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	<title>Medarabnews &#187; La battaglia per il dominio dell&#8217;etere arabo</title>
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		<title>La battaglia per il dominio dell&#8217;etere arabo</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 07:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[La battaglia per il dominio dell'etere arabo]]></category>
		<category><![CDATA[intro]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il panorama della televisione e dei canali satellitari nel mondo arabo è stato scosso da due importanti eventi nell’arco di poco più di un mese.</p>
<p>A metà febbraio è stato approvato dai ministri dell’informazione della Lega Araba un nuovo codice&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il panorama della televisione e dei canali satellitari nel mondo arabo è stato scosso da due importanti eventi nell’arco di poco più di un mese.</p>
<p>A metà febbraio è stato approvato dai ministri dell’informazione della Lega Araba un nuovo codice di regolamentazione delle trasmissioni satellitari che ha suscitato numerose critiche e reazioni contrastanti.</p>
<p>Mentre i suoi promotori sostengono che tale documento si prefigge di proteggere la società dagli eccessi di un sistema cresciuto in assenza di una seria cornice legislativa, le voci critiche affermano che il suo vero obiettivo è quello di imbavagliare i canali satellitari di informazione che ormai rappresenterebbero una vera preoccupazione per diversi regimi arabi desiderosi di mantenersi al potere.</p>
<p>All’inizio di marzo ha poi fatto la sua comparsa il nuovo canale arabo della BBC, che va ad aggiungersi agli ormai numerosi canali stranieri che trasmettono in lingua araba nei paesi dell’area mediorientale.</p>
<p>Il clamore suscitato dal nuovo codice di regolamentazione e l’arrivo del canale arabo della BBC sono due eventi che testimoniano l’importanza che ha ormai assunto lo spazio dell’informazione e dei canali satellitari nel mondo arabo, e il desiderio di molti di inserirsi in questo spazio per essere in grado di far sentire la propria voce in un bacino di utenza di centinaia di milioni di persone.</p>
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		<title>Il documento sulle trasmissioni satellitari arabe: una prova del fallimento dei regimi</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 06:59:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mustafa Bassiouni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>14/03/2008</p>
<p>Il 6 ottobre 1981 le trasmissioni televisive egiziane furono interrotte bruscamente, nel corso di una diretta che mostrava la parata militare annuale che accompagna i festeggiamenti di ottobre. Era stato assassinato in quel momento il presidente della repubblica Anwar&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>14/03/2008</p>
<p>Il 6 ottobre 1981 le trasmissioni televisive egiziane furono interrotte bruscamente, nel corso di una diretta che mostrava la parata militare annuale che accompagna i festeggiamenti di ottobre. Era stato assassinato in quel momento il presidente della repubblica Anwar Sadat. Per ore gli egiziani si chiesero che cosa fosse accaduto, fino a quando giunsero le notizie di Radio Monte Carlo e della radio britannica in lingua araba. La cosa più paradossale fu che i giornali egiziani uscirono il giorno seguente rallegrandosi per l’incolumità del presidente, che in realtà aveva già lasciato questo mondo. Questo paradosso si ripeté in maniera meno drammatica nell’era di Mubarak, quando le agenzie internazionali precedettero l’informazione egiziana nel trasmettere la notizia del fallito attentato al presidente egiziano in Etiopia, nel 1995.</p>
<p>Questi due episodi paradossali, ed altri che avvengono quotidianamente nell’informazione araba ufficiale sono dovuti semplicemente al fatto che essa è governata in primo luogo da criteri politici e di sicurezza. L’annuncio di una notizia da parte dei mezzi di informazione ufficiali dipende innanzitutto da quali effetti essa può avere sulla sicurezza e sull’immagine del regime al potere, solo successivamente vengono presi in considerazione gli altri criteri.</p>
<p>La situazione di monopolio che ha caratterizzato i mezzi dell’informazione araba ufficiale li ha resi unici nel loro genere per lungo tempo, impedendo loro di entrare in una competizione seria sull’affidabilità e sull’obiettività delle notizie, e su altri criteri di professionalità. Non vi è dubbio che una situazione di questo genere non abbia spinto gli operatori dell’informazione a sviluppare le proprie capacità professionali. Lo scarso livello di un’informazione che si accontentava di propagandare e giustificare le posizioni ufficiali, di mettere in luce i pareri dei responsabili di governo, e di lodare gli amici e denigrare i nemici, non necessitava certamente di livelli elevati di professionalità.</p>
<p>Nella seconda metà degli anni ’90 la situazione cominciò a cambiare, con lo sviluppo delle telecomunicazioni e con l’inizio dell’era dei canali satellitari. Questi canali si diffusero a livello popolare con il nuovo millennio, annunciando la fine del monopolio dell’informazione ufficiale, ed imponendo una competizione che non si limitava più a ruotare nell’orbita dei regimi al potere.</p>
<p>L’informazione ufficiale ha cercato anch’essa di svilupparsi, ma senza abbandonare i suoi principi. Sono comparsi alcuni programmi maggiormente interattivi, hanno cominciato ad apparire sugli schermi delle televisioni ufficiali alcuni volti dell’opposizione moderata, e i notiziari hanno cominciato a trattare alcune notizie di cui non si faceva menzione in precedenza, come le proteste popolari o gli incidenti confessionali, cercando di mostrare diversi punti di vista sugli avvenimenti o, per essere più precisi, diversi modi di esprimere il punto di vista ufficiale.</p>
<p>Ma, malgrado questi tentativi, le circostanze non erano favorevoli all’informazione ufficiale. La nuova apertura sul piano dell’informazione fu accompagnata, sia a livello interno che internazionale, da grandi trasformazioni politiche e sociali fin dall’inizio del nuovo millennio, cominciando dalla seconda Intifada nel 2000 per arrivare all’assedio di Gaza nel 2008, passando per eventi come l’11 settembre 2001 o l’invasione dell’Iraq nel 2003.</p>
<p>Questi eventi drammatici fecero sì che la priorità di coloro che erano alla guida dei mezzi di informazione governativi non fosse quella di sostenere l’informazione ufficiale nei confronti dell’informazione libera, ma di proteggere l’immagine e gli interessi dei regimi al potere. Di conseguenza i tentativi di sviluppare l’informazione ufficiale rimasero timidi e confusi. Ad esempio, nello sforzo di trasmettere un’immagine popolare del presidente Mubarak nel corso della campagna per le elezioni presidenziali, la televisione egiziana trasmise l’incontro del presidente con un semplice cittadino, in campagna, mentre i due prendevano il tè. La sceneggiatura era buona ed intendeva alludere al carattere buono e semplice del presidente. Senonché, durante la conversazione fra i due, venne fuori che il cittadino era un funzionario del ministero dell’interno. Così questa storia divenne una delle barzellette delle elezioni presidenziali. Indubbiamente, far sfoggio di obiettività è qualcosa di ben diverso dall’applicare realmente questo principio!</p>
<p>In questo contesto, è possibile comprendere il documento sulle trasmissioni satellitari ratificato dai ministri arabi dell’informazione (<em>il documento è stato approvato lo scorso febbraio, durante la riunione dei ministri tenutasi al Cairo (N.d.T.)</em> ). “Non siamo riusciti a competere, e siamo stanchi di far sfoggio di obiettività”, questo è ciò che dice in sostanza il documento. A questo punto l’unico modo per affrontare l’informazione indipendente è quello di minarne l’eccellenza. Se essa si distingue per il fatto di non essere legata alle posizioni ufficiali, è necessario costringerla ad attingere le informazioni dalle fonti “ufficiali”. Se essa si distingue per il fatto di mostrare gli eventi e gli umori della piazza araba per quello che sono, è necessario obbligarla a “non danneggiare gli interessi nazionali”, ed a “non incitare” alla violenza o alla rivolta. In questo modo gli articoli del documento dispensano l’informazione ufficiale araba anche dal compiere quei pochi sforzi che era costretta a fare per mantenersi al passo con la recente apertura nel campo dell’informazione. La soluzione sta dunque nel porre fine alla competizione, anche se in forma scorretta e facendo uso della tradizionale repressione.</p>
<p>Ad attirare l’attenzione è il livello di avversione che il documento approvato dai ministri dell’informazione esprime nei confronti dei canali indipendenti, al punto da prevedere la confisca delle attrezzature (una misura che nei conflitti armati equivale al disarmo del nemico), multe salatissime, e la chiusura degli uffici. Queste misure confermano che a motivare il documento non è uno spirito di regolamentazione burocratica, ma un cieco spirito di vendetta nei confronti di alcuni canali satellitari. Questo documento ha trasformato una competizione scorretta, in cui tuttavia l’informazione indipendente ha prevalso su quella ufficiale, in una battaglia sleale in cui l’informazione ufficiale gode dell’appoggio delle forze di sicurezza e dei ministeri degli interni dei paesi arabi.</p>
<p>L’interrogativo che a questo punto si pone è il seguente: riuscirà l’informazione araba ufficiale a ristabilire la propria supremazia, con provvedimenti come questo? Il buon senso ci dice che gli anni felici dell’informazione ufficiale sono finiti per sempre, e non è più possibile ristabilire la passata egemonia. In primo luogo, le fonti di informazione e la tecnologia delle telecomunicazioni hanno raggiunto uno sviluppo tale che è difficile poterle controllare, o anche soltanto regolamentare. E poi, le stesse classi del capitalismo emergente nei paesi arabi non sopporterebbero di dover fare a meno dell’informazione, o di metterla nelle mani di vecchi sistemi burocratici. Inoltre, il moltiplicarsi degli eventi politici e sociali sul piano locale, regionale, ed internazionale ha messo in seria difficoltà l’informazione ufficiale, per cui è diventato praticamente impossibile per essa continuare a portare avanti un discorso unilaterale, ignorando ciò che accade.</p>
<p>L’aspetto che in questa faccenda suscita un’amara ironia è il fatto che il documento dei ministri dell’informazione è stato il frutto della cooperazione araba. L’unica cooperazione fruttuosa fra i regimi arabi è quella che si ottiene attraverso il coordinamento dei ministeri degli interni o dei ministeri dell’informazione. I regimi arabi non sono riusciti a sostenere la resistenza palestinese, e nemmeno ad alleggerire l’assedio imposto al popolo palestinese. Non sono riusciti a risolvere la crisi del Sudan né a trovare una soluzione ai conflitti del Maghreb arabo. Non sono riusciti neanche a sostenere dei progetti di sviluppo comune che avessero effetti benefici sui popoli arabi. La repressione e la falsificazione – ovvero il fronte interno e quello dell’informazione: sono questi gli ambiti in cui la cooperazione araba può avere successo!</p>
<p><em><strong>Mustafa Bassiouni</strong> è un giornalista egiziano</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><a target="_blank" href="http://www.al-akhbar.com/ar/node/67029"><strong>وثيقة البثّ الفضائي: صكّ الفشل الرسمي</strong></a></p>
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		<title>Un’altra BBC araba</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 06:58:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amira Howeidy</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>13/03/2008</p>
<p>Mentre Israele infliggeva una drastica sconfitta militare all’ Egitto, alla Siria e alla Giordania nel giugno del 1967, i media egiziani raccontavano una storia completamente diversa. Secondo il presentatore Ahmed Said, della radio Sawt Al-Arab (La Voce degli Arabi),&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>13/03/2008</p>
<p>Mentre Israele infliggeva una drastica sconfitta militare all’ Egitto, alla Siria e alla Giordania nel giugno del 1967, i media egiziani raccontavano una storia completamente diversa. Secondo il presentatore Ahmed Said, della radio Sawt Al-Arab (La Voce degli Arabi), le forze armate egiziane erano state &#8220;vittoriose&#8221;. Fu soltanto quando milioni di egiziani e arabi si sintonizzarono sul servizio radiofonico in arabo della BBC che appresero la notizia dell’umiliante sconfitta che avrebbe ridisegnato il Medio Oriente.</p>
<p>Quarantun’anni più tardi, la BBC ha lanciato un canale televisivo arabo. Le trasmissioni hanno avuto inizio l’11 marzo, e in un primo momento andranno in onda per 12 ore al giorno su tre satelliti. Il clima dei mass media, però, non potrebbe essere più diverso da quello del 1967, quando la BBC araba rappresentava una fra le poche alternative al totale controllo dell’informazione esercitato dai governi arabi. Ma, mentre il servizio radiofonico in arabo della BBC è rimasto una rispettata e attendibile fonte di notizie, il pubblico arabo, forte di 300 milioni di persone, gode ormai da un decennio di un flusso di notizie e di informazioni relativamente libero e professionale, grazie all&#8217;avvento dei canali arabi satellitari.</p>
<p>BBC  Arabic TV sarà in concorrenza con la rete del Qatar Al-Jazeera, indicata dalla rivista Time, tre anni fa, come una delle 100 più influenti organizzazioni in tutto il mondo. Altre concorrenti sono la saudita Al-Arabiya, la televisione Al-Manar di Hezbollah, e la libanese LBC. Eppure, la notizia del lancio della BBC araba ha generato eccitazione e aspettative nei mezzi di informazione.</p>
<p>&#8220;Non aspettavamo altro. La professione può prosperare solo quando c’è concorrenza&#8221;, ha detto ad Al-Ahram Weekly il direttore dell’ufficio del Cairo di Al-Jazeera,  Hussein Abdel-Ghani.&#8221; Questo canale si aggiunge al fronte dei sostenitori di un’informazione libera e indipendente&#8221;.</p>
<p>Abdel-Ghani, come centinaia di altri giornalisti che lavorano per i canali satellitari arabi, teme che la relativa libertà di cui hanno goduto finora potrebbe essere minacciata dal nuovo codice di regolamentazione, approvato il mese scorso da 20 governi arabi, che permette azioni punitive nei confronti dei canali satellitari che arrechino offesa ai leader arabi. Il documento, intitolato “Principi per la regolamentazione delle TV satellitari nel mondo arabo”, permette alle autorità di ritirare i permessi ai canali arabi. Il documento, che ha provocato grande agitazione tra i canali satellitari, non si applicherà alla BBC, che è una televisione britannica.</p>
<p>BBC Arabic TV &#8211; il primo canale satellitare lanciato dopo l&#8217;approvazione del nuovo codice &#8211; sarà anche &#8220;il primo a trarre vantaggio da esso&#8221;, dice Ayman El-Sayyad, esperto di media e redattore del mensile culturale Weghat Nazar.</p>
<p>&#8220;Se i governi arabi imporranno restrizioni ai canali satellitari arabi il risultato sarà quello di controllare il trasferimento di notizie, e non la loro ricezione. I cieli sono pieni di satelliti non arabi, e gli spettatori potranno ancora avervi libero accesso&#8221;. Eppure, la &#8220;mentalità&#8221; che ancora governa coloro che prendono le decisioni nel mondo arabo, dice El-Sayyad, è rimasta decenni indietro, bloccata al periodo tra il 1950 e il 1990, quando le autorità potevano controllare i mezzi di comunicazione locali.</p>
<p>&#8220;Nella coscienza araba la BBC è associata alle notizie ‘in assenza di notizie’ &#8220;, ha detto El-Sayyad, &#8220;e la storia sembra ripetersi, ora che la BBC inaugura una nuova presenza televisiva &#8220;.</p>
<p>Che le autorità egiziane fossero pronte a interferire nella gestione delle emittenti televisive è divenuto chiaro quando, recentemente, alla televisione egiziana Al-Hayat è stata concessa una licenza soltanto dopo che aveva accettato una lista di condizioni, tra cui il bando sui Talk show. Ma, &#8220;la BBC opererà al di fuori delle condizioni imposte dalle autorità arabe&#8221;, osserva Al-Sayyad.</p>
<p>L’uomo di punta della BBC araba, Hossam El-Sokkari, non è d’accordo. &#8220;Il codice è stato sopravvalutato&#8221;, ha dichiarato. &#8220;Se sono scontenti di una particolare emittente, i governi limitano i movimenti dei suoi giornalisti o ne chiudono gli uffici. Questo è un rischio comunque, e il codice non lo aggrava ulteriormente. Non sono sicuro che ci saranno molti cambiamenti a questo proposito&#8221;.</p>
<p>La BBC araba &#8220;non cambierà la sua politica editoriale e professionale a causa di questo codice. Il nostro marchio e la qualità del nostro giornalismo vengono apprezzati da più di 70 anni.&#8221;</p>
<p>Il codice, sostiene El-Sokkari, è un segno della frustrazione dei governi arabi nei confronti dei media, che hanno ripetutamente oltrepassato quello che era considerato un limite invalicabile. Ma tutto ciò non riguarda la BBC, dice El-Sokkari. &#8220;Non permetteremo che la nostra integrità editoriale venga intaccata dalle politiche di governo&#8221;.</p>
<p>&#8220;Noi siamo indipendenti e siamo finanziati dai contribuenti britannici. Non vogliamo diffondere un messaggio politico ai telespettatori arabi, né vogliamo sancire o promuovere valori&#8221;.</p>
<p>Da quando la BBC araba è andata in onda, gli esperti dei media si sono mostrati ansiosi di confrontarla con Al-Jazeera e con Al-Arabiya, due emittenti con politiche editoriali molto diverse. Martedì scorso, l’egiziana Dream TV ha dedicato il suo show &#8220;ore  10” all&#8217;argomento.</p>
<p>Mentre Al-Jazeera è generalmente considerata come pan-araba e solidale con le cause del mondo arabo, Al-Arabiya, di proprietà saudita, cerca di dare l’apparenza di un’informazione imparziale e obiettiva. Le differenze appaiono in maniera più evidente nella terminologia utilizzata dai canali: su Al-Arabiya si parla di &#8220;terrorismo&#8221; e di &#8220;attentati suicidi&#8221;, mentre su Al-Jazeera ci si riferisce alla &#8220;resistenza&#8221; e al &#8220;martirio&#8221;. Al-Jazeera parla dell&#8217; &#8220;occupazione americana dell&#8217;Iraq&#8221;, mentre Al-Arabiya preferisce parlare &#8220;delle forze americane in Iraq&#8221;. La BBC araba sembra aver risolto il problema con la definizione &#8220;campagna statunitense in Iraq&#8221;.</p>
<p>I sondaggi di opinione indicano che Al-Jazeera &#8211; che trasmette su 26 satelliti &#8211; è il canale arabo di informazione via satellite più seguito. L’inizio della sua storia, forse ironicamente, è strettamente legato alla BBC, che nel 1994 era pronta a lanciare un canale TV, con Saudi Orbit in qualità di partner. Il progetto, in stallo da tempo, era stato ripreso dal Qatar che lo ha praticamente acquistato in blocco, ed è in questo modo che è nata l&#8217;autorevole Al-Jazeera.</p>
<p>Ci vorrà tempo affinché la BBC araba possa ritagliarsi una nicchia nell’affollato mercato via satellite. L’inizio delle trasmissioni, tuttavia, rivela un’appassionata conduzione, presentatori e ospiti rilassati ma vivaci, e un look superelegante, ineguagliato dai suoi antagonisti.</p>
<p><em><strong>Amira Howeidy</strong> è una giornalista egiziana; scrive abitualmente su “al-Ahram Weekly”</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://weekly.ahram.org.eg/2008/888/fr2.htm">Another Arab Beeb</a></strong></p>
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		<title>La crisi dei regimi arabi e la lotta per la libertà dell’informazione</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 06:57:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Munsif al-Marzouki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>17/02/2008</p>
<p><a href="http://www.medarabnews.com/?p=8314">La proposta avanzata da Egitto ed Arabia Saudita, ed approvata il 12 febbraio al Cairo dal consiglio dei ministri dell’informazione della Lega Araba</a> con il nome di “documento per la regolamentazione delle trasmissioni satellitari radiofoniche e televisive nella regione&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>17/02/2008</p>
<p><a href="http://www.medarabnews.com/?p=8314">La proposta avanzata da Egitto ed Arabia Saudita, ed approvata il 12 febbraio al Cairo dal consiglio dei ministri dell’informazione della Lega Araba</a> con il nome di “documento per la regolamentazione delle trasmissioni satellitari radiofoniche e televisive nella regione araba”, ha suscitato non poche polemiche.</p>
<p>Tuttavia, prima di addentrarci nell’analisi di questo documento, dobbiamo rilevare che il nostro problema nel valutare questo genere di eventi è essenzialmente connesso alla nostra tendenza a concentrarci sul fatto in sé senza prendere in considerazione il più ampio contesto storico in cui esso si è manifestato. Se tenessimo conto dell’evoluzione storica nel suo complesso, diventerebbe subito chiaro che si sono susseguite quattro fasi nello sviluppo dell’informazione araba, che è sempre stata uno strumento in mano ai regimi dittatoriali del mondo arabo, ed anche un indicatore della loro evoluzione.</p>
<p>Ovviamente, non esistono confini netti fra queste fasi, ma il fatto saliente è che ci troviamo di fronte a delle tappe essenziali di trasformazione. La prima fase è quella degli anni ’50 e dei primi anni ’60, ovvero il periodo della luna di miele fra i popoli arabi ed i governanti della prima generazione, come Abdel Nasser, Bourguiba, e Boumédienne.</p>
<p>In quella fase, in cui i governi avevano una legittimazione storica dovuta alle lotte portate avanti da questi uomini politici, ed una legittimazione morale legata all’assenza di corruzione, l’informazione era uno strumento educativo, di risveglio delle coscienze, e di coesione, sebbene fosse abbastanza elementare a causa della scarsità dei mezzi a disposizione.</p>
<p>La seconda fase rappresenta la fine di questa luna di miele, ed ebbe inizio con la sconfitta del 1967 e con il moltiplicarsi delle delusioni a livello politico, economico, e sociale. A peggiorare le cose contribuì l’ascesa della seconda generazione di leader politici, che non aveva alcuna legittimazione storica e con la quale si manifestarono i primi fenomeni di corruzione. A dare inizio a questo declino fu Anwar Sadat in Egitto.</p>
<p>In questa fase, che raggiunse il suo culmine negli anni ’70, l’informazione divenne uno strumento imprescindibile dei servizi di sicurezza, di una politica di controllo e di persecuzione del dissenso, e della propaganda mediatica volta ad assicurare la perpetuazione di regimi strutturati come una forza di occupazione interna a ciascun paese, a esclusivo beneficio di una singola persona, di un clan, o di una elite nel migliore dei casi.</p>
<p>I fallimenti di questi regimi politici e le prime manifestazioni dei loro difetti strutturali coincisero con l’arrivo di una giovane generazione istruita che aveva necessità più complesse rispetto alle generazioni precedenti. Ciò portò ad un inasprimento dello scontro fra una società in fase di sviluppo ed un apparato statale che stava attraversando una crisi progressiva.</p>
<p>La terza fase è quella degli anni ’80 e ’90, caratterizzati dall’amaro scontro tra le forze di liberazione sociale e gli apparati di polizia e di repressione fisica e spirituale. Malgrado la disparità delle forze in campo, questa battaglia si concluse a favore della libertà di opinione e di espressione, grazie al sommarsi di una serie di fattori che spingevano tutti nella stessa direzione, come l’innalzamento del livello di istruzione, l’innalzamento dell’età media nella società, la stretta connessione con i democratici dei paesi del nord, l’ascesa delle istituzioni della società civile, la perdita di credibilità dei regimi dittatoriali.</p>
<p>Giunse poi la rivoluzione tecnologica degli anni ’90 a spazzar via ciò che restava del monopolio statale nella gestione dell’informazione.</p>
<p>La quarta fase è quella che stiamo vivendo attualmente, caratterizzata da quello che possiamo definire come “il fallito tentativo di adattarsi a questi cambiamenti radicali”. La maggior parte dei regimi ha compreso che opporsi alla tempesta non sarebbe servito a nulla, e ha escogitato dei modi per adattarvisi, cercando addirittura di recuperare parzialmente il controllo sullo spazio dell’informazione, inventando un finto pluralismo e dei dibattiti sulle televisioni governative a imitazione di quelli trasmessi dal noto canale satellitare “al-Jazeera”.</p>
<p>Nel frattempo, i regimi arabi non hanno risparmiato gli sforzi per cercare di contenere e ridimensionare questo canale la cui comparsa ha rappresentato una svolta nella storia dell’informazione e del progetto democratico arabo. Si è dunque susseguita una serie incalcolabile di proteste e di pressioni, più o meno conosciute, nei confronti di questo canale satellitare e della leadership politica del Qatar.</p>
<p>Allo stesso tempo, i regimi dittatoriali del mondo arabo sono stati costretti a condurre una guerra non dichiarata contro un altro spazio di libertà apertosi recentemente: quello di Internet. Se avessimo tanti ingegneri aerospaziali quanti sono i nostri tecnici ed esperti informatici che controllano Internet, forse arriveremmo su Marte prima degli americani.</p>
<p>Ciò che l’ultima riunione dei ministri arabi dell’informazione – che faremmo meglio a definire ministri della “propaganda” – ha messo in evidenza è l’ampiezza del fallimento di questa politica di contenimento e di adattamento alla nuova realtà.</p>
<p>Esaminando le “grandi decisioni” contenute in questa “carta straccia” ratificata dai ministri arabi dell’informazione, ci si rende conto del reale significato di alcune “questioni di pubblico interesse” esplicitate in questo documento, come il divieto di incitare all’odio ed alla violenza, ecc..</p>
<p>Ciò che ha determinato tutta questa mobilitazione non è la necessità di opporsi alla diffusione di film indecenti, ma quella di far fronte alle critiche rivolte contro le politiche e i comportamenti personali dei re e dei capi di stato arabi, ed in particolar modo contro la loro volontà di rimanere aggrappati al potere con qualsiasi mezzo.</p>
<p>Non è facile, per personaggi che temono più di ogni altra cosa una valutazione oggettiva delle loro politiche, sapere che milioni di persone sono a conoscenza della corruzione, della cattiva amministrazione, e dei capitali trasferiti all’estero.</p>
<p>Ma ciò che più di ogni altra cosa essi non possono sopportare è che milioni di persone sappiano che la tortura non è il risultato di sporadiche violazioni, ma è lo strumento di una politica programmata volta a spaventare il popolo, e che la responsabilità politica, morale e religiosa di ciò ricade sulle spalle di sole tre persone: il re o il presidente, il ministro dell’interno, ed il capo dei servizi segreti.</p>
<p>Ciò che spaventa della nuova libertà di informazione è che essa non rispetta più i vecchi tabù ed i vecchi giri di parole che una volta venivano utilizzati per criticare l’autorità ingiusta. Ma, allo stesso tempo, ciò di cui i governanti arabi non si rendono conto è che la libertà di opinione ha spezzato le catene definitivamente, ed essi non potranno più metterla a tacere.</p>
<p>Ma, a questo punto dobbiamo fermarci un attimo per considerare il problema della libertà di informazione nel contesto politico arabo complessivo e nella cornice del suo sviluppo storico. Molti arabi e molti stranieri che vedono tutto “bianco o nero” ritengono che la nazione araba non giungerà mai alla democrazia. Ma la verità è che noi abbiamo compiuto metà del cammino. La democrazia è un modo di pensare fondato sull’accettazione del diritto al dissenso e sullo sforzo di risolvere le controversie attraverso trattative pacifiche. Sebbene questo modo di pensare abbia (purtroppo) fatto dei passi indietro in Iraq ed in Libano, esso si sta lentamente infiltrando nelle altre società arabe che sono meno esposte ai contrasti più aspri.</p>
<p>Ma la democrazia è anche fondata su quattro principi, che sono la libertà di opinione e la libertà di associazione, la pacifica alternanza al potere, e l’indipendenza della magistratura. Se ci soffermiamo a valutare fino a che punto questi quattro principi sono stati applicati, ci rendiamo conto che la battaglia per la libertà di opinione ha inferto un colpo mortale alla tirannia, e che l’annuncio dei ministri dell’informazione riuniti al Cairo non è che un ultimo tentativo in una battaglia già persa.</p>
<p>Lo stesso può dirsi per la libertà di associazione. Chi è che oggi, all’interno dei decrepiti regimi dittatoriali arabi, osa tentare di incasellare le masse nella cornice del “partito unico”? La regola che si sta affermando giorno dopo giorno in tutte le regioni del mondo arabo è la comparsa di forme di associazione indipendenti dallo stato in campo politico, sindacale e umanitario. Anche in questo caso, si tratta di un orientamento che nessuno potrà ostacolare a lungo.</p>
<p>La battaglia per affermare il terzo principio, quello della pacifica alternanza al potere, sta imperversando oggi in Egitto ed in Tunisia. Il dibattito all’interno dell’opposizione verte sul modo in cui poter accelerare la fine delle finte elezioni pluralistiche per passare alla fase delle elezioni realmente democratiche. Vi è chi invita a prendere parte al processo politico per metterne in luce i meccanismi contraffatti, e chi invece invita a boicottarlo e ad operare al di fuori di tale processo al fine di mobilitare la società nel tentativo di ottenere regole trasparenti.</p>
<p>In ogni caso, il terzo fronte per porre fine alla tirannia è ormai aperto, e la libera informazione gioca un ruolo fondamentale in esso. Questo fronte potrà chiudersi soltanto con l’imposizione di libere elezioni, come quelle che i mezzi di informazione arabi ed internazionali ci mostrano in continuazione in gran parte dei paesi del mondo.</p>
<p>Certamente la strada da percorrere è ancora molto difficile poiché la pacifica alternanza al potere, con ciò che essa comporta in termini di restituzione della sovranità al popolo e di godimento delle libertà pubbliche ed individuali prima e dopo il processo elettorale, equivale alla morte della tirannia. Ma la cosa importante è che ci siamo impegnati in questa battaglia come negli anni ’70 ci eravamo impegnati nella lotta per la libertà di espressione.</p>
<p>Quanto all’ultimo principio, quello dell’indipendenza della magistratura, possiamo osservare che, anche qualora esso fosse imprescindibilmente legato al ritorno della sovranità al popolo, ed allo svolgimento di vere elezioni presidenziali e legislative, il caso egiziano ci dimostra che questa battaglia è già iniziata anche all’ombra della dittatura. Una battaglia di questo genere può avere inizio soltanto se esiste una consapevolezza profonda, a livello sociale, del fatto che la dittatura sta ormai esalando il suo ultimo respiro.</p>
<p>E’ questa consapevolezza che deve guidarci nel prendere in esame la riunione dei “ministri della propaganda” arabi, il cui esito dobbiamo interpretare come un segnale dello stato di crisi e di debolezza a cui è ormai giunto un regime politico corrotto che crede ancora di poterci governare spaventandoci con metodi polizieschi e governando le nostre menti ed i nostri cuori con primitivi mezzi di propaganda.</p>
<p><em><strong>Munsif al-Marzouki</strong> è un leader dell’opposizione tunisina e un attivista dei diritti umani; è stato presidente della Lega Tunisina per i Diritti Umani (LTDH)</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><a target="_blank" href="http://www.aljazeera.net/NR/exeres/E2D14ADC-BA5B-4424-804D-F214D426ACB7.htm"><strong>كيف نقرأ بيان وزراء الإعلام العرب الأخير؟<br />
</strong></a></p>
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		<title>Scelte difficili attendono il canale arabo della BBC</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 06:56:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ali al-Sherify</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>15/03/2008</p>
<p>Sono trascorsi pochi giorni dal ritorno della BBC sugli schermi arabi, e sebbene la sua apparizione non sia una novità (la BBC aprì un canale in arabo per la prima volta nel 1994, per poi interrompere le trasmissioni due anni dopo), essa ha suscitato reazioni contrastanti ed è stata oggetto di accuse da parte di alcuni canali “all news” concorrenti, i quali riconoscono dietro ad essa la stessa forza che fu alla base di una radio molto efficiente (<em>“BBC Arabic Radio”, il canale radiofonico della BBC che trasmette in lingua araba (N.d.T.) </em>), in grado di occupare per 70 anni ampi spazi, e di modellare le opinioni politiche.</p>
<p>La scelta di tempo per il ritorno in scena del canale arabo della BBC potrebbe tradire un certo ritardo rispetto alle decine di canali arabi di informazione come al-Jazeera, al-Arabiya, i canali del Golfo, quelli egiziani e libanesi, o rispetto ai canali stranieri in lingua araba come l’americana al-Hurra, Russia al-Yawm, l’iraniana al-Alam, il canale tedesco in lingua araba, ed altri. Tuttavia, vi è una caratteristica che contraddistingue la BBC, nonostante il suo ritardo rispetto alle altre emittenti satellitari, ed è il fatto di dipendere da un’istituzione indipendente e per certi versi lontana dagli orientamenti e dalle politiche governative.</p>
<p>Accanto alla lunga lista di canali di informazione locali, arabi, ed internazionali, non si possono tralasciare emittenti come al-Jazeera ed al-Arabiya, che si sono affermati in mezzo ad una quantità enorme di canali locali concorrenti. La BBC in arabo sarà in grado di competere con questi due canali e di avere, nelle società arabe, un successo analogo a quello ottenuto dalla sua illustre emittente radiofonica?</p>
<p>Oltre all’americana al-Hurra, non esiste un modello altrettanto noto per la sua caratteristica di basarsi su un’emittente radiofonica al fine di portare al successo il canale televisivo. Al-Hurra tentò di basarsi sul successo di Radio Sawa (<em>una stazione radiofonica in lingua araba finanziata dal governo americano e direttamente dipendente dal Broadcasting Board of Governors, un ente del governo americano (N.d.T.) </em>) per creare un’emittente satellitare la quale, invece, continua a suscitare interrogativi sulla sua reale capacità di competere con canali come al-Jazeera ed al-Arabiya.</p>
<p>Fin dalla sua fondazione avvenuta nel 2004, al-Hurra cercò di basarsi sul successo di Radio Sawa, che aveva avuto inizio dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Tuttavia, questo canale satellitare non è riuscito finora a catturare l’attenzione della piazza araba, forse perché il suo discorso mediatico è stato danneggiato dall’evidenza dei risultati dell’occupazione americana in Iraq.</p>
<p>Ma, il modello della BBC araba non può essere valutato sulla base dell’esperienza di al-Hurra, per varie ragioni, fra cui il prestigio di cui la BBC gode nella regione, ed il fatto che la sua comparsa non è legata ad un importante evento politico o militare che possa rappresentare un banco di prova per questa emittente agli occhi dello spettatore arabo.</p>
<p>La BBC può cercare di promuovere le sue politiche mediatiche operando con professionalità e senza faziosità nel presentare le notizie, tuttavia questa nuova emittente deve essere consapevole del fatto che la neutralità nel mondo arabo non è più, ormai, una merce sempre vendibile, alla luce del crescente senso di ingiustizia e di oppressione che accomuna gli arabi. Ed è qui che, forse, questo nuovo canale incontrerà delle difficoltà, cioè nel modo di tradurre in pratica i concetti di neutralità, di obiettività, e di precisione, concetti che hanno ormai molte sfaccettature.</p>
<p>La missione del canale arabo della BBC appare oggi più difficile di quanto poteva esserlo 14 anni fa. Questa emittente si basa in maniera evidente sulle politiche della stazione radiofonica della BBC, valendosi delle voci che hanno attirato l’attenzione del pubblico arabo per decenni. Ma ciò che oggi potrebbe giovarle è il fatto che le sue trasmissioni si inseriscono in una competizione mediatica dalla fisionomia tutt’altro che definita, in cui le tendenze del pubblico non sono ancora delineate chiaramente.</p>
<p>Certamente il canale arabo della BBC potrà avere successo ed occupare una posizione fra le “emittenti preferite” dal pubblico arabo. Tuttavia, un suo fallimento questa volta rischierebbe di danneggiare il prestigio della stazione radiofonica della BBC, il cui ruolo essenziale all’interno del canale televisivo è, fino a questo momento, del tutto evidente.</p>
<p><em><strong>Ali al-Sherify</strong> scrive abitualmente sul quotidiano del Bahrein “al-Wasat”</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong><a target="_blank" href="http://www.alwasatnews.com/newspager_pages/ViewDetails.aspx?news_id=119857&amp;news_type=010&amp;writer_code=w80"></a></p>
<p><a target="_blank" href="http://www.alwasatnews.com/newspager_pages/ViewDetails.aspx?news_id=119857&amp;news_type=010&amp;writer_code=w80"><strong>خيارات صعبة أمام قناة الـ&#8221;بي بي سي</strong></a></p>
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		<title>I ministri dell’oscurantismo e l’informazione araba</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 06:55:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Saad Eddin Ibrahim</dc:creator>
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<p>La riunione straordinaria dei cosiddetti “ministri dell’informazione” arabi, tenutasi al Cairo su iniziativa dell’Egitto e dell’Arabia Saudita, ha suscitato grande attenzione, e numerose critiche nel momento in cui sono state rese note le sue decisioni.</p>
<p>Ma, prima di discutere&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>01/03/2008</p>
<p>La riunione straordinaria dei cosiddetti “ministri dell’informazione” arabi, tenutasi al Cairo su iniziativa dell’Egitto e dell’Arabia Saudita, ha suscitato grande attenzione, e numerose critiche nel momento in cui sono state rese note le sue decisioni.</p>
<p>Ma, prima di discutere e commentare in dettaglio tali decisioni, ci chiediamo: perché una riunione “straordinaria”? Le riunioni straordinarie si addicono a circostanze straordinarie.</p>
<p>Una circostanza “straordinaria”, in base al significato della parola, è una circostanza nuova ed inaspettata emersa in un contesto abituale. Ma i ministri riunitisi al Cairo verso la metà di febbraio non si sono preoccupati in alcun modo di giustificare il carattere “straordinario” della loro riunione.</p>
<p>In assenza di una dichiarazione dei “ministri dell’informazione” che ci informasse della ragione per cui la loro riunione era “straordinaria”, gli osservatori hanno preso in esame tutte le situazioni del passato. E che cosa hanno scoperto?</p>
<p>Hanno scoperto che, poche settimane prima della riunione straordinaria dei ministri arabi dell’informazione, si era tenuta una riunione dei ministri degli interni, secondo la sua cadenza abituale. Essa non aveva tardato di un solo giorno rispetto al suo appuntamento prestabilito. I ministri degli interni arabi non hanno mai fatto ricorso ad una riunione straordinaria malgrado i numerosi sconvolgimenti interni, regionali, ed internazionali. Sembrerebbe dunque che i ministri degli interni arabi abbiano nervi molto saldi.</p>
<p>Analogamente, sempre secondo le consuetudini arabe, la riunione straordinaria dei ministri dell’informazione era stata preceduta da un incontro fra il re saudita Abdallah e il presidente egiziano Hosni Mubarak.</p>
<p>Gli osservatori hanno supposto l’esistenza di una stretta connessione fra la riunione dei ministri degli interni e l’incontro fra il re saudita ed il presidente egiziano – dunque fra l’iniziativa di Egitto ed Arabia Saudita – da un lato, e la convocazione della riunione straordinaria dei ministri dell’informazione dall’altro. In altre parole, ciò che era “straordinario”, e che i ministri dell’informazione non avevano previsto, è stato l’incontro fra coloro che impartiscono a questi ministri le “istruzioni” e le “direttive”.</p>
<p>Gli osservatori sembrano concordare sul fatto che vi sia una connessione praticamente certa fra i tre eventi.</p>
<p>Quanto al comunicato conclusivo dei ministri dell’informazione, esso comprende tre insiemi di risoluzioni. Il primo, che ha un carattere di preambolo, parla del ruolo vitale dell’informazione televisiva, radiofonica, e della carta stampata, nel garantire ai cittadini la libera espressione delle opinioni ed il diritto ad essere informati.</p>
<p>Il secondo esprime la condanna di quelle pratiche mediatiche “licenziose”, o “offensive nei confronti delle religioni, della morale, e dei valori”, o che incitano al razzismo, all’odio, ed alla violenza. E fino a questo punto non vi è nulla che susciti la collera dei difensori dei diritti umani e della libertà di espressione. A suscitare tale collera è invece un articolo che è stato inserito alla fine di questo secondo insieme di risoluzioni, e che riguarda l’offesa ai “simboli nazionali e della sovranità”.</p>
<p>Questa definizione non può che alludere ai re ed ai presidenti, ed al loro seguito di alti responsabili. Forse era proprio questo l’obiettivo essenziale del febbrile attivismo dei ministri arabi dell’informazione, sulla base di direttive emanate da quei governanti desiderosi di mettere al riparo sé stessi ed il loro entourage da ogni possibile critica – e soprattutto dalle critiche a cui danno spazio i canali satellitari arabi, che all’inizio del 2008 sono diventati circa 400. Di questi, i governi arabi ne possiedono appena un quarto, ovvero circa 100 canali.</p>
<p>In altre parole, i ministri dell’informazione arabi non sono più in grado di controllare ciò che vedono ed ascoltano i detentori del potere, e per questa ragione nella loro riunione straordinaria hanno promesso misure che lasciano presagire “le peggiori sventure”, di cui conosceremo i dettagli soltanto in occasione della loro successiva riunione, prevista il giugno prossimo. Questa riunione sarà dedicata alla messa a punto degli strumenti, delle norme, e delle sanzioni che dovranno tradurre in provvedimenti concreti le risoluzioni recentemente approvate.</p>
<p>Naturalmente, questi provvedimenti se la prenderanno solo con i “concittadini arabi”, e non avranno l’ardire di essere “scortesi” con i canali stranieri come la BBC e la CNN. Essi sono invece pronti a spezzare il collo ad al-Jazeera, per esempio.</p>
<p>Riteniamo che in effetti sia proprio al-Jazeera l’obiettivo principale delle misure appena adottate. In realtà, sarebbe più appropriato definire la riunione dei ministri sopra citata come una riunione volta a fronteggiare “l’aggressione di al-Jazeera ai sacri principi” degli arabi.</p>
<p>Non c’è da stupirsi del fatto che ad esprimere delle riserve nei confronti dell’annuncio di questa guerra alla “libertà dell’etere” siano stati quei paesi al cui interno non esiste un ministero dell’informazione, o è stato soppresso laddove esisteva. Stiamo parlando in primo luogo del Qatar, ed in second’ordine del Libano e della Giordania.</p>
<p>Tutti sanno che il Libano è stato storicamente, dalla sua indipendenza (1943) fino alla guerra civile (1975), il paese della libertà di informazione. Ma i despoti arabi hanno cercato, e stanno cercando tuttora, di soffocare le tribune della libera espressione in quel paese.</p>
<p>Quanto al Qatar, è una nuova oasi di libertà nel Golfo ed in tutto il mondo arabo. A sua lode basti dire che è il paese che ospita e protegge al-Jazeera, il canale che è effettivamente diventato “la voce di chi non ha voce” all’interno della nazione araba, una nazione ai cui danni complottano i suoi governanti ancor prima dei suoi nemici!</p>
<p><em><strong>Saad Eddin Ibrahim</strong> è un sociologo egiziano, ed uno dei più noti attivisti per i diritti umani in Egitto; è fondatore dell’ “Ibn Khaldun Center for Development Studies”, con sede al Cairo</em><br />
<strong><br />
Titolo originale:</strong></p>
<p><a target="_blank" href="http://www.almasry-alyoum.com/article.aspx?ArticleID=95608"><strong>هل هؤلاء العرب.. وزراء «إعلام» أم وزراء «إعتام»؟</strong></a></p>
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		<title>L’ambasciatore Mohammed Khamlishi: il documento di regolamentazione delle trasmissioni satellitari arabe serve a difendere la società, e non a proteggere i regimi arabi dalle critiche</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 06:54:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Interview</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>07/03/2008</p>
<p>Il codice di regolamentazione delle trasmissioni satellitari radiofoniche e televisive nel mondo arabo, approvato dai ministri dell’informazione nel corso della loro ultima riunione al Cairo, ha suscitato numerose reazioni, molte delle quali hanno espresso un netto rifiuto nei confronti&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>07/03/2008</p>
<p>Il codice di regolamentazione delle trasmissioni satellitari radiofoniche e televisive nel mondo arabo, approvato dai ministri dell’informazione nel corso della loro ultima riunione al Cairo, ha suscitato numerose reazioni, molte delle quali hanno espresso un netto rifiuto nei confronti di un documento definito come “lesivo della libertà di informazione”. Secondo tali reazioni, l’obiettivo essenziale di questo documento sarebbe quello di proteggere i regimi arabi dalle critiche rivolte nei loro confronti dai numerosi dibattiti trasmessi dai canali satellitari. Molte di queste emittenti, il cui numero complessivo ha ormai superato i 400 canali nel mondo arabo, ormai rappresentano un vero spauracchio per diversi governi. Sarebbe questa la ragione che ha spinto i ministri dell’informazione della Lega Araba ad approvare questo documento.</p>
<p>Abbiamo chiesto all’ambasciatore Mohammed Khamlishi, vicesegretario della Lega Araba, quali sono i veri obiettivi di questo documento.</p>
<p><strong>D: Signor ambasciatore, è vero che questo documento pone delle restrizioni alla libertà di informazione invece di promuovere programmi di riforma e di sviluppo dell’informazione araba?</strong></p>
<p>R: Innanzitutto, mi lasci chiedere: perché i mezzi di informazione hanno criticato il documento? Dalle reazioni che ho potuto ascoltare, mi pare di capire che le critiche siano rivolte essenzialmente all’aspetto politico, che però costituisce appena il 12 % dell’informazione araba. Prima di criticare, invito tutti a leggere attentamente il documento ed i principi che esso esprime, nel rispetto delle norme e delle leggi internazionali. Esso pone attenzione soprattutto alla società ed ai suoi valori religiosi e morali, piuttosto che concentrarsi sul tanto criticato quarto paragrafo dell’articolo 7, il quale chiede semplicemente di non trattare in maniera falsa e calunniosa i simboli nazionali e religiosi. Questo paragrafo non impedisce di criticare i programmi politici dei leader e dei responsabili di governo. Ciò che proibisce è di calunniare e di infangare la loro vita privata.</p>
<p><strong>D: Dunque, per quale ragione è stato approvato ora questo documento?</strong></p>
<p>R: Il documento ha l’obiettivo di colmare un vuoto che noi abbiamo percepito, dopo che al canale “al-Manar” (<em>l’emittente televisiva di Hezbollah (N.d.T.)</em> ) è stato vietato di trasmettere in Europa poiché aveva violato gli articoli del codice europeo che proibiscono di incitare all’odio, sebbene questa sia una definizione vaga.</p>
<p>Di fronte a questo episodio ci siamo resi conto che da noi c’è un vuoto e un’assenza di regolamentazione riguardo a ciò che viene trasmesso dai nostri canali satellitari, ed a ciò che proviene dall’estero. E’ una situazione a cui era necessario porre rimedio, ed il lavoro è cominciato più di due anni fa, nel 2005, quando i ministri dell’informazione avevano deciso di emanare una legislazione che regolamentasse le trasmissioni satellitari. Sono stati costituiti dei gruppi di rappresentanti ed esperti dei 22 stati membri. Anche il Qatar ha preso parte a tutte le riunioni volte a mettere a punto la bozza del documento.</p>
<p><strong><br />
D: Allora perché il Qatar si è astenuto dal votare il documento?</strong></p>
<p>R: Il Qatar non si è opposto al documento, ma all’inizio della sua applicazione, poiché la sua commissione non ha ancora finito di studiare il documento sulla base della legislazione interna del Qatar.<br />
<strong><br />
D: Alcuni spiegano l’opposizione del Qatar con il fatto che vorrebbe proteggere al-Jazeera dalla scure delle sanzioni imposte dal nuovo codice, soprattutto visto che al-Jazeera risulta scomoda a molti paesi della regione.</strong></p>
<p>R: E’ triste che alcuni riconducano la posizione del Qatar su al-Jazeera alle posizioni di altri paesi rispetto a questo canale. Al-Jazeera è un canale di successo, in primo luogo dal punto di vista dell’informazione, tuttavia il documento garantisce i diritti di tutti, e potremo giudicarlo soltanto quando saranno definiti i suoi meccanismi di applicazione. Questi meccanismi saranno messi a punto dalla commissione permanente per l’informazione, con la collaborazione di esperti e di rappresentanti dei canali satellitari pubblici e privati – e sottolineo “privati” – e saranno quindi sottoposti alla prossima riunione dei ministri dell’informazione che si terrà al Cairo il prossimo settembre.</p>
<p><strong>D: Tuttavia, alcuni interpretano il documento come uno strumento di censura nei confronti della libertà di opinione espressa attraverso i canali satellitari arabi.</strong></p>
<p>R: Questo non è vero, perché noi della Lega Araba non eserciteremo alcuna censura sulla libertà. Ogni singolo stato è responsabile dei propri canali che trasmettono dal suo territorio, sia pubblici che privati, sulla base della sovranità dello stato, anche se alcuni di questi canali dovessero trasmettere da regioni libere dal punto di vista dell’informazione, come Dubai o l’Egitto.</p>
<p><strong>D: Lo spazio mondiale dei canali satellitari è libero. Perché noi gli imponiamo delle restrizioni con questo documento?</strong></p>
<p>R: Noi non andiamo al di là delle consuetudini invalse a livello internazionale. Eravamo l’unico spazio al mondo non regolamentato da un codice di principi. Noi ci siamo basati sui precedenti documenti arabi ed internazionali, oltre che sul codice europeo sulle trasmissioni satellitari promulgato nel 2006, che è il risultato di 26 anni di sviluppo. Esso non differisce molto dal nuovo codice arabo, che ha messo a frutto le esperienze degli altri.</p>
<p><strong>D: Le esperienze degli altri…Negli altri paesi esistono dei meccanismi di censura?</strong></p>
<p>R: Si, esistono, ed i nostro esperti li stanno studiando per trarre profitto dalle esperienze degli altri.</p>
<p><strong>D: E’ possibile conoscere a grandi linee il meccanismo di applicazione di questo documento?</strong></p>
<p>R: Esso dovrà necessariamente prevedere un Consiglio di supervisione sull’applicazione del codice, che sarà ospitato dalla sede della Lega Araba o da un’altra sede. Questo Consiglio sarà eletto dai ministeri dell’informazione, da giuristi, da esperti dell’informazione e da rappresentanti del settore privato.</p>
<p><strong>D: Il meccanismo di applicazione prevedrà la creazione di una lista di talk show dei canali privati che causano fastidi a diversi stati e responsabili arabi?</strong></p>
<p>R: Come ho già detto i talk show ed i programmi politici rappresentano solo una piccola percentuale dell’informazione ed occupano solo un piccolo spazio negli articoli del documento, che comprende tutti gli aspetti della società.</p>
<p><strong>D: Vi è il timore che, con l’applicazione del nuovo codice, vi sarà una fuga di canali satellitari privati, i quali andranno a trasmettere dai paesi vicini, o dal Qatar, che si è opposto al documento.</strong></p>
<p>R: Primo: il documento riguarda ciò che viene trasmesso all’interno dei paesi arabi, e quelle trasmissioni che riceviamo dall’estero che in base al documento è nostro diritto regolamentare, tenuto conto – come ho già detto – del fatto che la maggior parte dei paesi del mondo ha un codice di regolamentazione delle trasmissioni satellitari, che mira a proteggere la sfera etica della società.</p>
<p><strong>D: E’ stato approvato un bilancio per l’applicazione di questo documento</strong>?</p>
<p>R: Purtroppo no. Stiamo lavorando con il bilancio della segreteria generale dell’informazione che fa capo alla Lega Araba, ma si tratta di risorse limitate e non abbiamo i fondi per pagare gli esperti che hanno preparato il documento, e che hanno lavorato per più di due anni.</p>
<p><strong>D: L’assenza di fondi non è alla base della mancata applicazione della maggior parte delle risoluzioni prese in comune dai paesi arabi? E della mancata applicazione della strategia mediatica volta a contrapporsi all’ingiusta campagna che viene portata avanti all’estero contro gli arabi ?</strong></p>
<p>R: Purtroppo questa è la realtà. Sono passati due anni e la maggior parte degli stati membri non ha versato le proprie quote. Abbiamo raccolto appena 2 milioni di dollari rispetto ai 4,5 previsti annualmente, e di conseguenza questa iniziativa è stata congelata, per la mancanza dei fondi previsti.</p>
<p><strong>D: Visto che le iniziative positive non vengono messe in pratica, perché affrettarsi a imporre un documento che andrà incontro allo stesso problema?</strong></p>
<p>R: L’applicazione delle iniziative arabe comuni rimarrà subordinata alla volontà degli stati arabi, e non alla volontà della Lega Araba. Il principio è che i paesi arabi rispettino i propri impegni finanziari, ma invece accade il contrario, e purtroppo molti stati arabi si rifiutano di pagare fino a quando non hanno pagato tutti gli altri. Il risultato è che la maggior parte delle risoluzioni arabe approvate all’unanimità non viene applicata!</p>
<p><em>Intervista di<strong> Amin Mohammed Amin</strong></em><br />
<strong><br />
<em>Mohammed Khamlishi</em></strong><em> è vicesegretario della Lega Araba</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><a target="_blank" href="http://www.ahram.org.eg/Index.asp?CurFN=repo1.htm&amp;DID=9514"><strong>السفير محمد الخمليشي أمين مساعد الجامعة العربية:<br />
وثيقة تنظيم البث الفضائي العربي لحماية المجتمع<br />
ولم تصدر لحماية النظم العربية من النقد</strong></a></p>
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		<title>La battaglia per l’etere arabo</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 06:53:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editorial</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>04/03/2008</p>
<p>La battaglia per la conquista della fedeltà e del consenso nel mondo arabo, così come per le sue frequenze radiotelevisive, si intensifica, e non ci sono dubbi sulla forte concorrenza che nascerà dopo l&#8217;annuncio da parte della British Broadcasting&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>04/03/2008</p>
<p>La battaglia per la conquista della fedeltà e del consenso nel mondo arabo, così come per le sue frequenze radiotelevisive, si intensifica, e non ci sono dubbi sulla forte concorrenza che nascerà dopo l&#8217;annuncio da parte della British Broadcasting Corporation (BBC) del lancio del suo canale arabo di informazione.</p>
<p>La BBC araba è già presente su radio, internet, e cellulari, e da molti anni trasmette notizie in arabo.<br />
 <br />
Ma il lancio del servizio televisivo della BBC in arabo è destinato a essere percepito come una mossa volta a contrastare la grande popolarità di cui gode al-Jazeera, il controverso canale satellitare del Qatar.</p>
<p>La BBC araba sarà fruibile gratuitamente da tutti con una connessione via satellite o via cavo in alcune regioni, come il Nord Africa, il Medio Oriente o il Golfo. Il servizio sarà diffuso dai sistemi satellitari Arabsat, Eutelsat e Nilesat.</p>
<p>Sebbene Al-Jazeera abbia costruito da sola un impressionante rete di corrispondenti in tutto il mondo, e sia diventata la prima fonte di informazione per molte famiglie, si troverà ora di fronte alla dura concorrenza della BBC araba. In effetti, l&#8217;ultima nata della BBC potrà attingere alle sua grande capacità di news gathering, e su oltre 250 corrispondenti in 72 uffici in tutto il mondo. Essa ha, sostiene la BBC, il più grande team di news gathering del mondo.</p>
<p>&#8220;La BBC araba è conosciuta per l’imparzialità e la correttezza delle notizie e delle informazioni delle sue trasmissioni, che si distinguono per capacità di analisi e competenza&#8221;, ha detto Nigel Chapman, direttore del BBC World Service.</p>
<p>Fin dalla sua creazione, al-Jazeera è stata censurata dalle amministrazioni degli Stati Uniti e dai leader arabi. Gli Stati Uniti ritengono che il canale arabo del Qatar sostenga i gruppi islamici, e sospettano che alcuni cronisti dell’emittente televisiva siano apertamente schierati con Osama bin Laden. I leader arabi hanno biasimato la rete perchè consentiva ai suoi redattori di mandare in onda notizie che li mettevano in cattiva luce &#8211; è stata la prima nel mondo arabo a far questo.</p>
<p>La BBC, certamente, darà del filo da torcere ad al-Jazeera. Oltre 13 milioni di persone ascoltano la radio della BBC in arabo ogni settimana, mentre il suo sito Web bbcarabic.com ha oltre 21 milioni di pagine visitate.</p>
<p>Una ricerca indipendente sugli ultimi anni dimostra che il pubblico della BBC araba la considera altamente affidabile, imparziale e obiettiva.</p>
<p>Qualsiasi cosa si dica su al-Jazeera, l’emittente è riuscita a stabilire due importanti pietre miliari nella storia dei mass media arabi.</p>
<p>In primo luogo, ha determinato la nascita di una moltitudine di canali televisivi non governativi nel mondo arabo, creando così un vero e proprio senso della concorrenza &#8211; un fattore salutare e benvenuto.</p>
<p>In secondo luogo, in tal modo ha cancellato il monopolio che i governi arabi avevano sulle frequenze radiotelevisive. Quando sarà scritto il capitolo finale di questa fase, senza dubbio gli storici concluderanno che al-Jazeera &#8211; nonostante i difetti di cui è spesso accusata &#8211; ha contribuito all’ingresso della democrazia in Medio Oriente.</p>
<p><strong><em>Editoriale</em></strong></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://www.metimes.com/Editorial/2008/03/04/editorial_battle_for_arab_airwaves/9994/">Battle for Arab airwaves<br />
</a></strong></p>
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		<title>BBC Arabic TV scuoterà il mondo arabo</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 06:52:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>David Chambers</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>10/03/2008</p>
<p>11 marzo, martedì: BBC Arabic TV dà inizio ai programmi.</p>
<p>Prevedo che la BBC araba supererà sia al-Arabiya che al-Jazeera, per diventare il primo servizio televisivo di news in arabo in appena sei settimane – entro il 1° maggio&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>10/03/2008</p>
<p>11 marzo, martedì: BBC Arabic TV dà inizio ai programmi.</p>
<p>Prevedo che la BBC araba supererà sia al-Arabiya che al-Jazeera, per diventare il primo servizio televisivo di news in arabo in appena sei settimane – entro il 1° maggio 2008.</p>
<p>CNN International e BBC World divennero per la prima volta visibili a tutti, andando liberamente in onda sul satellite durante la guerra del Golfo nel 1990. (Mi trovavo nella regione in quel momento, e vi rimasi per i dieci anni successivi). In  seguito è nata una moltitudine di canali di notizie in lingua araba, da MBC ad al-Jazeera, tra gli altri. Dopo quattro decenni di televisione a controllo statale, il mondo arabo ha accolto le “buone notizie”. Oggi, ne è ancora più avido.</p>
<p>Per chi non lo ricordasse, al-Jazeera è nata da una precedente incarnazione di BBC World Arabic che trasmetteva sulla televisione satellitare privata Orbit a  metà degli anni 1990. Inoltre la radio araba a onde corte della BBC ha al suo attivo sette decenni di servizio. Quanto è stata importante la BBC araba per la regione? Provate a entrare in una qualsiasi auto di lusso del Golfo: personalmente, non sono mai stato dentro un’auto in cui non si ascoltasse la BBC.</p>
<p>Data la storia della BBC, che riporta con continuità notizie di ottima qualità, la dichiarazione di Jerry Timmons della BBC riguardo al fatto che il canale arabo dell’emittente inglese sarebbe soltanto “una semplice offerta di notizie” è fortemente sminuente. Come se la sola reputazione non bastasse, la BBC ha fatto precedere la sua seconda offerta televisiva dal suo sito Web in arabo (ben gestito da Hossam al-Sokkari e dal suo team), oltre che da una serie di sforzi di marketing antecedenti al lancio del canale, ed ha schierato una squadra di giornalisti di punta guidati da Salah Negm.</p>
<p>Ci aspettiamo anche di veder precipitare l’emittente “al-Hurra” dalla media dell&#8217;1 per cento di ascolti allo 0 per cento. (Al-Hurra è il canale di propaganda vecchio stile, sponsorizzato dallo stato americano, che è “nato morto” nel 2004). Nel febbraio di due anni fa, sul Los Angeles Times, Anatol Lieven e io consigliammo al governo degli Stati Uniti di &#8220;staccare la spina&#8221; ad al-Hurra. La scorsa settimana, il Broadcasting Board of Governors (<em>un ente direttamente dipendente dal governo degli Stati Uniti (N.d.T.)</em> ) ha accolto con favore il lancio della BBC Arabic TV: speriamo che ora il governo americano riconosca i propri errori e stacchi finalmente la spina ad al-Hurra.</p>
<p>”Democrazia” significa in primo luogo dare accesso alle informazioni: in tal senso, il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha ragione quando dice che il mondo arabo ha fame di democrazia. Al-Hurra con il suo obsoleto modello di propaganda dovrebbe cedere il passo alla BBC Arabic TV – se l’America vuole davvero che gli arabi sperimentino un’autentica democrazia. Dimenticate &#8221; Britannia rules the waves&#8221; (<em>parole di una canzone patriottica inglese (n.d.t.)</em> ): ora sarà la BBC Arabic TV a scuotere il mondo arabo.</p>
<p><em><strong>David Chambers</strong> è membro della National Association of Broadcasters e ha lavorato nel comitato televisivo della Arts and Entertainment Task Force  della Casa Bianca (2002-2003)</em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://www.metimes.com/Opinion/2008/03/10/op-ed_david_chambers_-_bbc_arabic_tv/5221/">BBC Arabic TV will Rock the Arab World</a></strong></p>
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		<title>Israele indeciso sul boicottaggio di al-Jazeera</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 06:51:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Unspecified</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>12/03/2008</p>
<p>Il ministero degli esteri non ha ancora dichiarato ufficialmente il boicottaggio dell’emittente del Qatar “al-Jazeera”, sebbene il viceministro degli esteri Majallie Whbee abbia dichiarato che un passo di questo genere sia necessario.</p>
<p>In un’intervista rilasciata alla radio dell’esercito, Whbee&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>12/03/2008</p>
<p>Il ministero degli esteri non ha ancora dichiarato ufficialmente il boicottaggio dell’emittente del Qatar “al-Jazeera”, sebbene il viceministro degli esteri Majallie Whbee abbia dichiarato che un passo di questo genere sia necessario.</p>
<p>In un’intervista rilasciata alla radio dell’esercito, Whbee ha affermato che “discussioni in proposito si sono avute al ministero degli esteri, ed io ho deciso che avremmo boicottato l’emittente. Al-Jazeera si è trasformata in un portavoce dei terroristi. I suoi reportage non sono credibili, ci danneggiano, e spronano la gente a compiere atti di terrorismo”.</p>
<p>Più tardi, tuttavia, Whbee è parzialmente tornato sui propri passi. Un portavoce del suo ufficio ha detto che il viceministro stava inviando una lettera ad al-Jazeera invitando ad aprire un dialogo con l’emittente per discutere la questione.</p>
<p>Il Jerusalem Post ha riferito la scorsa settimana che i portavoce del ministero degli esteri declinavano gli inviti ad apparire su al-Jazeera a causa di quella che il ministero definiva la copertura estremamente faziosa della situazione a Gaza, compiuta dall’emittente del Qatar.</p>
<p>Il ministro degli esteri Tzipi Livni aveva affermato la scorsa settimana, in un incontro con alcuni diplomatici stranieri, che “al-Jazeera approfitta della situazione sul terreno, raccontando bugie”, e che “quando c’è in ballo al-Jazeera, ogni cosa è esagerata”.</p>
<p>Il ministero degli esteri sta “studiando” la situazione. Mentre i portavoce del ministero continuano a rifiutare gli inviti ad apparire sui programmi di notizie del canale in arabo di al-Jazeera, essi appaiono nei notiziari in inglese perché, secondo i responsabili del governo, quei reportage sono più bilanciati.</p>
<p>Alcuni funzionari del governo hanno affermato che rifiutare di apparire su al-Jazeera è la misura meno seria che potrebbe essere presa, e che se il governo dovesse decidere di boicottare veramente la TV del Qatar, questo boicottaggio dovrebbe prevedere provvedimenti più seri come quello di non concedere ai suoi giornalisti il visto per Israele, o negare loro le credenziali giornalistiche.</p>
<p>Il direttore degli uffici di al-Jazeera a Gerusalemme, Walid al-Omari, ha affermato che le sanzioni contro al-Jazeera sono l’ennesimo tentativo di esercitare pressioni sull’emittente, e di intimorire i suoi corrispondenti, in maniera analoga a quanto fanno alcuni regimi arabi.</p>
<p>“L’istigazione contro al-Jazeera è cominciata molto prima dell’ultima operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza”, ha detto al-Omari. “Questo è il motivo per cui siamo rimasti sorpresi da questa decisione”.</p>
<p>Al-Omari ha affermato che non ci sono stati cambiamenti nel modo in cui al-Jazeera copre gli eventi nella regione. “Questo è il modo in cui abbiamo trattato gli avvenimenti qui negli ultimi 12 anni”, ha sostenuto. “Non c’è niente di nuovo nella nostra linea di condotta, sia a Gerusalemme che nella Striscia di Gaza”.</p>
<p>Egli ha detto che al-Jazeera ha sempre cercato di intervistare i responsabili del governo israeliano. Ma, ha detto, il primo ministro Ehud Olmert ed il ministro degli esteri Tzipi Livni hanno declinato gli inviti nelle ultime settimane.</p>
<p>Al-Omari sostiene che Israele stia cercando di “intimidire” l’emittente. “Al-Jazeera non è spaventata”, ha detto. “In passato non ci siamo fatti intimorire quando i regimi arabi presero di mira al-Jazeera. In ogni caso, non comprendo Israele, che sostiene di essere una democrazia ma perseguita i giornalisti e cerca di limitare la libertà di espressione”.</p>
<p>Egli sostiene che non è la prima volta che Israele ha preso di mira al-Jazeera. “All’inizio dell’Intifada, fummo minacciati e le nostre credenziali ci furono revocate”, ha detto. “Durante l’ultima guerra in Libano, sono stato arrestato per alcune ore sulla base di futili accuse”.<br />
<em><br />
<strong>Herb Keinon</strong> e <strong>Khaled Abu Toameh</strong></em></p>
<p><strong>Titolo originale:</strong></p>
<p><a target="_blank" href="http://www.jpost.com/servlet/Satellite?c=JPArticle&amp;cid=1205261312824&amp;pagename=JPost%2FJPArticle%2FShowFull"><strong>Israel undecided on Al-Jazeera boycott</strong></a></p>
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