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	<title>Medarabnews &#187; Dar al-Khaleej</title>
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	<description>Sguardo sulla stampa euro-araba</description>
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		<title>Il Libano e Israele: dalla guerra per l’acqua a quella per il petrolio</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2010/07/05/libano-israele-acqua-petrolio/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 05:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saad Mehio</dc:creator>
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<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/940cebb8-d185-49f0-8247-ce4004997b4d.aspx" target="_blank">لبنان و&#8221;إسرائيل&#8221;: خلط النفط بالماء</a></strong></p>
<p><em>La scoperta di giacimenti sottomarini di petrolio e di gas a cavallo tra le acque territoriali libanesi ed israeliane rischia di essere una nuova ragione di conflitto fra i due</em>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>05/07/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/940cebb8-d185-49f0-8247-ce4004997b4d.aspx" target="_blank">لبنان و&#8221;إسرائيل&#8221;: خلط النفط بالماء</a></strong></p>
<p><em>La scoperta di giacimenti sottomarini di petrolio e di gas a cavallo tra le acque territoriali libanesi ed israeliane rischia di essere una nuova ragione di conflitto fra i due paesi, visto che, mentre il Libano ha rivendicato la propria quota dei giacimenti, Israele ha già cominciato i lavori di prospezione in maniera unilaterale – scrive il giornalista libanese Saad Mehio</em></p>
<p>*** </p>
<p>In passato, il conflitto fra il Libano e Israele aveva ruotato essenzialmente attorno all’acqua dei fiumi Litani e Wazzani, ed alle ambizioni sioniste – risalenti addirittura al 1920 – di annettere il sud del Libano, o perfino di annettere l’intero Libano come una colonia che avrebbe ruotato nell’orbita israeliana.</p>
<p>Questi obiettivi portarono a una serie di guerre, che Israele lanciò contro il Libano: dalle incursioni dei commandos a Beirut nel 1969 all’occupazione del sud del Libano fino al Litani nel 1978, all’invasione di tutto il Libano nel 1982, alla guerra del luglio 2006 legata ai due prigionieri catturati da Hezbollah.</p>
<p>In tutte queste guerre, l’acqua era la parola magica che rappresentava il motivo nascosto alla base del conflitto. Ciò non deve meravigliare, poiché Israele a causa del suo spaventoso consumo idrico per irrigare il deserto, per alimentare le piscine negli insediamenti, e per soddisfare il proprio fabbisogno legato all’industria, soffre di un grave deficit idrico. Se non fosse per lo sfruttamento delle acque del Golan che forniscono agli israeliani circa un quarto del loro fabbisogno, e per le acque della Cisgiordania, essi attualmente morirebbero di sete.</p>
<p>E’ per questo che le risorse idriche del Libano (comprese le abbondanti acque delle Fattorie di Shebaa occupate) emergono come una terza possibile fonte per Israele, nel caso in cui dovessero fallire tutti i progetti attuali di importare acqua dalla Turchia. E’ questo che fa del Libano un oggetto degli appetiti israeliani, anche se tali appetiti dovessero limitarsi alle sole risorse idriche.</p>
<p>Ma tutto questo fa parte dei discorsi del passato, come avevamo accennato. Oggi, al fattore idrico si aggiunge un fattore ancora più pericoloso, che può essere oggetto di conflitto fra le parti: il petrolio.</p>
<p>Tutti gli studi condotti da compagnie occidentali hanno infatti confermato che le acque territoriali libanesi che si estendono dalla città di Tripoli nel nord alla città meridionale di Sidone, con le sue estensioni nelle acque territoriali palestinesi, custodiscono grandi quantità di petrolio e di gas, che alcuni analisti hanno stimato in più di 8 miliardi di barili (nelle sole acque libanesi).</p>
<p>Alcuni di questi giacimenti petroliferi si trovano al confine tra le acque libanesi e quelle della Palestina, ma non appena il segreto petrolifero è diventato di dominio pubblico Israele ha cominciato a sottolineare che tutti i giacimenti scoperti, ed in particolare i campi Tamar e Leviathan scoperti ultimamente nelle acque prospicienti le coste palestinesi, sono esclusivamente di sua proprietà, sebbene le carte nautiche dimostrino che un terzo del Leviathan si trova all’interno delle acque libanesi (e lo stesso vale per il campo Tamar).</p>
<p>E’ dunque prevedibile che Israele alzerà i toni dello scontro petrolifero con il Libano ogni volta che verranno scoperti nuovi giacimenti nelle acque regionali, in conseguenza di quelle che Tel Aviv pretenderà di definire come ingerenze nei suoi giacimenti di petrolio e di gas – similmente alle sue rivendicazioni su parte del fiume Litani a causa del fatto che parte della falda acquifera sotterranea si infiltra nei territori palestinesi.</p>
<p>A questo punto si potrebbe osservare che il nuovo conflitto potrebbe essere risolto attraverso il diritto internazionale, che include la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, del 1982, la quale regola la ripartizione dei bacini marittimi in comune tra gli stati.</p>
<p>Ciò potrebbe essere vero, se non fosse che Israele non è realmente uno stato, quanto piuttosto un esercito che ha la forma di uno stato, motivo per cui esso non si ritiene né giuridicamente né ideologicamente obbligato a sottostare al diritto internazionale. Ed è in effetti proprio in questo modo che si sta comportando attualmente, avendo avviato i lavori di prospezione e di trivellazione in maniera del tutto unilaterale.</p>
<p>Dove potrà portare tutto questo?</p>
<p>A un’unica conclusione: aggiungendo il petrolio all’acqua, il Libano diventa un obiettivo prioritario di Israele. E’ stato così in passato, e lo sarà ancora di più in futuro.</p>
<p><em><strong>Saad Mehio</strong> è una analista politico libanese; scrive abitualmente sul quotidiano “al-Khaleej” degli Emirati Arabi Uniti</em></p>
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		<title>Se la Cina abbandona gli arabi</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2010/06/02/se-cina-abbandona-arabi/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 04:54:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Abdel Zahra al-Rekabi</dc:creator>
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<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/aae6edaa-f776-487f-918b-140bb437fbd4.aspx" target="_blank">الصين تتخلى عن العرب</a></strong></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>21/05/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/aae6edaa-f776-487f-918b-140bb437fbd4.aspx" target="_blank">الصين تتخلى عن العرب</a></strong></p>
<p>Durante la quarta sessione della riunione ministeriale del Forum di cooperazione sino-arabo, recentemente tenutosi nella città cinese costiera di Tianjin, i ministri arabi sono rimasti sorpresi dalla posizione dei responsabili cinesi i quali si sono rifiutati di firmare un documento congiunto con la delegazione araba, che definiva Gerusalemme Est capitale dello Stato palestinese. Ciò ha spinto il segretario generale della Lega Araba Amr Moussa a dichiarare che la Cina deve essere al fianco degli arabi nelle loro questioni, se vuole che gli arabi siano al fianco della Cina nelle questioni che le stanno a cuore.</p>
<p>In realtà, coloro che seguono le relazioni sino-arabe non sono rimasti sorpresi da questa posizione, poiché la Cina ha cominciato progressivamente a desistere dal sostenere gli arabi nelle loro questioni, soprattutto per quanto riguarda la questione palestinese. Questo cambiamento di atteggiamento da parte cinese si esplica in due modi: un sostegno crescente ai suoi legami con Israele, e l’adozione di una posizione che non urti la suscettibilità dello Stato sionista, o quantomeno di una posizione neutrale. A coloro che conoscono l’andamento dei rapporti sino-arabi non sfugge che fare affidamento sulla Cina affinché sostenga le posizioni arabe non ha più molta utilità, dopo le trasformazioni verificatesi nella politica internazionale a partire dagli anni ’90, e soprattutto dopo che la Cina ha allacciato rapporti diplomatici con Israele nel 1992. Da allora, la Cina ha cominciato ad astenersi dal giocare alcun ruolo effettivo nelle sedi internazionali riguardo alla questione palestinese, sebbene fosse un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e malgrado il suo peso demografico nel mondo e la sua ascesa economica, e i suoi buoni rapporti con le diverse parti coinvolte nel conflitto arabo-israeliano. Gli esperti di relazioni sino-arabe sono convinti che sia in atto un tacito cambiamento nella politica cinese riguardo a questo conflitto.</p>
<p>Questo cambiamento della posizione cinese nei confronti degli arabi ha gradualmente assunto tre aspetti: la Cina cerca di non provocare gli arabi nel suo rapporto con lo stato israeliano; cerca di essere equidistante tra le parti in conflitto; e di non provocare Israele nel suo rapporto con gli arabi.</p>
<p>Non vi è dubbio che Tel Aviv abbia prodotto numerosi studi e ricerche allo scopo di cambiare le posizioni dei paesi più influenti del mondo. Certamente la Cina era uno dei paesi su cui Israele aveva messo gli occhi addosso a questo riguardo. Nel corso della IX Conferenza di Herzliya, tenutasi nel febbraio dello scorso anno, strateghi israeliani espressero le loro raccomandazioni circa la necessità di promuovere i rapporti con la Cina la quale, secondo le loro definizioni, dovrà essere “il nuovo alleato strategico” di Israele.</p>
<p>Sembra che sia imperativo, per i responsabili che si occupano delle politiche arabe, riesaminare i rapporti sino-arabi in questa fase, essendo ormai chiaro che gli arabi stanno perdendo un altro alleato. Mentre era in corso il Forum sino-arabo in Cina, infatti, il ministero delle finanze cinese ha annunciato che Israele concederà alla Cina un prestito agevolato del valore di 400 milioni di dollari. Questo prestito rientra nell’ambito del primo protocollo di cooperazione finanziaria, che fu firmato dalle due controparti nel 1995. Allora, il governo israeliano promise di versare un miliardo di dollari sotto forma di prestiti. Di essi, 550 milioni sono stati già consegnati, e sono stati utilizzati per circa 190 progetti in 29 tra provincie, regioni autonome e municipalità cinesi.</p>
<p>Per contro, il segretario generale della Lega Araba Amr Moussa ha affermato che il valore degli scambi commerciali sino-arabi ha superato i 100 miliardi di dollari l’anno scorso, nonostante la crisi finanziaria. Cinesi e arabi hanno ottenuto un aumento considerevole negli scambi bilaterali insistendo sul principio di cooperazione, grazie al quale tali scambi sono passati dai 36,4 miliardi di dollari del 2004 ai 107,4 miliardi dello scorso anno.</p>
<p>A questo punto sorge però un interrogativo: se i rapporti economici fra arabi e cinesi sono fiorenti, perché si è verificato questo cambiamento nella posizione politica della Cina riguardo alle questioni arabe?</p>
<p>La risposta sta nel fatto che negli anni passati le politiche arabe nei confronti della Cina si sono concentrate su questioni diverse dal conflitto arabo-israeliano. In base a questa condotta, era naturale che tale conflitto non fosse oggetto di dibattito nei rapporti con la Cina, e che la Cina si concentrasse di conseguenza sugli aspetti economici distogliendo lo sguardo dalle questioni politiche, in modo da non urtare la suscettibilità di Israele. Per non parlare poi degli instancabili sforzi di Israele che hanno contribuito a modificare la posizione cinese, affinché non fosse più contraria a Tel Aviv. E questo è quanto è effettivamente accaduto ultimamente.</p>
<p><em><strong>Abdel Zahra al-Rekabi</strong> è un giornalista iracheno</em></p>
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		<title>La pace di Obama e la guerra di Netanyahu</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2010/05/12/pace-obama-guerra-netanyahu/</link>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 04:59:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saad Mehio</dc:creator>
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<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/396dba35-08f6-4ff8-a080-a4c8a19c05ff.aspx" target="_blank">سلام أوباما حرب نتنياهو</a></strong></p>
<p>Possono il lupo e l’agnello dormire nello stesso letto? Certamente. Ma uno dei due finirà inevitabilmente nello stomaco dell’altro. La stessa cosa si applica alle questioni della pace e della guerra&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>07/05/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/396dba35-08f6-4ff8-a080-a4c8a19c05ff.aspx" target="_blank">سلام أوباما حرب نتنياهو</a></strong></p>
<p>Possono il lupo e l’agnello dormire nello stesso letto? Certamente. Ma uno dei due finirà inevitabilmente nello stomaco dell’altro. La stessa cosa si applica alle questioni della pace e della guerra secondo la prospettiva israeliana. Questi due concetti contrapposti possono certamente “riposare nello stesso letto”, ma alla fine la guerra divorerà la pace e la ridurrà in macerie.</p>
<p>Le prove di ciò? Ve ne sono a profusione. Gli accordi volti a spezzare il legame fra l’Egitto e la Siria all’indomani della “Guerra di Ottobre” del 1973 portarono direttamente alla guerra di Israele nel sud del Libano nel 1978; la pace di Israele con l’Egitto alla fine degli anni ’70 portò alla più imponente guerra terrestre all’inizio degli anni ’80: l’invasione del Libano nel 1982. Il compromesso di Oslo portò non soltanto a una serie di guerre in Libano e in Palestina, ma anche alle feroci battaglie per gli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, il cui risultato fu di quadruplicare le colonie.</p>
<p>Oggi, Tel Aviv si prepara a una serie di colloqui indiretti con una parte dei palestinesi. Sebbene questi negoziati non porteranno ad alcun accordo – essendo il loro unico obiettivo quello di gettare fumo negli occhi al presidente Obama – il solo fatto che essi abbiano luogo dovrebbe far scattare un campanello d’allarme in tutta la regione.</p>
<p>Lo Stato sionista, attualmente governato da uno dei governi più arrogantemente estremisti sia sotto il profilo della religione che del nazionalismo, ritiene di aver offerto a Obama un’enorme concessione nel momento in cui ha accettato di negoziare su quelle che considera terre bibliche “liberate” dall’occupazione araba. Esso dunque vuole una contropartita altrettanto consistente.</p>
<p>Qual è la natura di questa contropartita? Probabilmente non è nulla di meno del permesso di scatenare una guerra da qualche altra parte, mentre Tel Aviv pretende di lavorare per la pace nel 20% della Palestina storica. L’una deve compensare l’altra. Altrimenti Israele si adopererà rapidamente per trasformare i negoziati con i palestinesi sui confini, sui profughi, e su Gerusalemme, in un dialogo tra sordi condotto da un cieco.</p>
<p>Washington naturalmente si rende conto di questa inflessibile condizione israeliana, perché ne ha conosciute di analoghe negli ultimi cinquant’anni, e le aveva dovute accogliere infinite volte prima di questa. Dunque, la Casa Bianca accetterà anche questa volta?</p>
<p>Se ponessimo questa domanda a Henry Kissinger, risponderebbe con un sì convinto. La scuola di questa “volpe” della diplomazia, che si basa sulle politiche di potenza e sui suoi equilibri, considera la guerra una premessa essenziale della pace, soprattutto in Medio Oriente. Non solo; si dice che i seguaci di Kissinger che governavano a Washington nel 1973 incoraggiarono segretamente lo scoppio della Guerra di Ottobre per “facilitare” dopo di essa la pace tra l’Egitto e Israele, concedendo al primo la legittimità della liberazione ottenuta tramite la forza, e “addomesticando” (sempre con la forza) la seconda per spingerla a rinunciare al Sinai “biblico”.</p>
<p>Qualora la logica kissingeriana vincesse ancora una volta a Washington (e si dice che essa vincerà perché Hillary Clinton è tra i suoi più amorevoli sostenitori), i colloqui di pace israelo-palestinesi saranno effettivamente il lasciapassare per una nuova guerra in Medio Oriente. Questa eventualità potrebbe trasformarsi in una necessità, se gli israeliani dovessero avere l’impressione che Obama faccia davvero sul serio nel suo tentativo di trasformare questi colloqui virtuali in negoziati seri che portino a dei risultati reali.</p>
<p>Certamente: il lupo e l’agnello possono dormire nello stesso letto. Ma ciò di solito non fa altro che rendere il lupo più feroce e sanguinario.</p>
<p><em><strong>Saad Mehio</strong> è una analista politico libanese; scrive abitualmente sul quotidiano “al-Khaleej” degli Emirati Arabi Uniti</em></p>
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		<title>Damasco e Tel Aviv sull’orlo di che cosa?</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2010/02/10/damasco-tel-aviv-orlo-che-cosa/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 05:58:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saad Mehio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>07/02/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/f7c39b57-82d0-4e89-8708-c16eeaf64b8b.aspx" target="_blank">دمشق وتل أبيب على حافة ماذا؟</a></strong></p>
<p>Non è la prima volta che Siria e Israele danzano sull’orlo della guerra, proprio al culmine delle voci che parlano di una possibile pace fra i due paesi.</p>
<p>E&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>07/02/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/f7c39b57-82d0-4e89-8708-c16eeaf64b8b.aspx" target="_blank">دمشق وتل أبيب على حافة ماذا؟</a></strong></p>
<p>Non è la prima volta che Siria e Israele danzano sull’orlo della guerra, proprio al culmine delle voci che parlano di una possibile pace fra i due paesi.</p>
<p>E non sarà l’ultima volta che la distanza tra la pace e la guerra sarà praticamente uguale fra Damasco e Tel Aviv.</p>
<p>Era questa la situazione fra le due capitali quando gli accordi per la separazione delle forze nel Golan, che erano stati supervisionati da Henry Kissinger all’indomani della guerra del 1973, congelarono gli equilibri strategici fra i due paesi. A quell’epoca, né una guerra totale era all’orizzonte né una pace complessiva era possibile, e neanche auspicata.</p>
<p>E’ vero che l’invasione israeliana del Libano nel 1982 scosse questo equilibrio, soprattutto quando le forze israeliane entrarono nella Bekaa e assediarono Beirut. Tuttavia tale equilibrio non fu compromesso del tutto. Ben presto Tel Aviv pose fine a quello che rappresentava un superamento dell’implicita linea rossa che era stata tracciata con Damasco nel 1976, e la situazione ritornò all’impasse strategica abituale.</p>
<p>E’ vero anche che entrambe le parti si impegnarono in numerose guerre “per procura” nel corso degli ultimi 30 anni, ma esse somigliavano più che altro alla passata guerra fredda fra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, in cui lo scontro diretto non era immaginabile, e lasciava spazio ad una serie di guerre “combattute da terzi”.</p>
<p>Ciò significa forse che le recenti reciproche minacce scambiate fra Damasco (per bocca del presidente Bashar al-Assad e del suo ministro degli esteri Walid al-Muallim) e Tel Aviv (attraverso il ministro degli esteri Lieberman) sono solo scarabocchi temporanei sulla lavagna della stabile paralisi strategica fra i due paesi?</p>
<p>Sì, o almeno questa è la cosa più probabile.</p>
<p>Malgrado ciò, questo scambio di minacce non è scollegato dagli sviluppi complessivi in Medio Oriente; al contrario, probabilmente è proprio al centro di tali sviluppi.</p>
<p>Quando il presidente siriano ha ammonito che Israele spinge la regione verso la guerra invece che verso la pace, parlava in primo luogo delle notizie legate ai piani militari israeliani per colpire l’Iran, e con esso forse anche il Libano, ed esprimeva in secondo luogo (anche se implicitamente) il proprio timore che la Siria venga trascinata in questo nuovo incendio regionale.</p>
<p>Quando Lieberman ha minacciato non soltanto una possibile guerra con la Siria, ma anche un cambio di regime in quel paese, stava a sua volta cercando di intimidire Damasco per distoglierla dalla possibile idea di intromettersi nel caso in cui Israele dovesse scatenare questo nuovo incendio nella regione. A ciò bisogna aggiungere che Lieberman stava cercando, a quanto sembra, di ostacolare quegli orientamenti che all’interno dell’establishment militare e di sicurezza israeliano sono propensi a siglare una pace con la Siria (che includa la restituzione del Golan) con l’obiettivo di avere mano libera per scontrarsi con l’Iran ed i suoi alleati nel Vicino Oriente arabo.</p>
<p>La questione, dunque, non riguarda un’eventuale guerra diretta fra la Siria e Israele, ma le complicazioni che un’eventuale deflagrazione bellica regionale potrebbe avere riguardo alla paralisi strategica esistente fra i due paesi. Fonti attendibili affermano che Damasco mette in conto la possibilità che Tel Aviv compia azioni militari in profondità in Libano, che potrebbero giungere a un livello analogo a quello della guerra del 1982. Questa possibilità trascinerebbe inevitabilmente la Siria nel baratro dello scontro.</p>
<p>Perché? Semplicemente perché sviluppi di questo genere costituirebbero una violazione degli equilibri strategici fra i due paesi da un lato, e dall’altro rappresenterebbero una notevole minaccia al ruolo regionale della Siria, la quale non si è ancora ripresa del tutto dalle conseguenze della “congiura” franco-americana ai suoi danni nel 2004, che costrinse Damasco a ritirarsi militarmente dal Libano.</p>
<p>Sono questi elementi, precisamente, che conferiscono un carattere nuovo al recente scambio di minacce fra Siria e Israele, e che allo stesso tempo rivelano la fragilità e l’instabilità dello status quo in Medio Oriente.</p>
<p><em><strong>Saad Mehio</strong> è una analista politico libanese; scrive abitualmente sul quotidiano “al-Khaleej” degli Emirati Arabi Uniti</em></p>
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		<title>Il pericolo dell’islamofobia</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2009/12/09/pericolo-islamofobia/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 05:52:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hussam Kanafani</dc:creator>
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<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/f87a4112-9995-4202-9a96-9dcdc5059cbf.aspx" target="_blank">خطر الإسلاموفوبيا</a></strong></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>03/12/2009</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/f87a4112-9995-4202-9a96-9dcdc5059cbf.aspx" target="_blank">خطر الإسلاموفوبيا</a></strong></p>
<p>Non è possibile guardare al recente referendum in Svizzera per vietare i minareti come al semplice risultato di una tendenza di destra in un paese europeo noto per il suo multiculturalismo, soprattutto se si tiene conto che le reazioni che hanno accompagnato i risultati del referendum confermano il timore che il fenomeno che è ormai noto come “islamofobia” possa diffondersi in Europa. </p>
<p>E’ da questa angolazione che è possibile leggere la condanna europea ed occidentale nei confronti della decisione svizzera di vietare i minareti. Questa condanna deriva dal diffuso timore a livello europeo che il fenomeno dell’islamofobia possa propagarsi ed influenzare pesantemente la vita sociale dei paesi europei, nei quali sono presenti un gran numero di musulmani, vecchi e nuovi immigrati, ma anche convertiti.</p>
<p>Le avvisaglie di una diffusione di questo fenomeno hanno cominciato a mostrarsi poco a poco. Malgrado l’unanimità ufficiale in Europa nel rifiutare la decisione popolare svizzera, le voci di destra in alcuni paesi hanno cominciato a esortare a seguire l’esempio della confederazione elvetica. La prima di queste voci di destra si è fatta sentire in Olanda, dove il leader del Partito per la Libertà, Geert Wilders, ha annunciato che avrebbe chiesto al governo di convocare un referendum per vietare la costruzione dei minareti, e ha invitato anche a proibire il Corano. Egli ha affermato di ritenere che l’Europa si trovi di fronte a un pericolo di “islamizzazione”, e ha definito “retrograda” la cultura islamica.</p>
<p>Potrebbe non volerci molto tempo perché vengano lanciati altri appelli di questo genere in altri paesi europei, nei quali si sta assistendo all’affermazione di un’ondata di destra, e a un declino della sinistra. Quest’ondata di destra ha fra le sue caratteristiche una propensione anti-islamica, come ha dimostrato <strong><a href="http://www.medarabnews.com/2009/07/02/la-barriera-del-burka-in-francia/" target="_blank">l’episodio francese</a></strong> in cui il niqab (<em>il velo che copre il volto (N.d.T.)</em> ) è stato definito come una minaccia, e più recentemente <strong><a href="http://www.medarabnews.com/2009/07/12/l%e2%80%99europa-e-realmente-islamofoba/" target="_blank">l’uccisione dell’egiziana Marwa el-Sherbini</a></strong> in Germania. Finora si era trattato di eventi locali o di gesti individuali, tuttavia ciò che è accaduto in Svizzera preannuncia un salto di qualità, attraverso l’affermazione di provvedimenti legislativi a livello nazionale.</p>
<p>Questi sviluppi rappresentano un monito per i responsabili europei, i quali hanno accolto i risultati del referendum con un senso di “shock”. Questo shock potrebbe non derivare soltanto dai risultati, ma dalle conseguenze che essi potrebbero avere per gli altri paesi europei in cui si è assistito a un crescendo dell’ondata anti-islamica, la quale, secondo un ricercatore svizzero, avrebbe ormai un impatto superiore ai fenomeni di antisemitismo.</p>
<p>L’islamofobia è il fenomeno di oggi, è un termine che verrà utilizzato ogni giorno di più, fino ad occupare il primo posto nelle preoccupazioni europee, a meno che non vengano presi provvedimenti di sensibilizzazione culturale e non venga propagandata l’idea della convivenza fra le religioni, per la quale l’Europa si distingueva fino a pochi anni fa. Si tratta di misure che devono essere adottate rapidamente, prima che l’estremismo diventi l’unico padrone della situazione.</p>
<p><em><strong>Hussam Kanafani</strong> è un giornalista libanese; scrive abitualmente sul quotidiano degli Emirati Arabi “Dar al-Khaleej”</em></p>
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		<title>Libano: governo di “concordia nazionale”, o di “concordia regionale”?</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2009/11/17/libano-governo-concordia-nazionale-o-regionale/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 06:36:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saad Mehio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
		<category><![CDATA[Dar al-Khaleej]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>17/11/2009</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/3cb6eb3f-151c-4e35-a44d-489e9561d920.aspx" target="_blank">&#8220;إن شاء الله&#8221;  اليوم، غداً</a></strong></p>
<p><em>L’attuale governo libanese è soltanto il risultato di un accordo regionale – sostiene il giornalista Saad Mehio. In realtà la politica libanese continua a trovarsi in una fase di “coma</em>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>17/11/2009</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/3cb6eb3f-151c-4e35-a44d-489e9561d920.aspx" target="_blank">&#8220;إن شاء الله&#8221;  اليوم، غداً</a></strong></p>
<p><em>L’attuale governo libanese è soltanto il risultato di un accordo regionale – sostiene il giornalista Saad Mehio. In realtà la politica libanese continua a trovarsi in una fase di “coma profondo”, che può sfociare in ogni momento in una spaventosa destabilizzazione – scrive l’editorialista libanese Saad Mehio</em></p>
<p>***</p>
<p>Governo di “concordia nazionale” in Libano? Diciamo piuttosto governo di “concordia regionale ed internazionale”; o governo di ristretti interessi economici; o governo delle contrattazioni settarie prima ancora che storiche.</p>
<p>Potrebbe apparire come un giudizio severo, per un governo ancora allo stato embrionale, guidato da un primo ministro giovane, che non ha ancora raggiunto i quarant’anni di età, e che ha espresso grande entusiasmo di fronte alla sfida di trasformare il suo esecutivo da governo di gestione delle crisi a governo di costruzione dello stato (come ha detto egli stesso).</p>
<p>Tutto questo può essere vero, tuttavia il giudizio è realistico.</p>
<p>Infatti, tutti sanno che questo governo non avrebbe visto la luce senza il vertice di Damasco degli inizi del mese scorso, fra il re saudita Abdullah bin Abdul Aziz e il presidente siriano Bashar al-Assad, durante il quale fu raggiunto l’accordo per la redistribuzione delle quote e degli incarichi nel paese dei cedri.</p>
<p>E tutti sanno della volontà del presidente Assad di costituire il governo prima del previsto vertice con il presidente francese Sarkozy. Assad infatti sapeva che quest’ultimo avrebbe usato il governo come una carta per esercitare pressioni su di lui.</p>
<p>Quanto all’ “accordo” sugli interessi economici e sulle contrattazioni settarie, il loro ruolo è stato subordinato all’accordo internazionale e regionale. E questo è un fatto intuitivo. Infatti com’è possibile “dividere il formaggio” (secondo la famosa espressione dell’unico uomo di stato nella storia libanese, Fouad Chehab (<em>fu presidente della repubblica libanese dal 1958 al 1964 (N.d.T.)</em> ) tra i parenti, se i “cuochi” all’estero non si sono ancora accordati sulla decisione di cuocerlo?</p>
<p>Inoltre: la crisi per la definizione del governo è durata 4 mesi e 12 giorni, mettendo a nudo la distanza che ormai separa la politica dai politici e la cittadinanza dai cittadini in Libano. Si tratta in effetti di una distanza siderale.</p>
<p>I politici non danno alcun peso alla democrazia ed alle elezioni, perché sanno di essere giunti nel paradiso della classe di governo su un piatto d’argento regionale ed internazionale. Essi dunque tengono in poco conto i propri elettori, e santificano i propri protettori regionali. I cittadini sono invece ormai apolitici o anti-politici. Ma siccome la maggior parte di essi appartiene a una mentalità settaria o confessionale, ben presto essi accettano ciò che hanno approvato i loro leader “eletti”, purché vada a danno delle altre fazioni.</p>
<p>Quanto alla politica vera, il suo cuore ha ormai cessato di battere in Libano, dopo che per un breve periodo fra il 2005 e il 2008 era parso a tutti che questo paese “piccolo geograficamente, ma importante a livello internazionale” (come disse Metternich) avesse intrapreso, per la prima volta dalla sua indipendenza, il cammino verso la vera democrazia. </p>
<p>Questo è il Libano – molti si affretteranno a dire. Fu così fin da quando nacque la provincia libanese all’ombra dei paesi europei a metà del XIX secolo, poi all’ombra della Francia negli anni ’20 del XX secolo, e poi all’ombra degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e della Siria nel 1989. Ma era così perfino durante l’epoca ottomana durata quattro secoli, quando i sultani imponevano il loro controllo su queste regioni montuose e riottose giocando sui contrasti fra i loro abitanti.</p>
<p>Ma fino a quando ciò che è stato continuerà a ripetersi in maniera immutata, che ragione c’è di lamentarsi e “brontolare”?</p>
<p>Una ragione logica, e molto importante: il coma e l’impasse della politica in questo paese non rimangono tali a lungo senza conseguenze, ma possono sfociare in ogni momento in una spaventosa destabilizzazione, ogniqualvolta i “patroni” esteri del Libano avranno interesse a che questo avvenga. Ciò rende il Libano molto simile ad una bomba ad orologeria, sempre in attesa di colui che deciderà di farla esplodere.</p>
<p><em><strong>Saad Mehio</strong> è una analista politico libanese; scrive abitualmente sul quotidiano “al-Khaleej” degli Emirati Arabi Uniti</em></p>
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		<title>La sudditanza dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti d’America</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2009/06/07/la-sudditanza-dell%e2%80%99europa-nei-confronti-degli-stati-uniti-d%e2%80%99america/</link>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2009 07:04:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ghassan al-Azzi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Euro-Arab Relations]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>07/06/2009</p>
<p><strong>L’Unione Europea possiede la forza per contribuire a formulare le regole del gioco nell’arena internazionale, quantomeno per il fatto di essere il mercato più grande del mondo, oltre che un esempio di unione regionale unico nella storia. Tuttavia, se</strong>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>07/06/2009</p>
<p><strong>L’Unione Europea possiede la forza per contribuire a formulare le regole del gioco nell’arena internazionale, quantomeno per il fatto di essere il mercato più grande del mondo, oltre che un esempio di unione regionale unico nella storia. Tuttavia, se essa non si sbarazza della propria sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, è come se contribuisse essa stessa alla persistente instabilità mondiale malgrado la fine della Guerra Fredda – sostiene il professore libanese Ghassan al-Azzi</strong></p>
<p>***</p>
<p>L’Unione Europea non è uno stato né una nazione, e nemmeno un’unione federale sebbene contenga elementi di amministrazione federale come la moneta unica, i confini aperti fra un ampio numero di paesi che la compongono, e un’unica identità politica e culturale che viene promossa fra i suoi cittadini. Quella dell’Unione è un’esperienza unica nel suo genere nella storia delle relazioni internazionali, che tuttavia non si è ancora completata. Eppure, malgrado la sua enorme estensione, e malgrado la sua potenza economica, L’Unione Europea è ancora ritenuta un “nano politico” e militare.</p>
<p>Ciò non è dovuto al fatto che l’Unione manca di elementi di forza che le permettano di essere un “gigante” politico nel panorama internazionale, ma piuttosto a ciò che in psicologia viene chiamato un “complesso di inferiorità”, ed in particolare nei confronti del suo “fratello maggiore” americano, che è diventato l’autorità di riferimento per tutto ciò che gli europei intraprendono o concepiscono. Quando alcuni paesi europei si sono fatti promotori della trasformazione dell’Unione in un’entità federale, il paragone di riferimento erano gli Stati Uniti; quando hanno formulato la costituzione comune prima di sottoporla a referendum popolare, hanno detto che essa somigliava alla costituzione approvata dagli americani alla famosa Convenzione di Filadelfia del 1787; quando hanno promosso l’idea del “presidente” dell’Unione Europea hanno rievocato George Washington.</p>
<p>Vi è addirittura chi dice che l’allargamento stesso dell’Unione era originariamente un’idea sponsorizzata da Washington nell’ambito di una strategia mirante ad ampliare l’area di stabilità e democrazia dopo la fine della seconda guerra mondiale – una strategia che non è cambiata con la fine della Guerra Fredda. Costoro sostengono che Washington vorrebbe estendere l’Unione fino a farle comprendere l’intero continente, insieme alla Turchia ed al Caucaso, naturalmente con l’eccezione della Russia. L’allargamento della NATO fino ai confini della Russia starebbe a ricordare agli europei che gli Stati Uniti vanno avanti, con o senza di loro, nell’ampliamento dell’alleanza occidentale che l’America di fatto continua a guidare malgrado gli insuccessi a cui sono andati incontro i suoi piani politici e militari.</p>
<p>La sudditanza a cui gli europei sono ormai abituati nei confronti degli Stati Uniti fin dalla seconda guerra mondiale ha influenzato la loro visione dell’Europa stessa. L’Europa vuol essere soltanto una potenza economica lasciando lo sforzo militare – e di conseguenza politico – all’alleato americano, o vuole percorrere la strada che conduce – come vorrebbe la Francia – alla creazione di una potenza europea indipendente che conservi rapporti di amicizia, ma su un piano di pari dignità, con i suoi alleati?</p>
<p>L’esplosione della Iugoslavia, e le crisi dell’Iraq, del Kosovo e della Georgia, hanno dimostrato chiaramente la ristrettezza della visione geostrategica europea comune di fronte ai chiari e ben definiti obiettivi americani.</p>
<p>Malgrado la chiarezza che ha caratterizzato le posizioni europee nei confronti del conflitto arabo-israeliano, soprattutto a partire dalla famosa Dichiarazione di Venezia del 1980, le azioni europee si mantengono entro i limiti dei desideri americani, notoriamente parziali a favore dell’occupazione israeliana. In Medio Oriente le posizioni dell’Europa sembrano essere completamente differenti da quelle degli Stati Uniti, tuttavia essa non muove un dito per tradurre in pratica queste posizioni di principio, abdicando nei confronti di Washington, a cui gli europei hanno lasciato il compito di “mediatore” pur sapendo quanto gli Stati Uniti siano lontani dall’imparzialità e dall’equanimità necessarie per ricoprire un simile ruolo.</p>
<p>Se guardiamo alla scena mondiale, vediamo che l’Unione Europea ha tessuto rapporti economici, politici e di sicurezza molto più ampi di quanto non abbiano fatto gli Stati Uniti, i quali non godono della stessa credibilità di cui godono gli europei agli occhi di molti popoli e paesi del mondo. Innanzitutto vi è un numero non esiguo di stati, come la Turchia, il Marocco, l’Ucraina, la Georgia ed altri, che si augurano di entrare a far parte dell’Unione, e che sono disposti a soddisfare le condizioni che questa adesione richiede. L’UE ha firmato accordi di partnership e di cooperazione con la Russia e con quasi tutti i paesi del Mediterraneo, accordi economici e di sicurezza con i paesi del Golfo Persico, accordi di cooperazione bilaterale con un gran numero di paesi dell’Asia, e si è legata ad un piano di pace e di sicurezza con gli stati dell’Unione Africana, ed anche al dialogo euro-asiatico.</p>
<p>In un mondo contraddistinto dalla “potenza relativa” – come l’ha definita il politologo francese Pierre Hassner – l’Unione Europea possiede la forza per contribuire a formulare le regole del gioco nell’arena internazionale, quantomeno per il fatto di essere il mercato più grande del mondo, ed un esempio di unione regionale unico nella storia, fondato sul principio della democrazia consensuale. Tuttavia, se essa non si sbarazza della propria sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, è come se contribuisse essa stessa alla persistente instabilità mondiale malgrado la fine della Guerra Fredda, ed in assenza di soluzioni alle crisi che minacciano questa stabilità in ogni momento.</p>
<p><em><strong>Ghassan al-Azzi</strong> è professore di scienze politiche presso l’Università Libanese; scrive abitualmente sul quotidiano “al-Khaleej” degli Emirati Arabi Uniti</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.alkhaleej.ae/portal/b2ab3494-d26f-41ad-a28a-f18fd9eee9a7.aspx" target="_blank">التبعية الأوروبية للولايات المتحدة<br />
</a></strong></p>
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		<title>I regimi arabi e l’occasione per una revisione storica</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Dec 2008 06:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Awni Farsakh</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>21/12/2008</p>
<blockquote><p><strong>L’attuale situazione internazionale rappresenta un’occasione unica per compiere una radicale revisione del sistema regionale arabo e dei suoi regimi statali – sostiene l’intellettuale palestinese Awni Farsakh. Questa revisione dovrebbe comprendere la riforma dei rapporti inter-arabi, un rinnovato approccio al</strong></p></blockquote><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>21/12/2008</p>
<blockquote><p><strong>L’attuale situazione internazionale rappresenta un’occasione unica per compiere una radicale revisione del sistema regionale arabo e dei suoi regimi statali – sostiene l’intellettuale palestinese Awni Farsakh. Questa revisione dovrebbe comprendere la riforma dei rapporti inter-arabi, un rinnovato approccio al conflitto arabo-israeliano, e la promozione dell’istruzione e della ricerca scientifica nei paesi arabi</strong></p></blockquote>
<p>L’appello al “cambiamento” che Obama ha lanciato con successo è indice dell’aspirazione americana a radicali trasformazioni economiche e sociali che siano in armonia con il cambiamento demografico avvenuto a vantaggio degli americani di origine africana, latinoamericana ed asiatica. Nel frattempo, la crisi finanziaria e la recessione economica nel mercato americano sono un altro segnale del crollo imminente dei sogni imperiali dei neocon – siano essi repubblicani o democratici – e della fine della fase dell’unipolarismo americano. Inoltre, in molti riconoscono che il mondo si trova sull’orlo di cambiamenti radicali negli equilibri di forza e negli orientamenti economici e sociali. Forse Sarkozy è quello che si esprime con maggior precisione a proposito dei cambiamenti futuri, quando afferma che non ci si può più basare  sui logori modelli del passato.</p>
<p>Se questo è vero per quanto riguarda la Francia e l’Unione Europea – come si può dedurre dalle parole del presidente francese – ciò è ancor più appropriato per quanto riguarda il sistema regionale arabo, che è quello che ha maggiormente bisogno ed urgenza di rivedere, modificare e superare la condizione arretrata e la situazione di crisi che gli Stati arabi attraversano a molti livelli. E questo è ciò che i rapporti sullo sviluppo umano nel mondo arabo, pubblicati dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), ed altri rapporti dei centri di ricerca arabi e internazionali, hanno messo in evidenza, ammonendo sulle conseguenze di questa situazione. Alcune figure rappresentative, dall’indubitabile patriottismo e dalla comprovata capacità intellettuale, sono giunte ad un tale livello di scoramento da affermare che il cittadino arabo è ormai prigioniero di una situazione politica e sociale arretrata, e non possiede gli strumenti per superarla. A questo punto, l’interrogativo centrale è il seguente: i venti del cambiamento che soffiano ai quattro angoli del pianeta scuoteranno anche il sistema regionale arabo, oppure la situazione dei politici arabi è simile a quella di un monte non scalfito dal vento?</p>
<p>Nel cercare di dare una risposta a questo interrogativo, osservo innanzitutto che l’arretratezza araba non è assolutamente imputabile a un difetto nella natura degli arabi, tant’è vero che circa 750.000 arabi occupano posizioni eminenti nelle università e nei centri di ricerca europei e americani più avanzati, e competono per le posizioni di leadership. Inoltre, il ruolo svolto dagli arabi nella storia della civiltà umana rappresenta la prova decisiva che l’eredità arabo-islamica non è in nessun modo la causa dell’inadeguatezza delle società arabe contemporanee. Ciò fornisce una prova inequivocabile del fatto che l’arretratezza del sistema regionale arabo e dei suoi regimi statali è il risultato dell’incapacità dei politici – in particolare – e delle elite – in generale – di impiegare al meglio ciò che la nazione araba possiede in termini di capacità umane e di patrimonio culturale. E questa non è che l’amara conseguenza delle politiche adottate a seguito della Guerra del Kippur, e della cultura della sconfitta  che si è diffusa in tutti i paesi arabi dopo il cambiamento sostanziale verificatosi nel ruolo nazionalista panarabo dell’Egitto (<em>a seguito della firma del trattato di pace con Israele (N.d.T.)</em> ). Alla luce dei dati della situazione internazionale e regionale, è possibile affermare che è maturata per il sistema regionale arabo, come per i singoli regimi statali, l’occasione storica di compiere una revisione ed un cambiamento a diversi livelli.</p>
<p>Sul piano delle relazioni regionali ed internazionali, disponiamo ormai di un grado maggiore di indipendenza decisionale, a patto di rivedere in maniera radicale i rapporti inter-arabi al fine di rimetterli al passo coi tempi, dato che i blocchi regionali sono ormai gli unici in grado di adempiere ai bisogni dei cittadini (che crescono ad un ritmo superiore rispetto a quello delle entrate nazionali), e, di conseguenza, di raggiungere un elevato grado di efficienza regionale ed internazionale. Considerando l’esperienza araba a partire dalle trattative di Alessandria per la creazione della Lega Araba nell’autunno del 1944, risulta chiaro che l’eccessivo valore attribuito alla sovranità nazionale ha rappresentato un ostacolo essenziale all’integrazione che si intendeva raggiungere attraverso la creazione della Lega. Il triste paradosso è che coloro i quali avevano attribuito un maggior valore alla sovranità nazionale rispetto all’integrazione e al coordinamento inter-arabo non hanno mostrato, nella maggior parte dei casi, alcun interesse alla salvaguardia di questa sovranità nazionale di fronte alle ingerenze esterne regionali e internazionali, ed in particolare alle ingerenze americane e israeliane.</p>
<p>La revisione più doverosa e urgente da compiere è quella delle posizioni ufficiali arabe riguardo al conflitto arabo-sionista, alla luce di una lettura oggettiva della realtà in tutti i suoi  aspetti. Infatti, non sfuggono ormai a nessuno gli effetti disastrosi degli accordi di Camp David e di Oslo, e l’inutilità delle interminabili trattative e della serie di concessioni gratuite sulle quali il gruppo di Oslo continua a basarsi con il beneplacito ufficiale degli arabi. Allo stesso modo, è ormai evidente la falsità delle leggende circa la superiorità sionista, così come è manifesto il venir meno del potere di deterrenza israeliano di fronte al ruolo e all’impatto crescente della resistenza. Sono molte le avvisaglie che indicano che il tempo non gioca a favore dell’entità coloniale sionista. L’ultima dimostrazione di ciò è quanto ha scritto Uri Savir, ex-direttore generale del Ministero degli Affari Esteri israeliano, sul quotidiano Maariv il 30 novembre 2008, e cioè che “il tempo non gioca a nostro vantaggio”. La posizione dei professori delle università britanniche nei confronti delle università israeliane, e l’accoglienza riservata a Shimon Peres dagli studenti di Oxford, che lo ritengono un criminale di guerra, denotano l’inizio di un cambiamento nelle posizioni degli intellettuali europei di fronte all’entità sionista. All’orizzonte non si vede nulla che suggerisca che il “processo di pace” che Bush ha lasciato in eredità a Obama possa aver successo. Infatti, l’alleanza americano-sionista non è più in grado di imporre un compromesso alle proprie condizioni, mentre la resistenza è ancora lontana dall’essere in grado di ottenere una porzione minima dei diritti legittimamente rivendicati dagli arabi. Perciò il conflitto continua. Se i regimi arabi aspirano realmente ad una “pace complessiva e giusta”, l’unico modo per raggiungerla è interrompere qualsiasi forma di riconciliazione e di normalizzazione, di accogliere le iniziative popolari a sostegno della resistenza, e di spezzare l’assedio imposto alla Striscia di Gaza. In questo modo l’alleanza americano-sionista sarà costretta a offrire le concessioni richieste. In caso contrario, si inaspriranno i conflitti inter-arabi.</p>
<p>Non meno importante e urgente è una revisione radicale dell’allarmante situazione dello sviluppo umano in tutte le regioni arabe, sia in relazione alla diffusione dell’analfabetismo che al declino delle università e dell’istruzione nel suo complesso – ed in particolar modo all’emarginazione della lingua araba ed all’alterazione dei programmi di storia e di educazione civica e religiosa nell’ambito dei programmi scolastici e accademici. A ciò si aggiunga la limitatezza della spesa per la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti, e la quasi totale assenza di fondi per la ricerca scientifica. Alla nazione araba non mancano le capacità umane qualificate e le possibilità materiali per produrre una rivoluzione scientifica e culturale, senza la quale nessun paese arabo potrà colmare il divario tra la propria arretratezza e il progresso scientifico e conoscitivo contemporaneo.</p>
<p>Vi sono molti aspetti della situazione araba che necessitano di una revisione radicale. Tuttavia, se si riuscisse a perseguire con successo i quattro punti illustrati precedentemente, ciò fornirebbe la base per progredire sul lungo percorso che dobbiamo compiere al fine di superare l’attuale condizione di crisi. A questo punto, l’ultimo interrogativo è: sapranno i politici arabi approfittare della storica occasione di cambiamento, o questa possibilità gli è preclusa?</p>
<p><em><strong>Awni Farsakh</strong> è un intellettuale palestinese residente negli Emirati Arabi Uniti; scrive abitualmente sul quotidiano ‘Dar al-Khaleej’</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://www.alkhaleej.ae/portal/2353afe7-9322-49ee-9f9c-7c4894c1b038.aspx">النظام العربي والفرصة التاريخية للمراجعة <br />
</a></strong></p>
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		<title>Il 2009 e l’enigma siriano</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2008 06:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saad Mehio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
		<category><![CDATA[Dar al-Khaleej]]></category>
		<category><![CDATA[Syria]]></category>
		<category><![CDATA[Arab-Israeli Conflict]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Israel]]></category>
		<category><![CDATA[Peace Process]]></category>
		<category><![CDATA[Saudi Arabia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>09/12/2008</p>
<blockquote><p><strong>Il prossimo anno sarà determinante per capire quale posizione deciderà di assumere Damasco all’interno dello scacchiere mediorientale. Ma a determinare l’esito di questa decisione non saranno né gli Stati Uniti né le diverse correnti politiche siriane – sostiene l’analista</strong></p></blockquote><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>09/12/2008</p>
<blockquote><p><strong>Il prossimo anno sarà determinante per capire quale posizione deciderà di assumere Damasco all’interno dello scacchiere mediorientale. Ma a determinare l’esito di questa decisione non saranno né gli Stati Uniti né le diverse correnti politiche siriane – sostiene l’analista libanese Saad Mehio – quanto, piuttosto, i futuri orientamenti politici di Israele</strong></p></blockquote>
<p>.</p>
<p>Il grande enigma che dominerà l’agenda del 2009 è il futuro della Siria o, per meglio dire, il destino del ruolo siriano in Medio Oriente.</p>
<p>Perché la Siria?</p>
<p>Perché essa uscirà dal 2008 così come vi è entrata: un paese dall’appartenenza indefinita, in una regione che assiste ad un’aspra contrapposizione fra l’America e l’Iran; un paese in bilico tra due orientamenti, in un mondo che si presume ormai orientato a senso unico.</p>
<p>Nel corso dei due anni passati, la Siria è sempre stata ai primi posti nell’agenda delle potenze coinvolte nel conflitto mediorientale. Il regime di Damasco è infatti il primo (ed ultimo) alleato dell’Iran nella regione, il principale sostenitore di Hezbollah, il protettore dell’ala di Hamas in esilio. Ma tale regime è anche la controparte negoziale di Israele, il protagonista di una rinnovata amicizia con la Francia, l’amichevole vicino della Turchia, e l’interlocutore segreto di numerosi ambienti americani, sia all’interno del Dipartimento di Stato che altrove.</p>
<p>L’unica eccezione a tutta questa “ginnastica diplomatica” è rappresentata dalla crisi dei rapporti con Riyadh, le cui cause ed i cui obiettivi rimangono a tutt’oggi avvolti nel mistero e nell’incertezza. Se Damasco è stata in grado a tal punto di conciliare gli opposti, come mai non è riuscita ad integrare anche l’Arabia Saudita in questa sintesi? (<em>sulla crisi siro-saudita si possono consultare i seguenti articoli: <strong><a target="_blank" href="http://www.medarabnews.com/2008/10/14/la-siria-sfida-apertamente-l’arabia-saudita/">“La Siria sfida apertamente l’Arabia saudita”</a></strong> , e </em><a target="_blank" href="http://www.medarabnews.com/2008/03/29/perche-l’arabia-saudita-non-ha-piu-bisogno-della-siria/"><em><strong>“Perché l’Arabia Saudita non ha più bisogno della Siria”</strong> </em></a><em> (N.d.T.)</em> )</p>
<p>Tuttavia, l’interrogativo più importante che ci poniamo attualmente non è questo, ma un altro: nei prossimi mesi, come deciderà di posizionarsi Damasco, rispetto ai due fronti contrapposti di cui abbiamo parlato sopra? Questo interrogativo è di grande importanza perché tale decisione risulterà ben presto vincolante, per le seguenti ragioni:</p>
<p>1) In Israele si affrettano i passi finalizzati ad operare un cambiamento nella natura del conflitto mediorientale, soprattutto attraverso una pace con la Siria e l’accettazione dell’iniziativa di pace araba. A tale proposito sarà determinante sapere fino a che punto l’establishment militare israeliano, che spinge in questa direzione, sarà in grado di influenzare le forze della destra “ideologica” israeliana, ed in particolar modo il Likud.</p>
<p>2) Di fronte all’eventualità che si delinei un accordo irano-americano a partire dall’Iraq, Tel Aviv potrebbe orientarsi verso un compromesso a spese della sua leadership esclusiva in Medio Oriente, oppure verso il tentativo di ostacolare un accordo del genere, o di rovesciare gli equilibri nella regione attraverso il raggiungimento di un accordo di pace con la Siria.</p>
<p>3) Vi è infine la possibilità che nei prossimi mesi si inasprisca il noto “conflitto storico” per la Siria, essendo Damasco l’ago della bilancia di tutti gli equilibri mediorientali (<em>a proposito delle implicazioni del ruolo geopolitico di Damasco in Medio Oriente si può consultare l’articolo </em><a target="_blank" href="http://www.medarabnews.com/2008/05/16/il-conflitto-per-la-siria/"><strong><em>“Il conflitto per la Siria”</em></strong></a><em> , dell’analista egiziano Mustafa el-Labbad (N.d.T.) </em>).</p>
<p>Tutti questi fattori stanno a significare una cosa sola: i prossimi mesi potrebbero decidere in maniera definitiva il futuro della Siria o, per meglio dire, la posizione della Siria nello scacchiere mediorientale. Tuttavia, tale posizione non verrà decisa né dalle scelte della nuova amministrazione americana (perfino se quest’ultima dovesse propendere per l’apertura di un dialogo diretto con Damasco, nel contesto della nuova strategia americana in Iraq), né dalle scelte e dai conflitti interni alle diverse correnti siriane. A decidere la posizione siriana sarà invece l’esito degli “sforzi interpretativi” israeliani riguardanti la nuova natura del conflitto in Medio Oriente, e la natura delle alleanze da impiegare in questo conflitto.</p>
<p>Gli occhi di tutti sono dunque rivolti a quello che sta attualmente succedendo in Israele.</p>
<p><em><strong>Saad Mehio</strong> è una analista politico libanese; scrive abitualmente sul quotidiano “al-Khaleej” degli Emirati Arabi Uniti</em></p>
<p><strong>Titolo originale: </strong></p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://www.alkhaleej.ae/portal/63881d45-4827-49b5-a965-cb0a1c0d2bfb.aspx">اللغز السوري لن يبقى لغزاً<br />
</a></strong></p>
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		<title>L’Iraq e il Patto di Sicurezza con gli Stati Uniti</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 05:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saad Mehio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
		<category><![CDATA[Dar al-Khaleej]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Fatwa]]></category>
		<category><![CDATA[Military]]></category>
		<category><![CDATA[Political Thought]]></category>
		<category><![CDATA[Resistance]]></category>
		<category><![CDATA[Social Issues]]></category>
		<category><![CDATA[United States]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>23/10/2008</p>
<blockquote><p><strong>Il Patto di Sicurezza che dovrebbe essere firmato fra gli Stati Uniti ed il governo dell’Iraq entro la fine di quest’anno continua a suscitare una forte opposizione in ampi settori del panorama politico iracheno, malgrado alcune nuove concessioni da</strong></p></blockquote><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>23/10/2008</p>
<blockquote><p><strong>Il Patto di Sicurezza che dovrebbe essere firmato fra gli Stati Uniti ed il governo dell’Iraq entro la fine di quest’anno continua a suscitare una forte opposizione in ampi settori del panorama politico iracheno, malgrado alcune nuove concessioni da parte americana. In ballo c’è non solo la regolamentazione del rapporto fra le truppe americane ed il governo di Baghdad, ma la sovranità dell’Iraq e la fine definitiva dell’occupazione militare americana, in un paese in cui ampi settori della società vogliono espellere definitivamente quello che viene visto come un corpo estraneo, che non ha niente a che fare con la storia e la cultura del paese</strong></p></blockquote>
<p>Il commento più singolare riguardo alla bozza del ‘Patto di Sicurezza’ tra Iraq e Stati Uniti è contenuto in una fatwa del Comitato degli ulema musulmani, la principale organizzazione religiosa sunnita dell’Iraq. Tale fatwa recita: “E’ necessario rifiutare questo accordo, anche se lo avesse sottoscritto il principe dei credenti (<em>denominazione solitamente attribuita al califfo, o comunque al capo politico della comunità musulmana (N.d.T.)</em> )”.</p>
<p>La singolarità di questa affermazione sta nel fatto che il principe dei credenti è scomparso da più di un secolo, quando la Turchia kemalista pose fine al califfato nel 1924, sostituendolo con una istituzione di rappresentanti laici. Tuttavia, il Comitato ha voluto integrare le convinzioni ideologiche con la storia politica per sottolineare la forza di questo rifiuto nei confronti di un accordo avvenuto “tra musulmani e non musulmani” – per citare le parole di questa fatwa.</p>
<p>Tuttavia vi è un aspetto serio in questo singolare paragone. L’opposizione a questo accordo, che sancisce l’occupazione in forme giuridiche, proviene da numerosi gruppi e partiti iracheni. Questo fronte di opposizione non comprende soltanto i diversi gruppi della resistenza irachena, ma anche la corrente di Muqtada al-Sadr ed ampi settori del panorama politico iracheno. Alcuni di questi gruppi rifiutano il patto in quanto tale, mentre altri aspirano a emendarlo. Altri ancora, pensando alla storica resa dei conti che seguirà, hanno deciso di tenersi alla larga da tutte le discussioni riguardanti la questione.</p>
<p>Questi sviluppi, in un paese soggetto ad un’occupazione militare, non appaiono strani, soprattutto se paragonati a quanto accadde fra gli Stati Uniti e paesi dalla nobile tradizione e dal grande passato, come la Germania ed il Giappone. Dopo la sconfitta subita da questi due paesi nella seconda guerra mondiale, essi offrirono una resa incondizionata, lasciando che l’America facesse ciò che voleva con la loro società civile e con la loro struttura politica. Fu così che l’esercito tedesco e quello giapponese furono sciolti, e con essi le istituzioni dello stato ed i partiti. Ogni cosa fu ricostruita da zero secondo le linee generali imposte da Washington.</p>
<p>Gli stessi passi sono stati compiuti in Iraq, ma non hanno funzionato. Perché?</p>
<p>Perché l’America ha distrutto l’Iraq, ma non è riuscita a sconfiggere la società irachena. La società giapponese e quella tedesca subirono invece la distruzione totale (rispettivamente con Hiroshima e Nagasaki, e con la cancellazione di intere città dalla faccia della terra ad opera dei bombardamenti aerei), prima ancora che crollassero le loro istituzioni statali. E’ vero che le forze di occupazione hanno successivamente cercato di disintegrare la società irachena polverizzandola in confessioni ed etnie separate. Ma ciò non ha potuto impedire che emergesse una resistenza armata irachena accompagnata da radicate forme di opposizione politica ed intellettuale all’occupazione, in ampi settori della società. Lo stato iracheno è crollato, ma la società (malgrado i suoi difetti interni) ha resistito ed ha continuato a manifestare la propria opposizione all’occupante americano.</p>
<p>Questa verità ha le sue ovvie conseguenze. Infatti, nel momento in cui gli Stati Uniti decidono che devono evacuare le proprie truppe dai centri più densamente abitati, ciò significa che hanno perso la speranza di assoggettare l’Iraq al loro volere. E ciò potrebbe costringerli successivamente a chiudere ciò che resta delle loro basi militari dopo il 2011. Quando questo accadrà, gli attuale ‘eroi’ iracheni del patto con gli USA diventeranno dei traditori, e coloro che hanno rifiutato tale patto diventeranno gli eroi di domani.</p>
<p>Detto in maniera più chiara: chi oggi rifiuta, guadagnerà domani; e chi oggi accetta, perderà oggi e domani. Questa equazione è ormai evidente – e non da oggi, ma dal momento in cui la questione del ritiro delle truppe dall’Iraq si è trasformata in una questione americana interna, intorno alla quale si fronteggiano democratici e repubblicani per stabilire chi avrà la palma del vincitore nel contenere le enormi perdite umane e finanziarie americane in Iraq.</p>
<p>Non vi è dubbio. Il Comitato degli ulema musulmani ha certamente ragione quando dice che rifiuterà l’accordo anche se dovesse sottoscriverlo il principe dei credenti. Tuttavia esso ha forse dimenticato che il principe dei credenti, se ancora esistesse, sarebbe intelligente a sufficienza da non firmare un patto di cui neanche colei che lo promuove – la superpotenza americana – è in grado di garantire l’applicazione e la sopravvivenza.</p>
<p><em><strong>Saad Mehio</strong> è una analista politico libanese; scrive abitualmente sul quotidiano “al-Khaleej” degli Emirati Arabi Uniti</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://www.alkhaleej.ae/portal/f95fb93b-ad55-4686-a1b4-7b68f62f1d5e.aspx">العراق والاتفاق الأمني<br />
</a></strong></p>
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