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	<title>Medarabnews</title>
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	<description>Sguardo sulla stampa euro-araba</description>
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		<title>Libano: il Movimento del Futuro (al-Mustaqbal) guarda all’Islam politico</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 05:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nasser Charara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>17/05/2012</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://english.al-akhbar.com/content/lebanon-future-movement-turns-islam" target="_blank">Lebanon: Future Movement Turns to Islam</a></strong></p>
<p><em>L’inedita cooperazione tra il braccio libanese dei Fratelli Musulmani e il Movimento del Futuro guidato da Sa’ad Hariri rappresenta un compromesso tra le posizioni di Ryadh e Doha in</em>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>17/05/2012</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://english.al-akhbar.com/content/lebanon-future-movement-turns-islam" target="_blank">Lebanon: Future Movement Turns to Islam</a></strong></p>
<p><em>L’inedita cooperazione tra il braccio libanese dei Fratelli Musulmani e il Movimento del Futuro guidato da Sa’ad Hariri rappresenta un compromesso tra le posizioni di Ryadh e Doha in Libano – scrive il giornalista Nasser Charara</em></p>
<p>***</p>
<p>In seguito ai recenti sviluppi politici in Siria ed in Libano, Doha e Riyadh cercano di sostenere il Movimento del Futuro (al-Mustaqbal) di Sa’ad Hariri con un forte alleato, il quale altri non è che il braccio libanese dei Fratelli Musulmani.</p>
<p>Qualche mese fa, il segretario generale della Al-Jama’a Al-Islamiyya (la sezione libanese della Fratellanza Musulmana) Ibrahim Al-Masri, è volato in Qatar per un viaggio inaspettato dove, secondo numerose fonti, avrebbe ricevuto una calorosa accoglienza e si sarebbe assicurato supporto politico e finanziario.</p>
<p>Doha non si preoccupa delle differenze ideologiche, causa di ostilità tra il movimento Wahhabita e i Fratelli Musulmani, contrariamente all’Arabia Saudita che è molto sensibile riguardo a questo argomento, tenuto in grande considerazione.</p>
<p>Inoltre Doha, non è affatto soddisfatta dei risultati politici di Hariri in Libano. Il Qatar critica la sua leadership per essere stata incapace di cavalcare efficacemente l’onda del momento.</p>
<p>Mentre le rivoluzioni popolari arabe crescevano, le politiche di Hariri si sono allontanate e ritirate dalle realtà sul terreno in Libano, quando in teoria avrebbero dovuto rappresentare la retroguardia della rivoluzione contro il regime del presidente Bashar Al-Assad. Doha, quindi ritiene che i Fratelli Musulmani (Al-Jama’a Al-Islamiyya) siano la migliore scelta per riempire questo vuoto politico in Libano.</p>
<p>Seguendo il dialogo tra Qatar e Sauditi, il Movimento del Futuro e Al-Jama’a Al-Islamiyya hanno cominciato ad abbozzare un documento di costanti nazionali comuni. Non l’hanno chiamato “Memorandum di intesa” al fine di evitare l’accostamento con quello esistente tra il Movimento Patriottico Libero e Hezbollah, così gli è stato dato il nome di “Memorandum di cooperazione tra Al-Jam’a Al-Islamiyya e il Movimento del Futuro”.</p>
<p><strong>Relazioni tra pari</strong></p>
<p>È utile notare che nell’ultimo articolo relativo ai meccanismi di coordinamento del memorandum, Al-Jama’a Al-Islamiyya viene posta sullo stesso livello del Movimento del Futuro. Ciò comporta ad esempio, la possibilità di selezionare la componente sunnita negli impieghi della pubblica amministrazione che vengono attribuiti secondo un sistema di quote confessionali. In sostanza, Al-Jama’a Al-Islamiyya è vicina all’essere un partner del Movimento del Futuro e non semplicemente un alleato qualsiasi.</p>
<p><strong>Difendere Taif</strong></p>
<p>Il memorandum mostra chiaramente che vi sono due denominatori comuni molto forti tra i due partiti: il primo è la loro posizione rispetto agli orientamenti degli accordi di Taif riguardo all’equazione politica sunnita in Libano. Il primo articolo del memorandum tratta dell’importanza di difendere Taif e mette in guardia da una sua alterazione che potrebbe, come minimo, avere un impatto negativo sulla coesistenza e la stabilità civile.</p>
<p>Il secondo fattore è dato dal supporto al popolo siriano contro il regime. Tutto ciò copre gli aspetti di politica estera della loro cooperazione. I restanti articoli sono meticolosamente scritti per smussare gli angoli e andare incontro alle esigenze degli sponsor regionali del testo.</p>
<p><strong>Imitare “l’esperienza sciita”</strong></p>
<p>Le informazioni che circolano sulla stesura del memorandum, suggeriscono che Doha avrebbe informato Riyadh circa la sua opinione, secondo la quale Al-Jama’a Al-Islamiyya dovrebbe avere la possibilità di guidare il progetto politico sunnita in Libano alleato della rivoluzione siriana.</p>
<p>I sauditi hanno accettato il principio, ma a condizione che questo passo non conduca alla fine della famiglia politica degli Hariri, a causa dell’obbligo morale che lega l’Arabia Saudita alla famiglia in ricordo di Rafiq Hariri. La cooperazione tra Al-Jama’a Al-Islamiyya e il Movimento del Futuro guidato da Sa’ad Hariri, rappresenta il compromesso tra le posizioni di Ryadh e Doha. Quest’intesa in seno alla compagine sunnita sembra imitare l’alleanza sciita tra Hezbollah ed il movimento Amal.</p>
<p>Nelle attuali circostanze eccezionali, ci si aspetta che sarà Al-Jama’a ad assumere la leadership: seguirà la mobilitazione siriana e gli sforzi dei paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita e Qatar, con l’obiettivo di sostenere il rovesciamento del presidente siriano Bashar Al-Asad.</p>
<p><strong><em>Nasser Charara</em></strong><em> è un giornalista libanese</em></p>
<p>(Traduzione di Francesco Saverio Leopardi)</p>
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		<title>Israele – nuovo governo, vecchie politiche</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 05:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Israel]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-20884" title="Benjamin Netanyahu e Shaul Mofaz" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/FOTO3_89_Netanyahu_Mofaz.jpg" alt="" width="240" height="155" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nella notte tra lunedì e martedì della scorsa settimana, mentre la maggioranza degli israeliani dormiva, un accordo a sorpresa fra il primo ministro Benjamin Netanyahu e il leader dell’opposizione Shaul Mofaz (fino a pochi giorni prima acerrimo&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-20884" title="Benjamin Netanyahu e Shaul Mofaz" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/FOTO3_89_Netanyahu_Mofaz.jpg" alt="" width="240" height="155" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nella notte tra lunedì e martedì della scorsa settimana, mentre la maggioranza degli israeliani dormiva, un accordo a sorpresa fra il primo ministro Benjamin Netanyahu e il leader dell’opposizione Shaul Mofaz (fino a pochi giorni prima acerrimo rivale del premier) ha dato alla luce una nuova coalizione di governo, la più estesa nella storia di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">In base all’accordo, il partito centrista Kadima entra a far parte dello schieramento che sostiene l’esecutivo, creando nella Knesset una maggioranza di ben 94 parlamentari su un totale di 120.</p>
<p style="text-align: justify;">La notizia ha colto di sorpresa tutti, sia in Israele che all’estero, visto che solo pochi giorni prima era stata annunciata la convocazione di elezioni anticipate per il prossimo settembre. Netanyahu, alla testa di una coalizione senza rivali nel panorama politico israeliano, e con la certezza della vittoria datagli dai sondaggi, aveva deciso di anticipare il voto rispetto alla scadenza naturale dell’ottobre 2013, in quella che molti avevano considerato una mossa per “battere sul tempo” le presidenziali americane di novembre.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obiettivo di aggiudicarsi un nuovo mandato prima del presidente Obama negli Stati Uniti sembrava essere quello di “<strong><a href="http://www.medarabnews.com/2012/05/07/le-elezioni-israeliane-devono-diventare-un-referendum-sull%e2%80%99iran/" target="_blank">immunizzarsi</a></strong>” dalle pressioni della Casa Bianca, ovvero di impedire che un Obama rieletto e “con le mani libere” potesse mettere all’angolo un governo Netanyahu prossimo alla scadenza elettorale, su questioni come il processo di pace o la battaglia per contenere il programma nucleare iraniano.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, se la decisione di sciogliere una coalizione vincente aveva stupito molti, l’imprevedibile svolta data da Netanyahu alla scena politica israeliana attraverso l’inedito accordo con l’ex rivale Mofaz ha certamente rappresentato un colpo di scena ancora più inaspettato.</p>
<p style="text-align: justify;">All’indomani della notizia, analisti ed osservatori si sono perciò interrogati sulle implicazioni di questa svolta, in particolare per la politica interna israeliana, per la questione palestinese e per la crisi internazionale legata all’Iran.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quella di andare ad elezioni anticipate era certamente una scommessa abbastanza sicura per Netanyahu, ma potenzialmente non priva di alcune incognite. In particolare, qualche problema sarebbe potuto sorgere nella fase post-elettorale, quando egli avrebbe dovuto ricostituire la coalizione di governo con i riottosi partiti dell’estrema destra, ed avrebbe certamente avuto difficoltà a riconfermare il ministro della difesa Ehud Barak – utile sostegno alle sue politiche, soggetto però a un drammatico calo di consensi.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente egli avrebbe preso in considerazione la possibilità di un allargamento della coalizione al partito Kadima, che però sarebbe uscito enormemente indebolito dalla consultazione elettorale, visto che tutti i sondaggi lo danno in grave crisi.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, quando Mofaz ha lanciato segnali di interessamento a una sua possibile adesione all’attuale esecutivo, senza chiedere quasi nulla in cambio (nessuna modifica significativa della linea politica del governo, e ben poche poltrone: quella di vice premier per Mofaz e la presidenza di qualche commissione parlamentare, ma nessun ministero di rilievo), Netanyahu ha afferrato al volo l’occasione – confidando nel fatto che le sue prospettive di vittoria elettorale nel 2013 non saranno inferiori a quelle attuali.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Netanyahu <a href="http://www.haaretz.com/news/national/formation-of-israeli-unity-cabinet-shows-netanyahu-blinked-first-again-1.429025" target="_blank">i vantaggi sono evidenti</a>. Mofaz gli ha offerto su un piatto d’argento ciò che egli avrebbe cercato di ottenere non senza rischi all’indomani delle elezioni: spostare verso il centro la propria coalizione riducendo la propria dipendenza dall’eccentrico ministro degli esteri Avigdor Lieberman e dal suo partito Yisrael Beytenu, così come dagli elementi più ideologici ed intransigenti del Likud.</p>
<p style="text-align: justify;">L’estensione senza precedenti della nuova coalizione permette poi al premier israeliano di avere un più ampio margine di manovra, soprattutto su questioni controverse come gli insediamenti, accontentando ora la “destra” ora la “sinistra” del suo schieramento.</p>
<p style="text-align: justify;">La minore dipendenza del governo dall’estrema destra religiosa e l’ingresso di un partito centrista come Kadima, inoltre, potenzialmente conferiscono maggiore credibilità all’esecutivo sia sul fronte interno (sebbene i primi sondaggi abbiano mostrato un certo scetticismo dell’opinione pubblica nei confronti della nuova coalizione) che a livello internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Cancellando le elezioni anticipate, infine, Netanyahu può mantenere senza problemi Barak al ministero della difesa fino all’ottobre del 2013.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal canto suo, Mofaz entrando nel governo ha risparmiato al suo partito una scontata e cocente sconfitta elettorale. Da poco eletto presidente di Kadima, avendo scalzato Tzipi Livni, egli ha virtualmente più di un anno di tempo per risollevare le sorti del partito.</p>
<p style="text-align: justify;">Per prolungare la sua vita politica, Mofaz non ha esitato ad abbracciare il suo nemico Netanyahu che solo poco tempo fa aveva apertamente definito “un bugiardo”. Meno di tre mesi fa, prima di vincere le primarie di Kadima, Mofaz aveva scritto sulla sua pagina Facebook che non avrebbe aderito al governo Netanyahu per nessun motivo e in nessuna circostanza.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, l’impresa di rifondare Kadima appare ardua fin d’ora, e non pochi analisti prevedono che l’ingresso nel governo preluda allo smembramento del partito.</p>
<p style="text-align: justify;">Formatosi nel 2005 sotto la leadership di Ariel Sharon, Kadima nacque proprio da una costola del Likud – che all’epoca si opponeva al disimpegno unilaterale da Gaza sponsorizzato dallo stesso Sharon – ed accolse tra le sue file membri fuoriusciti dal partito laburista. Tuttavia, in sei anni il partito ha cambiato quattro leader e, passato all’opposizione, ha dimostrato di non rappresentare una reale alternativa al governo Netanyahu.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora Kadima potrebbe “ritornare all’ovile”, permettendo a Netanyahu di costituire un ampio partito di governo, meno sbilanciato verso l’estrema destra religiosa sulle cui posizioni era scivolato negli ultimi anni il Likud.</p>
<p style="text-align: justify;">Una manciata di deputati di Kadima potrebbe invece andare a costituire un nuova formazione politica guidata dall’ex leader Tzipi Livni, uscita sconfitta dalle recenti primarie del partito.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.haaretz.com/news/national/the-winners-and-losers-in-netanyahu-s-surprise-move-for-unity-with-kadima-1.428900" target="_blank">Tra i maggiori perdenti</a> a seguito dell’accordo Netanyahu-Mofaz vi è poi il partito laburista. I sondaggi lo davano in netta risalita, al punto che esso poteva ragionevolmente puntare a raddoppiare l’esiguo numero dei propri parlamentari nella Knesset se le elezioni si fossero tenute a settembre. Ora invece, i laburisti dovranno attendere fino alla fine del 2013, cercando nel frattempo di non dilapidare i consensi faticosamente raggranellati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LE SFIDE DELLA POLITICA INTERNA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quattro punti sono alla base del programma del nuovo governo: riscrivere l’attuale legge sul servizio militare, che esenta gli ultraortodossi (haredim) e gli arabi israeliani; riformare il sistema di governo, in particolare attraverso una legge elettorale che rafforzi l’esecutivo; approvare la nuova legge di bilancio; ed affrontare le questioni legate al processo di pace e alle “minacce esterne” nei confronti di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Una coalizione meno dipendente dalla destra religiosa e dagli ultraortodossi dovrebbe in teoria permettere a Netanyahu di introdurre una forma di servizio militare per tutti i cittadini, in modo da placare la collera diffusa per le numerose esenzioni di cui godono attualmente gli haredim.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=269183" target="_blank">Le incognite</a> a questo proposito tuttavia rimangono molte, e fra le maggiori figura certamente l’estensione del servizio anche agli arabi, destinata a suscitare polemiche e veti incrociati, anche fra i diretti interessati.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra gli altri elementi di cui bisogna tener conto vi è poi il fatto che lo stesso Likud, sebbene sia un partito laico, ha al suo interno esponenti di spicco che hanno un’appartenenza religiosa (anche se non haredi), e pesca ampiamente nell’elettorato religioso. E’ dunque difficile prevedere che il partito appoggi una riforma del servizio militare che non sia graduale.</p>
<p style="text-align: justify;">Fra le altre questioni più importanti figura certamente la gestione dell’economia. Recentemente Israele ha registrato una crescente insoddisfazione sociale ed ha assistito all’emergere di un movimento giovanile di protesta dal quale ci si attende una nuova fiammata la prossima estate.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene il paese abbia goduto di un’elevata crescita economica negli ultimi anni, in controtendenza rispetto alla crisi globale, gli squilibri interni sono fortissimi. Avide élite politico-economico-finanziarie conservano privilegi che creano barriere insormontabili per le nuove imprese, alterano la libera concorrenza danneggiando l’efficienza e la produttività, e creano enormi sperequazioni sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni passati il governo ha seguito una combinazione di neoliberismo e massicci investimenti pubblici, adottando aggressive politiche di spesa. Tuttavia, con un deficit di bilancio <a href="http://www.haaretz.com/opinion/the-real-reason-for-elections-1.428839" target="_blank">in aumento </a>e con un’attesa riduzione della crescita, continuare a portare avanti le stesse politiche potrebbe causare seri problemi economici e sociali al governo ed al paese.</p>
<p style="text-align: justify;">La riforma del sistema elettorale sarà un problema ugualmente spinoso per il governo, visto che l’attuale sistema proporzionale ha garantito enorme influenza a haredim e ultranazionalisti. Anche in questo caso il Likud potrebbe temere riforme troppo brusche.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha scritto l’analista Daniel Levy (della New America Foundation), Israele avrebbe bisogno di un nuovo contratto sociale caratterizzato da un approccio inclusivo nei confronti della popolazione arabo-palestinese e degli ultraortodossi, e dunque in grado di promuovere un principio di cittadinanza condiviso, su una base democratica invece che etnica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è improbabile che questo accada. Anzi, <a href="http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/05/201251073619532276.html" target="_blank">scrive Levy</a>, il nuovo governo guidato da Netanyahu, Barak e Mofaz potrebbe addirittura “sottrarre ulteriore ossigeno alla democrazia israeliana”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel complesso, dunque, il rischio maggiore per il nuovo governo è che un eccessivo indugiare sullo status quo faccia prima o poi esplodere il malcontento sociale, che potrebbe tradursi in un’emorragia di consensi per i partiti che compongono l’attuale coalizione.</p>
<p style="text-align: justify;">A meno che a prevalere non saranno le questioni di politica estera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE PALESTINESE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Così come non ci si aspettano dal nuovo governo politiche rivoluzionarie sul fronte interno, allo stesso modo non c’è molto da attendersi in materia di aperture negoziali <a href="http://weekly.ahram.org.eg/2012/1097/re8.htm" target="_blank">nei confronti dei palestinesi</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene Avigdor Lieberman avrà una minore influenza nel nuovo esecutivo, egli rimane pur sempre il ministro degli esteri. L’ingresso di Kadima certamente dà a Netanyahu un più ampio margine di manovra riguardo ad alcuni aspetti secondari del processo negoziale, ma sono in primo luogo le posizioni dello stesso Netanyahu ad essere troppo distanti perfino da quelle più rinunciatarie dei palestinesi per far sperare nella ripresa di un significativo negoziato di pace.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, è difficile immaginare da parte del nuovo esecutivo un cambio di politica in materia di insediamenti (l’elemento determinante che provocò l’interruzione delle trattative) se si pensa che lo stesso Kadima, quando fu precedentemente al governo, evitò di smantellare quegli avamposti considerati illegali e non autorizzati dallo stesso governo israeliano (in realtà, in base al diritto internazionale, tutti gli insediamenti in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est sono da considerarsi illegali).</p>
<p style="text-align: justify;">Come già accennato, l’ingresso di Kadima potrebbe dare maggiore legittimità all’esecutivo israeliano a livello internazionale, ed in particolare agli occhi degli Stati Uniti; Mofaz potrebbe divenire il “volto negoziale” di un governo almeno all’apparenza più flessibile. Ma nulla lascia prevedere un’inversione dell’attuale inarrestabile tendenza che comporta una presenza israeliana sempre più radicata in Cisgiordania ed una soluzione dei due Stati sempre più relegata in un mondo puramente virtuale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL DUELLO CON L’IRAN E’ ANCORA LUNGO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, l’interrogativo che tutti gli analisti si sono posti riguardo all’accordo Netanyahu-Mofaz è quali conseguenze esso potrà avere sui piani del premier israeliano di contrastare in tutti i modi il programma nucleare iraniano.</p>
<p style="text-align: justify;">La conferenza stampa con cui Netanyahu e il suo nuovo partner hanno annunciato l’accordo si è contraddistinta proprio per l’assenza della questione iraniana, che non è stata minimamente citata. Proprio questo fatto, secondo alcuni, indicherebbe che essa ha in realtà un ruolo centrale nell’accordo.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri hanno invece affermato che l’ingresso di Mofaz nel governo allontanerebbe l’eventualità di un attacco israeliano all’Iran, visto che egli ha più volte definito questa opzione “prematura” e “disastrosa”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia è anche vero che lo stesso Mofaz nel 2008 aveva detto che  un simile attacco era “inevitabile”. E, sulla base della facilità con cui egli ha cambiato idea anche su Netanyahu, molti hanno affermato che l’ingresso di Mofaz nel governo in realtà non cambia nulla riguardo alla possibilità di un intervento militare israeliano, visto che non sarà lui a decidere.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.haaretz.com/blogs/the-axis/mofaz-has-neutralized-opposition-on-iran-1.429033" target="_blank">Alcuni commentatori</a> hanno osservato che, semmai, entrando nel governo Mofaz ha considerevolmente ridotto l’efficacia degli attacchi rivolti da Meir Dagan e Yuval Diskin – ex capi rispettivamente del Mossad e dello Shin Bet – contro la coppia Netanyahu-Barak, da loro accusata di avventurismo e di comportamenti “messianici” riguardo all’Iran.</p>
<p style="text-align: justify;">Mofaz, che al pari di Barak è stato capo di stato maggiore dell’esercito (e che, incidentalmente, è di natali iraniani), non solo con il suo arrivo darebbe maggiore credibilità a un governo altrimenti considerato spesso “estremista” nei suoi atteggiamenti riguardo all’Iran, ma priverebbe l’opposizione di una figura proveniente dall’establishment della difesa a cui il governo doveva render conto.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, lo stesso impatto delle <a href="http://www.csmonitor.com/World/Backchannels/2012/0506/Where-does-the-Israeli-security-establishment-stand-on-attacking-Iran" target="_blank">critiche di Dagan e Diskin</a> nei confronti di Netanyahu e Barak va ridimensionato, nella misura in cui sia i primi che i secondi hanno una valutazione analoga della cosiddetta “minaccia iraniana”. Dagan – ad esempio – che ha guidato il Mossad fino alla fine del 2010, è colui che ha coordinato per anni le politiche anti-iraniane di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Le sue critiche, e quelle di Diskin, assumerebbero valore nella misura in cui la minaccia di Netanyahu di attaccare unilateralmente l’Iran venisse considerata seriamente credibile. Ma molti ritengono che quello di Netanyahu sia piuttosto un bluff, un deliberato tentativo di spingere gli Stati Uniti e l’Europa a prendere l’iniziativa contro l’Iran, attraverso l’imposizione di dure sanzioni ed eventualmente anche per mezzo di un’azione militare.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vera questa seconda ipotesi (verso la quale farebbe propendere la considerazione che Netanyahu è un “calcolatore”, avverso all’idea di assumersi rischi gratuiti – e la decisione di non andare alle elezioni anticipate sembrerebbe confermarlo ancora una volta), gli attacchi di Dagan e Diskin perdono di importanza, così come perde valore la presunta opposizione di Mofaz a un attacco unilaterale israeliano.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa seconda ipotesi, infatti, sarebbe Netanyahu il primo ad essere riluttante a fare davvero una scelta simile, mentre egli invece farà di tutto perché siano gli Stati Uniti e l’Europa a farsi carico di bloccare con ogni mezzo il programma nucleare iraniano.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre coloro che ritengono credibile un attacco unilaterale israeliano all’Iran parlano di una “finestra” di opportunità che si estenderebbe da qui a novembre – quando vi saranno le presidenziali americane – per poi riaprirsi nella primavera del 2013, coloro che non lo ritengono credibile si dicono certi che prima del 2013 la possibilità di un attacco all’Iran sia chiaramente tramontata.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, proprio se si tiene conto dell’avversione di Netanyahu per i rischi inutili, un attacco israeliano mentre sono ancora in corso i negoziati fra l’Iran e i membri del Consiglio di Sicurezza più la Germania (P5+1) appare impensabile, tanto più che <a href="http://www.brookings.edu/research/opinions/2012/02/29-israel-iran-telhami" target="_blank">recenti sondaggi</a> indicano che appena il 19% degli israeliani appoggerebbe un attacco israeliano senza il sostegno americano (la percentuale sale invece al 42% se vi fosse il sostegno USA, mentre il 32% si opporrebbe comunque).</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia dovrebbe essere altrettanto chiaro che il successo dei negoziati <a href="http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/NE15Ak01.html" target="_blank">non è affatto scontato</a>, così come è noto che il governo israeliano <strong><a href="http://www.medarabnews.com/2012/04/23/iran-%e2%80%93-perche-netanyahu-ha-paura-della-diplomazia/" target="_blank">si oppone</a></strong> a qualsiasi forma di arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano, e non solo a quello al 20% (o superiore), di cui attualmente i negoziati stanno discutendo. Ed in questa sua posizione Tel Aviv può contare sull’appoggio di personaggi influenti anche negli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Se i negoziati dovessero fallire, o se il loro esito non dovesse essere soddisfacente per Israele, è certo che Tel Aviv tornerebbe sul piede di guerra. In quel caso, la possibilità di contare su un’ampia coalizione, e non solo su un governo di “estremisti messianici”, certamente garantirebbe a Netanyahu una maggiore legittimazione sul fronte interno e una maggiore capacità di esercitare pressioni a livello internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’appuntamento con l’Iran, dunque, è solo rimandato, e la partita è ancora tutta da giocare.</p>
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		<title>BAGARRE ALLE PRESIDENZIALI EGIZIANE FRA ACCUSE DI CORRUZIONE E SPIONAGGIO</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 05:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Campofreda</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Narghile]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-20888 aligncenter" title="Supporter del candidato Aboul Fotouh" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/aboul-fotouhs-supporter.jpg" alt="" width="192" height="115" /></p>
<p style="text-align: justify;">A una settimana dall’attesissima scadenza delle presidenziali d’Egitto alcuni candidati fanno volare gli stracci. Se ancora non si placano le conseguenze della tenzone programmatica fra Amr Moussa e Abul Fotouh, soprattutto attorno all’eventuale rimessa in&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-20888 aligncenter" title="Supporter del candidato Aboul Fotouh" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/aboul-fotouhs-supporter.jpg" alt="" width="192" height="115" /></p>
<p style="text-align: justify;">A una settimana dall’attesissima scadenza delle presidenziali d’Egitto alcuni candidati fanno volare gli stracci. Se ancora non si placano le conseguenze della tenzone programmatica fra Amr Moussa e Abul Fotouh, soprattutto attorno all’eventuale rimessa in discussione degli accordi con Israele del 1979 lanciata da quest’ultimo, attorno ad Ahmed Shafiq si scatena uno scontro senza esclusione di colpi. Shafiq, che molti indicano come candidato su cui la Giunta Tantawi suggerisce di far convergere il voto, è l’unico dei grandi esclusi (Al-Shater, Ismail, Sawiris, Suleiman) a essere stato riammesso alla corsa alla presidenza. La decisione della Suprema Commissione Elettorale ha suscitato molte polemiche perché aggira una recente legge parlamentare che puntava a bloccare le candidature di tutti coloro direttamente legati col regime di Mubarak. Shafiq lo era al pari di Suleiman ma è stato salvato. Non contento il deputato islamico moderato del Wasat, Essam Sultan, ha lanciato un’altra accusa a Shafiq: essersi avvantaggiato negli anni Novanta della posizione che ricopriva all’interno dell’Associazione degli Ufficiali dell’Aviazione per taluni commerci di terre emerse durante opere di canalizzazione nella zona di Suez, in particolare a Ismailiya. Migliaia di acri sarebbero stati privatizzati e alla fine acquistati dai figli dello stesso Mubarak, Gamal e Alaa.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo zelante deputato ha recuperato una documentazione, e con quella circostanzia l’accusa. Colpito nel vivo in piena bagarre elettorale Shafiq ha indetto in pompa magna una conferenza stampa in una delle sue lussuosissime ville nella zona di Dokki al Cairo. Da lì s’è difeso, sostenendo come nel 1991, quando i delfini del raìs incameravano quei terreni, lui non era a capo dell’Associazione. Quest’alibi, se lo scagiona personalmente da taluni favoritismi conferma, comunque, l’ampio reticolo di vantaggi di cui godono le Forze Armate. L’ammette Shafiq stesso dichiarando che “La normativa dell’Associazione consentiva ai figli dei piloti di comperare appezzamenti di terreno” e, come si sa, nel 1970 Mubarak era stato il comandante dell’Aviazione del Paese. Una precisazione che non farà contenta la Giunta perché rammenta all’elettore medio, che non veste divise né è legato all’indotto commerciale gestito da ogni Arma, quanti siano i privilegi goduti dai militari. Shafiq punto nell’orgoglio ha ulteriormente infiammato la diatriba sostenendo che Sultan “era solo un leccapiedi, e avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di trovare un partito politico”. Ma le offese, come le luminarie della pirotecnica, erano lanciate per il gran botto finale con cui Shafiq ha rivelato che quest’avvocato e attuale deputato era un informatore della polizia fino alle prime fasi della “Rivoluzione del 25 gennaio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la conferenza Shafiq agitava un presunto documento di prova che però nessuno ha potuto leggere. In esso, a suo dire, non c’era il nome del referente dell’Intelligence cui venivano fatte le rivelazioni ma solo le iniziali: H.A. Esse risponderebbero ad hoc a Habid Al-Adly, imputato insieme a Mubarak quale responsabile delle oltre 800 vittime dei primi giorni della repressione, fra gennaio e febbraio 2011. Naturalmente Sultan respinge le accuse al mittente e dichiara che porterà Shafiq davanti ai giudici anche se dovesse essere eletto presidente. Forse in quest’ultimo caso sarà più difficile. La battaglia prosegue anche sul fronte dei sondaggi; alcuni danno appunto Shafiq in testa col 12% seguito da Moussa con l’11 e Fotouh col 9%. Queste stesse previsioni quantificano in un 38% gli indecisi. Anche un’altra rilevazione, favorevole invece a Moussa, sottolinea un’amplissima fascia che non ha deciso e che determinerà il successo finale. Sicuramente i voti in patria avranno il peso maggiore, eppure nelle percentuali al filo del rasoio saranno comunque importanti gli orientamenti degli egiziani sparsi per il mondo. A cominciare dalla vicina Arabia Saudita che conta 262 mila potenziali elettori egiziani, quindi Kuwait (119 mila), Emirati Arabi Uniti (61.500), Qatar (32 mila), un blocco di quasi mezzo milione di voti. Negli Stati Uniti risiedono 27.300 elettori, in Canada circa 12 mila. In Italia gli egiziani sono ormai oltre 300 mila, sebbene per le elezioni politiche dei mesi scorsi abbiano votato solo in 10 mila e l’ambasciata non s’aspetta un grande incremento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>15 maggio 2012</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Enrico Campofreda </em></strong><em>è laureato in Storia presso ‘La Sapienza’, e specializzato a ‘RomaTre’. Giornalista dal 1988, ha collaborato con Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto scrivendo di sport. Attualmente collabora con Terra e con testate web seguendo politica estera e sociale. Ha pubblicato due romanzi “L’urlo e il sorriso”, Di Salvo, Napoli, 2007;  “Hépou moi”, ABao AQu, Rovigo, 2010</em><strong></strong></p>
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		<title>Kofi Annan&#8217;s Syrian peace plan has been blown out of the water</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 05:55:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Abd al-Bari Atwan</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>The two suicide car bombs in Damascus on 10 May were an alarming development. Before last December suicide bombs were unheard of in Syria. Now there have been 10 such attacks, becoming increasingly deadly – 55 died in the latest atrocity; and on 11 May another attack was thwarted in Aleppo, Syria&#8217;s largest city, where a suicide bomber in a carwash killed five on 5 May.</p>
<p>Damascus and Aleppo are home to Syria&#8217;s business and professional classes, who have not, in general, participated in the uprising, tending to remain loyal to the Assad regime. The suicide bombs have targeted government buildings, the security services and the ruling Ba&#8217;ath party&#8217;s headquarters. While many civilians died in Thursday&#8217;s blasts, significant numbers of security personnel have also been killed.</p>
<p>None of this suggests that the regime is carrying out these atrocities, as the opposition has claimed, although it is true that Syria has armed and backed extremist groups such as the Abu Nidal organisation and Hezbollah. Moreover, it is unlikely that the Free Syrian Army, the armed wing of the opposition, has appropriated methods that are the hallmark of jihadist, not secular, groups.</p>
<p>My fear is that a third element has crept into this conflict, possibly from Iraq, Lebanon and Jordan, and that its agenda has nothing to do with the Arab spring or the clamour for democracy.</p>
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		<title>Nello Yemen gli Stati Uniti stanno imboccando una strada tragicamente familiare</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 05:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Grenier</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>15/05/2012</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/05/201251071458557719.html" target="_blank">Yemen and the US: Down a familiar path</a></strong></p>
<p><em>La politica adottata dagli USA nello Yemen rischia di trasformare il paese in un equivalente arabo del Waziristan – ammonisce l’ex agente della CIA Robert Grenier</em></p>
<p>***&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>15/05/2012</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/05/201251071458557719.html" target="_blank">Yemen and the US: Down a familiar path</a></strong></p>
<p><em>La politica adottata dagli USA nello Yemen rischia di trasformare il paese in un equivalente arabo del Waziristan – ammonisce l’ex agente della CIA Robert Grenier</em></p>
<p>***</p>
<p>A Washington, si tratta di un caso di buone notizie andate a finire molto male: un successo dell’intelligence forse in parte rovinato dall’opportunismo politico e dall’indisciplina, in mezzo a segnali indicanti che la politica americana nello Yemen si appresta a ripetere gli errori visti altrove. E in entrambi i casi, è la leadership politica nella capitale americana che è da biasimare.</p>
<p>Tutto era iniziato così bene. Secondo i media, l’intelligence degli Stati Uniti e dell&#8217;Arabia Saudita era riuscita ad infiltrare l&#8217;apparato terroristico di al-Qaeda nella penisola araba (ovunque nota come AQAP) con un aspirante suicida che, ricevuto l&#8217;ultimo progetto incendiario degli esperti di esplosivi di AQAP, ha prontamente consegnato il sofisticato dispositivo alle autorità saudite piuttosto che farlo esplodere, come previsto, su un volo internazionale.</p>
<p>Com’è del tutto evidente, non è ancora noto fino a che punto questo classico caso di spionaggio sia stato un duro colpo per la sicurezza e l&#8217;efficacia di al-Qaeda, o se del tutto ci sia qualche collegamento tra questa operazione e la morte, a seguito di un attacco missilistico lo scorso fine settimana, di Fahd al-Quso, un veterano di AQAP sospettato di essere implicato nell&#8217;attacco alla nave da guerra americana USS Cole nel 2000. Da tutti i punti di vista, tuttavia, questo colpo ha rappresentato una battuta d&#8217;arresto significativa per l&#8217;organizzazione basata nello Yemen, probabilmente in grado di comprometterne la coesione interna e di aumentarne la paranoia e la sfiducia.</p>
<p>Dato il numero di persone a Washington apparentemente informate sull’operazione in corso, è quasi un miracolo che essa non sia trapelata prima di essere giunta a compimento. Tuttavia, è assiomatico a Washington che, più un segreto viene inizialmente custodito, più la sua rivelazione diviene totale ed esplosiva una volta che le parti coinvolte nella macchinazione ritengono di essere libere di farlo.</p>
<p>Ad ogni modo, in questo caso non si è trattato di una insignificante fuga di informazioni. L’iniziale rivelazione di questo successo dell’intelligence, tormentosamente spogliata di dettagli importanti, ha avuto tutte le caratteristiche di una scelta strategica compiuta da un alto funzionario dell&#8217;amministrazione Obama con l&#8217;obiettivo di massimizzare il credito politico a favore del presidente nel pieno della stagione elettorale. A quanto pare, a poche ore dall’operazione le dichiarazioni o le apparizioni sui media erano già state predisposte dal Consiglio della Sicurezza Nazionale, dal consigliere antiterrorismo del presidente, dall&#8217;FBI, dal Segretario di Stato Hillary Clinton, dal presidente della Commissione dell’Intelligence al Senato, e dal presidente della Commissione per la Sicurezza interna della Camera dei Rappresentanti. Ogni rivelazione pubblica è stata attentamente, se non pateticamente, progettata per rivelare un minimo di dettagli operativi, promuovendo nel contempo alcune agende personali, politiche o burocratiche. L&#8217;effetto cumulativo sulla stampa, com’era prevedibile, è stato come gettare del pesce sanguinolento a un branco di squali. In pochissimo tempo, tutti i dettagli sulla natura dell&#8217;operazione e sul modo in cui era stata condotta sono stati sbandierati; se c’erano degli agenti dell’intelligence ancora da proteggere, sono stati completamente compromessi in poco più di un giorno.</p>
<p>Ora le spie della comunità dell’intelligence americana, piuttosto che celebrare con discrezione il successo, stanno malinconicamente scuotendo la testa. Sembrerebbe che alcune di loro abbiano fatto rivelazioni non autorizzate e forse dannose, ma queste rivelazioni hanno avuto un esito scontato, una volta che l’appetito della stampa era stato stuzzicato così bene. E mentre il direttore della National Intelligence avvia un&#8217;inchiesta, lo fa ben sapendo che i veri colpevoli – alla Casa Bianca e a Capitol Hill – sono al di fuori della sua portata.</p>
<p>Nel frattempo – in maniera costante e progressiva, ma in gran parte inosservata al momento – la leadership politica americana sta imboccando una strada ormai tragicamente familiare, e l&#8217;ultimo complotto dinamitardo yemenita apparentemente non fa che contribuire a questo proposito, sia come motivazione privata che come giustificazione pubblica. Nelle ultime settimane, la Casa Bianca ha annunciato un’intensificazione della campagna basata sui droni nello Yemen, mentre per la prima volta sta riconoscendo tale campagna pubblicamente e sta cercando di creare un consenso dell’opinione pubblica attorno ad essa. Ci viene detto dalla stampa che, proprio mentre il governo degli Stati Uniti ha da tempo abbassato la soglia richiesta per il ricorso agli attacchi  missilistici lanciati da droni in Pakistan, attraverso i cosiddetti &#8220;signature strikes&#8221; (<em>i “signature strikes” non richiedono più che sia nota l’identità dell’obiettivo; è sufficiente studiare il comportamento del potenziale bersaglio, ed in base alla “firma”, o al “marchio” che lascia – cioè alla sua “signature” – si può stabilire che è un bersaglio lecito; come è stato denunciato da più parti negli stessi Stati Uniti, questo approccio porta a un <a href="http://www.theatlantic.com/international/archive/2012/04/expanding-cia-drone-strikes-will-likely-mean-more-dead-innocents/256106/" target="_blank">drammatico aumento delle vittime civili </a>(N.d.T.)</em> ), i missili USA nello Yemen sono stati autorizzati a colpire obiettivi impegnati in attività considerate &#8220;sospette&#8221;, anche quando l’identità dei bersagli è sconosciuta.</p>
<p>In coincidenza con una martellante serie di rivelazioni, riguardanti analisi di intelligence secondo le quali significative parti di territorio yemenita sarebbero sotto il controllo di al-Qaeda, stanno acquisendo slancio gli attacchi su larga scala contro &#8220;centinaia&#8221; di presunti &#8220;militanti di al-Qaeda&#8221;, condotti dalle forze yemenite con l&#8217;assistenza degli Stati Uniti. Non ho una conoscenza approfondita degli sviluppi nella provincia di Shabwa, ma quando sento che un numero significativo di militanti tribali vengono definiti come agenti di al-Qaeda, e che AQAP (una piccola organizzazione dominata da non yemeniti) viene accusata di avere il controllo politico di parti significative dello Yemen, reagisco con un certo scetticismo e qualche sospetto.</p>
<p>Ci si potrebbe chiedere quanti yemeniti potranno essere spinti in futuro verso l&#8217;estremismo violento per reazione ad attacchi missilistici condotti con noncuranza, e quanti militanti yemeniti che perseguono un’agenda strettamente locale diventeranno nemici giurati dell&#8217;Occidente in risposta alle azioni militari americane condotte contro di loro. Gli sforzi congiunti del mondo civilizzato devono continuare a contrastare AQAP e coloro che vengono da essa addestrati a colpire obiettivi civili. Ma gli Stati Uniti farebbero bene a calibrare le proprie azioni nello Yemen, in modo da evitare di trasformare quella minaccia relativamente limitata e facilmente contenibile nell’equivalente arabo del Waziristan.</p>
<p><strong><em>Robert Grenier</em></strong><em> è un ex agente della CIA, dove ha prestato servizio per ventisette anni; è stato direttore del Centro Antiterrorismo dell’organizzazione dal 2004 al 2006; fu allontanato dall’incarico dopo essersi opposto alle extraordinary renditions ed all’uso di forme di tortura come il water boarding negli interrogatori di sospetti membri di al-Qaeda</em></p>
<p>(Traduzione di Roberto Iannuzzi)</p>
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		<title>WIKISHAM – DENUNCIARE LA REPRESSIONE DEL REGIME SIRIANO ATTRAVERSO LA SATIRA</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 05:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Fabbi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-20879 aligncenter" title="Wikisham" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/WikiSham.jpg" alt="" width="238" height="100" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il gruppo <em><a href="http://www.wikisham.com/" target="_blank">Wikisham</a></em>  è costituito da attivisti siriani tra i 18 e i 35 anni esperti in grafica digitale e animazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Wikisham</em> si occupa della produzione di cortometraggi e serie di cartoni animati&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-20879 aligncenter" title="Wikisham" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/WikiSham.jpg" alt="" width="238" height="100" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il gruppo <em><a href="http://www.wikisham.com/" target="_blank">Wikisham</a></em>  è costituito da attivisti siriani tra i 18 e i 35 anni esperti in grafica digitale e animazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Wikisham</em> si occupa della produzione di cortometraggi e serie di cartoni animati arabi volti a deridere e criticare sagacemente e liberamente la realtà avvalendosi dei social network e dei mezzi di diffusione e condivisione di video come Youtube.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nome <em>Wikisham</em> deriva da <em>wiki</em> poiché si tratta di una <em>raccolta</em> di documenti (<em>testi, immagini, video, audio</em>) ipertestuali che vengono condivisi, scambiati e ottimizzati in modo collaborativo, mentre il nome <em>Sham</em> è legato alla provenienza geografica del gruppo ovvero la Siria.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obiettivo del gruppo è quello di catturare l’attenzione dello spettatore e dell’ opinione araba attraverso un’analisi critica della realtà politica, economica, sociale e culturale, oltre a quello di creare un’arte che fondi le proprie radici nella cultura araba e nei suoi valori morali lontani dalla passività e dall’ipocrisia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il dolore può essere superato anche con ironia. Il nostro intento è quello di lottare per le migliaia di siriani massacrati dal regime di Bashar al-Assad. Perché se non puoi dire la tua, non vale la pena vivere&#8221;, questo il messaggio del gruppo <em>Wikisham</em> in uno dei loro cartoon satirici denominato <a href="http://www.youtube.com/watch?v=bhmHEqw-_LY" target="_blank">Qasr al-Sha&#8217;b</a>,  ovvero ‘Il Palazzo del popolo&#8217; dal nome della residenza presidenziale che domina dall’alto Damasco.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Wikisham</em> ha realizzato altri sketch taglienti che durano poco meno di tre minuti, i cui protagonisti sono sei personaggi chiave del regime: Bashar al-Asad, suo fratello Maher, capo della Guardia Repubblicana, ma anche il cugino Rami Makhluf, la testa economica del regime. Non vengono risparmiati nemmeno Ahmadinejad, l&#8217;Ayatollah Ali Khamenei e la consigliera politica del presidente Buthayna Sha‘ban.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La prima serie &#8211; dice M. Al Abdullah, uno dei componenti del gruppo &#8211; è stata diffusa da tutte le Tv di opposizione al regime siriano, ma noi preferiamo diffondere i nostri cartoon su Youtube. Si tratta di uno strumento che può essere raggiunto da tutti, in qualsiasi parte del mondo&#8221;. Il gruppo sta ora lavorando sulla seconda serie che sarà costituita da otto puntate.</p>
<p style="text-align: justify;">A sostenere il gruppo sono soprattutto le donazioni che giungono attraverso il loro sito ufficiale. I ragazzi del gruppo Wikisham, grazie alla loro forza di volontà e alla loro inventiva allieteranno il loro pubblico con nuovi interessanti progetti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Elisa Fabbi</em></strong><em> è laureata in Lingue e culture dell’Eurasia e del Mediterraneo (LICEM) presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia; a  giugno del 2011 ha ottenuto il diploma di laurea specialistica in Lingua e Letteratura Araba  presso l’Università Inalco (Institut National des Langues et Civilisations Orientales) di Parigi specializzandosi in linguistica araba</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Reshuffling Israel&#8217;s deck of cards</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 05:50:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniel Levy</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Palestinian Issue]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Israel&#8217;s largest opposition party has joined the Prime Minister&#8217;s coalition rather than go to elections, and has done so at a bargain-basement price. The move is not exactly standard political MO for oppositions, but not entirely inexplicable either.</p>
<p>Today, Israel&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Israel&#8217;s largest opposition party has joined the Prime Minister&#8217;s coalition rather than go to elections, and has done so at a bargain-basement price. The move is not exactly standard political MO for oppositions, but not entirely inexplicable either.</p>
<p>Today, Israel has a governing coalition composed of seven parties, with ninety-four MKs, that comprises approximately 80 per cent of Parliament. Most of this was about raw political calculations. But it also offered an insight into a man, Benjamin Netanyahu, who has become one of Israel&#8217;s longest-serving Prime Ministers, and into the direction in which he might now be taking the country.</p>
<p>First, some more about the politics in order to understand what happened. Netanyahu was, it seems, ready to go for early elections with September 4 as the proposed date; his position was strong, almost unassailable. Elections are rarely an entirely smooth ride.</p>
<p>Netanyahu faced some uncomfortable bumps along the road, such as whether to implement a Supreme Court ruling to evacuate a settler outpost near Bet El in the occupied West Bank, or the threat of extremist rhetoric accompanying primaries within his own Likud party (undermining his international and domestic claim to being mainstream).</p>
<p>Post-election, assuming victory, he could expect to face a tricky balancing act in piecing together a new governing coalition, including how to re-appoint the rather useful Ehud Barak to the defence ministry given that man&#8217;s lack of popularity and by extension electability.</p>
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		<title>Arab-China relationship has slipped to lowest level</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 05:46:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Abdulkhaleq Abdulla</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Arab-Islamic World]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>An epochal year in contemporary Arab history, 2011 might just as well go down in history as a turning point in Arab-Chinese relationship.</p>
<p>For the past 60 years, China has been considered a reliable friend and a solid supporter of&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>An epochal year in contemporary Arab history, 2011 might just as well go down in history as a turning point in Arab-Chinese relationship.</p>
<p>For the past 60 years, China has been considered a reliable friend and a solid supporter of Arab causes. The Arab-China relationship has progressed steadily and China&#8217;s ties with the Arab Gulf states have gained momentum lately. There was a great deal of admiration for China as a rising future superpower and an economic role model.</p>
<p>But suddenly there is something unsettling in the Arab-China relationship. China is no longer viewed as positively as in the past. The image of friendly China has tumbled sharply and its reliability as a responsible superpower is in great doubt.</p>
<p>The turning point in the perception of China in the Arab world has to do with three key issues: the way China has reacted to the Arab Spring, which has been mostly negative, its UN Security Council veto on Syria, which came as a complete surprise, and Beijing&#8217;s attitude and behaviour towards UN economic sanctions against Iran, which is causing concern among the newly empowered Arab Gulf states.</p>
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		<title>DOVE STA ANDANDO IL MEDITERRANEO?</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 18:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Rizzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arab-Islamic World]]></category>
		<category><![CDATA[Europe]]></category>
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		<category><![CDATA[Narghile]]></category>
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		<category><![CDATA[Dialogue of Civilizations]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><img class="size-full wp-image-20701 aligncenter" title="Mediterranean" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/FOTO3_72_Mediterranean.jpg" alt="" width="196" height="115" /></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>In questo periodo di grande fermento nel Mondo Arabo si percepisce la mancanza di una visione strategica del Mediterraneo e l’inadeguatezza delle categorie mentali con le quali abbiamo letto la politica e gli andamenti della</em>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><img class="size-full wp-image-20701 aligncenter" title="Mediterranean" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/FOTO3_72_Mediterranean.jpg" alt="" width="196" height="115" /></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>In questo periodo di grande fermento nel Mondo Arabo si percepisce la mancanza di una visione strategica del Mediterraneo e l’inadeguatezza delle categorie mentali con le quali abbiamo letto la politica e gli andamenti della società dell’altra riva. Per questo motivo è necessario attrezzarsi per comprendere <strong>dove sta andando il Mediterraneo</strong>. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La proposta dell’<strong>Unimed</strong> è quella di creare un Forum Permanente sulle problematiche aperte in seguito agli avvenimenti della primavera araba, ponendo al servizio della società, così come della politica italiana ed europea, un know-how di conoscenze per riflettere nel breve e nel lungo periodo su come ricostruire delle categorie mentali che ci permettano di capire meglio i bisogni che sono alla base di queste rivolte. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Le rivolte nel Mediterraneo hanno definitivamente cambiato il modo con il quale analizzavamo le prospettive politiche e culturali della regione. Neanche lo storico  conflitto arabo israeliano e israelo palestinese era riuscito a mettere  in discussione le nostre analisi  sul Mediterraneo. Le definizioni di questo Mare erano diventate vuote, retoriche e avevano perso il loro significato. “ Mare fra le terre”, “ mille cose insieme, non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi”, regione caratterizzata da “civiltà accatastate”, “culla delle tre religioni monoteistiche”, luogo  dello scambio commerciale e culturale e così via. Potremmo andare avanti in questo esercizio di memoria. Né a cambiare la situazione sono intervenuti i numerosi convegni che puntualmente si organizzano intorno al tema del Mediterraneo, anzi, a dire il vero, essi  hanno contribuito, in molti casi, a diffondere una vulgata superficiale del Mediterraneo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe però ingeneroso e poco corretto attribuire la colpa di questo stato di cose solo agli innumerevoli convegni dai titoli quasi sempre uguali, senza richiamare l’attenzione sul limitato <em>appeal</em> che gli studi sul Mediterraneo hanno avuto nelle università e sul numero esiguo di cattedre ad esso dedicate. Vi sono però altre cause che hanno contribuito a creare questo stato di cose. Mi riferisco essenzialmente alla produzione del discorso politico che ha accompagnato le iniziative dell’Unione Europea e degli  Stati Uniti in questa regione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sin dalle prime fasi della sua costruzione, l’Europa ha guardato al Mediterraneo con un misto di volontarismo e di senso di colpa per la sua politica coloniale e postcoloniale. Essenzialmente la nascente Comunità Europea non sapeva che cosa fare con le sue ex colonie e protettorati e di conseguenza in mancanza di una politica mediterranea articolata, si sono sviluppate forme di intervento economico con lo scopo di rinsaldare le antiche influenze. Questa lettura dei rapporti tra le due rive del Mediterraneo mi sembra essere il filo rosso che caratterizzerà tutte le scelte successive della politica mediterranea europea da quella pomposamente definita PMG (Politica Mediterranea Globale), alla PMR (Politica Mediterranea Rinnovata ), alla Conferenza di Barcellona, alla creazione dell’UPM ( Unione Per il Mediterraneo ). Alla mancanza di una riflessione profonda sui traumi e le fratture che la colonizzazione aveva determinato corrispondeva una politica della rimozione e dell’oblio. Questo nodo era lì e nessuno si azzardava a intraprendere un cammino per scioglierlo come è stato per altre vicende dolorose che hanno riguardato l’Europa, come ad esempio l’olocausto. Il sogno di una politica globale  che inserisse il Mediterraneo in un quadro europeo portava quindi in sé la contraddizione di cui dicevo prima, tanto da esplicitarsi nell’individuazione di linee politiche astratte a cui i paesi del sud dovevano aderire. La Dichiarazione di Barcellona del 1995 è stata l’esempio di scuola. Il suo fallimento, contrariamente a quanto normalmente si dice, non è dipeso da una incapacità tecnica di realizzare cose concrete, ma soprattutto dalla mancanza di una visione politica  che relegava il nodo della memoria del passato ad una affrettata pagina di storia da girare o da dimenticare. Allo stesso tempo, e giustamente, avanzavano, dopo la seconda guerra mondiale, nella coscienza civile europea i principi di  libertà e di democrazia, senza che la loro mancanza di applicazione costituisse però un impedimento quando si trattava dei paesi della riva sud del Mediterraneo governati da dittature sanguinarie: gli affari sono affari. Allora cosa rimaneva da fare se non rivestire vecchi comportamenti  con un discorso ideologico a cui intere generazioni di giovani hanno creduto: “fare del Mediterraneo – così recitava la Dichiarazione di Barcellona – un mare di pace e di ricchezza condivisa”. Nessuno però sapeva come fare. L’ideologia andava da una parte e la storia dall’altra: l’assassinio di Rabin, gli attentati omicidi da parte palestinese e israeliana e fra questi la gente che forse per un momento, dopo Oslo, aveva creduto che la pace tra israeliani e palestinesi si potesse realizzare. La mancata risoluzione di questo problema ha determinato la morte della speranza e l’irrigidimento degli atteggiamenti delle società civili da ambo le parti.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa cornice ha avuto buon gioco il terrorismo islamico che ha frapposto la sua politica del terrore ad ogni tentativo di portare a termine qualsiasi iniziativa di dialogo e paradossalmente diventando funzionale alla politica occidentale basata sulla paura dell’estremismo, in parte fondata,  in parte fittizia.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso questo stato di cose ha legittimato  una serie di schemi mentali attraverso i quali noi occidentali abbiamo guardato il mondo arabo musulmano. In questo contesto non ci sembrava stravagante chiedersi se l’Islam fosse compatibile con la democrazia né tantomeno organizzare convegni e seminari su questi temi; né avevamo alcun problema a fare nostro il <em>leitmotiv</em> della incompatibilità dell’Islam con l’Occidente, con la relativa conclusione dell’inevitabilità dello scontro tra queste civiltà. Anche l’esportazione della democrazia e la lotta al terrorismo era un <em>topos </em>cui si faceva ricorso per giustificare la guerra  in Iraq e in Afghanistan.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa è rimasto di tutto questo bagaglio di luoghi comuni alla luce delle rivolte del mondo arabo: quelle riuscite, quelle in corso, quelle che registrano, come in Siria, migliaia e migliaia di morti senza che il potere sia stato capace di mettere a tacere la ribellione popolare? Questi schemi con cui leggevamo il mondo arabo musulmano sono miseramente caduti e noi occidentali ci troviamo nudi alla meta. Questa è la vera ragione per cui non sappiamo dire nulla se non chiacchierare su possibile derive islamiste. Ancora una volta grazie al nostro spirito eurocentrico ci ergiamo a maestri su ciò che sarebbe auspicabile che questi paesi, attraversati da un cambiamento profondo, facessero perché la primavera non sprofondi in un cupo inverno. Quali sono gli aiuti concreti che l’Occidente sta predisponendo, e non parlo solo di quelli economici finanziari, mi riferisco soprattutto, all’apporto di idee e di sostegno a questo periodo delicato di transizione? Si sente solo il rumore assordante del silenzio. La scena si anima quando Sarkozy e Cameron prima ,Erdogan, poi vanno in Libia a rivendicare la<em> primauté</em> del loro intervento ricordando ai libici che i loro Paesi dovranno avere un posto privilegiato nella spartizione delle ricchezze di quel  territorio così martoriato. La storia non insegna proprio niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero come è vero che il deficit più grande che caratterizza la nostra società è la mancanza di una visione strategica del Mediterraneo alla luce delle rivolte arabe, se è vero che le categorie mentali con le quali  abbiamo sempre letto la politica e gli andamenti delle società dell’altra riva  sono obsolete, bisogna attrezzarsi per <strong>capire dove sta andando il Mediterraneo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La proposta che noi facciamo, come l’UNIMED, un associazione che raggruppa 84 università del bacino del Mediterraneo, è di porre al servizio della società e della politica italiana ed europea un know-how di conoscenze per riflettere nel breve e nel lungo periodo a come ricostruire delle categorie mentali che ci permettano di capire meglio i bisogni che sono alla base di queste rivolte attraverso una discussione e un incontro con i protagonisti della primavera araba e di tutti quelli che vogliono raccogliere questa sfida. Si tratta di una collaborazione che coinvolga le università delle due rive del Mediterraneo insieme agli uomini politici, alle donne, agli uomini d’affari per riflettere su dove sta andando oggi il Mediterraneo. Proponiamo quindi la creazione di  un <strong>Forum strategico permanente </strong>che permetta, grazie ad una continuità di analisi sociali politiche ed economiche, preventivamente individuate e condotte da ricercatori delle due rive, che si confrontano con politici, uomini d’affari, intellettuali e rappresentanti della società civile, di contribuire all’affermazioni di significati più aderenti alla situazione odierna del Mediterraneo. Credo che così facendo, avendo chiaro il nostro percorso, si possa grazie a questa comunità di saperi, contribuire all’ elaborazione di un sguardo diverso verso questo mare.</p>
<p><strong>Franco Rizzi</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.medarabnews.com/2012/04/10/strategic-forum-for-the-mediterranean/" target="_self">VERSIONE INGLESE</a></strong></p>
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		<title>RADIO3MONDO &#8211; Egitto: tra stabilità e innovazione</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 14:32:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Egypt]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Perspectives]]></category>
		<category><![CDATA[Elections]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-20873 aligncenter" title="Manifesti elettorali in Egitto" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/Manifesti-elettorali_elezioni-egitto.jpg" alt="" width="153" height="115" /></p>
<p style="text-align: justify;">Si avvicina il primo turno delle presidenziali egiziane che si svolgerà il 23 e 24 maggio. Sono 13 i candidati che aspirano ad essere il successore di Hosni Mubarak, tra i quali spiccano Amr Moussa&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-20873 aligncenter" title="Manifesti elettorali in Egitto" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/Manifesti-elettorali_elezioni-egitto.jpg" alt="" width="153" height="115" /></p>
<p style="text-align: justify;">Si avvicina il primo turno delle presidenziali egiziane che si svolgerà il 23 e 24 maggio. Sono 13 i candidati che aspirano ad essere il successore di Hosni Mubarak, tra i quali spiccano Amr Moussa e Abdel Moneim Abulfutuh. Secondo gli esperti dovrebbero essere loro due a scontrarsi a metà giugno nel secondo turno, tant’è che Moussa, ex segretario generale della Lega Araba ed ex Ministro degli Affari Esteri e Abulfutuh, per anni alla guida dell&#8217;ala moderata della Fratellanza musulmana, espulso lo scorso anno dall&#8217;organizzazione, si sono confrontati ieri sera in un dibattito televisivo. Chi è uscito vincitore?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Luigi Spinola</strong> lo chiede a <strong>Azzurra Meringolo</strong>, giornalista free lance, ricercatrice e autrice di “I ragazzi di piazza Tahrir”, Clueb 2011 e <strong>Georges Fahmi</strong>, dottorando all&#8217;Istituto Universitario Europeo di Fiesole, ricercatore dell’organizzazione Arab Forum for Alternatives</p>
<p><strong>ASCOLTA LA TRASMISSIONE SU</strong></p>
<p><a href="http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-37f4e33e-f986-4333-8b61-4f98d64bbb88.html" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-20161" title="Radio3Mondo" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/logo_Radio3Mondo2.gif" alt="" width="254" height="25" /></a></p>
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