti costituzionali che confermano la dittatura, prolungano le leggi di emergenza, ed aprono la strada alla trasmissione ereditaria del potere in Egitto, ed in un aumento degli arresti nella maggior parte degli altri Paesi arabi?<br />
E’ chiaro, come risulta dal comunicato conclusivo del vertice, che la moderazione è ormai un sinonimo di dittatura, di repressione, e di esproprio delle libertà, visto che la maggior parte dei Paesi arabi dell’asse dei moderati  sostenuto dagli americani è fra i Paesi più dittatoriali. Vi sono invece Paesi al di fuori di questo asse che offrono delle lodevoli esperienze di democrazia, come ad esempio il Marocco.<br />
La decisione del vertice arabo – alla presenza di numerosi leader islamici – di diffondere la cultura della moderazione è un riconoscimento senza precedenti del fatto che gli arabi sarebbero la fonte dell’estremismo e del terrorismo nel mondo. Si tratta di un riconoscimento pericoloso sotto tutti i punti di vista, poiché l’estremismo è stato imposto agli arabi dagli Stati Uniti d’America e dalle loro guerre di distruzione in Iraq, oltre che dal loro continuo sostegno all’aggressione israeliana in Palestina. Sono queste politiche ad aver provocato uno stato di frustrazione e di disperazione all’ombra di regimi arabi inetti e dittatoriali, e ad aver spinto la gioventù araba ad aderire a gruppi estremisti, sia islamici che laici.<br />
Noi vogliamo rivedere i metodi adottati e diffondere la cultura della moderazione, ma al fine di ottenere riforme interne reali, e non al fine di mettere la regione al servizio delle guerre americane, e di rinunciare alla sostanza della questione palestinese per far piacere al presidente Bush e per coinvolgere lo Stato ebraico in un processo di pace basato sulle condizioni che esso stesso ha imposto.<br />
Molti hanno lodato il discorso del re saudita Abdallah bin Abdelaziz, e l’articolo del comunicato conclusivo in cui si riconosce che l’Iraq si trova sotto un’occupazione straniera illegale, ma nessuno si è chiesto chi è che ha facilitato l’occupazione dell’Iraq ed ha collaborato con essa, appoggiando i progetti politici che hanno portato il Paese ad una guerra civile su base confessionale.<br />
Sono i Paesi arabi moderati ad aver appoggiato l’invasione e ad aver sostenuto l’assedio imposto all’Iraq per più di dieci anni. Sono loro che hanno incitato a rovesciare il regime iracheno, e che ora fingono di piangere per le sorti di questo Paese, e condannano l’occupazione considerandola illegale, perché essa è andata a vantaggio dell’Iran, il Paese che ha preso il posto dell’Iraq e del regime baathista come fonte di minaccia per la stabilità dei Paesi vicini.<br />
Le prossime settimane saranno ricche di eventi, e metteranno alla prova l’iniziativa di pace araba e la reale volontà della controparte di confrontarsi con essa.<br />
Nel caso in cui Israele chiedesse, a chi ha patrocinato il vertice arabo e si è fatto promotore dell’iniziativa di pace, di aprire una trattativa diretta per discuterne i dettagli, resta da vedere se l’Arabia Saudita accoglierà una simile richiesta. <br />
Rilanciare l’iniziativa di pace significa infatti compiere sforzi diplomatici a tutti i livelli con l’obiettivo di coinvolgere la controparte. Il problema è che la controparte israeliana in questo momento è molto debole, visto che Olmert gode di un sostegno popolare molto esiguo e deve far fronte a numerose accuse di corruzione. Essendo questa la sua situazione, come potrà egli presentare concessioni importanti alla controparte araba?<br />
La folta presenza al vertice di leader del mondo islamico sunnita, come il presidente pachistano Pervez Musharraf, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, ed il primo ministro malese Abdullah Badawi, racchiude in sé una grande importanza. Essa indica infatti che ci troviamo di fronte ad una nuova suddivisione del mondo islamico, una suddivisione che si basa sulla contrapposizione fra un campo sunnita ed un campo sciita.<br />
Questo vertice potrebbe essere il vertice di fondazione del primo di questi due assi: l’asse che prenderà parte alla prossima guerra contro l’Iran.<br />
Sembra che spesso il discutere di iniziative di pace faccia da prologo alle nuove guerre della regione. Così fecero nel 1991 quando distrussero l’Iraq, così fecero nel 2003 quando lo invasero. E così stanno facendo adesso per preparare l’attacco all’Iran.</p>
<p align="justify"><em><strong>Abd al-Bari Atwan</strong> è un giornalista palestinese residente in Gran Bretagna; è direttore di al-Quds al-Arabi</em></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><a target="_blank" href="http://www.alquds.co.uk/index.asp?fname=today\29z28.htm&amp;storytitle=ffقمة%20الاعتدالfff&amp;storytitleb=عبد%20الباري%20عطوان&amp;storytitlec=">قمة الاعتدال</a></p>
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		<title>Lo sfoggio di potere al palazzo reale riflette la crescente influenza saudita nella regione</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2007 12:07:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Orly Azoulay</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>29/03/2007</p>
<p align="justify">Il potere del Regno Saudita – Paese che sta gradualmente acquisendo un ruolo guida in Medio Oriente – non è passato inosservato al Vertice arabo di Riyadh.<br />
I capi di Stato arabi che entravano nel palazzo dei&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>29/03/2007</p>
<p align="justify">Il potere del Regno Saudita – Paese che sta gradualmente acquisendo un ruolo guida in Medio Oriente – non è passato inosservato al Vertice arabo di Riyadh.<br />
I capi di Stato arabi che entravano nel palazzo dei congressi di Riyadh non hanno potuto ignorare l’opulenta ricchezza che traspariva da ogni angolo: dai marmi italiani ai rubinetti d’oro massiccio nelle stanze da bagno, ai lampadari di cristallo, ai vassoi d’oro con l’emblema della casa reale sui quali è stato servito il pranzo.<br />
Migliaia di nuove auto fiammanti sono state messe a disposizione degli ospiti. Responsabili del ministero dell’informazione saudita li accompagnavano alle sedute di lavoro. Le centinaia di giornalisti giunti da tutto il mondo per seguire il vertice sono rimasti sbalorditi dal lussuoso centro stampa preparato per loro. Guardie reali vestite di bianco e cinte di spade d’oro stazionavano in ognuna delle sale dei lavori.<br />
Questo sfoggio di potere da parte saudita è il culmine di un processo di recente sviluppo. Gli USA hanno compreso che il loro appoggio ad Israele, insieme al loro desiderio di rafforzare la democrazia come è accaduto in Iraq, aveva suscitato la collera del mondo arabo indebolendo così le potenzialità degli USA di giocare un ruolo di mediazione in Medio Oriente.<br />
Così, nelle ultime settimane Washington ha cambiato le proprie politiche ed ha deciso di avvicinarsi maggiormente al mondo arabo. Questa decisione ha trasformato l’Arabia Saudita, che è strettamente legata all’amministrazione americana, in un ponte fra gli USA e gli altri Stati arabi.<br />
Il vertice di Riyadh ha sancito lo status di potenza regionale dell’Arabia Saudita. Il processo di riconciliazione fra Israele ed il mondo arabo guidato dal Regno Saudita ha conferito ai sauditi il ruolo di mediatori popolari e ricercati da tutti.<br />
I leader della regione cercano l’assistenza saudita per risolvere i loro conflitti. Il presidente siriano ha chiesto ai sauditi di inserirlo nel processo diplomatico in via di consolidamento; il presidente libanese ha posto la questione dell’instabilità del proprio Paese sul tavolo del re Abdallah; il presidente sudanese ha compiuto un pellegrinaggio a Riyadh nella speranza che il re lo aiutasse a trovare una soluzione alla tragedia del Darfour tuttora in atto.<br />
I leader del Regno Saudita stanno anche cercando di esercitare la propria influenza sul ministro degli esteri iraniano Manouchehr Mottaki, giunto al vertice all’ultimo momento, al fine di risolvere la crisi nucleare iraniana.<br />
Al vertice, solo i rappresentanti egiziani passeggiavano qua e là con un’espressione imbronciata. E’ facile vedere quanto gli egiziani siano umiliati ed offesi dal fatto che i sauditi hanno loro sottratto il ruolo di leader nell’arena mediorientale. I tempi sono cambiati. I processi che evolveranno a breve in Medio Oriente ed in Africa passeranno attraverso la corte saudita.<br />
L’Arabia Saudita è riuscita a far raggiungere un accordo ai palestinesi, che ha aperto la strada ad un governo di unità nazionale, come mi ha voluto sottolineare un responsabile saudita orgoglioso del nuovo ruolo del proprio Paese. Egli ha poi affermato che i sauditi proseguiranno su questa strada, aggiungendo che essi hanno dato inizio alla riconciliazione fra Israele ed il mondo arabo, e presto indiranno una conferenza congiunta con la partecipazione di rappresentanti mediorientali e del Quartetto, in modo da costruire il motore che spingerà in avanti il processo di pace.<br />
Al contrario di lui, vi sono alcuni che sostengono che l’Arabia Saudita stia cercando di creare una coalizione all’interno del mondo arabo al fine di sabotare le ambizioni nucleari dell’Iran. Fonti diplomatiche alla conferenza mi hanno rivelato che dietro le quinte si sta consolidando il processo seguente: gli USA hanno compreso che stanno perdendo potere a causa della loro tendenza all’unilateralismo in favore di Israele, ed hanno deciso di avvicinarsi all’Arabia Saudita in modo da consolidare una coalizione araba moderata.<br />
Tuttavia, così come a Washington, anche a Riyadh nulla è gratuito: per coinvolgere i sauditi in questo processo, gli americani hanno assicurato loro che avrebbero fatto pressioni su Israele al fine di convincerlo a prendere decisioni difficili ed a giungere ad un compromesso che metta in grado i palestinesi di creare uno Stato indipendente. In questo modo gli USA potrebbero contare su una sorta di “ombrello arabo” per una campagna diplomatica o militare contro l’Iran, mentre l’Arabia Saudita potrebbe vantarsi di fronte al mondo arabo di essere stata in grado di portare Israele ad un accordo.<br />
Un responsabile di alto livello dell’amministrazione saudita mi ha detto che se il primo ministro israeliano avesse una posizione politica più forte, il treno della pace procederebbe molto più speditamente. “E’ in atto un processo serio”, ha dichiarato.<br />
Poi ha aggiunto che il fatto che io, la rappresentante di un quotidiano israeliano, sia presente non è un fatto casuale. “E’ un evento storico e simbolico”, mi ha spiegato. “Non è solo un segnale per Israele; è un segnale indirizzato innanzitutto al mondo arabo, come per dire: guardate, parlare agli israeliani è possibile”.<br />
La presenza di una giornalista israeliana nel palazzo reale saudita ha suscitato notevole agitazione. Diversi media e giornalisti arabi hanno cercato di localizzarmi per un’intervista. Al-Jazeera ha riportato la mia visita all’interno del suo notiziario, così come hanno fatto l’agenzia di stampa francese ed il Los Angeles Times.<br />
Un giornalista di una televisione araba mi ha rivelato che la mia presenza ha creato grande turbamento nel mondo arabo, e che non tutti si sono mostrati favorevoli. Egli mi ha detto che secondo la maggioranza degli arabi Israele è un crudele occupante. Il vertice è chiaramente un evento per il mondo arabo, “ma anche se era chiaro che la sua presenza qui avrebbe irritato molti, il ministro degli esteri saudita in persona ha voluto invitarla”, mi ha rivelato il giornalista. “Questo significa molto. Il ministro ha il potere ed il coraggio di fare cose che non incontrano il consenso della maggioranza”.<br />
I sauditi con cui ho parlato durante la conferenza hanno risposto in maniera amichevole alla mia visita. “Lei è nostra ospite”, mi ha detto il responsabile del Ministero dell’Informazione che accompagnava i giornalisti, “forse un giorno anche noi saremo suoi ospiti nel suo Paese”.</p>
<p align="justify"><em><strong>Orly Azoulay</strong> è corrispondente di Yedioth Ahronoth dagli Stati Uniti; è stata la prima giornalista israeliana ad essere ammessa a seguire un vertice arabo sul suolo saudita</em></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><a target="_blank" href="http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3382859,00.html">Show of power at king&#8217;s palace reflects growing Saudi influence in region</a></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
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		<title>Dibattito anti-Bush al vertice arabo</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2007 12:07:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>29/03/2007</p>
<p align="justify"><em>Il re dell&#8217;Arabia Saudita Abdallah ha denunciato &#8220;l&#8217;occupazione illegittima&#8221; dell&#8217;Iraq</em></p>
<p align="justify">Il re dell&#8217;Arabia Saudita Abdallah ha aperto ieri il vertice arabo di Riyadh con un dibattito dagli accenti nazionalisti e antiamericani: ha denunciato &#8220;l&#8217;occupazione straniera illegittima&#8221; dell&#8217;Iraq&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>29/03/2007</p>
<p align="justify"><em>Il re dell&#8217;Arabia Saudita Abdallah ha denunciato &#8220;l&#8217;occupazione illegittima&#8221; dell&#8217;Iraq</em></p>
<p align="justify">Il re dell&#8217;Arabia Saudita Abdallah ha aperto ieri il vertice arabo di Riyadh con un dibattito dagli accenti nazionalisti e antiamericani: ha denunciato &#8220;l&#8217;occupazione straniera illegittima&#8221; dell&#8217;Iraq e se l&#8217;è presa con le &#8220;forze straniere nella regione&#8221; che intendono &#8220;disegnare il futuro&#8221; del Medio Oriente. Un tono molto inusuale da parte dei dirigenti sauditi, anche se Riyadh resta comunque un alleato strategico di Washington. Questi argomenti potevano riguardare l&#8217;Iran le cui mire regionali, in particolare in Iraq, preoccupano i Paesi arabi, soprattutto sunniti.<br />
La Casa Bianca ha immediatamente reagito rifiutando il termine &#8220;occupazione&#8221;: &#8220;Gli Stati Uniti sono in Iraq su richiesta degli iracheni e sotto mandato delle Nazioni Unite, è falso sostenere il contrario&#8221;, ha detto il portavoce americano.<br />
Altro argomento di contrasto: il re Abdallah ha richiamato l&#8217;attenzione sul boicottaggio internazionale contro il governo palestinese nato dall&#8217;intesa Fatah-Hamas. Washington contesta tale governo fintanto che Hamas non avrà riconosciuto lo Stato d&#8217;Israele.?<br />
I 21 capi di Stato presenti o rappresentati hanno adottato ieri all&#8217;unanimità il piano di pace da proporre ad Israele ? già presentato a Beirut nel 2002 ? senza emendamenti. Il piano prevede la pace con tutti i Paesi arabi in cambio del ritiro dai territori arabi occupati dallo Stato ebraico nel 1967, della creazione di uno Stato palestinese, e di un regolamento della questione dei rifugiati palestinesi.<br />
La crisi libanese è stata relegata in secondo piano dal vertice arabo. La delegazione libanese a Riyadh è l&#8217;immagine del paese dei cedri, completamente schizofrenica: da un lato il presidente della repubblica, Emile Lahoud, schierato con l&#8217;opposizione; e dall&#8217;altro il primo ministro Fouad Siniora.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><a target="_blank" href="http://www.liberation.fr/actualite/monde/244094.FR.php">Diatribe anti-Bush au sommet arabe</a></p>
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		<title>I sauditi irrigidiscono le proprie posizioni nei confronti degli USA</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2007 12:06:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>30/03/2007</p>
<p>Secondo alcuni responsabili americani, di tutti i leader stranieri con cui il presidente Bush ha avuto a che fare nei sei anni passati, pochi sono stati in privato così diretti e bruschi come il re Abdallah dell’Arabia Saudita.<br />&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>30/03/2007</p>
<p>Secondo alcuni responsabili americani, di tutti i leader stranieri con cui il presidente Bush ha avuto a che fare nei sei anni passati, pochi sono stati in privato così diretti e bruschi come il re Abdallah dell’Arabia Saudita.<br />
Una volta, nel 2002, Abdallah mostrò a Bush le foto di alcuni bambini palestinesi uccisi dalle truppe israeliane, e gli chiese se era veramente impegnato a risolvere il conflitto israelo-palestinese. Ora quella rudezza privata è diventata pubblica, in concomitanza con l’inusuale ed assertivo ruolo diplomatico che l’Arabia Saudita ha cominciato a giocare nella regione, nel tentativo di sciogliere alcuni pericolosi nodi in Libano e nei territori palestinesi. Mercoledì, nel discorso tenuto al vertice della Lega Araba, Abdallah ha condannato quella che ha chiamato “l’illegale occupazione straniera” dell’Iraq, ed ha invitato a togliere “l’ingiusto embargo imposto al popolo palestinese”, che era stato deciso dall’amministrazione Bush.<br />
Alcuni responsabili americani hanno dichiarato di essere sconcertati dalla descrizione della situazione irachena fatta dal re Abdallah, aggiungendo che avrebbero chiesto spiegazioni. Per mesi i responsabili USA hanno affermato di essere compiaciuti dal desiderio dell’Arabia Saudita di assumersi un maggiore fardello diplomatico, ma le osservazioni di Abdallah giungono dopo altri segnali inquietanti che indicano che Riyadh si sta distanziando dall’amministrazione Bush.<br />
Si dice che il re avrebbe cancellato una cena di Stato che Bush aveva stabilito di tenere in suo onore il prossimo mese – sebbene ufficialmente la Casa Bianca affermi che non era stata programmata alcuna cena – e che il mese scorso Abdallah ha promosso l’accordo di unità tra le fazioni palestinesi, incluso il gruppo militante di Hamas, mandando all’aria i piani del segretario di Stato Condoleezza Rice per il conflitto israelo-palestinese.<br />
“Credo che egli fosse preoccupato di essere visto un po’ troppo come un amico di Bush”, invece che come un semplice alleato degli USA, ha affermato Patrick Clawson, vicedirettore del Washington Institute for Near East Policy. “Ritengono che la situazione sia veramente terribile per i loro interessi strategici, ma gli Stati Uniti sono ancora indispensabili per loro”.<br />
Poche relazioni diplomatiche sono altrettanto delicate – ed al tempo stesso poco chiare – come quelle fra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. I due Paesi hanno soltanto una ristretta area di interessi comuni sui quali fanno leva reciprocamente quando hanno bisogno di aiuto in aree in cui i loro interessi divergono. I responsabili di entrambi i Paesi, che parlerebbero con franchezza soltanto in condizioni di anonimato, privatamente discutono della controparte con un misto di disprezzo e di fastidio. Ma, pubblicamente, tutti sottolineano che le relazioni fra i due Paesi sono forti.<br />
[…] Abdallah è diventato re nel 2005, ma in qualità di principe ereditario governa di fatto ormai da anni. Nell’agosto del 2001, poco prima degli attacchi dell’11 settembre, inviò un messaggio privato a Bush nel quale esprimeva la sua preoccupazione per una possibile nuova esplosione di violenza fra israeliani e palestinesi, minacciando che avrebbe potuto riconsiderare le relazioni fra gli USA e l’Arabia Saudita. Bush rispose in maniera contrita, promettendo che avrebbe pubblicamente appoggiato la creazione di uno Stato palestinese, cosa che fece alle Nazioni Unite due mesi dopo.<br />
Le relazioni fra i due Paesi furono messe a dura prova dagli attacchi dell’11 settembre. Dei 19 dirottatori che erano dietro gli attacchi, 15 avevano cittadinanza saudita.<br />
Poi, nell’aprile del 2002, Abdallah visitò il ranch di Bush nel Texas, e rimase costernato per il fatto che Bush parlava della questione israelo-palestinese solo in termini generali e, secondo alcuni responsabili sauditi, sembrava poco informato riguardo al piano di pace che Abdallah aveva sviluppato al fine di estendere il riconoscimento di Israele. Abdallah, che aveva portato con sé un album fotografico ed un video di 10 minuti di palestinesi uccisi dagli israeliani, minacciò di andarsene fino a che Bush non promise che avrebbe fatto di più per trovare il modo di porre fine alle violenze.<br />
Per gran parte della presidenza Bush, l’Arabia Saudita si è limitata a rimanere sullo sfondo, spingendo gli Stati Uniti a prendere l’iniziativa. Alcuni responsabili americani fanno risalire l’inedito tono assertivo della diplomazia saudita all’autunno del 2006, quando gli arabi sunniti, e fra essi i sauditi, cominciarono ad essere preoccupati per la crescente influenza iraniana nella regione. La guerra di Israele contro Hezbollah nel sud del Libano mise in evidenza il ruolo iraniano nel destabilizzare quel Paese. I responsabili sauditi erano preoccupati all’idea che gli Stati Uniti potessero abbandonare l’Iraq consegnando il Paese ad un governo dominato dagli sciiti, che secondo loro avrebbe fatto ben poco per impedire il massacro dei sunniti.<br />
All’indomani del Giorno del Ringraziamento, il vicepresidente Cheney volò inaspettatamente a Riyadh per incontrarsi con il re Abdallah. Nessun responsabile di nessuno dei due governi avrebbe parlato in dettaglio delle ragioni di questo incontro, ma alcuni funzionari sauditi suggerirono che si trattava dell’equivalente diplomatico di una vera ramanzina per Cheney. In una insolita dichiarazione rilasciata dal governo saudita dopo che il vicepresidente americano era ripartito per Washington, i sauditi affermarono di essere preoccupati poiché l’amministrazione USA stava permettendo all’Iran – ed anche agli sciiti all’interno dell’Iraq – di guadagnare troppo potere. La dichiarazione affermava che era importante che l’influenza USA fosse “in accordo con la situazione attuale e con gli equilibri storici della regione”, una allusione non troppo velata ai tradizionali equilibri fra sunniti e sciiti nella regione.<br />
“Il coinvolgimento iraniano è il risultato dell’occupazione americana dell’Iraq”, affermò Jamal Khashoggi, un ex consigliere del principe Turki al-Faisal, fino a poco tempo fa ambasciatore saudita negli Stati Uniti.<br />
I responsabili americani sostengono che in questo momento i sauditi considerano l’Iran un problema più grave di Israele. Perciò hanno spinto per un rilancio del piano di pace del re Abdallah che, cinque anni fa, portò al teso incontro con Bush nel suo ranch di Crawford. La Lega Araba ieri ha adottato il piano, che offre normali relazioni diplomatiche fra Israele ed il mondo arabo se lo Stato ebraico si ritirerà dalle terre occupate a seguito della guerra del 1967, come parte della creazione di uno Stato palestinese.<br />
I responsabili americani affermano che per anni i sauditi hanno prodotto solo parole e non hanno dato alcun sostegno reale alla questione palestinese, offrendo pochi aiuti ai palestinesi e sfruttando il conflitto a scopi interni. Ora, invece, i sauditi vorrebbero risolvere la questione palestinese per poi rivolgere gli sforzi regionali ad arginare la minaccia iraniana. La Rice ha proposto di creare una coalizione di Paesi arabi “moderati” per contrastare gli “estremisti” come l’Iran, Hezbollah, e Hamas. Ma i responsabili sauditi sostengono che la pretesa suddivisione tra moderati ed estremisti è sciocca, come dimostrato dall’accordo di unità palestinese promosso dal re Abdallah il mese scorso.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; __styledocument: [object]" class="MsoNormal"><em>di Glenn Kessler e Karen DeYoung</em></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Titolo originale:</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><a target="_blank" href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2007/03/29/AR2007032902207.html">Saudis Publicly Get Tough With U.S.</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Ci&#242; che &#232; stato detto e ci&#242; che &#232; stato taciuto del vertice di Riyadh</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2007/04/04/cio-che-e-stato-detto-e-cio-che-e-stato-taciuto-del-vertice-di-riyadh/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2007 12:03:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ali bin Talal al-Jahni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="left">03/04/2007</p>
<p align="justify">Il re saudita Abdallah bin Abdelaziz ha sorpreso il mondo intero con il suo discorso inaugurale in occasione dell’inizio dei lavori del XIX Vertice arabo, per due ragioni principali:<br />
La prima è che egli ha dichiarato&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">03/04/2007</p>
<p align="justify">Il re saudita Abdallah bin Abdelaziz ha sorpreso il mondo intero con il suo discorso inaugurale in occasione dell’inizio dei lavori del XIX Vertice arabo, per due ragioni principali:<br />
La prima è che egli ha dichiarato di fronte ai leader arabi ed al mondo intero che dobbiamo biasimare noi stessi per le nostre divisioni interne e per le sofferenze della nazione araba. La seconda è che il sovrano saudita ha definito l’occupazione americana dell’Iraq “una occupazione illegale”. Ma questa sorpresa è dovuta al fatto che il mondo non conosce il re Abdallah come noi cittadini del Regno saudita lo conosciamo.<br />
Il re Abdallah, come afferma il detto straniero, “è così come lo vedi”. Egli non ha due facce, o tre, o quattro. Ha una sola faccia. Dice solo ciò che pensa, e pensa ciò che dice.<br />
E’ chiaro che la definizione di “occupazione illegale” affibbiata all’occupazione americana dell’Iraq non era ciò che si auguravano di ascoltare coloro che sono sempre disposti a mettere all’asta l’impegno saudita a difesa degli interessi della nazione araba. L’affermazione del re è giunta nonostante l’amicizia fra l’Arabia Saudita ed il popolo americano, che risale agli anni ’30, quando per effettuare le prospezioni petrolifere le società americane vennero preferite a quelle europee, poiché l’America dell’epoca era politicamente e geograficamente distante dagli affari della penisola araba rispetto alle potenze coloniali europee. In altre parole, le relazioni amichevoli fra l’Arabia Saudita e gli USA si sono consolidate fin dai primi anni ’30 del secolo scorso, prima ancora che esistesse Israele.<br />
Nonostante ciò, questa definizione dell’occupazione, sebbene sia corretta sotto ogni punto di vista giuridico, è stata utilizzata in ogni modo, da parte dei soliti nemici dei sauditi all’interno degli Stati Uniti, per recar danno all’Arabia Saudita. Fortunatamente, queste forze ostili all’Arabia Saudita ed al mondo arabo-islamico hanno ormai perso la loro credibilità agli occhi del popolo americano a causa dei gravi danni che l’occupazione irachena ha causato agli interessi americani nel mondo, ed anche alle relazioni fra gli Stati Uniti ed i loro alleati europei.<br />
Gli esperti di diritto internazionale sostengono che non vi è occupazione legittima di un Paese se non in due casi: nel caso in cui sia stata emessa una chiara risoluzione da parte delle Nazioni Unite che stabilisce l’occupazione, oppure quando un governo legittimo chiede al mondo di salvarlo, anche se ciò dovesse comportare un’occupazione temporanea.<br />
Il re Abdallah ed il suo ministro degli esteri meritano ogni ringraziamento per ciò che hanno conseguito prima, durante, e dopo questo vertice di enorme successo.<br />
[…]</p>
<p align="left"><em><strong>Ali bin Talal al-Jahni</strong> è un accademico saudita</em></p>
<p align="left">&nbsp;</p>
<p align="left"><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p align="left">&nbsp;</p>
<p align="left"><a target="_blank" href="http://www.daralhayat.com/opinion/04-2007/Item-20070402-b3608ad4-c0a8-10ed-00c7-f1a509f12f03/story.html">ما قيل وما لم يُقَل عن قمة الرياض</a></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Washington riconosce l&#039;esistenza di alcune divergenze con il suo alleato saudita</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2007/04/04/washington-riconosce-l-esistenza-di-alcune-divergenze-con-il-suo-alleato-saudita/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2007 12:01:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Unspecified</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Washington reconnades divergences avec son alliée l&#8217;Arabie saoudite</strong></p>
<p>31/03/2007</p>
<p align="justify">Gli Stati Uniti hanno riconosciuto di essere rimasti &#8220;sorpresi&#8221; dalle dichiarazioni del re dell&#8217;Arabia Saudita Abdallah che definivano illegittima la loro presenza in Iraq, ammettendo delle divergenze di approccio riguardo&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Washington reconnades divergences avec son alliée l&#8217;Arabie saoudite</strong></p>
<p>31/03/2007</p>
<p align="justify">Gli Stati Uniti hanno riconosciuto di essere rimasti &#8220;sorpresi&#8221; dalle dichiarazioni del re dell&#8217;Arabia Saudita Abdallah che definivano illegittima la loro presenza in Iraq, ammettendo delle divergenze di approccio riguardo all&#8217;Iraq con uno dei loro più solidi alleati in Medio Oriente.<br />
&#8220;Siamo stati un po&#8217; sorpresi da queste osservazioni&#8221;, ha dichiarato gioved젩l numero tre della diplomazia americana, Nicholas Burns, precisando che gli USA avrebbero &#8220;chiesto dei chiarimenti ai sauditi&#8221; a questo proposito.<br />
&#8220;Noi non siamo d&#8217;accordo&#8221;, ha aggiunto? Burns, segretario di Stato aggiunto, incaricato degli Affari Politici, mentre riferiva alla commissione degli Affari Esteri del Senato. Ha ricordato che la presenza delle forze? della coalizione in Iraq viene &#8220;approvata&#8221; da un voto dell&#8217;ONU ogni anno.<br />
La risposta di Riyadh non si è fatta attendere. Il ministro degli esteri saudita, principe Saud al-Faisal, ha giustificato le affermazioni del re Abdallah, che mercoled젡veva denunciato l&#8217;occupazione straniera ed illegittima dell&#8217;Iraq, accusando le forze straniere di voler stabilire il futuro del Medio Oriente: &#8220;Egli non ha menzionato un Paese specifico, ma come possiamo qualificare la situazione di un Paese che ha sul suo territorio dei soldati che non sono della sua nazionalità, se non come occupazione?&#8221;, ha domandato il principe ad una conferenza stampa dopo la chiusura del vertice. &#8220;Qualsiasi azione militare che ha luogo senza l&#8217;esplicita richiesta di un Paese, corrisponde alla definizione di occupazione&#8221;, ha proseguito. Questa non è la prima volta che il Regno Saudita si distanzia dalla politica americana in Iraq.<br />
A fine novembre, un consigliere del Regno aveva avvertito, dalle pagine del Washington Post, che l&#8217;Arabia Saudita sarebbe intervenuta in Iraq per proteggere i sunniti in caso di un precipitoso ritiro americano. Ma Washington ha sempre tentato di minimizzare la portata delle critiche saudite e non ha ancora mai manifestato pubblicamente inquietudine nei confronti di Riyadh. Alla Casa Bianca, una portavoce, Dana Perino, ha riconosciuto che le relazioni (con Riyadh) attraversano attualmente una fase non molto positiva. &#8220;Sono sicuro che tutto questo non andrà ad interrompere l&#8217;eccellente lavoro che facciamo con l&#8217;Arabia Saudita&#8221;, ha dichiarato Burns al Congresso. &#8220;Abbiamo ottime relazioni con l&#8217;Arabia Saudita&#8221;,? ha rincarato il portavoce del dipartimento di Stato, Sean McCormak.<br />
Secondo il Washington Post, il re Abdallah ha fatto sapere la scorsa settimana che non parteciperà ad una cena prevista il mese prossimo alla Casa Bianca in suo onore. La ragione addotta è stata un problema di calendario.<br />
La Rice ha appena effettuato un nuovo viaggio in Medio Oriente, dove si è pronunciata a favore di un rilancio dell&#8217; &#8220;iniziativa araba&#8221;, un piano inizialmente proposto nel 2002 dal re Abdallah, allora principe ereditario. Ma ha suggerito che questo piano, che considerava una normalizzazione delle relazioni con Israele in cambio della restituzione delle terre occupate dal 1967, sia sottoposto alla negoziazione.</p>
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<p align="justify"><a target="_blank" href="http://www.lopinion.ma/spip.php?article15499">Vai all&#8217;originale</a></p>
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		<title>Pericoli ed opportunit&#224;</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2007 12:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Moti Cristal</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>31/03/2007<br />
In questo momento Israele si trova di fronte a cinque processi regionali, che insieme necessitano di una ridefinizione della politica dell’ex Primo Ministro Ariel Sharon di opporsi a negoziati diretti e sostanziali con i Paesi arabi.<br />
Il primo&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>31/03/2007<br />
In questo momento Israele si trova di fronte a cinque processi regionali, che insieme necessitano di una ridefinizione della politica dell’ex Primo Ministro Ariel Sharon di opporsi a negoziati diretti e sostanziali con i Paesi arabi.<br />
Il primo ed il più pericoloso di questi processi è quello demografico, che sta gradualmente spingendo la regione verso una situazione in cui gli ebrei saranno una minoranza tra il fiume Giordano ed il Mar Mediterraneo. In assenza di una sovranità, di sicurezza, e di separazione economica tra palestinesi ed ebrei, in pochi anni Israele perderà sia la propria identità ebraica sia la sua essenza democratica. Al tempo stesso, il fallimento del piano di disimpegno, volto a creare una realtà stabile nella striscia di Gaza, sta rendendo ogni alternativa unilaterale irrilevante.<br />
Il secondo processo in ordine di importanza è l’aggravarsi della contrapposizione tra sunniti e sciiti all’interno del mondo musulmano, le cui implicazioni strategiche consistono in violente battaglie politiche per l’identità di Paesi deboli come la Siria ed il Libano. In questa battaglia, il mondo musulmano percepisce Israele – nonostante la sua generale opposizione alla sua stessa esistenza – come uno strumento importante; una prova di ciò è data dall’iniziativa saudita da un lato, e dall’opposizione iraniana a tale iniziativa dall’altro.<br />
Il terzo processo sta avvenendo in Iraq, ed è ciò che determinerà le limitazioni strategiche all’uso della forza nell’arena internazionale. Il fallimento degli USA nel creare, tramite il dialogo, un sistema stabile di distribuzione del potere politico, ed il progressivo scivolamento dell’Iraq e del Golfo nel caos regionale, eroderanno in maniera significativa la legittimazione internazionale all’uso della forza come mezzo per trattare con gli “Stati canaglia”. La stabilità in Iraq rafforzerebbe invece la convinzione che una combinazione di forza militare e diplomazia regionale è essenziale per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.<br />
Il quarto inevitabile processo è il crollo della società e del regime palestinese. In assenza di una leadership e di esiti chiari nelle lotte inter-arabe, l’arena palestinese continuerà a sanguinare al punto da non poter essere presa in considerazione come partner nei negoziati, pur senza arrivare ad un livello di violenza tale da giustificare l’intervento internazionale.<br />
Il quinto processo consiste nella lenta sostituzione dell’effettivo meccanismo di mediazione. In conseguenza dei quattro processi appena descritti, l’efficacia della mediazione americana ed egiziana (che costituì la base del decennio degli Accordi di Oslo e di Camp David) è in rapido declino, mentre comincia ad emergere la forza di mediazione dell’Arabia Saudita (nell’arena palestinese) e dell’Europa (nell’arena siro-libanese).<br />
Nel contesto di questi processi, emergono nuove opportunità tattiche. I vertici della Lega Araba, i meeting regionali, e le conferenze internazionali, stanno rendendo possibile per Israele – se così scegliesse di fare  – scambiare idee ed influenzare i processi regionali di rinnovamento. <br />
In Israele si crede ancora che quella della negoziazione sostanziale sia una “politica” a sé stante, mentre il resto del mondo ha già compreso che i negoziati sono solo uno dei vari strumenti nelle mani degli uomini di Stato, ugualmente legittimo come l’uso della forza o le sanzioni economiche. Se Israele non si sveglia, e non presenta al mondo arabo ed ai suoi sostenitori in Europa e negli USA un piano diplomatico di ampio respiro – ossia un accordo con la Siria, con il Libano e con i Palestinesi, insieme alla creazione di un sistema stabile di relazioni politiche, economiche, e di sicurezza con il mondo arabo-islamico – si troverà trascinato sempre di nuovo al centro del ring internazionale. Un piano del genere, ad esempio, potrebbe già essere presentato alla fine del mese a Riyadh, da una figura israeliana esperta e rispettata, su incarico del Primo Ministro. Sarebbe una mossa corretta per trarre vantaggio da un’opportunità tattica all’interno della complessa evoluzione strategica in atto.  </p>
<p align="justify"><em><strong>Moti Cristal</strong> è ricercatore presso l&#8217;Università di Tel Aviv e presso il Centro Interdisciplinare di Herzliya</em></p>
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<p align="justify"><strong>Titolo originale:</strong></p>
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<p align="justify"><a target="_blank" href="http://www.haaretz.com/hasen/spages/843878.html">Danger &#8211; and opportunity &#8211; ahead! </a></p>
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		<title>Quando i capi della sicurezza araba guidano la politica estera</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2007 11:59:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rami G Khouri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arab-Islamic World]]></category>
		<category><![CDATA[Articoli piattaforma chiosco (archivio)]]></category>
		<category><![CDATA[The Daily Star]]></category>
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		<category><![CDATA[Israel]]></category>
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		<category><![CDATA[Sectarian Tensions]]></category>
		<category><![CDATA[Security & Intelligence Services]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>31/03/2007</p>
<p align="justify">La scorsa settimana ci sono stati due incontri interessanti nel mondo arabo. In Egitto, il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha incontrato i capi dei servizi di intelligence di quattro Paesi arabi: Giordania, Egitto, Arabia Saudita, ed&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>31/03/2007</p>
<p align="justify">La scorsa settimana ci sono stati due incontri interessanti nel mondo arabo. In Egitto, il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha incontrato i capi dei servizi di intelligence di quattro Paesi arabi: Giordania, Egitto, Arabia Saudita, ed Emirati Arabi Uniti. Qualche giorno dopo, i capi di Stato arabi si sono incontrati a loro volta a Riyadh, in Arabia Saudita, per il summit annuale della Lega Araba. <br />
Quale dei due incontri è stato più significativo ed illuminante circa il tono, i contenuti e la direzione delle politiche statali arabe? Si è trattato della naturale azione reciproca di tre fattori separati –la politica estera statunitense, i sistemi di sicurezza arabi, e le leadership arabe? O i tre fattori sono confluiti in una singola tendenza, in cui la politica estera statunitense si mescola con la politica araba per la sicurezza? <br />
Il summit arabo è un evento di routine che ha riproposto una storica – ma vecchia di cinque anni – offerta di pace ad Israele. L’incontro della Rice con i capi dell’intelligence è stato una novità che meriterebbe più attenzione, sia per il suo significato attuale sia per le implicazioni future.<br />
Qualunque sia la natura dell’incontro della Rice con i capi dell’intelligence araba, questo sembra uno sviluppo degno di nota, che i governi arabi dovranno spiegare ai propri cittadini. Come mostra ogni giorno la fosca situazione irachena, la sicurezza è un imperativo fondamentale per i cittadini arabi ed i loro governi. Gli abitanti hanno bisogno di sapere di poter uscire di casa la mattina ed avere una buona chance di farvi ritorno la sera. Gli Stati, le società ed i governi hanno bisogno di sapere che le loro comunità sono stabili, ordinate, e sicure, e che possono aspirare al raggiungimento di una piena prosperità.<br />
Il termine “sicurezza” non è una parola sporca, ed i sistemi di sicurezza arabi hanno bisogno di non rimanere circoscritti ad una dimensione proibita di ombre e sussurri. I servizi di sicurezza hanno un ruolo importante e legittimo da giocare. I moderni Stati arabi, infatti, hanno tutti perseguito delle politiche interne che pongono la sicurezza e la sopravvivenza dei regimi al di sopra di qualsiasi altro valore. La maggior parte dei cittadini arabi che vive in società stabili e sicure apprezza tutto ciò. I pochi Stati arabi che hanno permesso ai propri servizi di sicurezza di abusare del proprio ruolo si sono trasformati in grotteschi Stati di polizia, con lo sconforto e lo sdegno della maggior parte dei propri cittadini, e del mondo.<br />
Tuttavia, nuovi interrogativi sorgeranno se alcuni di questi Stati oggi dovessero considerare l’ipotesi di dare ai servizi di sicurezza anche un ruolo nella politica estera, oltre al ruolo che stabilmente hanno nella gestione interna dei rispettivi Paesi. Il contesto più ampio in cui sembra che ciò stia accadendo è pertinente: la recente visita della Rice nella regione ha avuto fra gli altri scopi quello di cercare di riunire gli “arabi sunniti moderati” assieme agli USA e ad Israele nella lotta contro l’Iran ed i suoi alleati arabi,  accanto agli incontri per rafforzare i legami tra il Dipartimento di Stato USA ed i vertici dei servizi di sicurezza arabi.<br />
I cittadini arabi, in nome dei quali e nell’interesse dei quali tutto ciò sta accadendo, meritano di essere informati circa le implicazioni di ciò che sta accadendo. Ciò va detto a maggior ragione, se è vero che stiamo assistendo ad una confluenza tra una politica mediorientale statunitense in larga parte definita da Israele da un lato, ed alcuni servizi di sicurezza arabi dall’altro. Questi servizi di sicurezza, che giocano un ruolo centrale nella gestione della cosa pubblica, stanno cominciando a muoversi anche nell’ambito della politica estera.<br />
Le relazioni egiziane di politica estera con i palestinesi, e le connessioni fra i sauditi e Washington, ad esempio, sono entrambe gestite in primo luogo da funzionari di alto livello dei servizi di sicurezza, piuttosto che dai responsabili dei rispettivi ministeri degli esteri.<br />
Alcuni arabi temono questa tendenza, così come temono le implicazioni del meeting della Rice, che potrebbero preannunciare una nuova convergenza fra le politiche arabe e statunitensi, ancorata al primato degli interessi israelo-americani, con la sicurezza nazionale araba considerata come un semplice derivato di tali interessi.<br />
La stabilità e la sicurezza nei Paesi arabi sono obiettivi legittimi che devono essere perseguiti diligentemente, all’interno dei confini della legge, dall’intelligence araba, dalla polizia, dalle forze armate e da altre agenzie della sicurezza. Ma gli Stati arabi dovrebbero anche cercare di muoversi in due direzioni, nel momento in cui i servizi di sicurezza arabi sono più direttamente coinvolti in questioni di politica estera. <br />
La prima direzione consiste nel bilanciare la sicurezza interna, ottenuta tramite i metodi di intelligence e di polizia, con una stabilità organica, che rifletta uno sviluppo socio-economico equo e sistemi politici partecipativi ed affidabili.<br />
La seconda direzione consiste invece nel trovare un equilibrio tra le politiche di sicurezza arabe orientate alla protezione dalle minacce straniere, e quelle politiche pericolosamente prossime a diventare un surrogato degli interessi e delle politiche mediorientali di Paesi stranieri. <br />
Se alcune minacce reali alla sicurezza richiedono che i servizi di intelligence arabi divengano degli attori di politica estera, i loro propositi di sicurezza potrebbero essere raggiunti più facilmente se essi informassero in maniera più trasparente i cittadini in merito ad i propri obiettivi. Un processo più trasparente andrebbe a beneficio sia dei cittadini e degli Stati arabi, che delle stesse organizzazioni di sicurezza che lavorano duramente per proteggere entrambi.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><em><strong>Rami G. Khouri</strong> è un giornalista ed analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana. E&#8217; direttore dell&#8217;Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l&#8217;American University di Beirut</em></p>
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<p align="justify"><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><a target="_blank" href="http://www.dailystar.com.lb/article.asp?edition_id=10&amp;categ_id=5&amp;article_id=81043">When Arab security chiefs conduct foreign policy</a></p>
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