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	<title>Medarabnews &#187; al-Jazeera</title>
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		<title>Nove anni, nove conferenze</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 04:55:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gregg Carlstrom</dc:creator>
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<p><strong>Original Version: <a href="http://english.aljazeera.net/focus/2010/07/201071971742284959.html" target="_blank">Nine years, nine conferences </a></strong></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>19/07/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://english.aljazeera.net/focus/2010/07/201071971742284959.html" target="_blank">Nine years, nine conferences </a></strong></p>
<p>Il governo afgano ha una lunga lista di richieste da rivolgere ai donatori internazionali che si riuniranno a Kabul per la nona conferenza di questo tipo (<em>tenutasi martedì 20 luglio (N.d.T.) </em>) dall’inizio della guerra in Afganistan nel 2001.</p>
<p>Kabul chiederà ai donatori di concentrare l’80% del proprio bilancio di aiuti su una lista di 23 “programmi nazionali prioritari” che verrà presentata alla conferenza. Le autorità afgane spingeranno anche per una distribuzione più trasparente e organizzata degli aiuti; infatti i donatori spesso non riescono a rendere conto delle modalità di spesa dei soldi, e ciò porta a ridondanze e inefficienze.</p>
<p>Questi obiettivi, benché lodevoli, non sono per nulla nuovi. La conferenza di Londra del 2006 produsse un documento – l’Accordo sull’Afganistan – che doveva guidare gli sforzi di ricostruzione nel paese. Esso dichiarava che il governo afgano avrebbe dovuto assumere la guida nello stabilire le priorità, come previsto dall’ Afghanistan National Development Strategy (ANDS), anch’essa approvata durante quella conferenza.</p>
<p>Una conferenza successiva tenutasi a Parigi nel 2008 si concluse con un comunicato che prometteva “un’assistenza maggiore, più prevedibile, trasparente e responsabile”.</p>
<p><strong>Scarso coordinamento</strong></p>
<p>Eppure queste promesse, nella maggior parte dei casi, non sono state rispettate. Secondo uno studio condotto l’anno scorso dal ministero delle finanze, il 67% dei 29 miliardi di dollari promessi dai donatori internazionali è stato speso senza nessun tipo di input da parte del governo afgano. Questa percentuale comprende anche la maggior parte del denaro destinato alla ANDS.</p>
<p>Ashley Jackson, responsabile del settore Afganistan dell’Oxfam, ha affermato in un’intervista da Kabul che “il governo ha delle idee valide, ma la metà del denaro promesso per la ANDS non è in linea con queste priorità. Non ci sono tracce di quello che i gruppi di ricostruzione provinciali stanno facendo, e molti donatori non sono in grado di fornire informazioni”.</p>
<p>Il Government Accountability Office, il braccio investigativo del Congresso americano, ha pubblicato un rapporto la scorsa settimana, che mostrava come molti programmi di sviluppo per l’Afganistan non abbiano un appropriato sistema di valutazione della performance. In altre parole, gli Stati Uniti non possono controllare se tali programmi siano efficienti o meno.</p>
<p>Alcuni responsabili americani e della NATO hanno inoltre incoraggiato Kabul a concedere maggiore potere di controllo ai governi locali su come vengono spesi i finanziamenti. Il primo “consiglio comunitario distrettuale” è stato costituito nella provincia di Logar all’inizio di quest’anno. Questi consigli avrebbero lo scopo di permettere un miglior collegamento tra la distribuzione degli aiuti e i bisogni della popolazione, anche se i loro sforzi sono spesso guastati dalla corruzione e dal nepotismo.</p>
<p>Caroline Wadhams, un’analista esperta di questioni sud-asiatiche presso il Center for American Progress con sede negli Stati Uniti, ha affermato che “è stata portata avanti una politica aggressiva per rafforzare la governance locale. Tuttavia non si tratta di un processo trasparente. La gente viene nominata dai politici potenti di Kabul. Non è realmente rappresentativa”.</p>
<p><strong>Istituzioni deboli</strong></p>
<p>A nove anni dall’inizio della guerra, il rapporto tra il governo afgano e i donatori internazionali è ancora caratterizzato da profonda diffidenza. I donatori sono spesso riluttanti ad incanalare gli aiuti attraverso il governo di Kabul poiché temono la corruzione e una cattiva gestione.</p>
<p>“Le agenzie americane prendono decisioni a proposito di come queste risorse devono essere utilizzate, e cercano di aggirare il governo”, ha affermato John Brummet, il vice ispettore generale per le revisioni contabili presso l’ufficio del SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction). “Ciò è fatto in gran parte per evitare la corruzione, ma avviene anche a causa della debolezza delle istituzioni statali”.</p>
<p>La corruzione è innegabile: centinaia di milioni (se non di miliardi) di dollari sono stati rubati dai funzionari governativi, e un recente rapporto redatto da Integrity Watch Afghanistan ha scoperto che gli afgani pagavano il doppio delle tangenti nel 2009 rispetto al 2006.</p>
<p>Tuttavia un problema ancor più delicato è rappresentato dalla continua debolezza di molti ministeri in Afganistan. La Brookings Institution ha pubblicato un rapporto nel 2008 sull’ “Indice di Debolezza degli Stati”, secondo il quale l’Afganistan era al secondo posto nella graduatoria dei paesi con le istituzioni più deboli del mondo, preceduto soltanto la Somalia.</p>
<p>Da allora è cambiato poco. Un rapporto compilato dal Dipartimento della Difesa americano, reso noto ad aprile, ha mostrato che il governo afgano ha una presenza soltanto minima in molte zone del paese.</p>
<p>Questa situazione crea quello che molte persone intervistate per questo articolo hanno chiamato “il problema dell’uovo e della gallina”. I donatori internazionali sono riluttanti a fare affidamento sul governo afgano poiché esso è così debole, ma le autorità afgane si lamentano del fatto che gli sforzi per evitare i loro ministeri indeboliscono ulteriormente lo Stato.</p>
<p>Martine van Bijlert, una delle condirettrici dell’Afghanistan Analyst Network a Kabul ha affermato “è chiaro che bypassando le istituzioni si mina la loro credibilità. Tuttavia non sono sicura che il modo per rafforzare le istituzioni sia di spendere più soldi attraverso di esse”.</p>
<p><strong>Passi intermedi</strong></p>
<p>Essendo così deboli, i ministeri afgani non sono sempre in grado di rispettare i loro obiettivi di sviluppo. L’Accordo sull’Afganistan, per esempio, prevedeva che il 65% delle famiglie afgane che vivono in contesti urbani e il 25% di quelle che vivono in campagna potessero usufruire dell’elettricità entro la fine del 2010.</p>
<p>Oggi, invece, soltanto il 15% delle famiglie urbane e il 6% di quelle rurali hanno accesso all’elettricità, secondo i dati forniti dal Centro di informazione sull’energia afgano.</p>
<p>L’Accordo aveva anche promesso che il 90% dei villaggi dell’Afganistan avrebbe avuto accesso all’acqua potabile entro la fine del 2010. Oggi, secondo l’Oxfam, ad avere tale accesso è solo il 27% di essi.</p>
<p>Jackson ha affermato che “spesso nelle province i ministeri hanno un budget che riesce a coprire soltanto gli stipendi, e la gente non può farci nulla”.</p>
<p>I gruppi che portano gli aiuti, insieme agli analisti, hanno proposto una serie di misure di breve termine che il governo afgano può implementare per aumentare la sua affidabilità.</p>
<p>Jackson ha affermato che il governo dovrebbe approvare una legge sulla libertà di informazione ed abrogare una clausola costituzionale che rende quasi impossibile citare in giudizio i ministri di governo. Van Bijlert ha sostenuto che Karzai dovrebbe costituire un sistema di valutazione per allontanare dalla propria carica quei ministri e quei funzionari provinciali inefficienti. Infine, Wadhams, in un paper pubblicato la scorsa settimana, ha proposto degli emendamenti per rendere il governo più rappresentativo.</p>
<p>Tuttavia, Karzai ha fatto pochi progressi nell’implementazione di queste riforme, e molti analisti sostengono che le modeste riforme effettuate dal governo fino a questo momento non riusciranno ad alleviare le tensioni esistenti con i donatori internazionali.</p>
<p>“Queste conferenze non cambiano proprio nulla. Creano l’illusione che esista una spinta in avanti, ma tutto resta invariato”, ha affermato Wadhams.</p>
<p><em><strong>Gregg Carlstrom</strong> è un giornalista e blogger residente a Doha, in Qatar; oltre a scrivere per al-Jazeera English, suoi articoli sono apparsi su Foreign Policy, World Politics Review, ecc.; gestisce il blog The Majlis</em></p>
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		<title>Le guerre contro il popolo palestinese</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2010/07/21/guerre-contro-popolo-palestinese/</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 04:58:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Abdul Sattar Kassem</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dall’assedio di Gaza alla ‘pace economica’ in Cisgiordania]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>14/07/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.aljazeera.net/NR/exeres/B2119E3B-F3D4-449E-AC84-73349D9F881C.htm" target="_blank">الحروب على الشعب الفلسطيني</a></strong></p>
<p>Solitamente si ritiene che il popolo palestinese debba far fronte a un’unica guerra, legata all’occupazione della Cisgiordania ed all’assedio della Striscia di Gaza – se non legata solamente a quest’ultimo, considerato che la Cisgiordania è oggetto di negoziati e che al suo interno esiste una forma di autogoverno palestinese sotto la bandiera israeliana.</p>
<p>L’informazione gioca un ruolo essenziale nel produrre questa convinzione, poiché si concentra sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza ed ignora le altre componenti del popolo palestinese in tutti gli altri luoghi in cui esse si trovano. I palestinesi stessi – o almeno alcuni di loro – giocano un ruolo importante a questo riguardo, poiché hanno accettato di circoscrivere il dibattito internazionale e mediatico relativo alla questione palestinese al problema dell’occupazione del 1967, ed hanno cominciato a ripetere l’espressione “territori palestinesi” per riferirsi alla Cisgiordania ed alla Striscia di Gaza, o a parte di esse, dimenticando in questo modo il resto della Palestina mandataria e le altre componenti del popolo palestinese, ad eccezione delle chiacchiere politiche che a volte sorgono riguardo al diritto al ritorno.</p>
<p>Tuttavia il popolo palestinese non è vittima di un’unica guerra, ma di numerose guerre in tutti i luoghi in cui ha una presenza consistente. Tali guerre sono finalizzate ad un suo indebolimento complessivo. Coloro che si accaniscono contro il popolo palestinese vogliono fiaccarlo nel suo insieme, e non solo parzialmente, affinché non rimanga più nessuno a difendere la questione palestinese e ad ostinarsi a vedere riconosciuti i diritti palestinesi. Essi puntano a dissolvere la questione palestinese (e non a risolverla) dissolvendo il popolo palestinese in un insieme di individui isolati che cercano semplicemente di perseguire i propri interessi e di garantirsi qualcosa per vivere. Ciò è possibile solo se la guerra viene combattuta su più fronti e a diversi livelli, a seconda dei luoghi dove si concentra la presenza palestinese. Costoro non prevedono di fiaccare una parte del popolo palestinese per poi passare alla parte successiva, ma puntano a indebolirlo nel suo insieme in un colpo solo, affinché nessuna delle sue componenti possa rappresentare un fattore in grado di alimentare il resto. Elenchiamo di seguito le forme principali di questa guerra molteplice.</p>
<p><strong>La guerra degli stipendi e delle cariche</strong></p>
<p>Questa guerra viene combattuta in Cisgiordania per far concentrare la gente sul proprio impiego, il cui stipendio dipende dai paesi donatori ed il cui pagamento dipende in fin dei conti da Israele e dagli Stati Uniti. Si tratta di una guerra di adescamento per trasformare la Palestina in un luogo di apparente benessere e prosperità, trasformando i difensori della questione palestinese in guardie del regno di Israele. Questa guerra si distingue per le seguenti caratteristiche:</p>
<p>1) Aumentare il numero di funzionari dell’Autorità Palestinese, perché ciò significa che un numero maggiore di famiglie palestinesi finisce per dipendere economicamente dai salari erogati dall’ANP, frenando in questo modo il desiderio palestinese di resistere all’occupazione. L’impiegato palestinese e coloro che dipendono da lui sono costretti a pensarci due volte prima di esprimere o adottare una posizione che non piace a Israele ed a coloro che le sono fedeli, poiché ciò comporta il rischio di essere licenziati. I paesi donatori sono chiari a questo proposito, così come lo sono Israele e gli Stati Uniti. Essi non sono disposti a pagare i salari a coloro che potrebbero non condividere gli accordi firmati dall’ANP con Israele.</p>
<p>2) Colpire la produzione palestinese affinché i palestinesi non si rafforzino facendo affidamento economicamente su se stessi, neanche in misura parziale. A partire dagli accordi di Oslo, molti settori della produzione palestinese sono stati sabotati, a cominciare dall’agricoltura. L’agricoltura palestinese, che è strettamente legata a molti valori nazionali palestinesi, è stata colpita duramente in modo da costringere migliaia di palestinesi a cercare altri modi per far fronte al crescente costo della vita, in primo luogo entrando a far parte dei servizi di sicurezza palestinesi, che operano in stretto coordinamento con Israele. Sono state boicottate le sartorie a Tulkarem, le fabbriche e i laboratori artigiani di Nablus e Hebron, ed in particolare le fabbriche di scarpe, che producevano i migliori prodotti del mondo. Quest’anno ho cercato le coltivazioni di angurie a Marj Ibn Amir, ma non ne ho trovate perché le angurie israeliane riempiono i mercati. Ho cercato le sartorie, ma ne ho trovate pochissime perché le importazioni hanno preso il posto della produzione locale. Questa tragedia ha anche danneggiato artigiani come i fabbri e i falegnami.</p>
<p>3) Corrompere i funzionari di alto livello dell’Autorità Palestinese offrendo loro benessere e comodità, come automobili di lusso, facilitazioni di viaggio e di spostamento, garantendo loro le spese quotidiane come la benzina, le carte prepagate per i cellulari, le carte da VIP. Molti uomini dell’ANP, ed in particolare quelli dei servizi di sicurezza, sono sommersi da una serie di facilitazioni e comodità affinché sorveglino il resto del popolo palestinese nell’ambito degli accordi presi. Per alcuni la Palestina è diventata un paradiso personale.</p>
<p>4) Far perdere alla gente la speranza in un futuro di indipendenza, attraverso il dispiegamento dei servizi di sicurezza palestinesi e l’applicazione dei loro controlli continui, e punendo chi esprime il proprio dissenso nei confronti di Israele o dell’ANP. La faccenda giunge al punto di far perdere il lavoro a chi è sospettato di opporsi all’ANP o di appartenere a fazioni dell’opposizione.</p>
<p>Attaccare la coscienza nazionale palestinese distraendo la popolazione con questioni secondarie come feste e intrattenimenti, feste dello shopping, manifestazioni da guinness dei primati, e peggiorando il livello dell’istruzione nelle scuole e nelle università. E’ in atto un processo di disintegrazione della coscienza nazionale palestinese attraverso il tentativo di trasformare la gente in semplici consumatori preoccupati unicamente del soddisfacimento dei propri istinti.</p>
<p><strong>La guerra di israelizzazione</strong></p>
<p>Questa guerra è stata scatenata da Israele contro i palestinesi all’interno delle terre occupate nel 1948, con l’obiettivo di trasformarli in israeliani al servizio dei sionisti che abusano di loro, confiscano le loro terre, e li privano dei loro diritti umani e nazionali. L’espressione “arabo israeliano” è una delle principali espressioni attualmente utilizzate a livello popolare e nei mezzi di informazione che incarna la questione della israelizzazione. Tale espressione nega l’autenticità del popolo palestinese e svende la sua esistenza a vantaggio di quella di Israele. Bisogna anche osservare che gli arabi non riescono ad ottenere seggi nella Knesset in misura proporzionata ai loro voti reali perché molti di essi votano per i partiti sionisti.</p>
<p>Malgrado il successo parziale di Israele nel processo di israelizzazione, la fermezza resta l’atteggiamento predominante presso molti palestinesi in Israele, che sembrano in grado di preservare l’identità araba ed islamica palestinese. Non possiamo che lodare le battaglie mediatiche, politiche e religiose nelle quali essi si impegnano in difesa della loro identità, dei loro diritti e dei luoghi santi.</p>
<p><strong>La guerra di assedio</strong></p>
<p>La Striscia di Gaza ha subito la stessa guerra che ha colpito la Cisgiordania fino al giugno 2007 (<em>data in cui vi è stata la secessione di fatto tra la Cisgiordania controllata dall’ANP e la Striscia di Gaza controllata da Hamas (N.d.T.)</em> ). Contro la Striscia è stato imposto il più duro ed esteso assedio ai danni di un popolo che la storia abbia conosciuto. Si sono riunite le nazioni dall’Oriente e dall’Occidente, dall’Europa al mondo arabo, per assediare Gaza economicamente, finanziariamente, e militarmente, da terra, dal mare e dal cielo, al fine di riportarla sotto il controllo dell’ANP; e questo assedio è ancora in atto, con un’ampia partecipazione a livello mondiale. L’assedio ebbe inizio con alcune interruzioni nell’approvvigionamento di generi alimentari e nella fornitura di energia elettrica, insieme ad alcuni attacchi aerei israeliani, senza tuttavia riuscire a piegare la volontà della gente. Poi si trasformò in un assedio pienamente applicato, ma il risultato fu che la gente protestò al confine palestinese-egiziano. Poi Israele scatenò una guerra contro Gaza che si protrasse per 23 giorni. Malgrado i massacri e la distruzione, tale guerra si rivelò anch’essa un fallimento.</p>
<p>La fermezza di Gaza ha portato a due conseguenze: l’aguzzarsi dell’inventiva della gente della Striscia per organizzare la propria vita quotidiana , e l’aumento della solidarietà popolare ed ufficiale a livello internazionale nei confronti degli abitanti di Gaza. Gaza è riuscita a contrabbandare generi alimentari, denaro ed armi. Le campagne di solidarietà hanno portato alla mobilitazione dei mezzi di informazione internazionali per spiegare la situazione nella Striscia. Gaza ha certamente sofferto moltissimo a causa dell’assedio, ma è riuscita in buona misura ad assediare l’assediante. La gente di Gaza ha mantenuto un atteggiamento di fermezza, rifiutando tutti gli adescamenti ed i tentativi di dissolvere la questione palestinese.</p>
<p><strong>La guerra di persecuzione e di umiliazione</strong></p>
<p>Questa guerra è stata scatenata dai regimi arabi contro il popolo palestinese, essendo i palestinesi considerati dei colpevoli che devono dimostrare la propria innocenza. Essi sono accusati di cercare dei mezzi che li aiutino a liberare la propria patria ed a ristabilire i propri diritti; ma siccome ciò significa organizzare azioni di resistenza contro Israele, i regimi arabi si considerano responsabili agli occhi di Israele e dell’America. I servizi di sicurezza arabi si impegnano molto a perseguitare i palestinesi, a pedinarli, a gettarli in prigione, ed a umiliarli, affinché accettino le “soluzioni” che vengono loro prospettate. I palestinesi non possono adoperare tranquillamente gli aeroporti arabi perché vengono continuamente ostacolati e fermati dai servizi segreti, che rivolgono loro accuse sebbene siano consapevoli che essi non costituiscono una minaccia per la sicurezza dei paesi arabi. Dopo gli accordi di Oslo, i palestinesi stessi si sono aggiunti alla lista dei regimi arabi che perseguitano i palestinesi.</p>
<p>La maggior parte dei regimi arabi sono alleati con gli Stati Uniti, e sono alleati direttamente o indirettamente con Israele; essi temono il pesante bastone di Israele qualora dovessero lasciare che i palestinesi cerchino il modo di liberare la loro terra. Dal canto suo, Israele ha un ruolo importante nel preservare alcuni regimi, rivelando tentativi di golpe e di ribellione, o utilizzando le forze di sicurezza israeliane per contrastare i movimenti di ribellione arabi.</p>
<p><strong>La guerra dell’emigrazione</strong></p>
<p>Le restrizioni di cui soffrono i palestinesi in Palestina e nei paesi arabi li spingono a pensare di lasciare il mondo arabo, mentre il nemico israeliano pensa a come facilitare questa emigrazione. Vi sono paesi come la Norvegia, la Svezia, il Canada, l’Australia e gli Stati Uniti che aprono le loro porte all’immigrazione dei palestinesi e facilitano loro le pratiche procedurali. Una volta erano richieste buone competenze professionali per accettare la domanda di immigrazione, ma ora viene accolta anche la manodopera non qualificata, naturalmente dopo un “esame di sicurezza” per assicurarsi che la persona in questione intende abbandonare la questione palestinese, e non solo la patria palestinese.</p>
<p><strong>Guerre fallite</strong></p>
<p>Queste guerre per la maggior parte non sono nuove; sono vecchie quanto la questione palestinese. Tuttavia, gran parte di esse non sono riuscite a realizzare il loro obiettivo, ovvero quello di disperdere il popolo palestinese e di dissolvere i suoi diritti. Da anni gli Stati Uniti si sono impegnati a reinsediare i palestinesi, aiutati in ciò dalle Nazioni Unite, nella convinzione che i palestinesi avrebbero dimenticato la loro patria dopo trent’anni dalla loro emigrazione. I regimi arabi, dal canto loro, non hanno mai tollerato i palestinesi,e hanno fatto di tutto per mettere loro la museruola. In alcuni casi vi sono riusciti, in altri no.</p>
<p>I popoli arabi non sono più del tutto inconsapevoli come in passato. Essi hanno acquisito sufficiente consapevolezza per dare il loro sostegno ai palestinesi o per giustificare le loro azioni di resistenza contro Israele. Le forze islamiche e nazionaliste hanno ora una presenza che aiuta i palestinesi a superare alcune delle loro crisi. Ad esempio, in Libano sono emerse delle forze cristiane e musulmane che credono nell’identità araba del Libano e della questione palestinese. Le forze islamiche e nazionaliste in Giordania stanno acquisendo forza e sono in grado di sfidare alcune politiche governative.</p>
<p>Sembra che il problema maggiore che devono fronteggiare i palestinesi in tutte queste guerre si trovi in Cisgiordania, in cui si assiste ad un considerevole successo del processo di addomesticamento dei palestinesi. La Cisgiordania attraversa una miserevole situazione dal punto di vista nazionale, al punto che persone che erano state accusate di collaborare con Israele occupano attualmente posti di primo piano, coordinandosi con Israele in vari settori. Non credo che questa situazione si protrarrà in eterno, ma certamente la sua fine non è vicina.</p>
<p><strong>La guerra di reazione</strong></p>
<p>I palestinesi, in tutti i luoghi in cui risiedono, possiedono oggi una profonda consapevolezza della loro questione e della situazione in cui si trovano. Essi sono al corrente dell’andamento della situazione internazionale, delle posizioni dei paesi arabi, e dei piani sionisti. Essi si stanno armando di una crescente consapevolezza, di una volontà sempre più salda e pronta a lanciare campagne mediatiche, culturali e sociali in risposta agli attacchi che subiscono, al fine di mantenere il popolo unito all’interno dell’ambiente arabo ed islamico.</p>
<p>E’ vero che vi sono palestinesi che ancora ripongono le loro speranze in alcuni leader e in alcune politiche rivelatesi fallimentari, tuttavia l’unità del popolo palestinese a livello regionale e mondiale è attualmente buona ed in via di rafforzamento, e può contare su mezzi di informazione arabi come al-Jazeera, al-Manar, ed al-Rai. Se la spaccatura appare evidente fra la Cisgiordania e Gaza è perché il popolo palestinese non può unirsi sulla base del riconoscimento di Israele e del coordinamento di sicurezza con Tel Aviv. Ma alla fine le cose non potranno che aggiustarsi, e la Cisgiordania tornerà ad essere una parte attiva nella resistenza e nel cammino verso la liberazione.</p>
<p><em><strong>Abdul Sattar Kassem</strong> è un politologo palestinese; insegna Scienze Politiche all’Università an-Najah di Nablus</em></p>
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		<title>L’apartheid stradale di Israele</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 04:57:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mya Guarnieri</dc:creator>
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<p><strong>Original Version: Israel&#8217;s &#8217;street apartheid&#8217;</strong></p>
<p>Mahmoud Alami, un tassista di Gerusalemme, conosce la città come il palmo della sua mano. Conosce i quartieri, le strade. E conosce i semafori.</p>
<p>Ce n’è uno in particolare che lo disturba, non professionalmente,&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>10/07/2010</p>
<p><strong>Original Version: Israel&#8217;s &#8217;street apartheid&#8217;</strong></p>
<p>Mahmoud Alami, un tassista di Gerusalemme, conosce la città come il palmo della sua mano. Conosce i quartieri, le strade. E conosce i semafori.</p>
<p>Ce n’è uno in particolare che lo disturba, non professionalmente, ma personalmente. Si trova tra Beit Hanina, un quartiere palestinese, e Pisgaat Zeev, un insediamento ebraico.</p>
<p>&#8220;Resta verde [per i coloni] per cinque minuti. Ma per entrare e uscire da Beit Hanina? Solo due o tre auto possono passare&#8221;, dice Alami. &#8220;E&#8217; troppo breve. Provoca un sacco di traffico&#8221;.</p>
<p>Al-Jazeera ha rilevato che i semafori che portano agli insediamenti ed ai quartieri ebraici rimangono verdi per una media di un minuto e mezzo. Per le zone palestinesi, la durata è di 20 secondi. Un semaforo nella Gerusalemme Est a predominanza araba è verde per meno di 10 secondi.</p>
<p>&#8220;[I palestinesi] sono bloccati &#8220;, dice Amir Daud, un altro tassista. &#8220;E’ una situazione molto brutta per la gente&#8221;.</p>
<p><strong>Discriminazione di bilancio</strong></p>
<p>Gli ingorghi sono solo uno dei tanti problemi che affliggono le infrastrutture e i servizi nelle zone palestinesi di Gerusalemme. Le strade hanno una scarsa manutenzione. Sono strette e accidentate, piene di crepe e di buche. I segnali stradali e i marciapiedi sono quasi inesistenti.</p>
<p>I contenitori per la spazzatura sono solitamente in comune e spesso sono troppo pochi per soddisfare le esigenze del quartiere. I pedoni, costretti a camminare sul ciglio della strada, procedono a stento attraverso l’immondizia.</p>
<p>I quartieri e gli insediamenti ebraici, d&#8217;altra parte, sono puliti e ordinati. Marciapiedi e rotatorie tengono i pedoni al sicuro; le strade sono ben segnalate, alcune con segnali luminosi. La maggior parte degli edifici hanno un bidone della spazzatura, e le strade sono libere dai rifiuti.</p>
<p>In una zona ebraica, uno spartitraffico erboso è adornato con un assortimento di sculture decorative – ritraggono bambini che giocano, tirano calci a un pallone, e vanno in bicicletta.</p>
<p>Quando Al-Jazeera ha presentato un elenco dettagliato delle differenze tra i quartieri ebraici e arabi del comune di Gerusalemme, il portavoce del comune ha negato questi dati.</p>
<p>Ma, parlando in condizione di anonimato, un ex dipendente del comune di Gerusalemme ha confermato che vi è una discriminazione a livello di bilancio. Il dipartimento dello sport offre l&#8217;esempio più drammatico – solo lo 0,5% dei fondi sono assegnati ai quartieri palestinesi. L&#8217; altro 99,5% va a zone ebraiche.</p>
<p><strong>Qualità della vita</strong></p>
<p>Nisreen Alyan, un avvocato presso l&#8217;Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI), ha recentemente presentato una petizione per protestare contro l’assenza della raccolta dei rifiuti nel quartiere palestinese di Tsur Baher, situato a Gerusalemme Est. Nonostante una popolazione di 20.000 persone, solo 12 strade ricevono il servizio.</p>
<p>Ciò influisce sia sulla salute che sulla qualità della vita, spiega Alyan. I cani randagi, alcuni malati di rabbia, sono attratti dai mucchi di spazzatura. I residenti sono stati attaccati dagli animali. E ora i bambini hanno paura di andare fuori.</p>
<p>&#8220;Non ci sono giardini pubblici per loro, non hanno niente&#8221;, dice Alyan. &#8220;Così queste strade diventano l’unico posto per le auto, per i bambini, per la spazzatura, per i cani, per tutto&#8221;.</p>
<p>La petizione che l’ACRI ha presentato chiede al comune di farsi carico delle proprie responsabilità legali, “niente di meno, niente di più&#8221;, dice Alyan. &#8220;[Questo] significa che devono riconoscere [agli abitanti] il diritto alle strutture igienico-sanitarie&#8221;.</p>
<p>Alyan ha informato il comune dei problemi di Tsur Baher anche in passato. Ma la municipalità sostiene di non poter servire tutto il quartiere perché i camion della nettezza urbana non possono manovrare nelle strade strette. Alyan ricorda però che questo non dovrebbe essere un ostacolo. Il comune ha trovato soluzioni creative in altre parti di Gerusalemme.</p>
<p>Le strade di Tsur Baher costituiscono un problema, spiega un residente. Non ce ne sono a sufficienza.</p>
<p>Mentre la maggior parte dei quartieri palestinesi sono soggetti a restrizioni edilizie, Tsur Baher è uno dei pochi che è libero di costruire. Gran parte della sua terra è stata espropriata da un insediamento vicino, Har Homa; parte si trova dall&#8217;altra parte del muro di separazione israeliano, e non ci sono infrastrutture per raggiungere ciò che è rimasto.</p>
<p>La mancanza di strade significa anche che i servizi di emergenza non possono accedere a tutte le parti del quartiere. Alcuni bambini sono morti in un incendio domestico. E a causa di un ordine della polizia che vieta alle ambulanze di entrare nei quartieri palestinesi senza la scorta della polizia, sono morti mentre aspettavano le cure mediche.</p>
<p>&#8220;Il problema è che i poliziotti non arrivano in tempo&#8221;, dice un residente. &#8221; L&#8217;ambulanza si ferma e aspetta all’ingresso del quartiere per mezzora&#8230;. alcune persone sono morte in questa situazione&#8221;.</p>
<p>&#8220;[L’ACRI sta] attualmente scrivendo un&#8217;altra petizione al riguardo&#8221;, aggiunge Alyan.</p>
<p><strong>Pagare le tasse</strong></p>
<p>A una domanda sui semafori di Tsur Baher, Alyan risponde che non ve ne sono.</p>
<p>Preoccupandosi per la sicurezza dei bambini, i residenti hanno racimolato i soldi per aggiungere dei dossi per limitare la velocità nelle strade.</p>
<p>In altri quartieri, i palestinesi hanno raccolto i fondi per pagare la raccolta dei rifiuti e la pulizia delle strade.</p>
<p>E questo dopo aver pagato le tasse.</p>
<p>Siccome oltre il 90% dei palestinesi di Israele vive in città separate dalla popolazione ebraica, molti ebrei israeliani giustificano le differenze esistenti tra le aree arabe e quelle ebraiche tirando fuori l’argomento della “povertà” o della “cattiva gestione” dei comuni arabi.</p>
<p>Sono poveri, dunque le loro città sono povere. Gli arabi non pagano molte tasse, o non pagano tasse a sufficienza, o non le pagano affatto – sostengono gli ebrei israeliani – così i loro villaggi non possono permettersi gli stessi servizi di cui godono loro.</p>
<p>Ma questo ragionamento crolla miseramente a Gerusalemme, una città in cui le aree palestinesi si alternano a quelle ebraiche. E a Nof Tzion (Vista di Sion), un insediamento ebraico situato nel bel mezzo di Jabel Mukhaber, un quartiere palestinese, le differenze sono lampanti.</p>
<p>&#8220;Per anni, [Jabel Mukhaber] non ha avuto una strada principale&#8221;, dice Alyan. &#8220;Solo dopo aver costruito Nof Tzion, [il comune] ha costruito una strada molto bella con la pavimentazione e l’illuminazione&#8221;. Ma la strada muore subito dopo Nof Tzion. Diventa accidentata, sprofonda nella ghiaia e poi nella sporcizia, per i palestinesi.</p>
<p>L’argomento dei “comuni poveri” non regge a Gerusalemme per un altro motivo. Per i palestinesi della città, che hanno solo la residenza e non la cittadinanza, pagare le tasse è tremendamente importante.</p>
<p>&#8220;Se non paghi le tasse, non avrai alcuna prova che Gerusalemme Est è il centro della tua vita, e se non puoi dimostrarlo, perderai la residenza&#8221;, spiega Alyan. Questo significa che si diventa apolidi, rifugiati.</p>
<p>&#8220;Prima di trovare i soldi per sfamare i loro figli, [i residenti palestinesi di Gerusalemme] pagano le tasse&#8221;, dice Alyan.</p>
<p>Tsur Baher, insieme con il vicino quartiere di Umm Tuba, paga circa 7 milioni di dollari in tasse ogni anno per un comune per il quale i suoi residenti non possono votare. I residenti di Gerusalemme Est dicono ad Alyan che vogliono soltanto che il governo investa nei loro quartieri ciò che loro hanno versato in tasse.</p>
<p><strong>&#8216;Guerra psicologica&#8217;</strong></p>
<p>Yousef Jabareen, il direttore di Dirasat-Arab Centre for Law and Policy, spiega che i servizi pubblici sono finanziati anche a livello nazionale. Questo è un altro punto di disuguaglianza.</p>
<p>Jabareen fa riferimento al programma di “priorità nazionale” che ha dato incentivi economici ad aree selezionate dal governo. Quando il programma è stato introdotto nel 1998, 500 città ebraiche hanno ottenuto lo statuto di priorità nazionale. Sebbene i palestinesi rappresentino quasi il 20% della popolazione di Israele, e la metà dei poveri del paese, solo quattro villaggi arabi sono stati selezionati.</p>
<p>&#8220;E’ stato un classico esempio di come la ripartizione delle risorse pubbliche sia discriminatoria&#8221;, dice Jabareen, aggiungendo che gravi ineguaglianze possono essere trovate anche nel sistema statale dell’istruzione.</p>
<p>Ogni cosa – dalle cattive condizioni delle infrastrutture alla mancanza di servizi pubblici – contribuisce a lasciare ai palestinesi la sensazione di essere respinti ed emarginati, dice Jabareen.</p>
<p>&#8220;E’ una sensazione di frustrazione e di non appartenenza &#8230;. il fatto che il governo e lo stato ti stanno escludendo ed emarginando, e non sei considerato da pari a pari&#8221;.</p>
<p>Le disparità nei quartieri di Gerusalemme e le differenze nell’erogazione dei finanziamenti in tutta la nazione equivalgono a una forma di apartheid?</p>
<p>&#8220;In alcune zone è possibile individuare alcune caratteristiche di apartheid che dovrebbero sollevare molte preoccupazioni per il futuro&#8221;, commenta Jabareen.</p>
<p>Un giovane ebreo israeliano, fresco di servizio militare, semplicemente commenta: &#8220;E&#8217; una sorta di guerra psicologica. L&#8217;idea è di spingere [i palestinesi] ad andarsene&#8221;.</p>
<p><em><strong>Mya Guarnieri</strong> è una giornalista freelance israelo-americana; i suoi articoli sono apparsi su pubblicazioni come il Jerusalem Post, l’Huffington Post, Al-Jazeera English, The National (Abu Dhabi), ecc.; risiede a Tel Aviv</em></p>
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		<title>Gaza &#8211; How to kill an economy</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 04:54:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicole Johnston</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>First close down the borders and refuse to allow any exports out.</p>
<p>Then ban the importing of any raw material for factories and businesses.</p>
<p>Force the commercial class to rely on expensive underground smuggling tunnels to procure what the community&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>First close down the borders and refuse to allow any exports out.</p>
<p>Then ban the importing of any raw material for factories and businesses.</p>
<p>Force the commercial class to rely on expensive underground smuggling tunnels to procure what the community needs. This in turn enriches the tunnel owners.</p>
<p>Prevent businesspeople from travelling abroad.</p>
<p>And then, if the economy still has a breath of life left in it, go to war. Bomb the region and destroy its factories.</p>
<p>Finally refuse to allow any building material in so that those businesses cannot be rebuilt.</p>
<p>De-development</p>
<p>The result is the economy goes backwards in a process called de-development.</p>
<p>Businesses close, jobs are lost and families become dependent on food aid.</p>
<p>This is what has happened in Gaza.</p>
<p>It is suffering from a four year old siege, the destruction from Israel&#8217;s war and now a continued siege, with no sign of any real abatement.</p>
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		<title>West Bank poverty &#8216;worse than Gaza&#8217;</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 04:53:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Unspecified</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Children living in the poorest parts of the West Bank face significantly worse conditions than their counterparts in Gaza, a study conducted by an international youth charity has found.</p>
<p>The report by Save the Children UK, due to be released&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Children living in the poorest parts of the West Bank face significantly worse conditions than their counterparts in Gaza, a study conducted by an international youth charity has found.</p>
<p>The report by Save the Children UK, due to be released on Wednesday, says that families forced from their homes in the West Bank are suffering the effects of grinding poverty, often lacking food, medicine and humanitarian assistance.</p>
<p>The European Commission funded study found that in &#8220;Area C&#8221;- the 60 per cent of the West Bank under direct Israeli control &#8211; the poorest sections of society are suffering disproportionately because basic infrastructure is not being repaired due to Israel&#8217;s refusal to approve the work.</p>
<p>Homes, schools, drainage systems and roads are in urgent need of repair, but instead of work being allowed, families are being forced to live in tents and do not have access to clean water.</p>
<p>Restrictions on the use of land for agriculture have left thousands of Palestinian children without enough food and many are becoming ill as a result, the study found.</p>
<p>Crisis point</p>
<p>Conditions in Area C have reached &#8220;crisis point&#8221;, the charity said, with 79 per cent of the communities surveyed lacking sufficient food &#8211; a greater proportion than in blockaded Gaza, where the figure is 61 per cent.</p>
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		<title>La Giordania non è la Palestina</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 05:30:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lamis Andoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>20/07/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://english.aljazeera.net/news/2010/07/2010748131864654.html" target="_blank">Jordan is not Palestine </a></strong></p>
<p><em>Il mese scorso, circa metà dei 120 membri della Knesset, il parlamento israeliano, ha presentato una proposta che prevede “due stati per due popoli sulle due rive del fiume Giordano”; ma,</em>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>20/07/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://english.aljazeera.net/news/2010/07/2010748131864654.html" target="_blank">Jordan is not Palestine </a></strong></p>
<p><em>Il mese scorso, circa metà dei 120 membri della Knesset, il parlamento israeliano, ha presentato una proposta che prevede “due stati per due popoli sulle due rive del fiume Giordano”; ma, se la Giordania fosse la vera patria del popolo palestinese, Israele non avrebbe dovuto demolire quasi 450 villaggi palestinesi o escogitare politiche per espellere la popolazione palestinese – scrive l’analista Lamis Andoni</em></p>
<p>***</p>
<p>George Mitchell, l’inviato speciale americano per il Medio Oriente, recentemente ha espresso la sua frustrazione per la mancanza di progressi nel “processo di pace”, ormai in fase di stallo.</p>
<p>Ma per Mitchell potrebbe essere giunto il momento di farsi da parte, poiché Geert Wilders, il leader del terzo partito dell’Olanda, sembra aver trovato una “soluzione creativa” per il conflitto: la Giordania dovrebbe essere ribattezzata Palestina e diventare la patria dei palestinesi.</p>
<p>Purtroppo per Wilders – e per la destra israeliana – questa “soluzione” non è né originale né accettabile, ed i responsabili giordani hanno risposto con una vigorosa condanna della proposta.</p>
<p><strong>“L’opzione giordana”</strong></p>
<p>Il piano per trasformare la Giordania nella patria palestinese e per concedere ad Israele il controllo totale sulle terre della Palestina storica viene ciclicamente riproposto dalla destra israeliana ogni volta che c’è un aumento della pressione internazionale, per quanto minima, su Israele affinché interrompa il suo processo espansionistico.</p>
<p>Lo scorso mese, circa la metà dei 120 membri della Knesset, il parlamento israeliano, ha presentato una proposta che prevede “due stati per due popoli sulle due rive del fiume Giordano”. In pratica la proposta implica un’espulsione dei palestinesi da Israele in Giordania così che il regno hascemita diventi ‘de facto’ la patria dei palestinesi.</p>
<p>La vigorosa riproposizione di quella che è stata storicamente definita “l’opzione giordana” giunge nel bel mezzo della crescente pressione internazionale nei confronti dell’edificazione delle colonie ebraiche nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est.</p>
<p>La destra israeliana – alla quale appartengono molti membri del partito Likud di Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano – vede l’opzione giordana come un’alternativa adeguata e pratica ai piani di fondare uno stato palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.</p>
<p><strong>Agonia della soluzione dei “due stati”</strong></p>
<p>La paura di uno stato palestinese da parte della destra israeliana giunge in un momento in cui molti palestinesi, compresi i responsabili politici, ritengono che la soluzione dei due stati sia quasi morta.</p>
<p>La rapida espansione delle colonie israeliane, la costruzione del muro di separazione, e il continuo annullamento dei permessi di residenza a Gerusalemme Est per gli arabi, ha lasciato ben poco spazio – forse nessuno – alla possibilità di uno stato palestinese.</p>
<p>Ma molti, nella destra israeliana, sono preoccupati dal piano di Salam Fayyad, il primo ministro palestinese, di fondare uno stato ‘de facto’ costruendo istituzioni e abitazioni in tutto il territorio della Cisgiordania, comprese le aree in cui permangono le forze israeliane. </p>
<p>Se molti palestinesi temono che il piano di Fayyad servirà soltanto a trasformare gli attuali, frammentati, territori palestinesi in un’entità che manca di contiguità territoriale e di sovranità, la destra israeliana teme che qualunque forma di stato palestinese, per quanto stravolta, rappresenterà una minaccia per le loro rivendicazioni sull’intera Palestina storica.</p>
<p><strong>Stato cuscinetto</strong></p>
<p>“L’opzione giordana” è profondamente legata all’idea che la sponda orientale del Giordano faccia parte della Palestina storica. Di conseguenza molti leader israeliani, provenienti prevalentemente dal partito Likud ma non solo, sostengono che la popolazione palestinese dovrebbe essere trasferita in “quella parte di Palestina”.</p>
<p>A quest’idea, tuttavia, è stato dato poco credito prima del 1977, quando il partito Likud salì al potere per la prima volta. Il Likud promosse l’idea come un’alternativa allo stato palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.</p>
<p>Nel 1982, Ytzhak Shamir, che sarebbe diventato il primo ministro del Likud nel 1983, scrisse che, “ridotto alle sue reali proporzioni, il problema chiaramente non è la mancanza di una patria per gli arabi palestinesi. Quella patria è la Trans-Giordania, o Palestina Orientale… Un secondo stato palestinese ad ovest del fiume Giordano è una ricetta per l’anarchia”.</p>
<p>Ma “l’opzione giordana” va contro il tacito accordo raggiunto dai fondatori di Israele con re Abdullah I, che prevedeva che Israele avrebbe accettato la fondazione di uno stato a guida hascemita a est del Giordano.</p>
<p>In realtà, i primi leader di Israele vedevano l’entità hascemita sia come un cuscinetto tra Israele e il resto del mondo arabo, sia come uno stato che poteva assorbire quei rifugiati palestinesi che erano fuggiti o che erano stati espulsi durante il conflitto arabo-israeliano del 1948 e la Guerra dei Sei Giorni del 1967.</p>
<p>Ma è proprio il fatto che i leader israeliani trasformarono intenzionalmente la Giordania in un contenitore per assorbire la maggior parte della popolazione di rifugiati palestinesi che ora viene utilizzato per giustificare la sua trasformazione in una patria alternativa per i palestinesi, e per trasferirne forzatamente ancora altri laggiù.</p>
<p><strong>Immorale ed illegale</strong></p>
<p>Oggi la Giordania ospita quasi un milione e 900 mila rifugiati palestinesi, e più di 337.000 di questi vivono nei 10 campi profughi ufficiali del paese.</p>
<p>Ma il fatto che la maggior parte dei giordani siano di origine palestinese e che quindi la Giordania sia già la patria di fatto dei palestinesi è ipocrita e sbagliato.</p>
<p>Non ci sono statistiche precise, ma è vero che almeno metà della popolazione giordana, composta da 6 milioni e 200 mila persone, è di origine palestinese. Ma questo è il risultato dell’espansionismo israeliano e di una deliberata politica di evacuazione forzata dei palestinesi dalle terre palestinesi.</p>
<p>Se la Giordania fosse la vera patria del popolo palestinese, Israele non avrebbe dovuto demolire quasi 450 villaggi palestinesi o escogitare politiche per espellere la popolazione palestinese.</p>
<p>Per di più, vi era già una comunità con le sue tradizioni, i suoi usi e costumi, e un suo dialetto specifico ad est del Giordano prima della fondazione di Israele.</p>
<p>Inoltre, il principio stesso alla base dello sradicamento di una popolazione, della distruzione dei suoi villaggi, e dell’insediamento di coloni così da cambiare la demografia di una regione, è semplicemente immorale e illegale secondo il diritto internazionale.</p>
<p><strong>Guerra perpetua</strong></p>
<p>La realizzazione del sogno della destra israeliana di trasformare la Giordania nella Palestina non può avverarsi senza un’espulsione graduale o di massa dei palestinesi da Israele, dalla Cisgiordania e da Gerusalemme Est, affiancata all’utilizzo della forza contro i giordani.</p>
<p>Tale sogno presenta, dunque, uno scenario di guerra e di conflitti perenni che non possono assolutamente porre fine al “problema palestinese” di Israele.</p>
<p>Ma anche se questa “visione” non può essere realizzata facilmente senza ricorrere alla guerra totale, deve essere presa seriamente poiché offre una scusa per cacciare un numero sempre maggiore di palestinesi dalla loro patria.</p>
<p>Nel corso degli anni, sono state sviluppate due varianti dell’“opzione giordana”. La prima si basa sul “trasferimento” della popolazione palestinese della riva occidentale del Giordano, e persino di quella all’interno del “vero e proprio” stato di Israele, in Giordania, dove dovrà essere stabilita la patria palestinese. Il secondo scenario si fonda sull’istituzione di uno stato palestinese in Giordania, che potrebbe comprendere anche le aree popolate dagli arabi nella Cisgiordania.</p>
<p>Entrambe le possibilità sono state rifiutate, ma le proposte sono sopravvissute come un ‘bastone’ con cui minacciare i palestinesi e i giordani, e con cui neutralizzare presunte minacce o il sostegno verbale della comunità internazionale a favore della fondazione di uno stato palestinese. In altre parole, i leader israeliani usano l’“opzione giordana” ogniqualvolta Israele attraversa un momento di crisi.</p>
<p><strong>Espropriare gli “infiltrati”</strong></p>
<p>Il fatto che 53 componenti della Knesset abbiano fortemente spinto a favore dell’“opzione giordana” testimonia il livello di isolamento che Israele avverte in questo momento. Ma, invece di affrontare la questione fondamentale dei diritti nazionali palestinesi, i leader della destra israeliana stanno sollevando lo spettro di ulteriori espropriazioni ai danni del popolo palestinese.</p>
<p>A rendere questa proposta più minacciosa per la Giordania e per i palestinesi è stato il fatto che essa è stata preceduta da un nuovo decreto militare che consente ad Israele di espellere come “infiltrato” chiunque sia sprovvisto degli ‘opportuni’ documenti israeliani. Come ha riportato il quotidiano israeliano Haaretz, secondo questo decreto i residenti di Gerusalemme Est, i cittadini palestinesi di altri paesi e persino coloro che sono in possesso di passaporti israeliani potrebbero essere classificati come “infiltrati”, ed espulsi.</p>
<p>Dietro una facciata che assicura “la supervisione giuridica del procedimento di estradizione”, Israele ha efficacemente istituito un nuovo piano per l’espulsione graduale, ma su larga scala, dei palestinesi verso la Giordania, rendo così l’“opzione giordana” sempre più reale.</p>
<p>Nel tentativo di razionalizzare la sua controversa proposta, Wilders ha sostenuto che “l’Occidente deve proteggere Gerusalemme” e “fermare l’offensiva della sinistra e dei musulmani per distruggere Israele”.</p>
<p>Parlando nella tradizione delle idee anti-musulmane del suo partito, Wilders ha espresso e ribadito il concetto sottostante all’“opzione giordana”: che, come molte altre idee razziste, tale idea non può essere messa in pratica senza fare ricorso alla forza e all’esclusione dell’“altro”.</p>
<p><em><strong>Lamis Andoni</strong> è un’analista e commentatrice di questioni palestinesi e mediorientali; si occupa da 20 anni dell’OLP, ed ha intervistato tutti i principali leader del movimento</em></p>
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		<title>La Siria criticata sul fronte dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 05:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Evan Hill</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>19/07/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2010/07/2010716124717853939.html" target="_blank">Syria slammed on human rights</a></strong></p>
<p><em>Nel decimo anniversario dell’ascesa al potere di Bashar al-Assad in Siria, un rapporto di Human Rights Watch lamenta che, malgrado le promesse, il giovane presidente siriano non ha compiuto progressi</em>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>19/07/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2010/07/2010716124717853939.html" target="_blank">Syria slammed on human rights</a></strong></p>
<p><em>Nel decimo anniversario dell’ascesa al potere di Bashar al-Assad in Siria, un rapporto di Human Rights Watch lamenta che, malgrado le promesse, il giovane presidente siriano non ha compiuto progressi sul fronte dei diritti umani, probabilmente anche a causa di un clima regionale ed internazionale sfavorevole</em></p>
<p>***</p>
<p>In occasione del decimo anniversario dell’ascesa al potere del presidente siriano Bashar al-Assad, un importante gruppo per la difesa dei diritti umani lo ha accusato di fare troppo poco per cambiare l’ormai lunga storia di oppressione e di abusi da parte del governo nel suo paese.</p>
<p>Mentre Assad ha usato l&#8217;invasione americana dell&#8217;Iraq e il &#8220;caos&#8221; che circonda il suo paese in Medio Oriente per giustificare lo stretto controllo da lui imposto sulla limitata libertà di espressione consentita in Siria, Human Rights Watch (HRW) afferma che &#8220;un riesame della storia della Siria mostra una costante politica di repressione del dissenso, a prescindere dagli sviluppi internazionali o regionali&#8221;.</p>
<p>Le forze di sicurezza statali di Assad hanno arrestato almeno 92 attivisti nel campo dei diritti umani e 25 blogger e giornalisti negli ultimi 10 anni, secondo un rapporto pubblicato dall&#8217;organizzazione venerdì scorso.</p>
<p>La relazione, che fa riferimento al periodo di governo di Assad come a &#8220;un decennio sprecato&#8221;, espone i 117 casi e i loro esiti, che variano da tre mesi a 12 anni di prigione, e rileva che il numero di scrittori e attivisti incarcerati è probabilmente molto più grande di quello che HRW ha potuto scoprire.</p>
<p><strong>“Primavera&#8221; congelata</strong></p>
<p>Bashar al-Assad, è succeduto al padre Hafez come presidente nel luglio 2000. Il vecchio Assad, un membro di alto livello del partito Baath, era salito al potere nel 1971 ed aveva presieduto uno stato di polizia che ha usato la violenza e le sparizioni forzate per reprimere gli islamisti e altri dissidenti all&#8217;interno del paese.</p>
<p>Nel suo discorso inaugurale, Assad aveva dato speranza ai siriani riformisti ed agli osservatori esterni, parlando del bisogno di &#8220;democrazia&#8221; e di &#8220;trasparenza&#8221;.</p>
<p>&#8220;Fu come se un incubo fosse stato rimosso&#8221;, ha affermato un attivista dei diritti umani che ha parlato con HRW nel 2006.</p>
<p>Durante l’anno successivo all&#8217;insediamento al potere di Assad , la società civile in Siria visse una piccola e modesta rinascita. Quel periodo fu chiamato la &#8220;Primavera di Damasco”; circa 21 gruppi non ufficiali cominciarono a riunirsi in case private per discutere di diritti umani e di sforzi di riforma – secondo il rapporto.</p>
<p>Ma quella rinascita si concluse nell&#8217;agosto 2001 con l&#8217;incarcerazione di Ma&#8217;mun al-Homsi, membro dell&#8217;Assemblea del Popolo, che era noto per aver criticato il governo. Entro un mese, le forze di sicurezza siriane arrestarono 10 esponenti dell&#8217;opposizione, tra cui due membri del parlamento.</p>
<p>&#8220;Le speranze di cambiamento politico certamente affiorarono presto, quando [ Assad ] prese il potere per la prima volta&#8221;, ha dichiarato ad  Al-Jazeera Paul Salem, direttore del Carnegie Middle East Center.</p>
<p>&#8220;Ma [esse] sono state deluse in fretta e non sono tornate a rivivere. Non c&#8217;è stato alcun progresso reale nella politica interna&#8221;.</p>
<p>Sebbene Assad abbia eliminato un vecchio divieto sui giornali indipendenti, l&#8217;ha sostituito con una legge sulla stampa fortemente restrittiva nel settembre 2001. I due quotidiani privati che attualmente operano nel paese sono entrambi gestiti da imprenditori che sono vicini al governo: uno è il cugino di Assad, mentre l&#8217;altro è il figlio del capo della sicurezza, il generale Bahjat Suleiman – secondo HRW.</p>
<p><strong>Ampi poteri</strong></p>
<p>Dopo la &#8220;Primavera di Damasco&#8221;, Assad ha fatto ben poco per dar seguito alla retorica del suo discorso inaugurale, mettendo invece l’accento sul progresso economico e sulla stabilità a scapito del miglioramento della società civile – dice il rapporto di HRW.</p>
<p>I servizi di sicurezza siriani si sono dimostrati disposti ad utilizzare gli ampi poteri di arresto che vengono loro concessi nell&#8217;ambito del codice penale del paese, che considera illegali atti come &#8220;indebolire il sentimento nazionale&#8221; o &#8220;incitare al conflitto settario, razziale o religioso&#8221;. E, a differenza della polizia, gli agenti della Divisione Generale dell’Intelligence, la Idarat al-Mukhabarat al-Amma, sono immuni da procedimenti giudiziari a meno che il direttore dell&#8217;agenzia non li permetta.</p>
<p>Poiché nessuna delle organizzazioni non governative del Paese ha ufficialmente una licenza o un’autorizzazione ad esistere, è facile per le forze di sicurezza esercitare i loro ampi poteri a volontà – dice il rapporto.</p>
<p>&#8220;L’assenza di una registrazione è come una spada di Damocle sul nostro collo&#8221;, ha detto un avvocato dei diritti umani ad HRW nel 2006.</p>
<p><strong>Un’eredità protratta</strong></p>
<p>Anche se Assad e sua moglie, Asma, hanno entrambi rilasciato dichiarazioni incoraggianti sulle riforme, e Assad ha compiuto passi a favore del miglioramento delle condizioni dei detenuti, il comportamento della Siria nei confronti dei prigionieri politici e della minoranza curda segue ancora il ritmo del governo precedente – secondo il rapporto.</p>
<p>Nel novembre 2000, Assad ha chiuso una prigione in cui erano reclusi &#8220;numerosi&#8221; detenuti politici ed ha trasferito altri 500 prigionieri politici dalla prigione di Tadmor, nel deserto orientale del paese, a Sednaya, che offre condizioni migliori.</p>
<p>Ma le forze di sicurezza continuano a &#8220;tenere regolarmente i detenuti in isolamento&#8221;, afferma HRW. Nell&#8217;agosto del 2008, hanno arrestato 13 uomini di Deir al-Zor per presunti legami con gli islamisti, ma il governo deve ancora rivelare esattamente perché la maggior parte di loro sono stati arrestati, se saranno processati, e dove si trovano attualmente. Il corpo di un uomo arrestato è stato restituito alla famiglia dopo che era morto, ma ai suoi parenti è stato permesso di vedere solo la sua faccia prima che fosse sepolto.</p>
<p>Nel frattempo, il governo continua a evitare di rettificare un censimento del 1962 che ha privato circa 120.000 curdi della loro cittadinanza. Il numero di curdi apolidi è cresciuto fino a circa 300.000 nei decenni successivi, rendendo difficile a quasi il 18% della più grande minoranza etnica non araba del Paese ottenere posti di lavoro, registrare i matrimoni ed avere accesso ai servizi statali.</p>
<p>Lo Stato ha vietato l&#8217; insegnamento del curdo nelle scuole, e interrompe regolarmente le festività curde, come il Nowruz, la festa di Capodanno – afferma il rapporto.</p>
<p>Alle proteste curde in tutto il nord della Siria nel marzo 2004 fu risposto con la violenza di stato, che provocò 36 morti, 160 feriti e più di 2.000 arresti. Molte persone furono soggette a torture e maltrattamenti, secondo HRW.</p>
<p><strong>Un &#8216;decennio sprecato&#8217;</strong></p>
<p>Ziad Hafez, direttore di Contemporary Arab Affairs, ha dichiarato ad Al-Jazeera che, sebbene egli non scagioni Assad per aver “soffocato la libertà di espressione&#8221;, ritiene tuttavia che l&#8217;opposizione si sia mossa troppo velocemente nei primi anni del nuovo governo.</p>
<p>Dopo l&#8217; invasione americana dell&#8217;Iraq nel 2003, i riformisti si sentirono imbaldanziti e &#8221; hanno assunto posizioni che non erano realmente ispirate da uno spirito nazionalista&#8221;, ha detto Hafez.</p>
<p>&#8220;Dovete anche capire che quando il regime si sente attaccato e circondato da potenze straniere,  essere quello che si dice una ‘quinta colonna’ non è esattamente la posizione migliore per favorire l’apertura della scena politica sul fronte interno&#8221;.</p>
<p>Nel suo rapporto, HRW ipotizza che Assad potrebbe essere stato spaventato dalla velocità con cui i gruppi indipendenti avevano cominciato ad esprimersi liberamente durante la &#8220;Primavera di Damasco&#8221;, e che ciò provocò la sua marcia indietro.</p>
<p>In alternativa , osserva il rapporto, Assad potrebbe essere stato spinto a tornare sui propri passi da una radicata &#8220;vecchia guardia&#8221;, che temeva di perdere il potere.</p>
<p><em><strong>Evan Hill</strong> è un giornalista e blogger americano specializzato in questioni mediorientali</em></p>
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		<title>In Cisgiordania c’è denaro, ma non c’è futuro</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2010/07/12/in-cisgiordania-c%e2%80%99e-denaro-ma-non-c%e2%80%99e-futuro/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 05:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carol Malouf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>12/07/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://english.aljazeera.net/focus/2010/06/2010628815115427.html" target="_blank">Money &#8216;but no future&#8217; in West Bank</a></strong></p>
<p><em>Qualche albergo e una manciata di locali non sono gli elementi chiave della costruzione di una nazione; se a prima vista le cose sembrano in fase di miglioramento,</em>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>12/07/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://english.aljazeera.net/focus/2010/06/2010628815115427.html" target="_blank">Money &#8216;but no future&#8217; in West Bank</a></strong></p>
<p><em>Qualche albergo e una manciata di locali non sono gli elementi chiave della costruzione di una nazione; se a prima vista le cose sembrano in fase di miglioramento, in realtà tutto tradisce l’amara realtà che la Cisgiordania è ancora un territorio sotto occupazione – scrive la giornalista Carol Malouf</em></p>
<p>***</p>
<p>Un cartello con la scritta ‘prossima apertura’ è appeso in cima a un edificio da poco terminato nel centro di Ramallah. Appartiene ad una catena di alberghi internazionali, di proprietà  della Kingdom Holding del principe saudita Walid bin Talal.</p>
<p>I caffè di Ramallah sono pieni di persone che fumano il narghilè e urlando davanti alle televisioni. Come milioni di tifosi in tutto il mondo stanno guardando i Mondiali di calcio e incitano le loro squadre preferite.</p>
<p>Nuovi locali alla moda si riempiono di giovani ragazze palestinesi che spettegolano bevendo tazze di caffèlatte. Hanno tutte acconciature, scarpe e abiti all’ultima moda. </p>
<p>Non si può evitare di ascoltarle parlare nel moderno linguaggio ibrido del Medio Oriente: inglese e arabo mischiati in un’unica frase che non ha il benché minimo senso alle orecchie di uno straniero, ma è perfettamente comprensibile a chi è stato in locali dello stesso tipo ad Amman, Beirut e il Cairo.</p>
<p>La Cisgiordania sembra essere economicamente e socialmente prospera. Almeno all’apparenza.</p>
<p><strong>Progetti di sviluppo</strong></p>
<p>Guidando attraverso la Cisgiordania, sono due le cose chiare ed evidenti: villaggi palestinesi con case appena costruite grazie al denaro inviato dai palestinesi espatriati, ed enormi blocchi di insediamenti israeliani illegali edificati in cima alle colline, affacciati su splendidi uliveti e antiche vigne.</p>
<p>Oltre a queste gigantesche colonie, ci sono aree con roulotte parcheggiate disseminate ovunque, con una massiccia protezione militare israeliana. Questi agglomerati di roulotte sono noti anche come “avamposti” – in altre parole, ben presto saranno trasformati in grandi insediamenti israeliani illegali sulle colline.</p>
<p>L’ulteriore appropriazione israeliana di territori della Cisgiordania lascia interdetti: come potrà mai esserci uno stato palestinese indipendente nella sua forma attuale? Al momento il territorio è dissezionato in piccole porzioni per via delle strade accessibili solo ai coloni israeliani e dei posti di blocco di cui è disseminato.</p>
<p>Oltre al denaro degli espatriati e ai blocchi di insediamenti, una nuova ondata di sviluppo è stata oggetto di discussione tra i palestinesi. Ma questo sviluppo è concentrato prevalentemente a Ramallah.</p>
<p>Muoversi in Cisgiordania può essere diventato più semplice – noi non abbiamo incontrato nessun posto di blocco israeliano sulla via per Jericho e Nablus, ma non abbiamo visto nemmeno segnali di sviluppo una volta usciti da Ramallah.</p>
<p>Sviluppo, investimenti e crescita sono diventati sinonimi della dottrina conosciuta come “Fayyadismo”, in riferimento a Salam Fayyad, il primo ministro palestinese. Per dirla in parole povere, Fayyad crede che la crescita economia sia la base per la nascita di uno stato palestinese indipendente.</p>
<p>La sua visione ha ottenuto consensi nei forum internazionali, in particolare negli Stati Uniti, nell’Unione Europea, e da parte dell’inviato del Quartetto per il Medio Oriente, Tony Blair. Ma cosa succederà quando Fayyad non sarà più il primo ministro?</p>
<p>Dopotutto, le economie costruite sulle singole persone non sopravvivono a lungo.</p>
<p>Gli Stati Uniti e l’Unione Europea stanno aiutando la Cisgiordania a crescere, così che essa sia un esempio di prosperità e sviluppo per gli abitanti di Gaza, nella speranza che questi ultimi un giorno vorranno raggiungere le stesse condizioni e alla fine rovesceranno Hamas. </p>
<p>Ma un giornalista straniero che è appena tornato da Gaza mi ha detto: “Oggigiorno c’è più stabilità e sicurezza a Gaza sotto il governo di Hamas che non in Cisgiordania sotto quello dell’Autorità Nazionale Palestinese”.</p>
<p><strong>Identità smarrite</strong></p>
<p>C’è chi discute sul fatto che non ci può essere sviluppo economico senza sicurezza e stabilità.</p>
<p>Fin dal 1994, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) si è assunta il compito di garantire la sicurezza in Cisgiordania.</p>
<p>All’interno della Cisgiordania, i critici dell’ANP ritengono che i suoi apparati di sicurezza agiscano per conto di Israele, proteggendo lo stato ebraico dalla lotta armata palestinese e non viceversa.</p>
<p>Organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno accusato gli apparati di sicurezza dell’ANP di corruzione, tortura e violazioni dei diritti umani, sia a Gaza che in Cisgiordania.</p>
<p>Ahmad è un giovane insegnante di storia nonché ex membro di Hamas che vive in Cisgiordania. Ammette di aver imbracciato le armi e di aver combattuto insieme ai militanti di Fatah durante la seconda intifada. Egli ha poi trascorso due anni nelle carceri israeliane.</p>
<p>Ahmad dice che dopo, però, sono state le forze di sicurezza dell’ANP ad averlo arrestato, interrogato e torturato. E’ stato accusato di nascondere armi – qualcosa che egli nega categoricamente.</p>
<p>Ahmad, che sembra aver più paura delle forze di sicurezza dell’ANP che dell’esercito israeliano, dice di essere costantemente sorvegliato e sta pensando di fuggire dalla Cisgiordania, anche se ciò significherebbe abbandonare la sua famiglia.</p>
<p>I sentimenti di disperazione e di perdita di Ahmad sono condivisi da alcuni importanti membri del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP). Azzam Al-Ahmad, il capogruppo di Fatah nel CLP, dice: “Noi non siamo più un’organizzazione di liberazione, e non abbiamo raggiunto l’indipendenza per governare uno stato. Siamo semplicemente caduti nella trappola israeliana. E lo stesso ha fatto Hamas”.</p>
<p>“Sinceramente, non sappiamo più cosa siamo”.</p>
<p><strong>Cosa compone uno stato?</strong></p>
<p>Un albergo e una manciata di locali non sono gli elementi chiave della costruzione di una nazione. Se a prima vista le cose sembrano in fase di miglioramento, in realtà tutto tradisce l’amara realtà che la Cisgiordania è ancora un piccolo pezzo di terra in quel che resta della Palestina storica, sottoposto all’occupazione di Israele e alla mercé delle forze di sicurezza palestinesi. La popolazione si trova tra l’incudine e il martello.</p>
<p>Durante una cena a casa di un amico a Ramallah, ho chiesto ad Abdel Nasser, un ragazzo di 14 anni che trascorre gran parte del suo tempo a prendersi cura dei suoi 12 pappagalli, che cosa volesse fare da grande.</p>
<p>Non sapeva rispondere. Invece mi ha detto quanto è soddisfatto, perché ha tutto ciò che vuole.</p>
<p>Ciò di cui Abdel Nasser non si rende conto, è che gli manca una chiara visione del suo futuro e non ha un paese che possa dire suo. Proprio come la Cisgiordania.</p>
<p><strong><em>Carol Malouf</em></strong></p>
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		<title>Gilad Shalit è un prigioniero di guerra?</title>
		<link>http://www.medarabnews.com/2010/07/04/gilad-shalit-e-un-prigioniero-di-guerra/</link>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 05:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ali Abunimah</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
		<category><![CDATA[Israel]]></category>
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		<category><![CDATA[International Law]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>04/07/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://english.aljazeera.net/focus/2010/06/2010628132553801841.html" target="_blank">Is Gilad Shalit a prisoner of war?</a></strong></p>
<p><em>Il soldato israeliano Gilad Shalit può essere considerato a tutti gli effetti un prigioniero di guerra, mentre molti dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane sono dei civili che</em>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>04/07/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://english.aljazeera.net/focus/2010/06/2010628132553801841.html" target="_blank">Is Gilad Shalit a prisoner of war?</a></strong></p>
<p><em>Il soldato israeliano Gilad Shalit può essere considerato a tutti gli effetti un prigioniero di guerra, mentre molti dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane sono dei civili che si sono visti negare i propri diritti – scrive il giornalista palestinese Ali Abunimah</em></p>
<p>***</p>
<p>Con una trovata propagandistica chiamata “la vera Flottiglia della Libertà&#8221;, Gabriella Shalev, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, e altri diplomatici ed attivisti sionisti sono salpati la scorsa settimana sul fiume Hudson a New York diretti verso il quartier generale delle Nazioni Unite.</p>
<p>Il loro obiettivo era quello di attirare l&#8217;attenzione su Gilad Shalit, il soldato israeliano catturato da Hamas quattro anni fa mentre stava svolgendo il proprio compito di imporre l&#8217;occupazione israeliana e il blocco della Striscia di Gaza.</p>
<p>La Shalev, a quanto riferito, portava con sé un pacco di &#8220;aiuti&#8221; contenente biancheria intima, occhiali e generi alimentari destinati a Shalit.</p>
<p>Malcolm Hoenlein, il vicepresidente esecutivo della Conferenza dei presidenti delle maggiori Organizzazioni ebraiche americane (il gruppo sionista che ha organizzato l&#8217;evento), si è lamentato del fatto che al Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR ) è stato impedito di visitare Shalit, mentre Israele permette di far entrare &#8220;da circa 15.000 a 18.000 tonnellate di aiuti umanitari&#8221; nella Striscia di Gaza assediata, ogni settimana.</p>
<p>Shalit è stato privato dei suoi &#8220;diritti più elementari, comprese le visite di rappresentanti di organizzazioni internazionali &#8221; come il CICR, e del diritto di ricevere pacchi o lettere da casa – gli ha fatto eco Asaf Shariv, il Console Generale di Israele.</p>
<p><strong>Sviare le critiche</strong></p>
<p>A seguito dell&#8217; indignazione suscitata dall’uccisione degli attivisti a bordo della Flottiglia della Libertà diretta a Gaza, avvenuta per mano di Israele in acque internazionali il 31 maggio, l’accresciuta attenzione nei confronti di Shalit è un tentativo compiuto da Israele per deviare le critiche riguardo al fatto che Tel Aviv tiene in stato di prigionia oltre un milione e mezzo di persone nella Striscia di Gaza, metà delle quali sono bambini che, a differenza di Shalit, rimangono anonimi per i media e i leader del mondo.</p>
<p>Ma Israele ha alcune ragioni? Hamas sta violando i diritti più elementari di Shalit impedendo che il CICR abbia accesso diretto a lui, rifiutando che egli abbia contatti con la famiglia, ed in primo luogo tenendolo prigioniero?</p>
<p>In un <strong><a href="http://www.icrc.org/web/eng/siteeng0.nsf/htmlall/israel-shalit-interview-230610 " target="_blank">recente intervista</a></strong>, Béatrice Mégevand-Roggo, responsabile della Croce Rossa per le operazioni in Medio Oriente, ha dichiarato che la sua organizzazione sta lavorando &#8220;intensamente&#8221; per ottenere il permesso che un rappresentante del CICR visiti Shalit, o almeno affinché la sua famiglia abbia scambi di corrispondenza con lui.</p>
<p>&#8220;Hamas ha finora respinto con fermezza tutti i nostri appelli&#8221;, ha detto la Mégevand-Roggo, aggiungendo che il 14 giugno il CICR &#8220;ha dichiarato pubblicamente che Hamas, non permettendo che vi siano contatti tra Shalit e la sua famiglia, sta violando il diritto umanitario internazionale&#8221;.</p>
<p>In particolare, però, il CICR non ha detto che tenere prigioniero Shalit, o addirittura negare al CICR il diritto di fargli visita, sono violazioni del diritto internazionale, cosa che sembra indicare che il CICR ritenga che Shalit è un prigioniero di guerra (prisoner of war, POW).</p>
<p>La sua condizione sarebbe quindi disciplinata dalla Terza Convenzione di Ginevra relativa al trattamento dei prigionieri di guerra.</p>
<p><strong>Considerazioni di sicurezza</strong></p>
<p>Ai sensi dell&#8217;articolo 125 di questa convenzione, la possibilità che il CICR visiti un prigioniero di guerra non è incondizionata, ma &#8220;è soggetta alle misure che le potenze detentrici dei prigionieri ritengono indispensabili per garantire la loro sicurezza o per soddisfare qualsiasi altra ragionevole necessità &#8230;.&#8221;</p>
<p>Come ricorda la Mégevand-Roggo, Hamas, in questo caso la potenza detentrice del prigioniero, &#8220;ha detto pubblicamente che considerazioni di sicurezza le hanno impedito di consentire al CICR di visitare Shalit&#8221;.</p>
<p>Dal punto di vista di Hamas, il rischio insito nel fatto di consentire una visita è evidente: rivelare la posizione del prigioniero di guerra causerebbe il rischio di un attacco militare israeliano per tentare di liberarlo, o per danneggiare le strutture militari e il personale di Hamas.</p>
<p>Sia Israele che Hamas hanno indubbiamente in cima ai loro ricordi il tentativo di Israele, nel 1994, di liberare Nachshon Wachsman , un membro dell&#8217;esercito israeliano con la doppia nazionalità, israeliana e americana, catturato da combattenti di Hamas in Cisgiordania.<br />
In quel caso, Hamas aveva minacciato, illegalmente secondo il diritto internazionale, di uccidere Wachsman se non fossero stati liberati dei prigionieri palestinesi.</p>
<p>Hamas aveva tuttavia prorogato il termine entro cui Israele avrebbe dovuto accettare lo scambio e, come riportò all’epoca il New York Times, alcuni mediatori fra le parti ritenevano di aver raggiunto un accordo, quando Israele decise invece di lanciare un blitz militare.</p>
<p>Wachsman, un ufficiale israeliano e tre palestinesi rimasero uccisi durante il mal eseguito assalto israeliano.</p>
<p>Israele sostenne che Wachsman era stato ucciso dai suoi sequestratori allorché i soldati israeliani avevano attaccato la casa dove egli era detenuto insieme a degli esplosivi.</p>
<p><strong>Hamas in cerca di un riconoscimento</strong></p>
<p>In base alla Terza Convenzione di Ginevra, Hamas è obbligato a fare tutto il possibile per proteggere la vita di un prigioniero di guerra, cosa che l&#8217;organizzazione ora sembra riconoscere.</p>
<p>Mahmoud Zahar, un alto funzionario di Hamas a Gaza, ha detto a una delegazione sudafricana in visita nel mese di aprile, in relazione a Shalit: &#8220;Non abbiamo ucciso e non uccideremo soldati israeliani prigionieri. La nostra morale e la nostra religione ce lo impediscono&#8221;.</p>
<p>Dato il suo tentativo di ottenere riconoscimento e rispettabilità a livello internazionale, Hamas quasi certamente non farà alcun male a Shalit in maniera deliberata, e la mancanza di un senso di urgenza da parte di Israele suggerisce che anche Tel Aviv lo sappia.</p>
<p>Hamas, in teoria, potrebbe trovarsi a violare i suoi obblighi se rivelasse la posizione di Shalit per facilitare una visita del CICR, in questo modo esponendolo consapevolmente al pericolo di un attacco israeliano armato.</p>
<p>L&#8217;unica situazione in cui potrebbe non essere rischioso per Hamas prendere in considerazione la possibilità di permettere una visita a Shalit è se Israele si assumesse pubblicamente  l&#8217;impegno inequivocabile a non tentare in nessun caso un blitz militare.</p>
<p>Dato che ciò è improbabile, non ci si dovrebbe attendere una visita del CICR in tempi brevi.</p>
<p><strong>&#8216;Stato di ostilità&#8217;</strong></p>
<p>Ma non è illegale che Hamas tenga Shalit in stato di prigionia, in primo luogo?</p>
<p>Se, come il CICR sembra ritenere, Shalit è un prigioniero di guerra, allora la risposta è no.</p>
<p>In base alla Terza Convenzione di Ginevra, la potenza detentrice di prigionieri di guerra non è obbligata a liberarli fino alla &#8220;fine delle ostilità&#8221;, a meno che un prigioniero non sia gravemente ferito o malato mortalmente.</p>
<p>Dal momento che Israele insiste sul fatto che esiste uno &#8220;stato di ostilità&#8221; tra sé e la Striscia di Gaza (che Tel Aviv ha dichiarato essere una &#8220;entità nemica&#8221;), è evidente che non può chiedere il rilascio incondizionato del soldato combattente catturato.</p>
<p>Certo, Hamas potrebbe liberare Shalit prima della fine delle ostilità, se volesse, e ha ribadito più volte che lo farà in cambio della liberazione di prigionieri palestinesi detenuti da Israele.</p>
<p>Ma all&#8217;inizio di quest&#8217;anno Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, rifiutò (secondo alcune fonti, a seguito delle pressioni americane) un accordo sullo scambio di prigionieri mediato dai servizi segreti tedeschi.</p>
<p><strong>Il valore propagandistico di Shalit</strong></p>
<p>L&#8217;unico punto su cui Israele sembra avere buone ragioni è l’impedimento di contatti regolari tra Shalit e la sua famiglia, come previsto dalla terza Convenzione di Ginevra .</p>
<p>Hamas ha fornito solo alcune informazioni: ad esempio un video risalente allo scorso anno in cui Shalit, che appariva fisicamente sano, si rivolgeva alla sua famiglia.</p>
<p>Ma Israele è come al solito in malafede.</p>
<p>Mentre Shalit è un prigioniero di guerra soggetto alla Terza Convenzione di Ginevra, la maggior parte dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane sono civili dei territori occupati, soggetti alla tutela della Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla protezione dei civili in tempo di guerra.</p>
<p>Solo alcuni, appartenenti a organizzazioni di resistenza del tipo descritto nella Terza Convenzione di Ginevra, possono rientrare nella categoria dei prigionieri di guerra.</p>
<p>A prescindere da ciò, tutti costoro hanno diritti che Israele ha sistematicamente violato.</p>
<p>In risposta alla domanda: &#8220;Israele ha il diritto di vietare le visite dei familiari ai prigionieri provenienti da Gaza detenuti in Israele, dato che Hamas non consente le visite a Gilad Shalit?&#8221;, la rappresentante del CICR Mégevand-Roggo risponde: &#8221; Sia Israele che le fazioni palestinesi hanno degli obblighi nei confronti di coloro che tengono in stato di detenzione, e non possono spogliarsi di tali obblighi sulla base dell’assenza di reciprocità. Questo principio è alla base stessa del diritto umanitario&#8221;.</p>
<p>Secondo la Mégevand-Roggo, &#8220;un programma del CICR che consente alle famiglie palestinesi di recarsi regolarmente a vedere i parenti più stretti detenuti nelle carceri israeliane è stato accettato per decenni, e il CICR ha sempre accettato i controlli di sicurezza che sono stati imposti”.</p>
<p>&#8220;Ma questo programma è stato sospeso per le famiglie di Gaza&#8221;, nonostante i continui appelli del CICR nei confronti di Israele affinché lo riattivi.</p>
<p>Alcuni funzionari israeliani hanno dichiarato pubblicamente che negare le visite ai detenuti palestinesi, e altre misure adottate contro l&#8217;intera popolazione palestinese, sono intese come una forma di pressione; in altre parole, come una punizione collettiva – un grave crimine in base al diritto internazionale.</p>
<p>Il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman, ad esempio, ha detto ai primi di giugno che Israele non dovrebbe revocare il blocco imposto alla Striscia di Gaza fino a quando Hamas non permetterà una visita del CICR a Shalit.</p>
<p>La tragedia del caso Shalit non sta solo nel fatto che Israele lo sta usando per distogliere l&#8217;attenzione dalla punizione collettiva imposta ai palestinesi, ma anche nel fatto che Shalit potrebbe essere già a casa da tempo, se i leader israeliani non avessero rifiutato l&#8217;accordo mediato dai tedeschi.</p>
<p>Sembra che per il governo israeliano Shalit sia più utile per il suo valore propagandistico in qualità di prigioniero, per trovate propagandistiche come quella della “vera Flottiglia della Libertà&#8221;, che non come uomo libero riunito ai propri cari.</p>
<p><em><strong>Ali Abunimah</strong> è un giornalista palestinese di nazionalità americana; è co-fondatore di Electronic Intifada e autore di “One Country: A Bold Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse”</em></p>
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		<title>The two faces of Lebanon</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 06:29:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lamis Andoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Thousands of Lebanese and Palestinian activists are marching in Beirut today in support of social and economic rights for the more than 400,000 Palestinians living in the country&#8217;s 12 refugee camps.</p>
<p>A debate in the Lebanese parliament over granting civil&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Thousands of Lebanese and Palestinian activists are marching in Beirut today in support of social and economic rights for the more than 400,000 Palestinians living in the country&#8217;s 12 refugee camps.</p>
<p>A debate in the Lebanese parliament over granting civil rights &#8211; apart from the right to vote and naturalisation &#8211; to Palestinian refugees has threatened to polarise the country along roughly &#8211; but not exclusively &#8211; religious lines.</p>
<p>Maronite Christian parties have temporarily come together to oppose the move, citing their fear that the &#8220;integration of Palestinian refugees&#8221; into Lebanese society would tip the demographic balance in favour of Muslims, as well as straining Lebanese resources and the country&#8217;s job market.</p>
<p>Predominantly, but not exclusively, Muslim, liberal, nationalist and pan-Arab parties have joined hands with Hezbollah in pushing to allow Palestinians the right to own property and work in the country that has hosted them since the 1948 establishment of Israel.</p>
<p>Some opponents of the draft law fear that the process could lead to the naturalisation of Palestinians and their permanent settlement in Lebanon &#8211; thus undermining the Palestinian refugees&#8217; right of return to their homeland, while proponents argue that social and economic rights are a fulfillment of basic human rights and do not forfeit the Palestinian refugees&#8217; right of return.</p>
<p>While Palestinian refugees in Lebanon carry Lebanese travel documents and have access to education, they are prohibited from working in more than 70 professions.</p>
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