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	<title>Medarabnews &#187; al-Arab Online</title>
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		<title>I presupposti di un vero progetto di Unione per il Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 04:59:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Azraj Omar</dc:creator>
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<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=%5C2010%5C06%5C06-06%5C830.htm&#38;dismode=cx&#38;ts=6-6-2010%2012:53:55" target="_blank">مشروع الاتحاد من أجل المتوسط</a></strong></p>
<p>L’idea di Unione per il Mediterraneo (UPM) promossa dal presidente francese Nicolas Sarkozy deve affrontare attualmente una serie di gravi problemi, benché formalmente  sembri in grado di trasformarsi in realtà.&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>06/06/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=%5C2010%5C06%5C06-06%5C830.htm&amp;dismode=cx&amp;ts=6-6-2010%2012:53:55" target="_blank">مشروع الاتحاد من أجل المتوسط</a></strong></p>
<p>L’idea di Unione per il Mediterraneo (UPM) promossa dal presidente francese Nicolas Sarkozy deve affrontare attualmente una serie di gravi problemi, benché formalmente  sembri in grado di trasformarsi in realtà. Sebbene lo scomparso presidente francese Charles De Gaulle sia riuscito a creare il Mercato Europeo Comune sotto la leadership della Francia, costruire l’UPM non è un’impresa facile a causa di una serie di fattori di natura storica e coloniale, e delle differenze culturali, per non parlare poi degli squilibri tra la riva nord e la riva sud.</p>
<p>Il Mercato Europeo Comune (MEC), in sostanza, non era stato fondato con scopi puramente economici, ma con l’obiettivo essenziale di superare gli effetti della seconda guerra mondiale, di cui la Francia aveva pesantemente sofferto in conseguenza dell’occupazione nazista. L’obiettivo di fondare il MEC era, fra gli altri, quello di attenuare le connotazioni isolazioniste dello Stato-nazione europeo – soprattutto quello dell’Europa occidentale – considerato la causa di guerre e conflitti politici. Dunque, la successiva evoluzione del MEC verso l’Unione Europea rappresenta una tappa essenziale nella consapevolezza europea occidentale, e nella presa di coscienza dei pericoli del centralismo dello Stato-nazione, e dello sciovinismo nazionalista, dell’intolleranza politica e delle aspirazioni individuali di natura conflittuale che esso genera.</p>
<p>Tuttavia le numerose specificità  dei paesi del bacino del Mediterraneo e l’attuale situazione internazionale sono tutti fattori che chiariscono la differenza sostanziale tra l’idea di De Gaulle e quella di Sarkozy, sia sul piano teorico che sul piano pratico. A ciò si aggiunga la volontà di Sarkozy di inserire Israele nel progetto mediterraneo ben sapendo che lo Stato ebraico è un’entità illegittima, un fenomeno coloniale e razzista che è rifiutato dagli Stati della riva sud del Mediterraneo, compresa la Turchia.</p>
<p>Né il Libano né la Siria, né la Libia, la Tunisia o l’Algeria riconoscono ufficialmente lo Stato israeliano. Alla luce di ciò, è impossibile che questi Stati accettino un’unione con l’entità israeliana, perfino se tale unione dovesse essere concepita secondo le linee dell’UPM. Sulla base di quanto abbiamo appena detto, la proposta – o diciamo piuttosto l’idea – del progetto mediterraneo non può tradursi in realtà alla luce dei contrasti e dei problemi a cui abbiamo accennato. Varrebbe la pena dire che una partnership internazionale presuppone Stati che si riconoscano a vicenda e che non operino secondo una logica coloniale.</p>
<p>In questa cornice, lo Stato ebraico non ha una base giuridica che gli permetta di far parte dell’UPM. Esso è infatti uno Stato privo di confini definiti e riconosciuti dalle Nazioni Unite che siano in grado di garantirgli la legittimità di uno Stato sovrano, come avviene invece per tutti gli altri Stati del bacino del Mediterraneo. Inoltre, la Palestina è parte integrante dello spazio mediterraneo, ma nonostante ciò Israele si rifiuta di riconoscerla come Stato sovrano che abbia diritto di far parte della famiglia che fa capo al progetto mediterraneo promosso da Nicolas Sarkozy.</p>
<p>Non è ragionevole che la Siria e il Libano accettino Israele come membro ufficiale e come partner nell’UPM, visto che l’esercito israeliano occupa le alture del Golan e le Fattorie di Shebaa. In conseguenza di questi fatti, il progetto mediterraneo del presidente Sarkozy è semplicemente un concetto vago e fantasioso che assomiglia più che altro a un sogno confuso.</p>
<p><strong>A proposito della formula dell’Unione</strong></p>
<p>Studiando i dettagli del progetto di UPM promosso da Sarkozy non emerge alcuna prospettiva reale che porti alla nascita di un’unità tra la sponda nord e la sponda sud del Mediterraneo. Il concetto di unione, come emerge dalle esperienze concrete che sono state coronate da successo, equivale al superamento delle realtà degli Stati nazionali, al posto dei quali emerge un modello alternativo nella cui cornice gli Stati coinvolti si trovano a far parte di un’unione consensuale; all’interno di tale unione ciascuno di essi realizza la propria esistenza, come avviene nel caso dell’Unione Europea. Ma non esiste una formula del genere nel progetto di Sarkozy, né a livello teorico né a livello pratico. Guardando a ciò che offre l’idea di Sarkozy, si può dire che essa si contraddistingue per il suo carattere pragmatico sulla base di due elementi fondanti, che sono:</p>
<p>1) Dare ad Israele una legittimazione mediterranea senza che lo Stato ebraico riconosca i suoi crimini, senza che ponga fine all’occupazione del Golan e delle Fattorie di Shebaa, e senza che annunci di riconoscere ufficialmente lo Stato palestinese in base alle risoluzioni dell’ONU e in accordo con i principi della legalità internazionale.</p>
<p>2) Sarkozy aspira a giocare la carta dell’UPM come mezzo per imporre l’egemonia francese sulla sponda sud del Mediterraneo, trasformando questa egemonia in uno strumento di pressione francese nei circoli internazionali, ed in particolare all’interno della NATO e dell’UE. Non vi è dubbio che il progetto nascosto di Sarkozy vada al di là dell’UPM, e che non abbia alcun rapporto con la creazione di uno spazio mediterraneo inteso come polo internazionale alla cui costruzione partecipi la sponda sud per realizzare i propri progetti vitali nel panorama globale, ed attraverso il quale riesca a compiere il salto di qualità nell’ambito dell’economia, della tecnologia, della cultura, dell’insegnamento, della sicurezza, ecc..</p>
<p>E’ stato osservato che il progetto di Sarkozy non prevede la creazione di un consiglio dei ministri che riunisca i paesi dell’Europa mediterranea e gli Stati della sponda sud, e che costituisca una sorta di governo comune. Così come esso non prevede la costituzione di una forza di sicurezza mediterranea che sia vincolata alla difesa comune.</p>
<p>Il fatto che il progetto di Sarkozy manchi di questi elementi fondamentali indica in maniera evidente che l’UPM è semplicemente uno scheletro vuoto, una struttura del tutto priva di vita. In questo contesto, la cosa che desta meraviglia è che Sarkozy si sia accontentato di sottoporre il progetto alle leadership politiche al potere nei paesi mediterranei, cosa che fa di esso un progetto non democratico privo di qualsiasi base popolare. Così facendo Sarkozy sembra voler far rivivere la dittatura nel bacino del Mediterraneo, e questo è un fatto in totale contraddizione con il principio alla base dei progetti unitari moderni, di cui l’Unione Europea costituisce un modello. Tali progetti si basano sulla partecipazione popolare sia per eleggere le leadership che devono guidare questi organismi unitari, sia per definire le loro politiche.</p>
<p>In base a questo principio, ad esempio, L’UE non ha il potere di imporre la moneta unica senza il consenso popolare all’interno di questo o quello Stato.</p>
<p><strong>Le lezioni del passato</strong></p>
<p>Dunque, com’è possibile passare direttamente alla costituzione di un’unione mediterranea che sia un polo regionale ed internazionale, senza aver fornito alcun terreno stabile su cui costruirla? A questo proposito è bene chiarire un insieme di questioni centrali per renderci conto della fragilità del progetto di Sarkozy, che è caratterizzato dall’improvvisazione, e da un romanticismo sognante o immaginario.</p>
<p>Vi sono due questioni che hanno bisogno di un esame attento e oggettivo. La prima è rappresentata dalla necessità di aprire la strada alla costruzione di un’unione mediterranea che sia in grado di sopravvivere e di svilupparsi, e che non sia semplicemente finalizzata a liquidare gli effetti del classico retaggio coloniale. La Francia finora non ha riconosciuto i suoi crimini di potenza coloniale nel Nord Africa, ed anzi si rifiuta fermamente di sedersi intorno a un tavolo per discutere queste questioni. Questa posizione francese irragionevole rappresenta un ostacolo alla costruzione di un rapporto di fiducia con i popoli del sud del Mediterraneo, inteso come primo passo su una strada che conduca al consolidamento della cultura della riconciliazione. In questo stesso contesto, la Spagna continua ad occupare i territori marocchini di Ceuta e Melilla. Com’è possibile che due Stati, dei quali uno è il colonizzatore e l’altro è il colonizzato, possano unirsi nello spazio comune dell’UPM  mentre si trovano in questa situazione di violazione del principio di sovranità, ovvero in una situazione che è contraria ai principi più elementari dell’alleanza e dell’amicizia fra paesi vicini?</p>
<p>La seconda questione può riassumersi nell’assenza di serietà da parte dei paesi dell’Europa mediterranea nell’ottemperare agli obblighi della partnership, come avviene ad esempio nel gruppo dei 5+5 (<em>Francia, Italia, Malta, Portogallo e Spagna per la riva nord, e Algeria, Libia, Marocco, Mauritania e Tunisia per la riva sud (N.d.T.)</em> ), dove nessun vero progetto di integrazione sul piano dell’economia, degli investimenti, della sicurezza e delle infrastrutture ha avuto successo. Il gruppo dei 5+5 è fallito miseramente, e rappresenta un modello negativo per i rapporti tra le due sponde del Mediterraneo.</p>
<p>Inoltre, il cosiddetto processo di Barcellona del 1995 non è che una ricetta senza farmaci: esso è rimasto lettera morta. Entrambi questi modelli fallimentari (a causa dell’assenza di serietà e di onestà politica) hanno giocato un ruolo essenziale nella mancata costruzione delle basi di un’integrazione tra le due sponde del Mediterraneo che aprisse la strada a un grande progetto strategico come la creazione di una vera unione nel bacino del Mediterraneo. Un progetto del genere non può essere realizzato se non si cambiano le mentalità ereditate dal colonialismo, e se esso non è preceduto da una preparazione psicologica, mediatica e culturale che preveda la partecipazione della società civile all’interno dei paesi mediterranei.</p>
<p>Queste condizioni imprescindibili sono a loro volta subordinate alla creazione di presupposti seri nel campo dell’armonizzazione delle leggi e della creazione di prospettive democratiche per un’azione comune nel panorama internazionale (ed anche nelle relazioni bilaterali tra i paesi del Mediterraneo). Naturalmente, vi sono altre questioni non meno importanti che servono ad aprire la strada alla costruzione dell’integrazione e della partnership comune. Esse devono costituire i presupposti per passare gradualmente ad un dibattito pubblico tra il nord e il sud al fine di chiarire i fondamenti di un’unione mediterranea e trasformarli in principi ed azioni che costruiscano ponti fra i popoli dell’Europa mediterranea e i popoli della sponda sud.</p>
<p><em><strong>Azraj Omar</strong> è un giornalista e poeta algerino; scrive abitualmente sul quotidiano ‘al-Arab’, pubblicato a Londra</em></p>
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		<title>I limiti della nuova politica turca nei confronti degli arabi, e il ruolo della diplomazia siriana</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2009/10/21/limiti-della-nuova-politica-turca/</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 04:58:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Abdel Latif al-Hannashi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La nuova politica turca: zero problemi con i vicini]]></category>
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<p>Il romanticismo con cui un ampio settore di osservatori e giornalisti arabi guarda alla politica estera della Turchia si è nuovamente rinvigorito in occasione della visita&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>15/10/2009</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=\2009\10\10-15\822.htm&amp;dismode=x&amp;ts=15/10/2009%2002:07:55%20م" target="_blank">حدود السياسة التركية الجديدة تجاه العرب ودور الدبلوماسية السورية</a></strong></p>
<p>Il romanticismo con cui un ampio settore di osservatori e giornalisti arabi guarda alla politica estera della Turchia si è nuovamente rinvigorito in occasione della visita compiuta dal ministro degli esteri turco Ahmet Davutoğlu in Siria, nell’ambito della prima riunione del Consiglio di cooperazione strategica turco-siriana, avvenuta nella città di Aleppo. Questa cooperazione prevede la creazione di una zona di libero scambio, l’eliminazione dei visti di ingresso per i cittadini dei due paesi, e l’accordo sullo svolgimento di esercitazioni militari congiunte più estese rispetto al passato.</p>
<p>L’ammirazione e la meraviglia degli arabi nei confronti del ruolo turco risale al fatto che nel 2003 Ankara aveva rifiutato di concedere a Washington facilitazioni logistiche per invadere l’Iraq, e poi nel 2005 aveva rifiutato di contribuire agli sforzi di isolare la Siria. Questa ammirazione era ancora aumentata dopo che la Turchia aveva duramente condannato i massacri compiuti dagli israeliani a Gaza, e soprattutto dopo che il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan <strong><a href="http://www.medarabnews.com/2009/02/04/perche-erdogan-sta-con-i-palestinesi/" target="_blank">aveva polemizzato con il presidente israeliano Shimon Peres</a></strong> al Forum di Davos, protestando anche contro il comportamento degli organizzatori di quel dibattito, che avevano parteggiato per Peres, ed aveva lasciato la sala infuriato.</p>
<p>Infine questa ammirazione si è ulteriormente accresciuta dopo che i turchi hanno annullato la partecipazione delle forze israeliane alle esercitazioni militari denominate “Aquila dell’Anatolia”, esercitazioni che vengono svolte annualmente nei cieli della Turchia, con la supervisione degli Stati Uniti. I turchi ritengono che la partecipazione delle forze israeliane alle manovre militari sul territorio turco sia una cosa che macchia il buon nome della Turchia, oltre a rafforzare la collera e le proteste popolari nel paese. Alcuni analisti affermano invece che la ragione reale alla base dell’annullamento delle esercitazioni è che Israele avrebbe voluto compiere segretamente delle operazioni parallele, il cui obiettivo era monitorare dall’alto le regioni iraniane di confine, e rilevare elettronicamente il tipo di radar e di mezzi di difesa aerea utilizzati dall’Iran, attraverso i voli compiuti nei cieli turchi.</p>
<p>In realtà, il rapporto della Turchia con il mondo arabo non si è mai interrotto , ed è sempre stato buono con la maggior parte dei paesi arabi – sia con i paesi del Golfo sia con i paesi del Maghreb arabo – ad eccezione dei paesi vicini. Il rapporto con l’Iraq e la Siria, infatti, è stato spesso teso, giungendo a volte sull’orlo del conflitto armato, scongiurato dall’intervento di attori internazionali (l’ex Unione Sovietica) ed arabi (l’Egitto). Le ragioni di queste tensioni erano molteplici, ed in particolare l’alleanza strategica fra la Turchia ed Israele, il problema dello sfruttamento delle acque del Tigri e dell’Eufrate, ed il problema curdo.</p>
<p>Quanto alla nuova politica che la repubblica turca ha cercato di seguire nei confronti del mondo arabo, essa consiste essenzialmente nel volgersi verso la Siria. Ciò è stato fatto accogliendo i colloqui indiretti fra la Siria e Israele, cosa che a sua volta ha richiesto il ritorno della fiducia reciproca fra Ankara e Damasco. La nuova attenzione della Turchia nei confronti della Siria rappresenta la risposta turca ai profondi cambiamenti strategici a cui ha assistito il mondo, ed il Medio Oriente in particolare. Da tali cambiamenti sono derivati l’ascesa dell’Iran e la presa di coscienza, da parte della diplomazia turca, delle conseguenze che tutte queste trasformazioni avrebbero comportato per la situazione geostrategica della Turchia. Ankara ha cercato di soddisfare il suo desiderio di continuare ad essere un paese importante anche nel nuovo ordine mondiale (dopo aver perso il ruolo che ricopriva precedentemente nella cornice della Guerra Fredda), da un lato cercando di svolgere un ruolo di mediazione fra la Siria e Israele, e dall’altro tentando di indebolire i legami fra la Siria e l’Iran, cosa che potrebbe aumentare l’importanza del ruolo turco nella regione. Tutto questo potrebbe garantire al governo turco anche una maggiore soddisfazione americana nei confronti della Turchia , ed un’approvazione europea che potrebbe portare all’accettazione dell’ingresso di Ankara nell’UE.</p>
<p>Non vi è dubbio che il nuovo rapporto fra la Siria e la Turchia contenga in sé molteplici aspetti strategici, economici e politici, che rientrano profondamente negli interessi dei due paesi. Tuttavia questi aspetti potrebbero andare a vantaggio della Turchia più che della Siria – e del resto dei paesi arabi – a causa del differente peso politico ed economico delle parti coinvolte.</p>
<p>La Turchia possiede numerose caratteristiche che contribuiscono a questo squilibrio. Innanzitutto essa ha un’ampia estensione geografica e collega l’Asia all’Europa; ha un “peso” demografico considerevole, avendo circa 70 milioni di abitanti; dispone di abbondanti risorse naturali, ed in particolare delle risorse idriche; la Turchia ha conseguito una importante rinascita economica in numerosi settori, ed esporta molti dei suoi prodotti agricoli ed industriali in gran parte dei paesi arabi; anche se con alcune oscillazioni, le esportazioni turche superano annualmente i 100 miliardi di dollari, sebbene la Turchia non possieda ricchezze petrolifere.</p>
<p>La Turchia è considerata fra le regioni che attraggono maggiormente il turismo, compreso quello arabo, e rappresenta per la Siria un importante passaggio verso l’Asia e verso l’Europa.</p>
<p>La Siria, a sua volta, rappresenta per la Turchia un passaggio fondamentale verso il Levante arabo, soprattutto nel settore del petrolio e dell’energia, ma anche in altri campi. Il confine turco-siriano è uno fra i più estesi, sviluppandosi per circa 900 chilometri, ed uno fra i più sicuri e stabili, attraverso il quale le merci e le persone fluiscono con minor sforzo e con minori costi rispetto all’instabile confine turco-iracheno, dove opera il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).</p>
<p>Quanto ai confini terrestri fra Turchia e Iran, essi sono montuosi ed il movimento da entrambi i lati della frontiera è disagevole. Per questa ragione, sotto il profilo economico la Siria rimane una delle più importanti vie di accesso della Turchia al Medio Oriente.</p>
<p>Tuttavia, ad eccezione delle posizioni turche a sostegno della questione palestinese, consolidatesi dopo i massacri commessi da Israele a Gaza, e ad eccezione delle posizioni turche favorevoli ai diritti della Siria nel suo conflitto con Israele (alludiamo in particolare alla posizione imparziale e non sbilanciata a favore di Tel Aviv che Ankara ha adottato in occasione della sua mediazione fra la Siria ed Israele), la Turchia non ha offerto molto agli arabi, se lo paragoniamo a quanto Ankara offre a Israele.</p>
<p>Il rapporto fra la Turchia ed Israele è rimasto saldo come lo era prima che Ankara volgesse la propria attenzione verso Damasco. Questo nuovo interesse turco per la Siria è stato del resto accompagnato dalla disapprovazione di molti politici israeliani. L’establishment militare turco ha un rapporto privilegiato con l’establishment militare israeliano. Questo rapporto si è consolidato dopo la firma del patto militare del 1996. Le relazioni fra le forze armate dei due paesi comprendono svariati settori, come l’addestramento congiunto, l’utilizzo dello spazio aereo turco per le esercitazione dell’aeronautica militare israeliana, e una vasta cooperazione a livello della sicurezza e dell’intelligence. La Turchia è l’unico stato che utilizza tecnologie e materiale bellico israeliani in grandi quantità, come i pezzi di ricambio per i carri armati e per gli aerei. Essa acquista missili e sistemi elettronici avanzati di produzione israeliana. Complessivamente, Israele esporta verso la Turchia merci e servizi per un valore di circa un miliardo e mezzo di dollari all’anno, ed importa annualmente da essa l’equivalente di oltre un miliardo di dollari.</p>
<p>Di conseguenza, a giudizio di molti osservatori l’ammirazione e l’entusiasmo che molti arabi nutrono nei confronti della politica turca è eccessivo. Questi analisti e giornalisti arabi non hanno prestato attenzione alle grandi capacità diplomatiche di Damasco, che hanno rappresentato un fattore essenziale nel rinnovato interesse turco per la Siria. Uno dei pilastri su cui si fonda la diplomazia siriana è l’importante posizione strategica del paese nella regione. La Siria è l’unico stato nella regione che è geograficamente connesso con tutte le aree di conflitto e di contrasto in Medio Oriente: l’Iraq, la Palestina e il Libano.</p>
<p>La diplomazia siriana è riuscita a conseguire numerosi successi nell’ultimo periodo. Ad esempio è riuscita a porre fine al suo isolamento a livello arabo, che le era stato imposto dai cosiddetti paesi arabi “moderati”; è riuscita a ridurre le pressioni esercitate nei confronti di Damasco dai paesi dell’Unione Europea, dagli Stati Uniti e da Israele, grazie ai negoziati indiretti con Tel Aviv attraverso la mediazione turca, e anche a seguito della sua presenza alla Conferenza di Annapolis; infine è riuscita a spingere l’amministrazione americana e paesi europei come la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia ad avere rapporti con il governo siriano e ad inviare i propri rappresentanti a Damasco.</p>
<p>Ma l’attività diplomatica siriana non si è limitata a questo. Damasco ha proposto altre iniziative che includono nuovi aspetti strategici legati ad un rapporto equilibrato fra gli stati della regione. Fra tali iniziative, l’ultima è quella che mira a legare i quattro mari: il Mediterraneo, il Mar Caspio, il Mar Nero e il Golfo Persico. L’obiettivo è quello di rinsaldare i legami economici e politici fra i paesi della regione, al fine di costituire un forte raggruppamento regionale.</p>
<p>Non vi è dubbio che la visita del ministro degli esteri turco a Damasco subito dopo la visita del re saudita denoti il desiderio siriano di ricostituire l’asse arabo tripartito composto dal Cairo, Damasco e Riyadh. La Siria vuole anche ribadire che il suo rapporto strategico con due stati islamici dal peso determinante nella regione, come l’Iran sciita avversario dell’Occidente e la Turchia sunnita vicina ai paesi occidentali, non andrà a spese dei suoi rapporti con i due maggiori paesi arabi: l’Egitto e l’Arabia Saudita. La diplomazia siriana ritiene che la sua relazione con l’Iran e la Turchia sia una fonte di equilibrio e di stabilità per la regione alla luce delle difficili circostanze internazionali – al contrario di quanto pensano gli Stati Uniti e Israele.</p>
<p>Infine è importante osservare che quanto è accaduto fra la Turchia e la Siria non è accaduto affatto nei mutui rapporti fra i paesi arabi, malgrado l’esistenza della Lega Araba, e la presenza di un “arsenale” di accordi analoghi che sono rimasti inapplicati. Ciò è la conseguenza della volontà politica e del desiderio di autonomia dei paesi arabi, che pongono al primo posto l’interesse nazionale.</p>
<p><em><strong>Abdel Latif al-Hannashi</strong> è uno storico tunisino; insegna storia contemporanea all’Università di Tunisi</em></p>
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		<title>Afghanistan: guerra necessaria o guerra voluta?</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2009/09/23/afghanistan-guerra-necessaria-o-voluta/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2009 04:58:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amr Abd el-Atty</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>12/09/2009</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=\2009\09\09-12\951.htm&#38;dismode=x&#38;ts=12/09/2009%2011:06:28%20ص" target="_blank">أفغانستان.. حرب ضرورية أم اختيارية؟</a></strong></p>
<p>Le espressioni “guerra necessaria” e “guerra voluta” sono nuovamente tornate a dominare il dibattito americano interno a proposito del conflitto in cui l’amministrazione Obama si è impegnata in Afghanistan.</p>
<p>Fin&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>12/09/2009</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=\2009\09\09-12\951.htm&amp;dismode=x&amp;ts=12/09/2009%2011:06:28%20ص" target="_blank">أفغانستان.. حرب ضرورية أم اختيارية؟</a></strong></p>
<p>Le espressioni “guerra necessaria” e “guerra voluta” sono nuovamente tornate a dominare il dibattito americano interno a proposito del conflitto in cui l’amministrazione Obama si è impegnata in Afghanistan.</p>
<p>Fin dalla sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2008, Barack Obama aveva difeso la guerra americana in Afghanistan, considerandola una guerra necessaria. Egli ha in questo modo determinato un cambiamento nella politica estera americana – la quale durante i due mandati Bush si era concentrata sull’Iraq, portando avanti una guerra che Obama considera una “guerra voluta” – in direzione dell’Afghanistan e del Pakistan, dove agisce al-Qaeda, l’organizzazione accusata di aver perpetrato gli attacchi dell’11 settembre 2001, ed i Talebani, nelle loro due versioni: afghana e pakistana.</p>
<p>Negli Stati Uniti si sono delineate due correnti principali nel dibattito relativo al modo in cui l’amministrazione americana dovrebbe gestire la guerra in Afghanistan. La prima invoca un ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, lasciando alla sua gente la gestione degli affari del paese, sulla base dell’esperienza storica per cui nessuna potenza è mai riuscita a dominare quella regione.</p>
<p>Secondo questa linea di pensiero, Washington dovrebbe contribuire al raggiungimento di un compromesso politico che comprenda i Talebani moderati e garantisca che il territorio afghano non venga utilizzato per lanciare attacchi terroristici contro gli alleati degli Stati Uniti. Tuttavia, il ritiro americano dall’Afghanistan non significherebbe la fine dello sforzo americano di dare la caccia ad al-Qaeda.</p>
<p>L’altra linea di pensiero sostiene la necessità della presenza americana in Afghanistan, poiché la guerra americana laggiù è legata a numerose questioni di importanza centrale per Washington, come la guerra al terrorismo, il conflitto per l’energia in Asia centrale, la questione nucleare iraniana, e il confronto con l’asse russo-cinese. I sostenitori di questa corrente invocano un aumento delle truppe americane ed internazionali in Afghanistan per controllare quel paese e sbarazzarsi di al-Qaeda e dei Talebani.</p>
<p><strong>Il fallimento della politica di Obama in Afghanistan</strong></p>
<p>Il presidente americano Barack Obama aderisce alla seconda corrente di pensiero. Fin dalla sua campagna elettorale lo scorso anno, l’attuale presidente americano aveva dichiarato che l’Afghanistan era una priorità per la sicurezza nazionale americana, e che quella era una “guerra necessaria”.</p>
<p>Con il suo ingresso alla Casa Bianca, il presidente americano ha cambiato i vertici dell’esercito nominando il generale Stanley McChrystal comandante delle truppe americane e delle forze NATO in Afghanistan. McChrystal ha preso il posto del generale David McKiernan meno di un anno dopo che quest’ultimo aveva assunto il proprio incarico, a causa di un grave errore commesso dall’aviazione americana in occasione di alcune incursioni aeree, le quali avevano mietuto decine di vittime civili nell’Afghanistan occidentale.</p>
<p>Obama ha così determinato un cambiamento nella strategia americana, spostando l’attenzione dall’Iraq all’Afghanistan ed aumentando le truppe americane che operano laggiù. Obama ritiene che per avere successo gli Stati Uniti abbiano bisogno di un maggior numero di soldati, e ha di conseguenza esortato a ritirare le forze americane dall’Iraq per inviarle in Afghanistan.</p>
<p>Tuttavia questa strategia non si è rivelata vincente. Nel suo rapporto sull’Afghanistan, il generale McChrystal ha affermato che “la strategia americana non è efficace”, definendo “grave” la situazione laggiù. Egli ha chiesto una revisione della strategia americana in questa guerra, affermando che tale revisione potrebbe portare alla vittoria.</p>
<p>Gli insuccessi registrati finora hanno avuto un impatto sull’opinione pubblica americana, la quale fino a questo momento aveva sostenuto la politica di Obama in Afghanistan. Un sondaggio pubblicato dalla CBS martedì 1° settembre ha mostrato che il 41% degli intervistati vuole un ridimensionamento della presenza americana in Afghanistan, rispetto al 33% del sondaggio dello scorso aprile.</p>
<p>Solo il 25% degli intervistati vuole un aumento delle truppe americane in Afghanistan, rispetto al 39% del mese di aprile. Il sostegno manifestato dagli intervistati alle politiche di Obama in Afganistan è calato di 8 punti rispetto ad aprile, scendendo al 48%.</p>
<p>In un articolo apparso il 21 agosto sul New York Times con il titolo <strong><a href="http://www.nytimes.com/2009/08/21/opinion/21haass.html" target="_blank">“In Afghanistan, the Choice is Ours”</a></strong>, Richard N. Haass, presidente del Council on Foreign Relations, ha sostenuto che Obama non ha portato nulla di nuovo nella politica americana in Afghanistan, ad eccezione di un rafforzamento della politica precedente.</p>
<p>All’inizio di quest’anno, infatti, il presidente americano aveva annunciato l’invio di altri 17.000 soldati e di 4.000 addestratori in Afghanistan portando così il numero delle truppe americane laggiù ad oltre 60.000 unità. Lo scorso marzo, Obama aveva dichiarato che la missione americana in Afghanistan era di “combattere i Talebani nel sud e nell’est” del paese, facendo così diventare gli Stati Uniti un protagonista nella guerra civile afghana.</p>
<p><strong>Un guerra ‘necessaria’ voluta da Obama</strong></p>
<p>Il declino dell’appoggio dell’opinione pubblica americana alle politiche di Obama in Afghanistan, e gli insuccessi delle strategie americane laggiù, sollevano un interrogativo essenziale: la guerra americana in Afghanistan è una “guerra necessaria” o una “guerra voluta”?<br />
A questo proposito, Robert Kagan – una figura vicina ai neocon – ha scritto un articolo apparso il 23 agosto sul Washington Post con il titolo <strong><a href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/08/21/AR2009082102922.html" target="_blank">“The President and the &#8216;Necessary War&#8217; Myth”</a></strong>. Nelle prime righe di questo articolo egli ricordava che Obama aveva difeso la guerra in Afghanistan definendola una “guerra necessaria”, e non una “guerra voluta”.</p>
<p>Kagan ha affermato che questa distinzione fra “guerra necessaria” e “guerra voluta” ha spinto il presidente americano in un tunnel dal quale avrebbe fatto meglio a tenersi lontano. Infatti, secondo Kagan nella storia americana solo poche guerre possono essere definite necessarie, se del tutto ve ne sono. Fino a quando il paese non corre il rischio di essere invaso, o non è esposto a una minaccia esistenziale, andare in guerra è sempre il risultato di una libera scelta.</p>
<p>Lo stesso Haass, nell’articolo precedentemente citato, si è chiesto se la guerra in Afghanistan fosse una guerra necessaria oppure no. Prima di rispondere, egli ha chiarito che qualsiasi “guerra necessaria” deve da un lato avere importanza per l’interesse nazionale dello Stato che va a combattere, e dall’altro deve essere l’unica strada percorribile per salvaguardare questo interesse. Secondo Haass, l’espressione “guerra necessaria” si applica alla seconda guerra mondiale, alla guerra in Corea ed alla guerra del Golfo.</p>
<p>Dopo gli eventi dell’11 settembre, la guerra in Afghanistan era una “guerra necessaria” per difendere gli Stati Uniti dalla minaccia di al-Qaeda, all’epoca alleata con i Talebani al potere in Afghanistan. Allo stesso tempo, Washington non aveva alternative all’azione militare. Tuttavia Haass si chiede: in presenza di un governo amico di Washington a Kabul, l’azione militare è ancora necessaria?</p>
<p>Nel suo articolo, Haass ritiene che la guerra in Afghanistan sia “una guerra ‘necessaria’ voluta da Obama”. Egli la paragona al Vietnam, alla Bosnia, al Kosovo, ed all’Iraq attuale. La “guerra voluta” non è di per sé buona o cattiva, secondo Haass. Ciò dipende dalla possibilità o meno che i successi dell’intervento militare siano superiori ai costi.</p>
<p>In conclusione, secondo Haass, il ritiro americano dall’Afghanistan o l’invio di ulteriori truppe potrebbero portare entrambi all’invasione di Kabul ed alla caduta dell’attuale governo afghano, tuttavia nel secondo caso ciò comporterebbe maggiori perdite umane e finanziarie per gli americani.</p>
<p><strong>Le possibili scelte di Obama in Afghanistan</strong></p>
<p>Secondo Haass, malgrado i successi militari ottenuti dagli Stati Uniti e dalle forze della coalizione internazionale in Afghanistan, le “organizzazioni terroristiche” possiedono la capacità di riunire le loro forze ancora una volta e di propagarsi ovunque. Il futuro dello stesso Pakistan sarà instabile.</p>
<p>Per queste ragioni, Haass ritiene che vi siano delle alternative all’attuale politica americana in Afghanistan:<br />
1) Ridurre le operazioni militari a terra; 2) incrementare gli attacchi degli aerei senza pilota contro le roccaforti di al-Qaeda e dei Talebani; 3) addestrare le forze di sicurezza e l’esercito afghano; 4) aumentare gli aiuti e fare affidamento sui mezzi diplomatici per spezzare la resistenza dei Talebani e ridurre la loro influenza fra la popolazione afghana.</p>
<p>Secondo Haass, vi è poi un’alternativa ancora più radicale che consiste nel ritirare le truppe americane operanti in Afghanistan, e concentrarsi sulle iniziative regionali ed internazionali di lotta al terrorismo e sulle iniziative per rafforzare la sicurezza nazionale americana contro qualsiasi minaccia terroristica proveniente dall’Afghanistan.  Questa alternativa assomiglia tuttavia alla politica adottata da Washington in Somalia e in altri paesi, dove si trovano governi che non sono in grado o non hanno la volontà di combattere il terrorismo. Malgrado ciò – afferma Haass – gli Stati Uniti si guardano bene dall’intervenire militarmente in tali paesi.</p>
<p>Dal canto suo, Antony Cordesman, in un articolo apparso il 31 agosto sul Washington Post con il titolo <strong><a href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/08/30/AR2009083002252.html" target="_blank">“How to Lose in Afghanistan”</a></strong>, sostiene che gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra attuale, e che per vincere sarà necessario uno sforzo aggiuntivo che potrebbe protrarsi per i prossimi anni.</p>
<p>Cordesman, che ha fatto parte del gruppo di valutazione del conflitto che ha fornito una consulenza strategica a Stanley McChrystal, l’attuale comandante delle forze americane in Afghanistan, ha analizzato con chiarezza le cause che hanno portato alla sconfitta americana nel Paese.</p>
<p>Egli ha indicato come elemento determinante la scarsità di risorse destinate al conflitto, affermando che “tra il 2002 e il 2008 gli Stati Uniti non hanno fornito le risorse finanziarie, né le truppe sufficienti, né la leadership necessaria per garantire la vittoria. Essi hanno invece contribuito a creare un vuoto politico in Afghanistan mentre erano attivi nel paese i Talebani ed altri gruppi estremisti, che hanno sfruttato a loro vantaggio questo vuoto”.</p>
<p>Cordesman fa affidamento sull’ambasciatore americano in Afghanistan, Karl Eikenberry, e sul generale McChrystal per giungere alla vittoria. Tuttavia – afferma Cordesman – ciò avverrà a condizione che ai due venga permesso di gestire l’aspetto militare e civile della guerra senza interventi da parte dell’amministrazione di Washington, e a condizione che venga concesso loro il tempo necessario, e risorse e giurisdizione sufficienti a portare a termine la loro missione. Il loro fallimento porterebbe infatti al fallimento dell’amministrazione Obama in Afghanistan, proprio come era accaduto all’amministrazione Bush.</p>
<p><em><strong>Amr Abd el-Atty</strong> è un analista arabo esperto di politica estera americana</em></p>
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		<title>Le illusioni arabe spazzate via dalle esplosioni di Baghdad</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 04:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Nasser</dc:creator>
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<p><strong><a href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=\2009\09\09-01\823.htm&amp;dismode=x&amp;ts=01/09/2009 11:43:51 ص" target="_blank">أوهام عربية تبددها تفجيرات بغداد</a></strong></p>
<p>Il brancolamento nel buio della sicurezza irachena, tradottosi nella destituzione affrettata di alcuni capi dell’intelligence (allontanati in realtà non perché colpevoli – come si è voluto far credere – del deficit nella sicurezza, ma perché avevano attribuito all’Iran ed ai suoi agenti in Iraq la responsabilità delle esplosioni di mercoledì 19 agosto a Baghdad); il brancolamento politico e diplomatico del governo Maliki, tradottosi nel rocambolesco passaggio, nel giro di 24 ore, dalla firma dell’annuncio congiunto di cooperazione strategica con la Siria alla decisione di rivolgere dure insinuazioni contro questo paese, accusandolo di essersi trasformato in “una retrovia per la distruzione dell’Iraq”; il brancolamento mediatico tradottosi nel lancio di accuse contraddittorie riguardo alle responsabilità di questi attentati – tutto ciò ha spazzato via la prima illusione che il governo di Nuri al-Maliki ha cercato di vendere al mondo arabo: quella di essere un governo forte ed equilibrato, in grado di raggiungere accordi bilaterali o collettivi con i paesi arabi che avrebbero aperto la strada alla normalizzazione dei rapporti arabo-iracheni. Questa illusione si rivela tale a maggior ragione se si tiene conto che le probabilità di Maliki di uscire vincitore dalle prossime elezioni a scapito dei suoi ex alleati della coalizione sciita si sono ridotte, dopo che questi ultimi hanno unito le loro forze contro di lui, e dopo che è fallita la manovra siriana di Maliki volta ad estendere il proprio serbatoio elettorale.</p>
<p>Gli attentati del mercoledì di sangue (<em>che hanno provocato quasi 100 morti ed oltre 500 feriti, imponendosi come i più gravi attacchi terroristici dopo il  ritiro delle truppe americane dalle città, avvenuto il giugno scorso (N.d.T.)</em> ) hanno spazzato via una seconda illusione araba: quell’illusione venduta agli arabi dagli esponenti del processo politico irano-americano in Iraq – ovvero il fatto che la sicurezza in Iraq era stata ristabilita per mano loro, e che gli arabi dovevano di fatto trattare con loro.</p>
<p>La terza illusione che questi attacchi terroristici hanno smascherato, e che dovrebbe rimanere per sempre sepolta sotto le macerie prodotte da tali attacchi, è esemplificata dal modello siriano: presumere che l’esistenza di rapporti strategici tra un qualunque paese arabo e l’Iran, e la presenza di contatti fra questo paese e le forze e le milizie settarie irachene fedeli all’Iran, rappresentino per esso una garanzia politica sufficiente che gli verranno aperte le porte di Baghdad mentre quest’ultima è ancora sotto l’occupazione americana e il predominio iraniano, è un’illusione che è stata spazzata via dalla precisa scelta di tempo con cui sono avvenuti questi attentati, ad appena 24 ore dalla firma dell’annuncio “congiunto” siro-iracheno sulla creazione di un consiglio di “cooperazione strategica”.</p>
<p>Inoltre, il voltafaccia iracheno nel giro di pochi giorni dalla firma di questo accordo, con l’esplicita accusa nei confronti della Siria di essere responsabile di tali attentati, doveva far esplodere una crisi diplomatica accompagnata dal richiamo dei rispettivi ambasciatori. Ciò lascia presagire che la “cooperazione strategica” si trasformerà in una “ostilità strategica”. Yassin Majid, consigliere per l’informazione del primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, ha scritto che la Siria si è trasformata in “una retrovia per la distruzione dell’Iraq”, e che “è da escludere che l’intelligence siriana non fosse a conoscenza” degli attentati. Gli ha risposto il giornale siriano Tishreen con un editoriale in cui si affermava che l’Iraq cerca di “esportare all’estero le sue crisi interne”, ed in cui non si perdeva l’occasione di accennare al fatto che  “la scelta di tempo ed il legame” tra gli attentati e la visita di Maliki a Damasco “non sono casuali”.</p>
<p>Queste allusioni di Tishreen ci conducono alla quarta illusione araba che è stata spazzata via dagli attentati: l’illusione che le relazioni strategiche fra l’Iran e la Siria abbiano come logica conseguenza il fatto che gli interessi siriani e iraniani in Iraq siano simili. Come le complicazioni derivanti dagli attentati hanno dimostrato, questi interessi sono invece dissimili. La controversia relativa ai “baathisti” che gli attacchi terroristici del 19 agosto hanno fatto esplodere fra Baghdad e Damasco è una versione siro-irachena contraffatta del tacito disaccordo esistente in realtà fra il regime di Teheran e quello di Damasco. Il primo vede nel partito Baath e nella resistenza irachena un nemico di stampo “terroristico” sia per il regime iraniano che per il governo di Baghdad ad esso amico, e considera la guerra a questo “nemico” prioritaria rispetto alla resistenza all’occupazione americana. Il secondo invita apertamente a revocare la politica di “estirpazione” del partito Baath e ad includere questo partito e la resistenza irachena nel processo politico al fine di realizzare una vera riconciliazione nazionale in Iraq, che è imprescindibile se si vuole accelerare la partenza dell’occupazione americana. </p>
<p>Perciò Tishreen, pur senza nominare l’Iran e la sua “longa mano” in Iraq, o il governo della regione del Kurdistan, si è soffermato a considerare questi attori come i soli che sarebbero stati in grado di portare a termine attentati di questa precisione e complessità, i soli che hanno un chiaro interesse a non realizzare la riconciliazione irachena secondo la visione siriana. All’Iran, malgrado la visita del presidente siriano Bashar al-Assad a Teheran all’indomani della firma dell’accordo di “cooperazione strategica” con Maliki, non è sfuggito che questo accordo è stato firmato nel contesto di un’intesa siro-americana che prende di mira i rapporti fra Teheran e Damasco da un lato, e che, dall’altro, mira a ridimensionare l’influenza iraniana sul governo di Baghdad nato dall’occupazione. Di conseguenza, l’Iran era il primo ad essere colpito da simili sviluppi nei rapporti della Siria con Washington e con Baghdad. Allo stesso modo, l’Iran è il primo a guadagnare dal fallimento di sviluppi di questo genere. Dal canto loro, gli Stati Uniti avevano invece da guadagnare da simili sviluppi, ed hanno certamente tutto da perdere dal loro fallimento.</p>
<p>Quanto alla leadership della regione autonoma del Kurdistan, essa era sul punto di perdere il senno all’idea che Maliki firmasse con Damasco un accordo per la riattivazione dell’oleodotto Kirkuk-Banyas (<em>Banyas è una cittadina sulla costa siriana (N.d.T.)</em> ) e per il trasferimento del petrolio e del gas “iracheni” da Kirkuk ai mercati mondiali attraverso la Siria (è questa la questione scottante fra Maliki e la leadership curda, una leadership che Washington sta cercando di contenere, mettendola in guardia sulla possibilità che essa diventi la causa scatenante di una “guerra etnica” fra arabi e curdi dell’Iraq). Le perdite e i profitti che tale leadership ricava dagli ultimi eventi fra Baghdad e Damasco sono chiari a tutti.</p>
<p>Quanto all’accusa preconfezionata da rivolgere contro l’occupazione americana, questa volta quasi nessuno ha ritenuto di lanciarla, così come nessuno ha rivolto accuse al Mossad israeliano, sebbene una simile eventualità non sia da escludere.</p>
<p>Una lettura attenta della risposta ufficiale siriana alle accuse irachene spazza via una quinta illusione araba, di cui la stessa diplomazia siriana è stata l’ultima vittima. Si tratta di quell’illusione in base alla quale gli arabi continuano a sperare invano in sviluppi che consentano al regime nato dall’occupazione americana a Baghdad di trasformarsi in un regime politico che permetta la normalizzazione dei rapporti con gli arabi, mentre invece tutte le circostanze oggettive nelle quali questo regime è nato, ed anche tutte le ragioni politiche per boicottarlo ed isolarlo a livello arabo, restano in piedi ed anzi si rafforzano. Ciò è confermato dalla “precipitazione” – come si è espressa l’agenzia ufficiale siriana ‘Sana’ – “con cui il governo iracheno ha lanciato accuse a casaccio”. Tale precipitazione va fatta risalire ai “contrasti interni” esistenti fra gli esponenti del “processo politico”, ed in particolare  fra gli agenti doppiogiochisti legati ai due partner dell’occupazione: l’Iran e l’America. Questo ribollire di contrasti è un processo tuttora in corso, che prosegue sotto l’egida dei due partner medesimi. O forse si è trattato di “contrasti esteri” che l’agenzia ‘Sana’ non ha ritenuto di dover nominare, ma i cui accenni rimandano chiaramente allo scontro irano-americano per il predominio in Iraq. Di tale scontro gli iracheni costituiscono il combustibile innocente fin dall’invasione del 2003, al pari dei rapporti arabo-iracheni.</p>
<p>L’affermazione sulla “necessità, urgente come mai in passato, di realizzare la riconciliazione nazionale” irachena – affermazione presente all’interno del comunicato ufficiale con cui veniva richiamato l’ambasciatore siriano a Baghdad – ha spazzato via la sesta illusione araba, secondo la quale il regime nato dall’occupazione sarebbe realmente in grado di realizzare un riconciliazione nazionale che ormai viene chiesta a gran voce da tutti i paesi arabi come ulteriore pretesto, oltre alle “pressioni americane”, per giustificare la frettolosa propensione degli arabi a conferire una legittimazione araba ufficiale all’occupazione ed al regime da essa sorto.</p>
<p>Il frettoloso voltafaccia di Maliki contro la “cooperazione strategica” con la Siria non è stato affatto sorprendente. Era anzi prevedibile – non soltanto perché Maliki già in passato non aveva mantenuto precedenti promesse di realizzare questa cooperazione, e non soltanto perché egli si era rivolto a Damasco solo per assecondare le pressioni americane in questo senso, le quali tuttavia erano in contrapposizione con i suoi impegni ben più vincolanti con Teheran (cosa che spiega il contrasto fra Maliki ed il suo capo dell’intelligence Mohamed Abdallah al-Shahwani, addestrato dai servizi segreti americani, il quale aveva addossato all’Iran ed ai suoi agenti in Iraq la responsabilità degli attentati del 19 agosto; ciò aveva spinto Maliki a rimuoverlo dall’incarico, come precondizione per quella che Damasco ha definito la “fabbricazione” di accuse nei confronti della Siria).</p>
<p>Il voltafaccia del primo ministro iracheno era prevedibile anche perché i prossimi appuntamenti elettorali rendevano più probabile il prevalere delle affiliazioni iraniane di Maliki sul suo obbligo a sottostare ai diktat americani. La ragione sta nel fatto che tali affiliazioni sono maggiormente in grado di attrarre voti su base confessionale. La propensione di Maliki, del suo partito e della sua lista elettorale, per la visione iraniana e settaria di riconciliazione irachena – una propensione del tutto simile a quella della coalizione sciita che ha cambiato il suo nome in Alleanza “Nazionale” Irachena (INA) – ha spazzato via la settima illusione araba, quella secondo cui la corrente di Maliki all’interno del “processo politico” avrebbe potuto porre le basi di una indipendenza irachena dal predominio iraniano. Questa illusione era nata sulla scia dello scontro scoppiato tra la lista di Maliki e l’INA per aggiudicarsi il favore di Teheran, considerato una sorta di “passaporto” elettorale per impadronirsi del potere a Baghdad.</p>
<p>Il ritorno della corrente di Muqtada al-Sadr nell’alveo della coalizione settaria sciita sponsorizzata da Teheran, pochi giorni dopo che Damasco aveva ospitato al-Sadr accogliendolo con tutti gli onori ed esortandolo ad aderire alla visione siriana di una vera riconciliazione nazionale in Iraq, ha spazzato via l’ottava illusione araba. Questo ritorno ha rappresentato infatti un voltafaccia analogo a quello di Maliki nei confronti di Damasco e di qualsiasi altra eventuale “partnership” araba con queste forze settarie, un voltafaccia più smaccato di quello che diede vita all’alleanza della corrente sadrista con il partito Da’wa, e che portò Maliki alla guida del governo. Sembra dunque confermato che Maliki non ha aderito – finora – alla coalizione sciita annunciatasi con il nome di “Alleanza Nazionale Irachena” (INA), al cui interno Teheran ha mobilitato tutti i suoi agenti iracheni in vista delle prossime elezioni, non per ragioni settarie, ma semplicemente perché Maliki vuole che all’interno di questa lista il suo partito abbia una quota del 51%, a scapito dei sadristi. Ciò spazza via qualsiasi illusione araba che queste forze settarie nate dalla matrice iraniana siano in grado di cambiar pelle a breve termine.</p>
<p>Di conseguenza, gli attentati di Baghdad hanno spazzato via anche la nona illusione araba, quella secondo cui il governo nato dall’occupazione avrebbe potuto sbarazzarsi della sua dipendenza dalle forze americane di occupazione ed allo stesso tempo rinnegare le proprie affiliazioni iraniane per diventare realmente in grado di riportare l’Iraq all’interno del bacino arabo a cui naturalmente appartiene, confermando la saggezza della diplomazia araba, e saudita in particolare, che continua a ritenere che sia prematuro normalizzare i rapporti arabi con Baghdad.</p>
<p>Nel corso della sua visita a Baghdad, lo scorso marzo, il segretario generale della Lega Araba Amr Moussa si era “vantato” che “tre mesi dopo l’occupazione dell’Iraq, Baghdad aveva avuto un seggio all’interno della Lega Araba”. Egli aveva poi affermato che esiste una risoluzione del Vertice arabo per aprire le ambasciate arabe a Baghdad, e che questa apertura era stata rinviata per ragioni “di sicurezza” (e non per ragioni “politiche”) dopo che era stato sequestrato e assassinato l’ambasciatore egiziano e dopo che era stata fatta saltare in aria la sede delle Nazioni Unite nel 2005 – e prima che le “pressioni americane” si trasformassero in una ragione politica che giustificava l’affluire dei diplomatici arabi a Baghdad a partire dal 2008.</p>
<p>L’illusione che i paesi arabi esitino ad avere rapporti con il regime nato dall’occupazione americana in Iraq, per motivazioni politiche o in ragione delle pressioni americane, è la decima illusione che gli attentati del 19 agosto a Baghdad hanno spazzato via. Lo dimostra, ad esempio, l’affermazione della Lega Araba di essere decisa a mantenere la propria missione diplomatica nella capitale irachena. Lo dimostra anche un secondo esempio: l’affermazione del Cairo di non voler tornare sulla propria decisione di inviare il nuovo ambasciatore a Baghdad a conferma della dichiarazione del presidente Hosni Mubarak sulla necessità di ristabilire “la partnership e la cooperazione” con l’Iraq. Il ministro degli esteri Ahmed Abul Gheit aveva firmato una “bozza d’intesa” a questo proposito alla fine della settimana scorsa, senza trarre alcun insegnamento dal voltafaccia di Maliki nei confronti dell’analogo accordo siro-iracheno – un voltafaccia compiuto prima ancora che si asciugasse l’inchiostro con cui tale accordo era stato scritto, e che fonti siriane ufficiali hanno definito “premeditato”.</p>
<p>La “premeditazione” con cui si è voluto far cadere i siriani in quella che il direttore del quotidiano “al-Quds al-Arabi”, Abdel Bari Atwan, ha definito “la trappola irachena” è stata rivelata in tutta franchezza da Ali Dabbagh, il portavoce del governo Maliki, nel momento in cui ha affermato: 1) che “l’Iraq ha consegnato ripetutamente ai siriani una lista di ricercati”, cosa che aveva fatto lo stesso Maliki nel corso della sua ultima visita (definita “strategica”) a Damasco, senza ricevere risposta; 2) che era stato l’Iraq a “suggerire” di ratificare un accordo strategico con la Siria “che le impone di perseguire i sospettati”; 3) che i rapporti bilaterali fra i due paesi sono ora giunti a “un bivio” a causa di ciò, dopo che il primo ministro iracheno ha minacciato di appellarsi alle Nazioni Unite ed al Consiglio di Sicurezza per chiedere un “tribunale internazionale” che indaghi sugli attentati, da lui definiti “un crimine di guerra”. Ciò sembra confermare che Maliki era andato a Damasco unicamente a questo scopo, cosa che a sua volta spiega quale minaccia rappresenti la resistenza irachena – ed il ruolo guida che il partito Baath ha al suo interno – per il regime di Maliki, e spazza via definitivamente qualsiasi illusione araba sulla possibilità che il regime nato dall’occupazione in Iraq ristabilisca i normali rapporti arabo-iracheni.</p>
<p>Ma l’illusione araba più grande che gli attentati di Baghdad hanno spazzato via è quella secondo cui l’occupazione americana si appresterebbe a lasciare docilmente l’Iraq, ed il ridispiegamento delle forze americane al di fuori delle città – ed il trasferimento di alcune di queste forze dall’Iraq all’Afghanistan – rappresenterebbe l’inizio della fine di questa occupazione, e di conseguenza l’inizio della fine dell’influenza iraniana che all’ombra di tale occupazione aveva preso piede in Iraq. Gli stessi attentati, e le complicazioni che ne sono derivate, sono infatti diventati un pretesto utilizzato dagli esponenti del processo politico sorto all’ombra dell’occupazione per chiedere di non affrettare il ritiro americano. In questa loro richiesta essi trovano una facile sponda nell’analoga richiesta fatta da molti paesi arabi, secondo cui il referendum sul “patto di sicurezza” con gli Stati Uniti, inizialmente previsto lo scorso luglio, sarebbe ormai sepolto sotto le macerie degli attentati di mercoledì 19 agosto.</p>
<p>Tali attentati e le loro conseguenze, assieme alla febbre elettorale, vengono utilizzati per sollevare un polverone che nasconda il rinvio di questo appuntamento, e faccia cadere definitivamente nell’oblio questo referendum. Cosicché la resistenza irachena resterà l’unica verità capace di trasformare le illusioni arabe, spazzate via dagli attentati di Baghdad, in speranze reali in grado di porre le basi di sani rapporti arabo-iracheni.</p>
<p><em><strong>Nicola Nasser</strong> è un giornalista arabo residente a Bir Zeit, in Cisgiordania</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=\2009\09\09-01\823.htm&amp;dismode=x&amp;ts=01/09/2009 11:43:51 ص" target="_blank">أوهام عربية تبددها تفجيرات بغداد</a></strong></p>
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		<title>Gli europei chiudono le porte agli immigrati</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2008 05:59:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Abdellatif Jaballah</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dove va la "Fortezza Europa"?]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>02/12/2008</p>
<p>Un recente rapporto ha ricordato che vi sono più di 200 milioni di migranti nel mondo. <strong><a target="_blank" href="http://www.iom.int/jahia/Jahia/cache/offonce/pid/1674?entryId=20275">Il rapporto annuale pubblicato dall’International Organization for Migration (IOM) per il 2008</a></strong> afferma che 62 milioni di persone sono emigrate dal Sud verso&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>02/12/2008</p>
<p>Un recente rapporto ha ricordato che vi sono più di 200 milioni di migranti nel mondo. <strong><a target="_blank" href="http://www.iom.int/jahia/Jahia/cache/offonce/pid/1674?entryId=20275">Il rapporto annuale pubblicato dall’International Organization for Migration (IOM) per il 2008</a></strong> afferma che 62 milioni di persone sono emigrate dal Sud verso il Nord. Il numero di immigrati in Europa ha raggiunto all’incirca i 70,6 milioni di persone. L’Europa è il continente che ospita il maggior numero di immigrati provenienti da tutte le parti del mondo.</p>
<p>A seguito della crisi finanziaria che ha colpito il mondo coinvolgendo anche gli stati che erano classificati fra i paesi ricchi, gli esperti prevedono che questi ultimi dovranno  affrontare una recessione economica che non si concluderà prima della fine del 2009, e che produrrà milioni di nuovi disoccupati, il cui numero aumenterà di pari passo con l’aumentare del numero delle imprese che dichiareranno il fallimento.</p>
<p>Siccome i paesi poveri non sono al riparo dall’attuale crisi mondiale, la percentuale dei disoccupati aumenterà anche in questi paesi, aggravando la situazione della povertà. La IOM si attende di conseguenza un incremento dell’immigrazione clandestina a causa della crisi economica.</p>
<p>Ryszard Cholewinski, uno dei redattori del rapporto annuale della IOM, ha affermato che “l’incremento dell’immigrazione clandestina è una possibilità reale in questo periodo di crisi finanziaria”.</p>
<p>La IOM ha sottolineato che decine di migliaia di persone nei paesi in via di sviluppo cercano scampo dalla povertà. In Italia, sono giunti 14.000 immigrati clandestini in 9 mesi. In Gran Bretagna, il ‘Times’ ha affermato che, secondo le stime, il numero netto di immigrati supererà le 200.000 persone all’anno, in un periodo compreso fra il 1997 ed il 2012.</p>
<p>Il giornale riporta le dichiarazioni del ministro britannico per l’immigrazione Phil Woolas il quale ha affermato che la Gran Bretagna intende ridurre l’immigrazione a causa della debolezza dell’economia e dell’aumento della disoccupazione. Woolas ha detto che “se la gente comincia a perdere il lavoro, la questione dell’immigrazione diventa particolarmente spinosa…L’ingresso in questo paese è stato più facile del dovuto in passato, ma ora la cosa diventerà più difficile”.</p>
<p>Per porre un freno al fenomeno dell’immigrazione, verso la fine del mese scorso l’Unione Europea ha organizzato <strong><a target="_blank" href="http://www.dw-world.de/dw/article/0,2144,3821980,00.html">una riunione ministeriale euro-africana nella capitale francese</a></strong>, con l’obiettivo di coinvolgere i paesi di provenienza nella lotta all’immigrazione clandestina (<em>sui temi dell’immigrazione in Europa e del Patto Europeo sull’Immigrazione si può consultare il ‘focus’ curato da Unimed: <strong><a target="_blank" href="http://www.uni-med.net/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=123&amp;Itemid=84">“Lo scottante problema dell’immigrazione al centro del dibattito europeo”</a></strong> (N.d.T.)</em> ).</p>
<p>La stessa Unione Europea si trova oggi impantanata nei problemi legati alla presenza degli immigrati. Gli osservatori non si attendono che i paesi dell’Unione riusciranno a trovare una soluzione vantaggiosa a questi problemi nei prossimi anni, tenuto conto che il costo del rimpatrio di un clandestino si aggira in media attorno ai 21.000 euro, secondo una commissione parlamentare francese.</p>
<p>L’Unione Europea prevede di creare un sito web dedicato agli immigrati con l’obiettivo di fornire loro informazioni sulle leggi e sulle politiche dell’UE legate all’immigrazione. Si ritiene che il sito sarà operativo a partire dalla fine del prossimo anno.</p>
<p>L’America del Nord soffre di un analogo problema di immigrazione proveniente dall’America meridionale. A ciò si aggiunge la crisi finanziaria che, secondo gli esperti, coinvolgerà anche l’economia reale. Uno studio economico di pochi giorni fa afferma che <strong><a target="_blank" href="http://www.reuters.com/article/businessNews/idUSTRE4B05YX20081201?feedType=RSS&amp;feedName=businessNews">gli Stati Uniti si trovano in uno stato di recessione economica già a partire dal dicembre del 2007</a></strong>. Ciò conferma l’opinione di molti esperti.</p>
<p>Dall’inizio di quest’anno, <strong><a target="_blank" href="http://money.cnn.com/2008/11/07/news/economy/jobs_october/index.htm?postversion=2008110708">il mercato del lavoro americano ha perso circa 1,2 milioni di posti di lavoro</a></strong>, più della metà dei quali è andata in fumo nel terzo trimestre dell’anno, portando il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti al 6,5%.</p>
<p>Di fronte a questa crisi, il cittadino americano ha perso la fiducia nell’economia del proprio paese, la quale prima della crisi era considerata la più forte economia del mondo. La preoccupazione dell’americano medio è diventata quella di trovare un’alternativa, soprattutto in considerazione del fatto che la crisi lo ha toccato direttamente, indebolendo il suo potere d’acquisto e rendendolo incapace di pagare i propri conti. Egli comincia a cercare una via di scampo, che spera di intravedere nella ricerca del vero significato della parola “socialismo”, una parola oscura a causa delle generalizzazioni dell’informazione.</p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://www.merriam-webster.com/info/08words.htm">Le parole di cui gli americani hanno cercato con più frequenza il significato  sul sito internet del dizionario Merriam-Webster quest’anno</a></strong> riflettono le loro preoccupazioni di fronte alla crisi economica ed alla fase delle elezioni presidenziali. La parola “bailout”, indicata per designare il vasto piano di salvataggio del settore finanziario approvato dal Congresso americano, occupa la prima posizione, mentre la parola “socialismo” occupa la terza.</p>
<p>L’incremento del numero di coloro che cercano il significato della parola “socialismo” si è verificato a partire dal mese di settembre, quando è cresciuto il numero delle imprese americane travolte dalla crisi finanziaria.</p>
<p>Peter Sokolowski, responsabile delle pubblicazioni del Merriam-Webster, ha affermato che la parola “socialismo” in America contiene in sé un significato dispregiativo”. Ed ha aggiunto: “Sembra divertente che questa parola sia stata inserita nella lista, ma è evidente che gli americani non conoscono il significato della parola ‘socialismo’”.</p>
<p><strong><em>Abdellatif Jaballah</em></strong></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=\2008\12\12-02\996.htm&amp;dismode=x&amp;ts=02/12/2008%2005:58:03%20م">الأوروبيون يغلقون الابواب فى وجه المهاجرين<br />
</a></strong></p>
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		<title>Immigrazione clandestina: realtà del fenomeno, utopia delle soluzioni</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Sep 2008 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zuhair Bouhram</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> 18/09/2008<br />
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<blockquote><p><strong>L’estate che sta per concludersi ha riportato drammaticamente in primo piano la questione dell’immigrazione clandestina, un fenomeno estremamente complesso e diversificato a cui non è possibile dare risposte semplicistiche o unilaterali. Una stretta cooperazione fra</strong></p></blockquote><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> 18/09/2008<br />
<strong><br />
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<blockquote><p><strong>L’estate che sta per concludersi ha riportato drammaticamente in primo piano la questione dell’immigrazione clandestina, un fenomeno estremamente complesso e diversificato a cui non è possibile dare risposte semplicistiche o unilaterali. Una stretta cooperazione fra i paesi europei ed i paesi della sponda sud del Mediterraneo è invece imprescindibile, al fine di creare occasioni di sviluppo direttamente in quei paesi da cui l’ondata migratoria ha origine</strong></p></blockquote>
<p>Non sembra che i numerosi provvedimenti presi a livello europeo per contenere il fenomeno dell’immigrazione clandestina – in particolare in Spagna, Francia e Italia – abbiano raggiunto il loro obiettivo. Quest’estate è stata infatti funestata – come accade solitamente ormai da anni – dai cadaveri degli immigrati morti annegati, o uccisi dalla fame e dalla sete, che le onde hanno continuato a riversare sulle spiagge del Mediterraneo. Nel frattempo hanno continuato a susseguirsi, durante tutta la stagione estiva, le notizie riguardanti la cattura di clandestini da parte della guardia costiera di questo o quel paese della regione, clandestini che venivano poi condotti ai centri di raccolta per essere infine rispediti nei paesi da dove erano venuti.</p>
<p>L’aggravarsi di questo fenomeno invita a riflettere e ad esaminarne le implicazioni ed i retroscena, lontano da quell’impostazione superficiale che riduce la questione a gruppi di miserabili e di disperati che si gettano in mare nella speranza di giungere in paesi ricchi ma ‘cattivi’, che li respingono e li allontanano senza pietà.</p>
<p>E’ questa un’interpretazione senza dubbio semplicistica di un fenomeno estremamente complesso e composito a cui concorrono cause sociali, economiche e politiche – e perfino storiche e di civiltà. Questo perché la circolazione degli esseri umani nei continenti ed attraverso i mari che li separano è un fenomeno naturale ed una realtà storica che ha influenzato profondamente la nascita delle civiltà umane e l’inizio della civilizzazione. Ciò è vero parlando del mondo in generale; ma se ci riferiamo alla regione del Nordafrica, al continente europeo, ed al Mar Mediterraneo che li separa, la questione diventa ancor più evidente. In questo caso, infatti, la circolazione delle persone non si è mai interrotta fra le due regioni, e le migrazioni nelle due direzioni non sono mai cessate, ma anzi rappresentano un fattore che ha caratterizzato stabilmente le civiltà che sono sorte sulle due sponde di questo mare e le culture che si sono diffuse tra i loro abitanti.</p>
<p>Da questo punto di vista, i tentativi di migrazione a cui assistiamo oggi, a prescindere dalle vie legali o illegali seguite, non sono altro che la continuazione di un fenomeno storico che è stato quasi imposto dalle caratteristiche della regione mediterranea e degli uomini che la abitano.</p>
<p>Al di là di questo fattore, troviamo che dietro gli odierni tentativi di immigrazione clandestina in Europa, a partire dalla regione del Nordafrica o attraverso di essa, emerge con forza il fattore economico. Esso è a sua volta un fattore che differisce a seconda della provenienza della migrazione. Nel caso degli immigrati provenienti dall’Africa sub-sahariana, il fattore che li spinge è effettivamente quello dell’estrema povertà e dell’indigenza, che può giungere al limite dell’impossibilità di procacciarsi il cibo. Ciò spiega l’insistenza con cui questi gruppi di migranti cercano di giungere in Europa, qualunque sia il prezzo da pagare, esponendosi ai pericoli dell’attraversamento del deserto prima di giungere alle coste meridionali del Mediterraneo. Ulteriori pericoli attendono coloro che sono riusciti a giungere fin lì. Essi devono affrontare i marosi con mezzi di fortuna, a bordo di vere e proprie carrette del mare.</p>
<p>Vi è poi un secondo gruppo di candidati all’immigrazione clandestina, i quali sono spinti dall’aspirazione a migliorare la loro situazione materiale ed a realizzare i loro sogni di benessere, più che dall’estrema miseria o indigenza. Ciò emerge in molti casi in cui vengono intercettati giovani nordafricani che tentano di giungere in Europa, allorché si scopre che alcuni di essi provengono da famiglie relativamente benestanti, o esercitavano nel loro paese una professione rispettabile che garantiva loro un salario accettabile.</p>
<p>A questo fattore se ne aggiunge un altro, rappresentato dalla forte attrazione che la civiltà europea, il suo modello di vita, e le sue forme di governo, esercitano sulle popolazioni dei paesi limitrofi. L’Europa e l’Occidente, screditati in alcuni testi, ed accusati di materialismo, di mancanza di umanità, di ambizioni coloniali e di mercificazione dell’uomo e dei suoi valori, offrono al comune cittadino del Sud – malgrado queste descrizioni stereotipate – dei modelli, a volte reali a volte immaginari, di progresso, di rispetto dei diritti dell’uomo, di giustizia sociale e di democrazia. Ciò fa dell’Europa un forte polo di attrazione per quegli immigrati che nei loro paesi d’origine non godono di nessuna di queste cose – o solo di alcune.</p>
<p>A questo proposito i giovani algerini usano un’espressione, nella quale riassumono alcune delle cause che li spingono ad esporsi al rischio dell’immigrazione clandestina: ‘hougra’. E’ una parola dialettale legata alla parola araba ‘ihtiqar’ (<em>disprezzo, umiliazione (N.d.T.) </em>), che significa, nell’accezione popolare algerina, emarginazione e assenza di giustizia sociale.</p>
<p>Un altro aspetto da cui emerge la maniera utopistica con cui viene spesso affrontata la questione dell’immigrazione clandestina è rappresentato dal rifiuto totale ed aprioristico dei metodi europei utilizzati per contenere il fenomeno, e di conseguenza dagli attacchi violenti rivolti contro qualsiasi paese della sponda sud del Mediterraneo che manifesti la volontà di cooperare per contrastare l’immigrazione clandestina.</p>
<p>In primo luogo è bene mettersi d’accordo sul fatto che nessuno può approvare l’approccio puramente securitario e di polizia adottato da alcuni paesi europei, che è culminato recentemente con i duri provvedimenti presi dal governo italiano. Ma, per altro verso, nessuno può negare che il fenomeno dell’immigrazione clandestina abbia un aspetto legato alla sicurezza – aspetto che i paesi coinvolti non possono che gestire attraverso l’adozione di misure di sicurezza. Così come nessuno può aprire la propria casa a qualunque straniero, di cui non conosce le reali intenzioni, allo stesso modo nessun paese in Europa o in qualsiasi altra parte del mondo può aprire indiscriminatamente i propri confini a ondate di immigrati che li sommergono minacciandone gli equilibri interni. Nessun paese del mondo, indipendentemente dalla sua forza economica e dalla saldezza delle sue istituzioni, può adattarsi ad un forte incremento dei propri abitanti in un tempo estremamente breve.</p>
<p>A prescindere dal romanticismo di alcune interpretazioni che guardano agli immigrati clandestini come a delle vittime, lese nei propri diritti (e spesso costoro sono realmente tali rispetto ai loro paesi d’origine), il rifiuto assoluto di qualsiasi misura protettiva da parte dei paesi di accoglienza è irrealistico. Purché, però, tali misure non si trasformino in una forma di ossessione e di fobia. Questo è quanto è accaduto realmente in alcuni paesi europei, in cui alcune misure di sicurezza miranti a contenere l’immigrazione clandestina (considerata dalle leggi di alcuni stati come un crimine ai danni di questi ultimi) si sono tradotte esse stesse in misure criminali, come è emerso dalla brutalità dei metodi di arresto dei clandestini, dalla violazione dei termini di detenzione, e dalle umiliazioni subite dagli immigrati, secondo quanto molti di loro hanno testimoniato.</p>
<p>Tuttavia, delle misure di sicurezza ragionevoli ed equilibrate sono rese indispensabili anche dai legami e dalle connessioni esistenti fra il mondo dell’immigrazione clandestina e quello della criminalità organizzata. Molti immigrati vengono infatti adescati da bande organizzate che hanno a loro disposizione molti mezzi per convincere le loro vittime della loro capacità di condurli all’altra sponda in piena sicurezza, e per estorcere loro somme considerevoli prima di gettarli alle correnti del Mediterraneo abbandonandoli al loro destino.</p>
<p>Oltre a ciò, spesso ascoltiamo o leggiamo affermazioni irrealistiche nei confronti dei paesi della sponda sud, i quali sono la fonte o la via di transito dell’immigrazione clandestina. Queste affermazioni riguardano in particolare il contributo di tali paesi nel contrastare il fenomeno migratorio. A questo proposito è bene chiarire subito due questioni. La prima è che questi paesi vanno considerati allo stesso tempo vittime del fenomeno, nella misura in cui essi stessi sono luoghi di transito di ondate di immigrati provenienti da altre regioni, con i pericoli che tale fenomeno comporta per la sicurezza e per i fragili equilibri interni di questi paesi. Inoltre, spesso questi ultimi si trovano ad avere la responsabilità di porre rimedio alle conseguenze sociali derivanti dalla scomparsa o dalla morte di molti dei loro cittadini nel corso dei tentativi da essi compiuti per raggiungere le coste settentrionali del Mediterraneo, con le tragedie che ciò comporta per molte famiglie, le quali perdono un sostegno materiale o addirittura la speranza stessa di migliorare la propria condizione di vita.</p>
<p>La seconda osservazione è che questi paesi sono legati ai loro vicini da accordi e trattati che impongono loro delle responsabilità. Per essi, ignorare il fenomeno dell’immigrazione, e rifiutare di collaborare in un ambito come questo, può dunque voler dire non rispettare gli impegni presi con altri stati, e può diventare un fattore che contribuisce a mettere a rischio la loro stabilità e la loro sicurezza.</p>
<p>Da questo punto di vista, emerge la falsità di quella affermazione che definisce ogni stato che partecipa agli sforzi di contenere l’immigrazione clandestina come uno stato che ricopre il ruolo del ‘poliziotto’. Con ciò non si vuole tuttavia negare l’egoismo di alcuni paesi europei che vogliono effettivamente che i paesi del Sud del Mediterraneo svolgano il ruolo di guardie di frontiera al loro posto.</p>
<p>Questo discorso ci conduce ad un altro aspetto della questione relativa all’immigrazione clandestina, l’aspetto della responsabilità. La responsabilità è dell’individuo che mette a rischio la propria vita (per realizzare sogni che il più delle volte sono semplici fantasie), è dei paesi di provenienza, o è dei paesi di accoglienza?</p>
<p>Il tentativo di rispondere a questa domanda ci riporta a quello che abbiamo cercato di affermare all’inizio, ovvero al fatto che il fenomeno dell’immigrazione clandestina è un fenomeno estremamente complesso a cui concorrono numerosi fattori. Ci siamo soffermati brevemente sugli aspetti storici. Fra essi ve n’è uno che riguarda il rapporto che uno dei due membri di questa equazione ha imposto all’altro nel corso degli ultimi due secoli. Con ciò intendiamo fare riferimento all’era del colonialismo ed alle sue conseguenze. Nel caso che lega l’Europa all’Africa, non bisogna sforzarsi molto per trovare prove che dimostrano la responsabilità diretta delle potenze coloniali europee nella situazione di arretratezza delle ex colonie, e di conseguenza nell’affermarsi di un ambiente ostile all’uomo, che favorisce l’emigrazione nelle sue diverse forme. Ciò è avvenuto attraverso decenni di spudorato sfruttamento delle risorse di questi paesi, dopo averne compromesso i modelli sociali tradizionali che ne preservavano gli equilibri interni, ed aver bruscamente interrotto il loro naturale sviluppo attraverso operazioni di ‘civilizzazione’ forzata e superficiale.</p>
<p>Tuttavia, i paesi da cui ha origine il fenomeno migratorio hanno anch’essi grosse responsabilità per essersi dimostrati incapaci di affermare modelli di sviluppo equilibrati in grado di fornire al cittadino gli elementi essenziali di una vita dignitosa, ed un livello minimo di giustizia sociale che risvegliasse nel cittadino un qualche attaccamento alla propria patria ed il desidero di contribuire alla sua edificazione.</p>
<p>Questa responsabilità è ancora maggiore per quei paesi che in realtà avrebbero i mezzi per progredire grazie alla loro posizione strategica, alle loro ricchezze naturali ed al loro bagaglio di civiltà. A questo proposito è emblematico il caso algerino.</p>
<p>In conclusione, possiamo dire che il fenomeno dell’immigrazione clandestina è figlio del sottosviluppo, e ciò impone ai paesi di emigrazione ed ai paesi di accoglienza l’obbligo di cooperare per contrastare questo fenomeno là dove esso ha origine, dando a coloro che vogliono emigrare la possibilità di lavorare rimanendo nei propri paesi di appartenenza. Questo sforzo deve far parte di misure economiche più ampie e di riforme più profonde che devono cambiare il modo in cui i paesi dell’Europa sviluppata guardano ai paesi della sponda sud del Mediterraneo, i quali non devono essere visti come semplici mercati per le merci ed i prodotti europei. A tal fine è anche necessario combattere il fenomeno della corruzione che soffoca alcuni paesi della sponda sud a livello economico e politico.</p>
<p>Di conseguenza, il discorso sull’immigrazione clandestina diventa un’occasione per affrontare il tema dello sviluppo, di cui la questione dell’immigrazione non è che una parte. Allo stesso tempo il tentativo di individuare le responsabilità di questo fenomeno porta a concludere che tutte le parti coinvolte sono responsabili e vittime allo stesso tempo. Ciò fa sì che la ricerca delle soluzioni sia di maggiore utilità rispetto alla ricerca delle responsabilità, poiché questo fenomeno – della cui drammaticità i barconi della morte rappresentano la manifestazione più evidente – in fin dei conti è una tragedia per tutti, ed è bene che tutti concorrano a porvi rimedio, lontano dagli slogan e dalle soluzioni utopiche.</p>
<p><strong><em>Zuhair Bouhram</em></strong></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><a href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=\2008\08\08-31\825.htm&amp;dismode=x&amp;ts=31/08/2008%2004:39:17%20%E3" target="_blank"><strong>الهجرة السرية: واقعية الظاهرة.. وطوباوية المعالجات</strong></a></p>
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		<title>Un approccio critico al progetto dell’UPM</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jul 2008 05:38:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Azraj Omar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Futuro dell'UPM e politica francese nel Mediterraneo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>17/07/2008</p>
<p>Innanzitutto sarebbe bene porsi una serie di interrogativi allo scopo di far luce sui veri obiettivi che si nascondono dietro l’insistenza francese a voler creare l’Unione per il Mediterraneo (UPM): perché questa preparazione così frettolosa dell’UPM? Perché non è&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>17/07/2008</p>
<p>Innanzitutto sarebbe bene porsi una serie di interrogativi allo scopo di far luce sui veri obiettivi che si nascondono dietro l’insistenza francese a voler creare l’Unione per il Mediterraneo (UPM): perché questa preparazione così frettolosa dell’UPM? Perché non è stata preceduta da incontri al vertice fra i leader magrebini a livello dell’Unione del Maghreb Arabo (UMA)? Perché non sono stati consultati i partiti e le associazioni della società civile?</p>
<p>Per quale ragione il presidente Sarkozy ha voluto favorire le contrapposizioni fra i quattro paesi del Nordafrica – Algeria, Tunisia, Marocco ed Egitto – senza prendere in considerazione la posizione di coloro che avevano ribadito fin dal principio la necessità di rispettare l’UMA e l’Unione Africana nella formulazione di qualunque progetto di dialogo con l’Europa, o nella costruzione di raggruppamenti internazionali di qualsiasi tipo?</p>
<p>Riusciranno i paesi del Maghreb ad avere la forza necessaria a neutralizzare la supremazia europea sul progetto dell’UPM, alla luce dello squilibrio economico, militare, tecnologico e finanziario che esiste fra la sponda settentrionale e la sponda meridionale del Mediterraneo?</p>
<p><strong>Le ragioni dell’insistenza francese</strong></p>
<p>Non si può non ricordare che la Francia fa parte dell’Alleanza Atlantica. Essa è poi un membro chiave dell’Unione Europea. Infine, la Francia guida l’Organizzazione Internazionale della Francofonia (OIF).</p>
<p>Oltre a queste caratteristiche, bisogna aggiungere che la Francia non può essere considerata soltanto uno stato mediterraneo, poiché la sua estensione geografica comprende colonie in America Latina (la Guyana Francese), in America Centrale, e nel continente australiano (la Nuova Caledonia) – oltre a varie isole sparse negli oceani, e addirittura ad un possedimento in Antartide. A ciò bisogna aggiungere l’estensione linguistica, che arriva a comprendere il Canada, nell’America Settentrionale.</p>
<p>Da ciò segue che, dal punto di vista geografico, la Francia non è soltanto ‘mediterranea’, ma possiede molteplici appartenenze.</p>
<p>Non si può assolutamente ignorare l’ambizione francese ad avere una presenza ovunque, in termini di lingua, di cultura, di influenza politica e di interessi economici. E’ fuor di dubbio che Sarkozy nutra sogni imperiali, sebbene li abbia nascosti dietro la maschera rappresentata dall’appello a fare del Mediterraneo un ‘lago di pace’, oltre che, probabilmente, un lago caratterizzato dalla dipendenza della sua sponda meridionale dal centro d’influenza francese. Allo stesso modo, non sono nascoste a nessuno le ambizioni della Francia a porsi al centro dell’Unione Europea in qualità di potenza che ha un peso e un’estensione nel Mediterraneo. Queste ambizioni sono radicate nella politica europea della Francia, ed in generale nella sua politica internazionale.</p>
<p>Vi è poi un altro fattore che è bene ricordare in questo contesto, e che è rappresentato dalla ricerca, da parte di Parigi, di un punto d’appoggio in Medio Oriente. Questa ricerca ha avuto inizio con il progetto di costruire una base militare francese negli Emirati Arabi Uniti, oltre che con il tentativo di confermare la presenza francese nell’area siro-libanese, che era la zona d’influenza della Francia nell’era coloniale. Un analista può spingersi molto lontano nell’indagare ed approfondire le preoccupazioni della politica francese ed i suoi programmi futuri. Fu la Francia gollista a guidare l’Europa verso la creazione del Mercato Europeo Comune (MEC) che poi si sviluppò in una Unione Europea che si sperava diventasse un grande stato unificato multietnico, multiculturale e multinazionale.</p>
<p>Il progetto gollista di guidare l’Europa è ancora vivo nella coscienza politica e culturale francese. Alla luce di ciò, il tentativo di Nicolas Sarkozy di costituire un’unione mediterranea guidata dal suo paese ha l’obiettivo – seppure indiretto – di essere un’importante carta da giocare all’interno dell’Unione Europea, ed anche all’interno della NATO e dei circoli internazionali, al fine di affermare la centralità della Francia negli equilibri globali, e nell’ambito della competizione per la ripartizione delle sfere d’influenza nel nascente mondo multipolare.</p>
<p>Questi progetti, che hanno a che fare con il tentativo di rosicchiare terreno alla Germania, il gigante economico europeo, e di creare degli equilibri – seppure parziali – con gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, sono parte integrante del sogno imperiale francese. Quanto al rapporto fra le mosse di Nicolas Sarkozy e la rottura dell’isolamento mediorientale dello stato ebraico, si tratta di una questione fondamentale i cui obiettivi sono noti a tutti. Sarkozy, di origini ungheresi e di ascendenze ebraiche, intende proteggere Israele trascinando i paesi arabi a riconoscere di fatto lo stato ebraico.</p>
<p>Integrare Israele nel contesto mediorientale, nell’ambito di un’operazione pacifica che vada al di là della proposta americana, potrebbe far diventare la Francia un ponte di collegamento fra gli arabi e Israele, cosa che andrebbe a vantaggio del futuro della Francia. In realtà, la logica francese parte da alcuni dati di fatto: la Francia è la quarta potenza nucleare mondiale, ed occupa la quinta posizione fra le potenze economiche; ed anche dal punto di vista linguistico e culturale questo paese si considera una fra le maggiori potenze mondiali. Sono questi fattori che guidano le politiche di Sarkozy volte ad estendere la sfera d’influenza francese.</p>
<p><strong>Perché tanta fretta?</strong></p>
<p>Indubbiamente, la fretta con cui è stata messa in piedi l’Unione per il Mediterraneo è dovuta a una serie di fattori. Ne ricordiamo alcuni:</p>
<p>1) Il pantano in cui è andata a cacciarsi l’America in Iraq e in Afghanistan, che ne ha macchiato l’immagine e ne ha ridimensionato il ruolo di guida del mondo occidentale. La Francia di Sarkozy vuole approfittare di questo clima per dare un nuovo assetto alle politiche regionali, quanto meno a livello del bacino del Mediterraneo.</p>
<p>2) La debolezza di cui soffrono gli arabi a livello politico, economico, militare, culturale e linguistico, per non parlare della paralisi dei governi arabi, che si manifesta chiaramente nella totale assenza di coordinamento in tutte le questioni che hanno a che fare con le politiche regionali ed internazionali, o con la cooperazione interaraba in qualsiasi campo.</p>
<p>3) La fragilità dell’UMA, che è rimasta una struttura puramente formale, dalla sua fondazione ai giorni nostri. L’UMA non si è evoluta in direzione di un organismo simile all’UE, né in direzione di qualcosa di simile al Patto di Varsavia o della NATO. Lo stato nazionale è rimasto il pilastro concettuale della realtà politica, economica e di sicurezza della regione magrebina.</p>
<p>Questa realtà ha incoraggiato Sarkozy a rivolgersi ai paesi del Maghreb singolarmente, e ad invitarli a prendere parte al progetto dell’UPM separatamente. Da qui segue l’opposizione libica a questo approccio. Dal canto loro, infatti, gli stati europei del Mediterraneo che hanno aderito all’UPM possono agire solo nell’ambito delle direttive UE. Quanto ai paesi del Maghreb, o ai paesi arabi mediterranei in generale, le loro politiche nazionali divergono e i loro interessi si contraddicono. Tutto ciò non assomiglia in alcun modo alla realtà dei paesi dell’UE. E’ in questo punto che risiede la debolezza dei paesi arabi mediterranei, la quale a sua volta li renderà marginali all’interno dell’UPM.</p>
<p>Il punto di vista libico è sicuramente più obiettivo, e rispecchia maggiormente gli interessi arabi e africani. Si tratta di una valutazione del tutto imparziale, che parte da una lettura storica e realistica di quello che dovrebbe essere un dialogo Nord-Sud. Questo punto di vista si basa su un insieme di verità oggettive:</p>
<p>1) La costruzione di rapporti sani con l’Europa dovrebbe essere fondata sul rispetto della sovranità nazionale dei paesi della sponda meridionale, da un punto di vista economico, culturale e di sicurezza.</p>
<p>2) Sarebbe preferibile entrare a far parte di raggruppamenti internazionali al servizio della pace e della cooperazione su basi di parità, e non al servizio di progetti di dominio.</p>
<p>3) L’UMA, invece di essere messa da parte, dovrebbe essere il portavoce ufficiale di tutti i paesi del Maghreb negli ambienti internazionali, così come nei colloqui per giungere alla pace in Medio Oriente e per risolvere i problemi del mondo. L’UMA è stata infatti emarginata dal progetto dell’UPM, e questo è un errore.</p>
<p>4) E’ giusto e necessario attenersi alla Carta dell’Unione Africana, ed alle sue istituzioni, al momento di intavolare trattative con l’Europa, con l’America, o con qualsiasi altra controparte a livello mondiale.</p>
<p>Da qui segue che l’esclusione dell’Unione Africana dal processo di creazione dell’UPM equivale a dire che alcuni paesi del Nordafrica agiscono al di fuori degli impegni che hanno preso con l’Unione Africana.</p>
<p>Questi comportamenti individualistici permettono ai paesi europei, che sono maggiori di numero, economicamente più forti, in possesso di armi nucleari, tecnologicamente più sviluppati, e dominanti in ambito scientifico e culturale, di prendere le decisioni da soli all’interno dell’UPM, e di pilotarne le politiche.</p>
<p>Sarebbe stato meglio per i paesi arabi mediterranei in generale, e per i paesi del Maghreb in particolare, non farsi trascinare dagli atteggiamenti individualistici, a spese della definizione di una posizione collettiva nell’ambito di istituzioni come la Lega Araba, l’UMA, e l’Unione Africana.</p>
<p><em><strong>Azraj Omar </strong>è un giornalista e poeta algerino; scrive abitualmente sul quotidiano ‘al-Arab’, pubblicato a Londra</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><a href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=\2008\07\07-17\820.htm&amp;dismode=x&amp;ts=17/07/2008%2008:49:38%20%D5" target="_blank"><strong>مقاربة نقدية لمشروع الاتحاد من أجل المتوسط</strong></a></p>
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		<title>Teheran: è giunto il momento di giocare nel Caucaso</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jul 2008 05:44:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>John C. K. Daly</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Le ramificazioni della questione iraniana]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>12/06/2008</p>
<p>I rapporti fra Washington e Teheran – il terzo maggior produttore di petrolio fra i paesi dell’OPEC – continuano a deteriorarsi, mentre crescono i timori degli investitori di fronte alla possibilità sempre più concreta di un attacco israeliano o&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>12/06/2008</p>
<p>I rapporti fra Washington e Teheran – il terzo maggior produttore di petrolio fra i paesi dell’OPEC – continuano a deteriorarsi, mentre crescono i timori degli investitori di fronte alla possibilità sempre più concreta di un attacco israeliano o americano all’Iran allo scopo di contrastarne le ambizioni nucleari.</p>
<p>A dispetto di chi ha marchiato l’Iran come membro a pieno titolo dell’ ‘asse del male’, Teheran, compiendo un passo diplomatico che potrebbe essere gravido di conseguenze per il futuro delle esportazioni energetiche del Mar Caspio, ha offerto la propria mediazione in una delle maggiori contese a lungo termine nella regione del Caucaso: la crisi del Nagorno-Karabakh fra Armenia e Azerbaigian. Se l’Iran dovesse riuscire in questo suo tentativo, otterrebbe un successo che è sfuggito all’amministrazione Bush in una delle sue prime iniziative di politica estera.</p>
<p>Secondo quanto riportato dall’agenzia azera APA, il viceministro degli esteri iraniano Alireza Sheikh-Attar ha affermato, nel corso di una conferenza stampa tenuta nella capitale azera Baku il 5 giugno scorso, che il suo paese è pronto a svolgere un ruolo di mediazione nel conflitto del Nagorno-Karabakh se lo richiederanno le due parti in conflitto, ricordando che Teheran aveva tentato in passato di intavolare delle trattative per giungere a una soluzione di questa crisi, ma “purtroppo, a causa dell’influenza di forze esterne, il nostro paese è stato emarginato dalla sua missione di mediazione”.</p>
<p>La guerra fra i due paesi caucasici scoppiò nel febbraio 1988 in conseguenza del fatto che entrambi rivendicavano la sovranità sul Nagorno-Karabakh, un’enclave all’epoca sotto il controllo di Baku. La crescente violenza spinse la ‘Commissione sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa’ (ora divenuta ‘Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa’ (OSCE) ) a costituire nell’estate del 1992 il Gruppo di Minsk, composto da 11 paesi, con l’obiettivo di mediare una soluzione del conflitto.</p>
<p>Nel maggio 1994, l’Azerbaijan e l’Armenia firmarono un accordo di cessate il fuoco che pose fine alle ostilità, ma il conflitto aveva provocato migliaia di vittime e lasciato dietro di sé centinaia di migliaia di profughi da entrambe le parti, mentre le forze armate armene occupavano parti del territorio azero fra cui il Nagorno-Karabakh e 7 distretti vicini.</p>
<p>Nel corso di una iniziativa diplomatica americana largamente dimenticata, gli interessi di Washington a risolvere la crisi spinsero l’amministrazione del presidente americano George W. Bush ad organizzare un vertice nell’aprile 2001 nella città di Key West in Florida, sotto gli auspici dell’OSCE, riunendo il presidente armeno Robert Kocharian e il presidente azero Geidar Aliyev.</p>
<p>Ma in generale, malgrado le trattative condotte per 14 anni da Russia, Francia e Stati Uniti, nulla di concreto è stato ottenuto, neanche nell’ambito degli sforzi del Gruppo di Minsk (<em>di cui Russia, Francia e Stati Uniti sono attualmente co-presidenti (N.d.T.)</em> ).</p>
<p>Lo stallo diplomatico ha avuto effetti negativi sulle economie dell’Azerbaigian, dell’Armenia e della Turchia (<em>Armenia e Turchia non hanno rapporti diplomatici; le principali dispute fra i due paesi riguardano il riconoscimento del genocidio armeno del 1915, problemi di definizione dei confini, e il conflitto fra Armenia e Azerbaigian (N.d.T.) </em>) – se si eccettua il miglioramento della situazione economica azera legato alle entrate petrolifere. Lo scorso anno la CIA ha stimato che il tasso di crescita del PIL armeno fosse pari al 13,7 %, quello dell’Azerbaigian al 31 %, e quello turco al 5,1 %.</p>
<p>Negli ultimi due anni si è assistito ad un ammorbidimento della posizione di Erevan (la capitale armena). Il 5 giugno 2005 i mezzi di informazione armeni hanno riportato che il presidente Kocharian aveva dichiarato: “Siamo pronti a continuare il dialogo con l’Azerbaigian per giungere ad una soluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, e con la Turchia al fine di stabilire relazioni senza alcuna precondizione”.</p>
<p>Entrambe le parti hanno avuto molto da perdere dal prolungarsi dell’impasse. L’Armenia è stata esclusa dall’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che lega l’Azerbaigian con la Georgia e la Turchia, ma l’Azerbaigian a sua volta ha dovuto pagare un prezzo per la sua indisponibilità a negoziare, visto che l’oleodotto appena citato ha dovuto compiere una lunga deviazione per evitare l’Armenia, e ciò ha inciso sui costi e sui tempi di realizzazione del progetto.</p>
<p>Il premio di un’apertura diplomatica sarebbe senza dubbio allettante, visto che si stima che il Mar Caspio e le coste circostanti contengano circa 250 miliardi di barili di petrolio estraibile, oltre a 200 miliardi di barili di riserve potenziali, a cui bisogna aggiungere oltre 328.000 miliardi di piedi cubi (pari a circa  9.300 miliardi di metri cubi) di gas naturale estraibile.</p>
<p>E’ inutile dire che le compagnie straniere si stanno battendo per costruire ulteriori pipeline di esportazione, e che l’Iran ha atteso per anni di poter accrescere il suo commercio ‘di transito’ delle esportazioni di altri paesi del Caspio, mentre l’Armenia assetata di energia, che non dispone di riserve petrolifere ed importa dall’estero tutto il suo fabbisogno, potrebbe trarre beneficio da un miglioramento dei rapporti con i suoi vicini orientali ricchi di petrolio.</p>
<p>Nell’ipotesi di una normalizzazione delle relazioni diplomatiche, l’Armenia potrebbe anche beneficiare dei dazi di transito su qualunque pipeline venisse costruita sul suo territorio, mentre l’Iran potrebbe eludere le sanzioni americane impostegli insieme alla Libia (<em>approvate nel 1996 dall’amministrazione Clinton, le sanzioni ‘ILSA’ (Iran-Libya Sanctions Act) proibiscono gli investimenti americani nel settore energetico iraniano; si riteneva che pregiudicando le capacità dell’Iran di ammodernare il proprio settore petrolifero si sarebbe impedito a Teheran di sviluppare programmi per la costruzione di armi di distruzione di massa, e di finanziare gruppi terroristici (N.d.T.)</em> ), che hanno ampiamente precluso lo sviluppo delle sue riserve di gas naturale – stimate a oltre 26.000 miliardi di metri cubi – che rappresentano la seconda maggiore riserva mondiale dopo quella della Russia. Malgrado una simile ricchezza potenziale, l’assenza di investimenti stranieri implica che l’Iran attualmente produca una quantità insignificante, pari a 460 milioni di metri cubi di gas al giorno.</p>
<p>L’Iran, dal canto suo, ha una serie di punti di forza sotto il profilo negoziale, che può mettere sul tavolo. Teheran intrattiene rapporti diplomatici sia con l’Armenia che con l’Azerbaigian. Il 24 % degli abitanti dell’Iran è di etnia azera, ma all’interno del paese vivono anche 400.000 armeni.</p>
<p>Sulla base delle considerazioni appena esposte, l’Iran possiede un’ulteriore caratteristica di possibile ‘onesto mediatore’ nei negoziati, caratteristica che manca ai membri del Gruppo di Minsk.</p>
<p>A conferma delle relazioni diplomatiche fra l’Armenia e l’Iran, il nuovo ministro della difesa armeno Seyran Ohanyan si è recentemente recato in visita a Teheran.</p>
<p>Data l’inconcludenza diplomatica di 16 anni di discussioni, l’offerta iraniana dovrebbe essere considerata seriamente da tutte le parti interessate. I risultati di una eventuale pace negoziata sono ovvi – l’unico interrogativo è se le ‘forze esterne’ permetteranno agli sforzi iraniani di proseguire.</p>
<p><em><strong>John C. K. Daly</strong> è un esperto di difesa e politica estera eurasiatica presso la Jamestown Foundation, con sede a Washington</em></p>
<p><strong>Titolo originale: </strong></p>
<p><a href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=\2008\06\06-12\851.htm&amp;dismode=x&amp;ts=12/06/2008%2003:20:24%20%E3" target="_blank"><strong>طهران.. حان وقت اللعب فى القوقاز</strong></a></p>
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		<title>Unione per il Mediterraneo: le aspirazioni dei politici e gli interessi degli stati</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jun 2008 05:58:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zakarya Shahin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>22/06/2008</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>22/06/2008</p>
<p>Nel marzo 2005, nella città marocchina di Rabat, il presidente francese Nicolas Sarkozy annunciò per la prima volta la sua ambizione di creare l’Unione Mediterranea. Egli confermò questo suo progetto una seconda volta nel febbraio del 2007, con un discorso tenuto nella città di Tolone durante la sua campagna elettorale per la presidenza della repubblica. In quell’occasione, egli affermò che ciò che era avvenuto in Europa 60 anni fa, “quando cominciò a svilupparsi l’idea dell’Unione Europea”, dovrà necessariamente essere applicato anche nel contesto di una ‘Unione Mediterranea’. Successivamente, il presidente francese dovette cominciare a lavorare per tradurre in realtà le sue idee. Egli, dunque, finì per formulare le sue proposte riguardo a questa Unione. Esse comprendevano “l’ambiente, lo sviluppo, il dialogo fra le culture, la crescita economica, lo sviluppo sociale e la sicurezza nella regione”.</p>
<p>In occasione dell’ultimo vertice del G8, quando i convenuti si trovarono d’accordo sul fallimento del processo di Barcellona, egli tirò fuori di nuovo l’argomento. Il protagonista assoluto di questa proposta è dunque il presidente Sarkozy.</p>
<p><strong>Gli obiettivi che si nascondono dietro il progetto</strong><br />
Se le ambizioni personali del presidente francese sono certamente una delle principali motivazioni che lo animano, pubblicamente egli ha annunciato di voler restituire alla Francia un ruolo guida, forse addirittura parallelo a quello degli Stati Uniti, affermando che il Mediterraneo rappresenta l’ambito ideale per raggiungere questo obiettivo.</p>
<p>Sarkozy ha preso in mano una difficile eredità politica, poiché la Francia ha perso la sua influenza sulla politica internazionale nell’era del presidente Jacques Chirac. Ciò avvenne in parte a causa della guerra in Iraq, che creò notevoli tensioni sull’asse Parigi-Washington, ed in parte a causa del rifiuto della costituzione europea da parte del popolo francese, che ha cambiato la percezione che l’Europa aveva della Francia, in precedenza considerata il paese candidato a guidare l’Unione Europea in futuro.</p>
<p>Giungendo all’Eliseo, Sarkozy ha aggiunto ulteriore debolezza alla diplomazia francese in Medio Oriente. Se Chirac negli ultimi anni aveva fatto ricorso ad una politica ambigua, che apertamente dichiarava il proprio sostegno ai diritti legittimi degli arabi e tacitamente rafforzava l’asse Parigi-Tel Aviv, Sarkozy dal canto suo ha dichiarato pubblicamente di essere il primo amico ed alleato di Israele, e di non essere intenzionato a trattare con coloro che rifiutano di riconoscere lo stato ebraico. Egli si è recato a Tel Aviv in occasione della celebrazione del 60° anniversario della fondazione di Israele (la cui nascita determinò la cacciata dei palestinesi dalle loro terre), ed ha affermato chiaramente che la nascita dello stato ebraico è stato l’evento più importante nella storia del secolo scorso.</p>
<p>Tuttavia, il ruolo che Sarkozy rivendica potrebbe non essere accettato dagli Stati Uniti. L’amministrazione americana non si è pronunciata a proposito del progetto di ‘Unione per il Mediterraneo’, e sebbene molti sostengano che questo silenzio sia il risultato di un accordo fra i due paesi, in questo mancato pronunciamento vi è anche un altro aspetto, ed è il fatto che a numerosi responsabili dell’amministrazione Bush il riavvicinamento con la Francia non piace, a meno che esso non avvenga entro termini ben definiti.</p>
<p>Il noto teorico ‘neocon’ di tendenze sioniste, Richard Perle, ha scritto un famoso articolo, pubblicato sul sito dell’American Enterprise Institute, in cui chiedeva all’amministrazione americana di non considerare in nessun caso la Francia un paese amico dell’America, e neanche l’Arabia Saudita. Secondo Perle, gli attestati di amicizia che giungono ogni giorno alla Casa Bianca da Parigi e da Riyadh sono puramente illusori poiché l’Arabia Saudita continuerà ad essere un  paese islamico, e le tendenze nazionaliste continueranno a prevalere in Francia.</p>
<p><strong>L’opposizione europea al progetto</strong><br />
Sarkozy non è riuscito ad imporre facilmente il proprio punto di vista agli alleati europei. Essendo consapevole delle difficoltà che avrebbe incontrato, egli preferì iniziare a promuovere il progetto in numerosi paesi mediterranei. Il risultato di queste prime consultazioni fu la Dichiarazione di Roma, in cui si annunciava l’adesione di Italia, Grecia, Spagna e Francia al progetto. Ciò avvenne alla fine del 2007.</p>
<p>Successivamente, egli si recò in Marocco e in Tunisia, e disse di aver ottenuto anche l’adesione dell’Egitto, oltre a quella dei due paesi del Maghreb. In occasione di queste visite, si disse che Sarkozy aveva promesso alla Tunisia che sarebbe stata il centro amministrativo della segreteria generale dell’Unione, e a Mubarak che sarebbe stato il presidente dell’Unione per la sponda Sud, mentre Sarkozy avrebbe avuto la presidenza del Nord!</p>
<p>L’opposizione europea si manifestò fin dal principio, sulla base del fatto che Sarkozy non aveva coordinato la sua iniziativa con i paesi dell’UE. La Germania era alla testa degli oppositori. L’insoddisfazione di Berlino era condivisa dagli altri paesi europei che non avrebbero trovato posto nella nuova Unione, ovvero dai paesi europei che non si affacciano sul Mediterraneo (tanto più che paesi come il Portogallo, la Giordania e la Mauritania erano stati ammessi pur non avendo uno sbocco sul Mediterraneo).</p>
<p>Le obiezioni si concentravano sul fatto che molti dei paesi esclusi dal progetto ricevono dall’Unione Europea più aiuti finanziari di quanto essi versino in termini di contributi all’Unione stessa. Essi perciò temevano che questi aiuti sarebbero andati ai paesi mediterranei invece che a loro!</p>
<p>Il presidente francese ha così suggerito che i paesi del Baltico fossero considerati al pari dei paesi del Mediterraneo, e che fossero di conseguenza inseriti nella nuova Unione come membri a pieno titolo, mentre gli altri paesi europei sarebbero stati considerati come paesi osservatori. Tuttavia il cancelliere tedesco Angela Merkel si oppose ancora una volta, chiedendo di inserire tutti e 27 i membri dell’UE nell’Unione Mediterranea su una base di uguaglianza, e di cambiare il nome della nuova Unione in quello di ‘Unione per il Mediterraneo’, sulla base del fatto che essa non era più limitata ai soli paesi che si affacciano sul Mediterraneo.</p>
<p><strong>L’opposizione araba</strong><br />
Quando il progetto è stato sottoposto alla 15ª riunione ministeriale del Forum Mediterraneo che comprende 11 paesi europei ed arabi nordafricani (Algeria, Egitto, Spagna, Francia, Grecia, Italia, Malta, Tunisia, Turchia, Libia in qualità di presidente di turno dell’Unione del Maghreb Arabo, e Slovenia in qualità di presidente di turno dell’Unione Europea), l’Algeria ed altri paesi arabi hanno espresso le proprie riserve poiché il progetto include Israele, che continua ad uccidere e a scacciare i palestinesi dalle loro terre, in un conflitto che è in atto ormai da 60 anni. L’Algeria e la Libia hanno manifestato la propria perplessità a partecipare alla riunione che si terrà a Parigi verso la metà di luglio, a cui dovrebbero prendere parte i paesi che entreranno nell’Unione per il Mediterraneo, compreso Israele.</p>
<p>Al vertice arabo tenutosi a Tripoli il 10 giugno scorso, il leader libico è stato chiaro a questo proposito, annunciando di opporsi al progetto francese, alla presenza dei leader di Algeria, Tunisia, Marocco, Mauritania e Siria. Egli ha affermato che “noi paesi membri della Lega Araba e dell’Unione Africana non ci arrischieremo in nessun caso a frammentare l’unità araba, o l’unità africana. I nostri partner europei devono comprenderlo chiaramente. Se l’Europa vuole stabilire una cooperazione con noi, deve farlo attraverso al Lega Araba e l’Unione Africana, poiché noi non accettiamo che l’Europa tratti soltanto con una parte di questi paesi”.</p>
<p>Il netto rifiuto di questo progetto da parte di alcuni leader arabi deriva dal fatto che essi hanno una chiara visione dei veri obiettivi del progetto che si nascondono dietro l’apparente dimensione economica. A ciò bisogna aggiungere la posizione della Turchia la quale, per bocca del suo ministro degli esteri, ha affermato che i dettagli del progetto non sono ancora chiari, e che di conseguenza Ankara non ha ancora deciso se aderire o meno.</p>
<p><strong>Imporre il dominio attraverso una partnership franco-americana</strong><br />
Il progetto di ‘Unione per il Mediterraneo’ è considerato un edificio fondato sul processo di Barcellona, che dovrebbe riunire 39 stati e 750 milioni di abitanti. Diversi studi suggeriscono inoltre che vi sarebbe un accordo franco-americano per la spartizione delle rispettive sfere di influenza, attraverso una partnership che dovrebbe ricucire la frattura consumatasi tra la Francia e gli Stati Uniti in occasione dell’invasione dell’Iraq, e che allo stesso tempo dovrebbe prendere il posto del fallito progetto americano di ispirazione ‘sionista’ noto con il nome di ‘Grande Medio Oriente’.</p>
<p>Fra i principali obiettivi del progetto vi è quello di aprire la strada alla normalizzazione dei rapporti con Israele, che sarà partner nelle iniziative promosse dall’Unione per il Mediterraneo. Queste iniziative permetteranno allo stato ebraico di stabilire una presenza all’interno dei paesi arabi del Mediterraneo, a livello economico, della sicurezza, ecc..</p>
<p>Quanto alla Francia, la quale si è trovata nell’impossibilità di esercitare un’influenza sui paesi che hanno fatto recentemente il proprio ingresso nell’Unione Europea, essa ambisce a consolidare una supremazia strategica in aree ed essa più vicine – ovvero nell’area mediterranea.</p>
<p>La Francia, come gli Stati Uniti, non nasconde la propria preoccupazione per l’infiltrazione cinese e indiana nella regione. Se questa infiltrazione, ed in particolare quella cinese, è riuscita a stabilire una presenza in alcune ex colonie francesi dell’Africa, la Francia ha interesse a impedire che tale presenza si affermi anche nella regione mediterranea del continente africano, che è ricca di fonti energetiche e si trova al centro di importanti rotte commerciali, oltre a costituire un grande mercato per i prodotti francesi.</p>
<p>Sarkozy, che i mezzi di informazione hanno paragonato ad un venditore ambulante che va con la sua valigetta a presentare i propri progetti agli arabi, intende realizzare questa sua idea con ogni mezzo, compresi quegli incentivi e quei progetti economici che egli ha offerto a tutti i leader ai quali ha fatto visita. Riuscirà nel suo intento? Oppure questo progetto farà la stessa fine di quello del ‘Grande Medio Oriente’, in una regione resa instabile dalla presenza di Israele, dalle guerre di Bush, e dal fatto di possedere quelle fonti di energia a cui molti ambiscono?</p>
<p><em><strong>Zakarya Shahin</strong> è uno scrittore e giornalista palestinese</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><a href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=\2008\06\06-22\985c1.htm&amp;dismode=x&amp;ts=22/06/2008%2005:05:50%20%E3" target="_blank"><strong>الاتحاد من اجل المتوسط: طموح الساسة.. ومصالح الدول</strong></a></p>
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		<title>Contrasti fra Algeria e Marocco sul progetto mediterraneo di Sarkozy</title>
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		<pubDate>Wed, 28 May 2008 05:51:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Muntasir Hamada</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fra Europa e Mediterraneo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>21/05/2008</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>21/05/2008</p>
<p>In coincidenza con la dichiarazione del ministro degli esteri francese Bernard Koushner di non essere riuscito a convincere le autorità algerine ad aderire all’Unione Mediterranea promossa dal presidente Nicolas Sarkozy, è stato annunciato in Marocco che la città di Fes avrebbe ospitato fra il 4 ed il 6 giugno una conferenza internazionale sul tema: “L’Unione per il Mediterraneo: quali condizioni e quali orizzonti?”.</p>
<p>Questo incontro, organizzato dal Centro Marocchino di Studi strategici ed Internazionali, insieme ad altri partner marocchini ed internazionali, ospiterà 150 personalità che presenteranno le loro analisi relativamente al progetto di Unione Mediterranea. Tutto questo avverrà ad appena un mese dal vertice dei capi di stato e di governo che si terrà a Parigi, e sembra essere l’ultima manifestazione del conflitto fra il Marocco e l’Algeria per guadagnare posizioni nel progetto mediterraneo.</p>
<p>L’incontro di Fes, che rientra nell’ambito delle celebrazioni per i 1.200 anni della fondazione della città, sarà l’occasione per discutere una serie di argomenti relativamente alle sfide dell’Unione Mediterranea, e prevede l’organizzazione di una serie di workshop che verteranno sui modi in cui rendere gli immigrati protagonisti dello sviluppo e della stabilità nel Mediterraneo, e sui metodi da utilizzare per favorire un’integrazione sud-sud, e per ridefinire l’aspetto umano, sociale e culturale della partnership euro-mediterranea.</p>
<p>A margine della sua ultima visita in Algeria, Koushner ha riconosciuto che il presidente Abdelaziz Bouteflika “ha manifestato interesse per questo progetto, senza esprimere una posizione chiara sull’adesione a questo raggruppamento regionale”, aggiungendo che “senza l’adesione dell’Algeria agli sforzi mediterranei nulla può essere realizzato, poiché l’Algeria è un paese fondamentale nella regione, ed i rapporti della Francia con il Nordafrica cominciano dall’Algeria, senza la quale non si potrà andare lontano”.</p>
<p>Fonti marocchine hanno rivelato che le ragioni della ritrosia algerina ad impegnarsi nel progetto francese sono legate al conflitto del Sahara Occidentale, al punto che alcuni mezzi di informazione in Marocco ed in Algeria hanno affermato che il fallimento della visita di Koushner sarebbe una conseguenza della posizione francese su questo conflitto, che sostiene la proposta marocchina di una forma di autogoverno per il popolo sahrawi. Questa posizione viene ritenuta favorevole al Marocco, sebbene l’Algeria sia considerata il primo partner economico della Francia in Nordafrica.</p>
<p>Il quotidiano indipendente “al-Jazair News” riferisce che l’Algeria ha posto tre condizioni per la sua adesione all’Unione Mediterranea: il riconoscimento, da parte della Francia, dei crimini contro l’umanità da essa commessi durante la sua occupazione dell’Algeria dal 1830 al 1962, una soluzione giusta e definitiva del conflitto del Sahara Occidentale che riconosca il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi per mezzo di un referendum, ed una soluzione giusta della questione palestinese.</p>
<p>E’ importante sottolineare che l’ultima visita del presidente francese Nicolas Sarkozy in Tunisia aveva offerto un’immagine positiva delle idee di Sarkozy che stanno dietro al progetto di “Unione per il Mediterraneo”, in cui il lato economico dovrebbe rappresentare un elemento fondamentale.</p>
<p>E’ bene anche ricordare che il progetto mediterraneo si concentra su alcuni progetti regionali che dovrebbero rafforzare, sul lungo periodo, l’integrazione regionale. La nuova Unione comprenderà i paesi mediterranei ed i paesi membri dell’Unione Europea.</p>
<p><em><strong>Muntasir Hamada</strong> è un giornalista marocchino</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><a href="http://www.alarabonline.org/index.asp?fname=\2008\05\05-21\856.htm&amp;dismode=x&amp;ts=21/05/2008%2005:43:12%20%D5" target="_blank"><strong>خلاف مغربى جزائرى حول مشروع ساركوزى المتوسطي</strong></a></p>
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