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	<title>Medarabnews &#187; Qantara.de</title>
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		<title>Il conflitto curdo in Turchia: un desiderio di pace</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 06:45:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Omer Erzeren</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>30/11/2009</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.qantara.de/webcom/show_article.php?wc_c=476&#38;wc_id=1254" target="_blank">A Yearning for Peace</a></strong></p>
<p><em>Attraverso l’ “iniziativa curda”, il governo Erdogan prevede di concedere maggiori libertà e diritti democratici a circa 20 milioni di curdi, ma deve confrontarsi con l’opposizione nazionalista nel paese – scrive</em>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>30/11/2009</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.qantara.de/webcom/show_article.php?wc_c=476&amp;wc_id=1254" target="_blank">A Yearning for Peace</a></strong></p>
<p><em>Attraverso l’ “iniziativa curda”, il governo Erdogan prevede di concedere maggiori libertà e diritti democratici a circa 20 milioni di curdi, ma deve confrontarsi con l’opposizione nazionalista nel paese – scrive il giornalista Ömer Erzeren</em></p>
<p>***</p>
<p>Solo 17 anni fa, Leyla Zana, un membro eletto del Parlamento, fu trascinata giù dal podio per aver prestato giuramento sulla Costituzione utilizzando la lingua curda. Zana e i suoi sostenitori furono privati dell’immunità parlamentare; alcuni membri eletti del parlamento hanno trascorso un decennio in prigione.</p>
<p>Era un periodo in cui lo Stato stesso negava l&#8217;esistenza della lingua curda, aveva come obiettivo l&#8217;assimilazione dei curdi, e approvava leggi per combattere il terrorismo, senza mai nominare le cause del sanguinoso conflitto. Nei diversi decenni di questa disputa molto vicina a una guerra, circa 40.000 persone sono state uccise: soldati turchi, combattenti del PKK e, soprattutto, cittadini curdi.</p>
<p><strong>Un simbolo di riconciliazione</strong></p>
<p>Da allora il clima è cambiato, come dimostrano chiaramente le sessioni parlamentari di questo mese. Ad esempio Ahmet Türk, presidente del Partito della Società Democratica (una formazione politica curda), ha parlato della sofferenza dei curdi in Turchia, della discriminazione di Stato, della repressione, e del sanguinoso passato.</p>
<p>Il PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan), un’organizzazione della guerriglia curda – ha detto Türk – è il risultato di una fallimentare politica di stato che si rifiuta di concedere ai curdi i loro diritti. Egli si è spinto al punto di dire che: &#8220;le armi potrebbero tacere entro tre mesi!&#8221;.</p>
<p>La Camera è rimasta sorprendentemente tranquilla, mentre Türk – che ha parlato del “genocidio contro il popolo curdo” dopo il golpe militare del 1980 – si rivolgeva all&#8217;Assemblea. I parlamentari hanno ascoltato quello che aveva da dire.</p>
<p>La commozione si è manifestata solo quando il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha fatto una dichiarazione relativa ai piani del governo di concedere ai curdi importanti diritti democratici.</p>
<p><strong>Un cambiamento di approccio nella politica turca</strong></p>
<p>Il discorso di Erdogan è stato un appello a fermare lo spargimento di sangue, e una dimostrazione della volontà di riconciliazione. Il primo ministro ha anche paragonato la preoccupazione delle madri dei soldati a quella avvertita dalle madri dei guerriglieri.</p>
<p>Un confronto di questo tipo è una prova evidente di un mutamento di approccio nella politica turca. Quando il primo ministro ha proseguito criticando coloro che &#8220;hanno cercato di far politica sui corpi dei soldati caduti&#8221;, i parlamentari del Partito Repubblicano del Popolo (CHP) si sono alzati e hanno abbandonato la Camera.</p>
<p>Prima che questo avvenisse, il leader dell&#8217;opposizione Deniz Baykal aveva accusato il primo ministro di &#8220;collaborazione con i terroristi del PKK&#8221;. Il Partito del Movimento Nazionalista (MHP) aveva parlato di &#8220;tradimento della patria&#8221;.</p>
<p><strong>Rafforzare i diritti democratici fondamentali</strong></p>
<p>Ciò è tanto più interessante in quanto l’effettivo pacchetto di misure di democratizzazione avanzato dal governo si accontenta di piccole riforme che mirano a rafforzare i diritti democratici dei cittadini.</p>
<p>Se il piano dovesse essere adottato, verrebbe istituita una Commissione di controllo indipendente per indagare le accuse di violazioni dei diritti umani e di torture, assieme a un Commissione per combattere la discriminazione. I politici potrebbero fare discorsi in lingua curda, senza timore di sanzioni penali.</p>
<p>Predicare in lingua curda nelle moschee diverrebbe lecito, e sarebbero possibili le trasmissioni televisive e radiofoniche di emittenti private in lingua curda. I nomi di antichi luoghi curdi che erano stati turchizzati nell’ambito della campagna di assimilazione dello Stato verrebbero ripristinati.</p>
<p>Il pacchetto di misure non è certamente innovativo come potrebbe sembrare a prima vista. Questioni importanti, come il diritto di insegnare in lingua curda nelle scuole statali, non sono state incluse.</p>
<p>Il ministro degli interni, Besir Atalay, ha parlato di un &#8220;processo dinamico&#8221;. A lungo termine, ha detto, una costituzione democratica e civile che &#8220;tiene conto del pluralismo, dei diritti civili e delle libertà&#8221; diverrebbe necessaria. Malgrado emendamenti isolati, la Costituzione del 1982 imposta dai militari dopo il colpo di stato del 1980 è ancora in vigore.</p>
<p>Il fatto stesso che è la prima volta che un governo sta realmente facendo riferimento al problema, e consentendo un dibattito parlamentare su di esso, mostra come la questione sia esplosiva. &#8220;Non vogliamo che le madri piangano perché i loro figli sono stati uccisi&#8221;, è stata una frase ripetuta più volte dal primo ministro.</p>
<p><strong>I paragoni con la rivolta di Dersim</strong></p>
<p>Un parlamentare dell&#8217;opposizione, Onur Öymen, ha fatto riferimento alla ribellione di Dersim nel 1937/38 e ha giustificato la repressione militare. Allora, ha detto, le madri piansero ugualmente.</p>
<p>La repressione della rivolta di Dersim, il bombardamento dei villaggi e la deportazione forzata di decine di migliaia di Zaza aleviti (<em>minoranza di etnia iranica concentrata soprattutto nella Turchia orientale (N.d.T.)</em> ) furono uno dei capitoli più sanguinosi nella storia della Turchia moderna. Tuttavia, il concetto di repressione militare non soddisfa le aspettative di una società che ha subito la perdita di decine di migliaia di vite umane e che desidera ardentemente la pace sociale.</p>
<p>Erdogan e i suoi ministri vogliono propagandare in tutto il paese, nelle prossime settimane, il loro programma di &#8220;apertura democratica&#8221;. L&#8217;opposizione farà una campagna contro i piani del governo, usando slogan come &#8220;tradimento della patria&#8221; o &#8220;collaborazione con i terroristi&#8221;. Una polarizzazione della nazione potrebbe essere un possibile risultato.</p>
<p><strong>Una tempesta di indignazione</strong></p>
<p>Più che altro, è il PKK che sta fornendo il materiale per la propaganda dell&#8217;opposizione. Su indicazione del leader del PKK, Abdullah Öcalan, che sta scontando una pena detentiva sull&#8217;isola-prigione di Imrali, otto guerriglieri del PKK hanno attraversato il confine con la Turchia presso Habur nel mese di ottobre, come &#8220;messaggeri di pace&#8221;. Hanno annunciato che avevano deposto le armi.</p>
<p>Lo stato turco ha inviato pubblici ministeri e magistrati inquirenti al posto di frontiera per interrogare i guerriglieri. Dopo diverse ore di interrogatorio, gli uomini e le donne sono stati infine rilasciati.</p>
<p>Decine di migliaia di curdi hanno salutato l&#8217;arrivo dei guerriglieri del PKK, cantando, sventolando bandiere del PKK, e tenendo in alto le immagini del detenuto Abdullah Öcalan. Le immagini televisive di quello che stava succedendo al valico di frontiera hanno scatenato una tempesta di indignazione nella Turchia occidentale. I circoli nazionalisti hanno mobilitato le madri dei soldati caduti. Il governo si è messo sulla difensiva e ha sostenuto che non avrebbe mai negoziato con i terroristi.</p>
<p><strong>Il PKK è la sfida più grande</strong></p>
<p>E’ un dato di fatto che l&#8217;esistenza di un’organizzazione armata di guerriglia, con migliaia di combattenti nascosti sulle montagne è il più grande ostacolo da superare.</p>
<p>Molti curdi non sono soltanto alla ricerca di diritti democratici, ma anche di una rivalutazione della propria storia. Abdullah Öcalan e i combattenti del PKK sono eroi nazionali agli occhi di milioni di curdi. Ma nessun governo turco può permettersi di entrare pubblicamente in un dialogo con il PKK, sebbene appaia evidente che un qualche tipo di contatto è stato avviato, almeno tramite i servizi segreti.</p>
<p>A lungo termine, tuttavia, l&#8217;unico modo per giungere a una soluzione è che il PKK deponga le armi e venga integrato nel quadro giuridico e istituzionale del sistema politico.</p>
<p>Trovare una soluzione alla questione curda non è solo il programma politico del partito di governo. Il fatto è che gli interessi della Turchia in materia di politica estera richiedono una soluzione pacifica del conflitto.</p>
<p><strong>Una svolta radicale nelle relazioni estere della Turchia</strong></p>
<p>Solo un decennio fa, la Turchia e la Siria erano sull&#8217;orlo della guerra, perché la Siria stava proteggendo il leader del PKK Ocalan. Poche settimane fa, la necessità del visto per i viaggi tra la Siria e la Turchia è stata abolita. I due stati ora vogliono bonificare i campi minati al confine tra i due paesi e utilizzare le regioni di frontiera per l&#8217;agricoltura biologica.</p>
<p>La regione autonoma del Kurdistan nel nord dell&#8217;Iraq gode di una relativa indipendenza dal governo centrale di Baghdad, e ha il suo petrolio e le sue riserve di gas. Per decenni, l&#8217;esercito turco ha condotto operazioni militari nel Kurdistan iracheno e bombardato dal cielo i campi del PKK situati laggiù. Inoltre, la Turchia aveva sempre sostenuto Baghdad contro i curdi.</p>
<p>Oggi, i rapporti economici tra i due partner sono eccellenti: la Turchia è oggi il maggiore investitore nel Kurdistan iracheno, e fornisce un corridoio energetico per il petrolio ed il gas verso le raffinerie e il porto di Ceyhan, sul Mediterraneo.</p>
<p>La Turchia e la regione autonoma del Kurdistan sono diventati due attori con gli stessi interessi economici. Non sorprendentemente, i guerriglieri armati sulle montagne non rientrano in questo schema di rapporti.</p>
<p>L’ &#8220;apertura curda&#8221; è il più importante e, allo stesso tempo, il più pericoloso progetto politico intrapreso dal governo conservatore di Erdogan. Se il progetto di stabilire la pace sociale e di mettere a tacere le armi riuscirà, la posizione di Erdogan sarà rafforzata. </p>
<p>Se fallirà, egli potrebbe perdere tutto. La questione curda in Turchia non è automaticamente risolta con l&#8217;attuale &#8220;apertura democratica&#8221;, ma ha raggiunto un punto in cui la ruota della storia non può più tornare indietro, e in cui è stata aperta la strada per una soluzione.</p>
<p><em><strong>Ömer Erzeren</strong> è uno scrittore e giornalista freelance di nazionalità turca e tedesca; è stato per 13 anni corrispondente da Istanbul per il quotidiano Die Tageszeitung e per il Zürcher Wochenzeitung</em></p>
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		<title>Conflitto israelo-palestinese: la storia degli altri</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2009 10:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Arnfrid Schenk</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
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<p><strong>In un testo di storia per le scuole, israeliani e palestinesi cercano di scoprire le ragioni di 60 anni di ostilità, riportando nello stesso libro due interpretazioni dei fatti : quella israeliana e quella palestinese. Arnfrid Schenk racconta la</strong>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>11/07/2009</p>
<p><strong>In un testo di storia per le scuole, israeliani e palestinesi cercano di scoprire le ragioni di 60 anni di ostilità, riportando nello stesso libro due interpretazioni dei fatti : quella israeliana e quella palestinese. Arnfrid Schenk racconta la storia di questo progetto di riconciliazione unico nel suo genere</strong></p>
<p>***</p>
<p>Sami Adwan ha una storia da raccontare che ha uno stupefacente cambio di rotta. Si può riassumere così:</p>
<p>Nato nel 1954 in un villaggio accanto a Hebron, in Cisgiordania, trascorre la sua infanzia sotto l’occupazione israeliana. Lavora duro e riesce ad entrare all’università in Giordania. Per molto tempo, pensa degli israeliani quello che tutti in Palestina pensano di loro: “Sono la ragione di tutta la mia miseria e della mia sofferenza”. Adwan la pensa ancora così quando va negli Stati Uniti per studiare educazione – evita conferenze e seminari dove sa che incontrerà studenti ebrei.</p>
<p>A quel punto, non aveva mai parlato con un israeliano; non li conosceva per niente come civili ma solo come soldati ai posti di blocco. Non voleva conoscerli.</p>
<p>Pochi anni dopo, Adwan è uno dei direttori di un istituto israelo-palestinese di ricerche per la pace e lavora al fianco di insegnanti e storici israeliani per scrivere un libro di storia israelo-palestinese sul conflitto mediorientale. E’ una di quelle persone che ci piace chiamare costruttore di ponti. Ma come è arrivato fino a lì? […]</p>
<p>Tornato dagli Stati Uniti alla fine degli anni ’80, ha insegnato all’Università di Hebron, è diventato membro di Fatah ed è stato rapidamente arrestato dagli israeliani. A quel tempo, Fatah era ancora considerata un’organizzazione terrorista. Durante la sua prima settimana in prigione, non sapeva di cosa era accusato. La sua immagine del nemico veniva confermata.</p>
<p>Ma la disponibilità di un israeliano fece riflettere Adwan.</p>
<p>Accadde qualcosa che non rientrava nella sua visione del mondo. Ascoltò due soldati israeliani avere una discussione riguardo a lui. Era a proposito di un documento che Adwan avrebbe dovuto firmare. Non possiamo obbligarlo a firmare qualcosa che non può leggere, diceva uno di loro. Adwan conosceva quel poco di ebraico da permettergli di capire che un ebreo si stava battendo per i suoi diritti, per i diritti di un palestinese. Più tardi vide un soldato israeliano portare dell’acqua ai prigionieri anche se il suo superiore glielo aveva proibito.</p>
<p><strong>Un tempo in cui la pace sembrava possibile<br />
</strong> <br />
“Queste esperienze mi hanno cambiato la vita”. Divenne ben presto chiaro per lui che non tutti erano uguali. Voleva sapere di più sugli israeliani. Voleva parlare con loro. Quando dopo sei mesi Sami Adwan venne scarcerato, nel 1993, fece tutto il possibile per aprire un dialogo. I colloqui di Oslo fra israeliani e palestinesi erano cominciati; era un periodo in cui la pace sembrava possibile.</p>
<p>Si incontrò con accademici israeliani e conobbe lo psicologo Dan Ber-On della Ben Gurion University[…] con cui fondò il Peace Research Institute in the Middle East (PRIME) e cominciò a lavorare all’idea di un libro di storia israelo-palestinese per gli studenti.</p>
<p>“Ciò che viene insegnato nelle scuole può sia fomentare il conflitto oppure contribuire a trovare una soluzione”, dice Adwan. La speranza è quella di un libro di storia che aiuti a cancellare i pregiudizi da ambo le parti.</p>
<p>Bar-On e Adwan non sono stati così presuntuosi da cercare di trovare un’interpretazione comune del conflitto mediorientale. Volevano solo mettere il punto di vista palestinese accanto a quello israeliano. Questo avrebbe aiutato ad aprire gli occhi della controparte. I testi dovevano essere redatti non solo da studiosi ma anche da insegnanti – dopotutto sono loro quelli che devono presentare il materiale agli studenti.</p>
<p><strong>Due maniere di guardare ai fatti </strong></p>
<p>I tre volumi ora appaiono così: sulla parte sinistra c’è la visione israeliana delle cose e sulla parte destra quella palestinese. Nel mezzo c’è uno spazio per le note, uno spazio per i pensieri dei ragazzi. Questa è il modo in cui il libro tratta la storia israelo-palestinese del XX secolo. Ciò include, per esempio, la Dichiarazione di Balfour del 1917 che aveva promesso agli ebrei la loro propria nazione, il periodo delle rivolte contro gli occupanti conosciute come Intifada, e le guerre del 1948 e 1967.</p>
<p>I fatti sono gli stessi ma ci sono due maniere diverse di guardarli. L’anno 1948, per esempio, rappresenta per gli israeliani la guerra di indipendenza e la fondazione del loro stato ma per i palestinesi è l’anno della catastrofe, la naqba, o dell’espulsione dalla loro patria.</p>
<p>Non era difficile concordare sulle date ma era difficile accettare l’interpretazione degli altri riguardo a queste. “Quello che è un terrorista per gli uni è un eroe per gli altri”, commenta Adwan. Dan Bar-On, che è morto nell’autunno del 2008, era interessato all’idea di “disarmare la storia”.</p>
<p>Il fatto che il disarmo debba incominciare a scuola è qualcosa di cui Adwan è sempre più convinto dopo le sue analisi dei libri di testo di storia palestinesi e israeliani. Egli nota che: “In questi libri non c’è alcun riconoscimento di quello che gli altri hanno sofferto. Nessun riconoscimento dei loro diritti, della loro storia, della loro cultura. L’Olocausto appare appena nei libri palestinesi mentre gli israeliani ignorano l’espulsione dei palestinesi. Nella mappa le città e i villaggi della controparte non sono segnalati.” Nessuno sa niente degli altri. “Il sistema scolastico è quindi parte del problema”, dice Adwan, “e non parte della soluzione”.</p>
<p><strong>Campo neutrale in Germania</strong></p>
<p>“Imparare la narrativa storica dell’altro”: questo è il titolo del nuovo libro di testo, pensato per gli studenti della scuola superiore. Una dozzina di insegnanti in Israele e un’altra dozzina in Cisgiordania stanno lavorando con i testi in scuole selezionate. Ma non durante le ore di istruzione obbligatoria poiché il libro non fa parte del curriculum ufficiale. I rispettivi ministri lo ignorano ma lo tollerano. Il progetto è finanziato da fondazioni americane, l’Unione Europea, l’Ufficio degli Esteri tedesco e altri.</p>
<p>Non è stato semplice organizzare gli incontri fra gli scrittori – non si poteva mai sapere se tutti i partecipanti sarebbero riusciti a passare attraverso i posti di blocco in orario. Il Georg Eckert Institute a Braunschweig offrì alla fine un terreno neutrale sul quale insegnanti e studiosi palestinesi e israeliani potessero regolarmente incontrarsi per seminari della durata anche di vari giorni.</p>
<p>Prima di cominciare il lavoro sui contenuti, gli insegnanti parlarono della loro vita quotidiana. Alcuni parlarono della loro paura di attacchi suicidi, altri delle umiliazioni dell’occupazione.</p>
<p><strong>Tensione emotiva </strong></p>
<p>Che cosa ha spinto gli insegnanti a prendere parte al progetto? Per esempio, Maysoon Husseini al Tal […] che insegna storia in una scuola per ragazze a Gerusalemme Est. Quando un colelga le chiese se sarebbe stata interessata a lavorare al progetto, si rese conto che non aveva mai parlato prima di allora con un israeliano. Esitò a lungo, dice. I suoi sentimenti le dicevano di no, non puoi farlo. Ma la sua testa diceva: è l’unica maniera per parlare con gli israeliani, per mettere qualcosa in movimento, per cambiare le cose – vai avanti e fallo. Si unì al gruppo, anche se suo marito ebbe difficoltà ad accettarlo.</p>
<p>Yiftach Ron, che insegna in una scuola israeliana, dice di avere un problema con la maniera in cui la società israeliana tratta i palestinesi. Pensò quindi che lavorare a questo progetto fosse la maniera migliore per lui di risolvere questo problema. Alcuni insegnanti palestinesi ricevettero minacce dai parenti quando scoprirono cosa insegnavano a scuola ai bambini. Sono nate delle amicizie fra i partecipanti, come quella fra Adwan e Bar-On, ma alcuni si sono dovuti ritirare perché non potevano più sopportare il carico emotivo.</p>
<p>Come l’insegnante il cui cugino cieco si guadagnava da vivere con un chiosco. I soldati israeliani gli hanno demolito il chiosco. L’insegnante ha detto: “Non posso lavorare più con voi; non sarei più capace di guardarlo negli occhi”. Un altro racconta che uno dei suoi studenti è stato ucciso. […]</p>
<p><strong>Un giudizio più cauto degli “altri </strong></p>
<p>E cosa ne pensano gli studenti? Maysoon Husseini e Yiftach Ron hanno avuto prevalentemente delle esperienze positive nelle loro classi. Altri dicono che gli studenti israeliani trovano spesso l’interpretazione palestinese della storia nel libro troppo emozionale, tendente alla propaganda. Molti studenti palestinesi dicono che, anche se sviluppano una maggiore comprensione del punto di vista israeliano della storia, questo cambierebbe difficilmente qualcosa riguardo alla loro situazione. La valutazione va avanti e alla fine di Luglio il progetto sarà presentato ad una conferenza internazionale. Adwan sottolinea che molti studenti ora sono meno radicali nei loro pregiudizi e più cauti nel loro giudizio degli “altri”. E’ un inizio. “Tutto quello che possiamo fare è sperare”, dice.</p>
<p><em><strong>Arnfrid Schenk</strong> è un giornalista del settimanale tedesco Die Zeit</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.qantara.de/webcom/show_article.php?wc_c=478&amp;wc_id=922" target="_blank">The History of the Others</a></strong></p>
<p><strong>Traduzione a cura di <a href="http://www.minareti.it/" target="_blank">Minareti.it – Il portale del mondo arabo-islamico italiano<br />
</a><img class="alignleft size-full wp-image-11615" title="minareti_logo" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/minareti_logo.png" alt="minareti_logo" width="450" height="67" /></strong></p>
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		<title>I mezzi di informazione in Iran, tra divieti e autocensura</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2009/05/13/i-mezzi-di-informazione-in-iran-tra-divieti-e-autocensura/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2009 04:59:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ghasem Toulany</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[La questione dei diritti umani in Iran]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>05/02/2009</p>
<p>Non è sorprendente che i mezzi di informazione in Iran siano stati soffocati per molti anni. Dopotutto, il leader della Rivoluzione, l’Ayatollah Khomeini, nel 1963 aveva tenuto un discorso in cui si era fermamente espresso contro la libertà di&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>05/02/2009</p>
<p>Non è sorprendente che i mezzi di informazione in Iran siano stati soffocati per molti anni. Dopotutto, il leader della Rivoluzione, l’Ayatollah Khomeini, nel 1963 aveva tenuto un discorso in cui si era fermamente espresso contro la libertà di stampa.</p>
<p>Così, quando – la notte prima della sua vittoria nella Rivoluzione Islamica del 1979 – egli si era definito, fra l’altro, come “un sostenitore della libertà di espressione”, era sembrato che ciò facesse parte di una strategia per assicurarsi il potere politico.</p>
<p>L’ultimo primo ministro del governo dello Shah, Shapour Bakhtiar, aveva tolto la censura in Iran circa un mese prima della Rivoluzione. Senza censura, i mezzi di informazione erano a quel punto nella posizione di poter spingere in maniera indipendente per il cambiamento politico.</p>
<p><strong>La breve “primavera della libertà”</strong></p>
<p>Riportando le notizie delle rivolte in tutto il paese e pubblicando i pronunciamenti che Khomeini faceva da Parigi, in attesa di tornare in Iran, la stampa iraniana era in grado di giocare un ruolo attivo nel processo rivoluzionario e di fare una campagna a favore della Rivoluzione. Nel periodo immediatamente successivo al rovesciamento dello Shah, la stampa iraniana godette di una breve “primavera della libertà”.</p>
<p>Pochi mesi dopo la Rivoluzione, tuttavia, il consiglio rivoluzionario approvò una nuova legge sulla stampa che conteneva una serie di restrizioni sui mezzi di informazione in Iran. Il governo provvisorio sotto il primo ministro liberale Mehdi Bazargan, che non era affatto d’accordo con queste forti restrizioni, non fu in grado di fare granché per opporvisi.</p>
<p>I disaccordi fra il potente consiglio rivoluzionario ed il governo alla fine misero fuori gioco quest’ultimo. Con le dimissioni di Bazargan, la strada era aperta alla radicalizzazione della Repubblica Islamica.</p>
<p>Sebbene Khomeini avesse promesso prima della Rivoluzione che i religiosi non sarebbero stati politicamente attivi nel futuro governo, quando la costituzione iraniana entrò in vigore al leader religioso fu conferito il potere assoluto.</p>
<p>Pochi mesi dopo la Rivoluzione, l’Ayatollah Khomeini sparò i primi colpi di avvertimento nei confronti dei mezzi di informazione liberali. Subito dopo, il giornale “Ayandegan” fu messo al bando e i due maggiori quotidiani del paese, Ettelaat e Keyhan, furono occupati da giovani rivoluzionari e poi nazionalizzati.</p>
<p><strong>La guerra come una “benedizione di Dio”</strong></p>
<p>La guerra Iran-Iraq radicalizzò ulteriormente la Repubblica Islamica. Nel 1980, Saddam Hussein diede inizio alla sua campagna militare contro l’Iran con l’appoggio di molti paesi occidentali. Khomeini avrebbe più tardi descritto questi otto anni di guerra ininterrotta come una “benedizione di Dio”. La guerra diede agli ayatollah la possibilità di demolire una volta per tutte ogni residua resistenza interna, e di mettere ulteriormente sotto pressione i mezzi di informazione.</p>
<p>Nel solo 1981, 175 giornali e riviste furono proibiti in Iran. Alla fine della guerra, solo 121 giornali venivano ancora pubblicati. Il famoso giornalista iraniano Masud Behnud definisce questo periodo come “i giorni bui del giornalismo” in Iran. Quasi tutti i giornalisti che avevano assunto posizioni critiche furono obbligati o a lasciare il paese o a smettere di fare giornalismo.</p>
<p>Dopo la guerra, sotto la presidenza di Hashemi Rafsanjani, il numero dei giornali e delle riviste crebbe nuovamente. Come ministro della cultura, il futuro presidente Mohammad Khatami era responsabile dei mezzi di informazione. Sotto Rafsanjani, due importanti giornali, “Hamshahri” e “Iran”, furono entrambi fondati su iniziativa dei cosiddetti tecnocrati.</p>
<p>Entrambi i giornali cambiarono radicalmente la cultura della stampa in Iran, e negli anni successivi avrebbero appoggiato il processo di riforma guidato da Khatami. Giornali come “Kiyan” e “Adineh”, pubblicati da elementi religiosi nazionalisti, giocarono anch’essi un ruolo importante nel processo di misurata liberalizzazione della stampa.</p>
<p>Il giornale “Salam”, critico a livello sociale, fu anch’esso fondato sotto Rafsanjani da religiosi islamici di sinistra. Fin dall’inizio il giornale fu critico nei confronti del governo in carica.</p>
<p>Inoltre, “Salam” giocò un ruolo non marginale nell’appoggiare i riformatori nelle elezioni presidenziali del 1997, contribuendo in questo modo alla vittoria elettorale di Khatami.</p>
<p><strong>I precursori del processo di riforma iraniano</strong></p>
<p>I giornali e le riviste che furono pubblicati dopo la fine della guerra Iran-Iraq da intellettuali islamici in Iran possono anche essere considerati come i precursori della successiva stampa riformista, ma fu solo nel 1997 che la stampa di orientamento riformista fu realmente in grado di fiorire.</p>
<p>Quando Mohammad Khatami giunse al potere nel 1997, nominò il politico liberale Ata’ollah Mohajerani come proprio ministro della cultura. Mohajerani concesse generose autorizzazioni per nuovi giornali e nuove riviste, annunciando la seconda “primavera della libertà” per la stampa nella storia della Repubblica Islamica.</p>
<p>Coloro che si opponevano alle riforme, tuttavia, non rimasero a guardare. Nel 1998 la magistratura iraniana mise al bando il popolare giornale “Jamee”. I due giornali che nacquero da esso (“Tus” e “Asr-e Azadegan”) andarono incontro a un destino analogo. Poi fu vietato l’influente giornale “Salam”, e ciò portò alla rivolta degli studenti del 1999.</p>
<p>Nel periodo fino al 2000, i conservatori avevano vietato oltre 80 giornali e riviste. Coloro che lavoravano in tali giornali, tuttavia, furono in grado di continuare a lavorare come giornalisti nei quotidiani e nelle riviste di nuova fondazione.</p>
<p>All’inizio dell’era Khatami, i conservatori non osavano mettere al bando una pubblicazione senza una risoluzione del tribunale. Negli anni successivi, tuttavia, essi divennero sempre più aggressivi e furono in grado di vietare i giornali a loro sgraditi anche prima che questi ultimi venissero lanciati. Il presidente riformista Khatami non fu in grado o non fu disposto a porre fine a tutto questo.</p>
<p><strong>I giornali riformisti come “roccaforti del nemico”</strong></p>
<p>In un pubblico discorso tenuto nell’estate del 2000, l’Ayatollah Khamenei bollò i giornali riformisti come “roccaforti del nemico”. Alcuni giorni più tardi, quasi tutta la stampa riformista era stata “provvisoriamente” vietata su istigazione del pubblico ministero di Teheran.</p>
<p>Gli editori i cui giornali erano stati vietati reagirono chiedendo immediatamente l’autorizzazione a pubblicare nuovi giornali , ed il ministero della cultura, che era guidato da un liberale, fu lieto di concedere tutte le autorizzazioni richieste. Ciò si tradusse in un gioco del “gatto col topo” fra la magistratura conservatrice ed il ministero della cultura di orientamento liberale.</p>
<p>Alla fine, però, Mohajerani fu costretto a dimettersi su pressione dei conservatori. Il suo successore, Ahmad Masjedjamei, non fu in grado di portare avanti la stessa politica di tolleranza. La pratica di concedere autorizzazioni per nuovi giornali fu abbandonata, ed i giornali messi al bando non furono più in grado di apparire con nuovi nomi.</p>
<p>Il pericolo che, da quel momento in poi, i giornali fossero vietati del tutto, e che i giornalisti perdessero il loro lavoro, spinse molti di loro a praticare l’autocensura. In quel periodo, si affermò un detto che è ancora utilizzato dai giornalisti iraniani per spiegare la loro tendenza all’autocensura: “In Iran vi è libertà di espressione, ma se hai espresso la tua opinione non c’è più libertà!”.</p>
<p>All’epoca delle elezioni presidenziali del 2005, la stampa riformista era stata definitivamente indebolita, e non era più in grado di mobilitare la gente al fianco dei riformisti. Inoltre, la maggioranza della popolazione era delusa dalle politiche del governo Khatami – soprattutto negli ultimi anni – poiché aveva mantenuto ben poche delle sue promesse elettorali.</p>
<p><strong>I mezzi di informazione sotto Amhadinejad</strong></p>
<p>Con l’arrivo al potere di Mahmoud Amhadinejad, la situazione della stampa iraniana peggiorò notevolmente. Se il ministero della cultura sotto Khatami aveva appoggiato la stampa, sotto Ahmadinejad esso diventò uno strumento per controllare il giornalismo critico.</p>
<p>La politica di concedere generosamente nuove autorizzazioni agli editori cedette il passo alla politica di emettere divieti in anticipo.</p>
<p>Perfino alcuni mezzi di informazione conservatori hanno avvertito l’effetto della radicalizzazione politica in Iran; Il giornale conservatore online “Baztab”, ad esempio, è stato vietato dal ministero della cultura.</p>
<p>Il giornale “Kargozaran” – che è critico nei confronti del governo e favorevole ai tecnocrati allineati con Rafsanjani – è stato anch’esso messo al bando nel gennaio di quest’anno dal ministero della cultura, perché era stato uno fra i diversi giornali che avevano pubblicato una dichiarazione di un gruppo studentesco che accusava il gruppo radicale islamico Hamas di fare uso di scudi umani nella Striscia di Gaza.</p>
<p>Tuttavia, malgrado tutte le restrizioni, i giornalisti e la stampa riformista in Iran sono tuttora molto attivi e possono essere annoverati fra i sostenitori di una transizione democratica. In effetti, i giornalisti iraniani indipendenti e non allineati hanno acquistato fiducia, soprattutto dopo il processo di riforma avviato nel 1997.</p>
<p>La nuova generazione di giornalisti in Iran è ora più difficile da controllare, anche perché i giovani giornalisti di entrambi i sessi ricorrono a un uso molto più esteso di Internet, visto che la carta stampata nella Repubblica Islamica è sempre più sotto il controllo delle forze conservatrici.</p>
<p><em><strong>Ghasem Toulany</strong> è un giornalista iraniano; insegna Studi Iraniani alle Università di Göttingen e di Bonn</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.qantara.de/webcom/show_article.php?pwcn=741_14&amp;wc_c=478&amp;wc_id=863" target="_blank">Between Self-censorship and Prohibition</a></strong></p>
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		<title>I diritti delle donne in Iran – la strategia dei piccoli passi</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 05:52:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katajun Amirpur</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[L'Iran nel 30° anniversario della Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[Qantara.de]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>03/02/2009</p>
<p>E’ stato un duro colpo per il movimento per i diritti delle donne in Iran: lo scorso dicembre il centro consultivo gestito dal Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi a Teheran è stato prima perquisito dalla polizia e poi chiuso. I computer e i documenti sono stati sequestrati.</p>
<p>Una festa di celebrazione del 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite era stata organizzata nell’edificio del suo “Centro per la Difesa dei Diritti Umani”. Il rapporto ufficiale stilato dalle autorità afferma che il centro faceva “propaganda contro il sistema”.<br />
<strong>Argomentazioni pretestuose</strong></p>
<p>La vera ragione però è un’altra. Il centro consultivo di Ebadi forniva alle Nazioni Unite dati riguardanti la violazione dei diritti umani in Iran. Queste informazioni sono poi apparse nella risoluzione delle Nazioni Unite contro l’Iran.</p>
<p>Ebadi sta ora intentando una causa contro la forzata chiusura del suo ufficio a Teheran. Ha inoltre denunciato il fatto come “violazione di diritti umani” in una lettera indirizzata al Ministro della Giustizia, l’Ayatollah Mahmud Hashemi Sharoudi.</p>
<p>Per diversi anni Shirin Ebadi ha dedicato il suo lavoro alla lotta per i diritti delle donne nel suo Paese. Grazie ai successi ottenuti, è stata la prima donna musulmana nel 2003 ad aver ricevuto un premio Nobel per la pace. Con i soldi del premio Ebadi ha fondato il centro consultivo per i diritti umani. Parte del lavoro del centro consiste nel far crescere la consapevolezza delle donne.</p>
<p>“Questa consapevolezza non nasce da un giorno all’altro”, afferma Ebadi. “E’ un processo lungo. Le voci delle donne nella società iraniana oggi sono ascoltate molto più di quanto non lo fossero trent’anni fa. Ora esistono diversi libri e riviste che concentrano la loro attenzione sulla condizione delle donne, denunciando l’ineguaglianza che tutt’ora esiste tra uomo e donna. Questi libri sono ora oggetto di accesi dibattiti.”</p>
<p>Shirin Ebadi è fermamente convinta del fatto che i problemi che incontrano oggi le donne in Iran trovino la loro causa primaria nel sistema legale iraniano: “Noi abbiamo leggi che sanciscono l’ineguaglianza tra uomini e donne. Ad esempio, un uomo può sposare molte donne. Può divorziare dalla propria moglie senza chiederle il consenso. Dopo il divorzio è l’uomo che ottiene la custodia dei figli, non la donna. Tutte queste sono discriminazioni legali.”<br />
<strong>La “campagna da un milione di firme”</strong></p>
<p>Nell’estate del 2006 Shirin Ebadi ha iniziato una campagna volta a raccogliere un milione di firme per i diritti delle donne in Iran, prerequisito per poter presentare al Parlamento iraniano una proposta di legge. Da quando è iniziata la campagna, due anni fa, 43 attiviste sono state citate in giudizio, e 10 di loro sono finite in carcere.</p>
<p>Ma le attiviste per i diritti delle donne possono anche contare su alcuni successi. Una determinata proposta di legge aveva provocato in Iran pubblico scandalo per oltre un anno. Essa prevedeva che gli uomini non avrebbero più avuto bisogno del permesso della prima moglie per sposare una seconda donna.</p>
<p>Dopo lunghe proteste, la proposta di legge è stata finalmente respinta. Questo importante risultato testimonia il fatto che le attiviste possono ottenere successi nella lotta contro l’ordine conservatore – dichiara l’avvocatessa iraniana Shirin Ebadi.</p>
<p>Questa donna di 61 anni rifiuta di lasciarsi intimidire dall’attuale ondata repressiva. Ha già sopportato e sofferto molto più di questo – l’isolamento nella nota prigione Evin di Teheran, ad esempio.</p>
<p>Nonostante tutto questo, Shirin Ebadi non ha nessuna intenzione di lasciare l’Iran. Sa troppo bene quanto la sua presenza sia fondamentale per le donne iraniane e per il movimento per i diritti umani.</p>
<p><em><strong>Katajun Amirpur</strong> è una giornalista e studiosa dell’Islam; è autrice di diversi libri sull’Iran e sull’Islam</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://www.qantara.de/webcom/show_article.php?wc_c=478&amp;wc_id=862">A Strategy of Slow Steps<br />
</a></strong></p>
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		<title>L’Europa sta cercando di costruire un Islam fondamentalista?</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2008 05:58:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Philip Jenkins</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dove va la "Fortezza Europa"?]]></category>
		<category><![CDATA[Europe]]></category>
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		<category><![CDATA[Islam in Europe]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>05/11/2008</p>
<p>La gran parte degli europei riconosce che l’arrivo delle comunità immigrate nel corso dei decenni passati cambierà le loro società, sebbene essi non siano d’accordo su quanto questi cambiamenti saranno radicali. Generalmente il dibattito avviene fra coloro che vogliono&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>05/11/2008</p>
<p>La gran parte degli europei riconosce che l’arrivo delle comunità immigrate nel corso dei decenni passati cambierà le loro società, sebbene essi non siano d’accordo su quanto questi cambiamenti saranno radicali. Generalmente il dibattito avviene fra coloro che vogliono accogliere l’Islam e coloro che cercano di limitarne l’impatto.</p>
<p>Ad uno degli estremi troviamo Rowan Williams, l’arcivescovo di Canterbury che suscitò la collera nazionale dichiarando che la creazione di un sistema giuridico parallelo basato sulla sharia era “inevitabile” in Gran Bretagna (<em>a proposito della polemica suscitata dall’arcivescovo di Canterbury si può consultare la rassegna stampa del 20 febbraio 2008: <strong><a target="_blank" href="http://www.medarabnews.com/?cat=176">“La Gran Bretagna e la sharia”</a></strong> (N.d.T.)</em> ).</p>
<p>Ma qui è in ballo una questione ancor più essenziale: quando i governi europei cercano di rispondere ad un “problema musulmano”, non stanno in realtà rendendo queste comunità ancor più saldamente musulmane? Non si rendono conto che in pratica essi stanno contribuendo a creare un Islam monolitico?</p>
<p>Certamente l’Europa ha una vasta popolazione proveniente da società musulmane tradizionali – probabilmente circa 24 milioni di persone nei territori ad ovest della frontiera russa, ovvero il 4,6% della popolazione totale. Ma noi non sappiamo quanti di essi si considerino in primo luogo musulmani per fede e cultura.</p>
<p>In tutte le società, le persone hanno identità multiple fra cui poter scegliere, e non necessariamente la religione occupa il primo posto fra esse. L’appartenenza di classe, la cultura, la nazionalità, la regione di provenienza, l’etnia, il genere, l’identità sessuale e l’età offrono altrettante possibilità di definire un’identità.</p>
<p>Il semplice fatto che molti tedeschi o italiani si definiscano cristiani non significa che questa identità religiosa abbia la meglio su tutte le altre, e questo vale anche per i musulmani.</p>
<p><strong>Chi sono i musulmani?</strong></p>
<p>Fin dagli anni ’70, persone di origine musulmana hanno avuto un ruolo di primo piano all’interno delle notizie riguardanti problemi sociali, crimini e tumulti, violenza e povertà, in molte città europee. Ma non dobbiamo vedere questi problemi in termini religiosi.</p>
<p>Normalmente, in questo contesto, la parola “musulmano” è sinonimo di “membro di comunità etniche recentemente stabilitesi in Europa, provenienti da paesi africani o asiatici in cui l’Islam rappresenta la religione più diffusa”.</p>
<p>Dire che i musulmani in questo ampio senso del termine soffrono di una diffusa disoccupazione o di misere condizioni abitative, o che sono oggetto di maltrattamenti da parte della polizia, non dice nulla a proposito dei loro comportamenti e delle loro credenze religiose.</p>
<p>Nelle aree musulmane della Gran Bretagna, le persone di origine pakistana definiscono se stesse non in contrapposizione ai cristiani o agli infedeli, ma in contrapposizione ai bianchi – laddove questo termine non ha necessariamente una connotazione ostile. Molti “musulmani” francesi si considerano prima di tutto neri, e questo termine razziale determina in grande misura il modo in cui essi si identificano.</p>
<p>Sebbene ora sia difficile ricordarlo, è in effetti solo molto recentemente – appena sette anni fa, circa – che i paesi europei hanno cominciato ad intendere le tensioni sociali in termini religiosi piuttosto che razziali.</p>
<p>Nel corso degli anni ’80, le città francesi e britanniche, in particolare, soffrirono di ripetute violenze urbane, e molti dei rivoltosi erano di origine musulmana. Eppure abbiamo sempre sentito parlare di disordini dei “giovani” o degli “immigrati”, mai di scontri religiosi. I rivoltosi avevano una determinata composizione etnica poiché si dava il caso che questi gruppi fossero predominanti nelle zone povere delle città.</p>
<p><strong>I mezzi di informazione hanno imparato il linguaggio dell’intifada</strong></p>
<p>Quando le rivolte colpirono le città settentrionali della Gran Bretagna nell’estate del 2000, molti dei partecipanti erano originari del Pakistan e del Bangladesh. Ma anche in questo caso, le connotazioni e le rivendicazioni religiose ebbero ben poco rilievo nei disordini, che erano causati essenzialmente dai rancori razziali, e dal risentimento contro la polizia. Utilizzando le parole impiegate nel resoconto ufficiale dell’accaduto, questi furono “i peggiori disordini a sfondo razziale degli ultimi 15 anni nel Regno Unito”.</p>
<p>Eppure, solo qualche anno più tardi, le autorità francesi risposero ai disordini urbani di massa come se stessero fronteggiando una rivolta musulmana. La principale differenza fra la Gran Bretagna del 2001 e la Francia del 2005 è che nel frattempo gli attacchi dell’11 settembre avevano concentrato l’attenzione sul preteso scontro di religioni e di civiltà.</p>
<p>I mezzi di informazione avevano imparato il linguaggio dell’intifada e cercavano delle opportunità per applicarlo in Europa. Quasi nel giro di una notte, i problemi sociali dell’Europa divennero problemi religiosi.</p>
<p>Di fronte alla minaccia di disordini e di divisioni sociali, i governi europei hanno comprensibilmente cercato di allacciare rapporti con i gruppi e con le federazioni che affermavano di parlare a nome della “popolazione musulmana”.</p>
<p>Tuttavia, spesso queste organizzazioni sono molto più osservanti e conservatrici delle persone a nome delle quali pretendono di parlare, e molte di esse seguono una forma di fede tradizionale ed intransigente, spesso reazionaria in materia di genere e di sessualità.</p>
<p>Nel momento in cui i governi riconoscono specifici gruppi religiosi come portavoce ufficiali delle loro comunità, trattano le persone comuni come membri di entità cultural-religiose, che possiedono dei diritti in quanto membri di questi gruppi, e non in quanto cittadini o individui.</p>
<p><strong>I conflitti etnici e di classe sono divenuti problemi religiosi</strong></p>
<p>Per di più, le persone di origine musulmana ora vengono viste per definizione come “musulmani”, e si presume che operino sotto un’autorità religiosa. Se questo assunto può non esser vero in principio, potrebbe però facilmente diventarlo con il passare del tempo.</p>
<p>I mezzi di informazione contribuiscono a questo processo nel momento in cui parlano delle comunità etniche attraverso la lente dei leader religiosi, i quali naturalmente hanno i loro progetti specifici. Questioni etniche o di classe diventano problemi religiosi, ed i telespettatori ed i lettori tendono a vederli in questa luce. Le stesse comunità minoritarie sembrano più inclini a formulare le loro rivendicazioni in termini religiosi.</p>
<p>I musulmani d’Europa presentano una enorme diversità di pratiche e di stili devozionali, per non parlare dei comportamenti sociali e politici. Tuttavia, considerarli tutti sotto l’unica ed inflessibile etichetta dell’ “Islam” incoraggia un senso di identità religiosa sovranazionale che va in una direzione nettamente contraria rispetto agli obiettivi dell’integrazione.</p>
<p>Inoltre, questo atteggiamento conferisce valore al ruolo delle leadership religiose all’interno di queste comunità. I fondamentalisti presenti fra i musulmani avrebbero mai potuto modellare le cose in maniera più favorevole ai loro propositi?</p>
<p><em><strong>Philip Jenkins</strong> è professore di Studi Umanistici presso l’Università della Pennsylvania; è autore del libro “God&#8217;s Continent: Christianity, Islam and Europe&#8217;s Religious Crisis”, Oxford University Press 2007</em></p>
<p><strong>Titolo originale: </strong></p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://www.qantara.de/webcom/show_article.php?wc_c=476&amp;wc_id=1057">Is Europe Trying to Build a Fundamentalist Islam?<br />
</a></strong></p>
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