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	<title>Medarabnews</title>
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	<description>Sguardo sulla stampa euro-araba</description>
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		<title>NELLA WEST BANK NON C’È CRISI ECONOMICA, MA NON C’È NEMMENO PACE</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 07:17:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia De Martino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arabi e Israeliani]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non sono in pochi ad aver titolato con molto interesse che la ripresa economica della West Bank presentava un’opportunità non indifferente per rilanciare il processo di pace tra Israele e Palestina su basi diverse. Il primo ad esprimere questa idea fu proprio Benjamin Nethanyau, che in uno dei suoi primi discorsi di insediamento rivelò il proprio piano per la West Bank e il processo di pace, sostenendo che, piuttosto che una ripresa della Road Map, andasse assunta la sfida dello sviluppo economico dei Territori palestinesi. Forse quel discorso fu più profetico e programmatico di quanto molti non si immaginassero, avendo gli eventi degli ultimi anni dato più ragione a Nethanyau che a coloro che credevano che il cambio di vertice alla Casa Bianca avrebbe comportato una riapertura ed una svolta nei negoziati di pace.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ emerso piuttosto il contrario. A livello geopolitico, Obama e la sua amministrazione hanno ben altre priorità rispetto alla “Terra Santa” e di ben altra urgenza: con due conflitti ancora aperti e parzialmente irrisolvibili che aggravano il rapporto tra Occidente e mondo musulmano, e con la possibilità che l’Iran diventi effettivamente entro l’anno una potenza nucleare, è difficile prevedere, al di là dei cerimoniali di rito, un investimento forte dell’attuale amministrazione USA in Israele e Palestina. L’Unione Europea, dal canto suo, potrebbe ritrovare nuova linfa dopo la ratificazione del Trattato di Lisbona, che è finalmente riuscita a marcare un progresso nel senso di un maggiore coordinamento in politica estera nella figura del Ministro degli Esteri Catherine Ashton, ma è troppo incentrata sulla crisi economica e sul rilancio interno e troppo lontana da Israele per poter fare la differenza. </p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta dunque di un momento di stasi a livello macro, ma nella regione qualcosa si muove in modo più febbrile di quanto non paia ad un primo sguardo. In primo luogo, la crisi economica non ha intaccato nel lungo periodo né Israele, che è tornato a crescere dello 0.7% più velocemente di quanto non si attendessero perfino le stime economiche governative,  con una crescita del prodotto interno lordo pari a 4.9%, né la West Bank, che non è mai entrata nella crisi ma ha anzi registrato livelli di crescita importanti già nel secondo semestre del 2009, pari al 7%, con punte di crescita del 24% in alcuni settori-chiave, come il settore immobiliare, i servizi finanziari e i servizi sociali. Quest’ultimo dato, per molti aspetti sorprendente da parte di un “paese” tradizionalmente in crisi, ha fatto parlare di una West Bank come la nuova “Silicon Valley”, un definizione molto distante dalla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Se infatti alcuni indicatori positivi esistono e vanno valutati positivamente, essi vanno anche contestualizzati. E’ vero che la disoccupazione è leggermente declinante (dal 20% al 16%), e che il governo Fayyad riesce a sollecitare donazioni estere importanti, come i 200 milioni di dollari del Congresso USA, i quasi 400 raccolti tra stati donatori afferenti all’Assemblea delle Nazioni Unite e i 21 milioni elargiti dall’UE per saldare salari e pensioni), e che più in generale il settore dei servizi ha riscontrato una crescita esponenziale, ma mentre alcuni di questi successi si possono considerare come effettivi, altri sono poco sostenibili nel lungo periodo. Se infatti si considera come tutte le attività in crescita siano quelle soggette a forti investimenti esteri e si tiene presente la volontà dell’ANP, dichiarata di recente, di ridurre considerevolmente l’entità di tali donazioni nel prossimo biennio, è possibile che i livelli di crescita appena raggiunti non si mantengano per il 2011-12. Ancora, alcuni problemi strutturali dell’economia palestinese restano tali e non sono stati risolti dall’attuale governo: il tasso di impiego femminile nella West Bank è, ad esempio, uno dei più bassi del mondo (pari al 15%), come rivelato da un sondaggio dell’Ufficio statistico centrale in Palestina sull’occupazione femminile in occasione della Giornata Mondiale delle Donne.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora, altri indicatori potrebbero fare riflettere, come il fatto che l’agricoltura abbia registrato un calo addirittura del 17% e che la mobilità sia effettivamente aumentata all’interno della West Bank (grazie allo smantellamento di circa 147 checkpoints ) , ma non sia ritornata ai livelli precedenti alla Seconda Intifada (2000) ed abbia oltretutto completamente rinunciato a collegamenti con la striscia di Gaza, oggi ritenuta da più parti un’entità autonoma anche dal punto di vista economico. Un altro aspetto poco considerato è l’interdipendenza dell’economia palestinese con quella israeliana, e specificatamente con l’economia e i servizi legati ai settlements.  Trattandosi di un argomento politicamente delicato, se ne fa poco riferimento, ma l’occupazione nel settore immobiliare e nell’agricoltura delle colonie rappresenta una voce d’impiego importante per città come Gerico, a cui  si è parzialmente chiusa a partire dalla Seconda Intifada,  l’opportunità del turismo. Altre situazioni difficili potrebbero essere citate, come il caso di Rantis, il villaggio del governatorato di Ramallah che è stato quasi completamente circondato dalla “Defense Barrier” e la cui situazione oggi, come quella di molti altri villaggi in condizioni analoga, si presenta doppiamente difficile, sia dal punto di vista della mobilità che dell’agricoltura, tradizionale risorsa del villaggio, penalizzata dall’espropriazione di terre, ma anche per il mancato permesso della sua manodopera di accedere al mercato israeliano, tradizionale sbocco lavorativo per la popolazione locale.</p>
<p style="text-align: justify;">La West Bank è dunque una Silicon Valley con delle discrepanze immense al proprio interno: con aree a forte sviluppo che convivono accanto a sacche di estrema povertà. Il nuovo progetto urbano lanciato dal Governo Fayyad lo scorso gennaio, ovvero quello di costruire una città modello (Rawabi) capitale dell’high-tech palestinese, si scontra contro la persistenza di numerose realtà locali completamente tagliate fuori dal mercato del lavoro e dal sistema viario nazionale. Forse, come ben sottolineava nel suo articolo su Maanews Sam Bahour, esiste il problema di un’ANP e di una comunità internazionale che valutano il successo e l’insuccesso di un Paese solo in termini di GDP, senza chiedersi quali condizioni concrete, di diritti, di lavoro e di opportunità, si riscontrino sul suo territorio ogni giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza contare che la “pace economica” offerta da Nathanyau è intesa in modo differente dai suoi partner palestinesi, che guardano piuttosto ad un risanamento economico e istituzionale dell’ANP in vista di un riconoscimento internazionale della West Bank quale stato autonomo, democratico e affidabile nel consesso delle nazioni, un riconoscimento di fatto unilaterale e indipendente dal beneplacito di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Difficile dunque stabilire se le parole “pace” ed “economia” possano confluire nella stessa direzione, o piuttosto temporaneamente velare il conseguimento di obiettivi divergenti da parte di Israele e dell’ANP, che torneranno a manifestarsi tali quando e se il risanamento economico dovesse dirsi completato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che alcuni compromessi e scelte politiche nel lungo periodo non possano esser esclusi del tutto è una banalità evidente che pure la logica economicistica e apolitica oggi dominante vorrebbe dimenticare o circoscrivere il più possibile: nel caso specifico è un gioco da cui Israele e l’ANP vogliono entrambe riuscire vittoriose, ma  con obiettivi profondamente diversi.</p>
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		<title>I “colloqui di prossimità” israelo-palestinesi: Teatro dell’Assurdo</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 06:43:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sharmine Narwani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
		<category><![CDATA[Israel]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>12/03/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.huffingtonpost.com/sharmine-narwani/mideast-proximity-talks_b_491499.html" target="_blank">Mideast &#8220;Proximity Talks&#8221; &#8212; The Theater of the Absurd</a></strong><br />
 <br />
<em>I cosiddetti “colloqui di prossimità” – colloqui indiretti tra israeliani e palestinesi che dovrebbero aver luogo grazie alla mediazione americana, e che sono stati messi in dubbio, prima ancora di&#8230;</em></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>12/03/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.huffingtonpost.com/sharmine-narwani/mideast-proximity-talks_b_491499.html" target="_blank">Mideast &#8220;Proximity Talks&#8221; &#8212; The Theater of the Absurd</a></strong><br />
 <br />
<em>I cosiddetti “colloqui di prossimità” – colloqui indiretti tra israeliani e palestinesi che dovrebbero aver luogo grazie alla mediazione americana, e che sono stati messi in dubbio, prima ancora di cominciare, dall’annuncio israeliano della costruzione di nuove abitazioni a Gerusalemme Est – rappresentano il vero Teatro dell’Assurdo, una rappresentazione senza attori, su un palcoscenico vuoto, destinata a non portare a nulla – scrive Sharmine Narwani</em></p>
<p>****</p>
<p>Dopo un anno di pompose dichiarazioni sulle prospettive di pace in Medio Oriente e un numero enorme di viaggi nella regione da parte dell’inviato americano George Mitchell, cosa è venuto in mente all’amministrazione Obama?</p>
<p>“Colloqui di prossimità”. Controllate nel “dizionario della Realpolitik” e troverete questa definizione: “Negoziati che non conducono a niente. Indossare le cinture di sicurezza affinché la velocità dell’autodistruzione non vi catapulti fuori dall’asse terrestre”.</p>
<p>I palestinesi e gli israeliani non si siederanno neppure allo stesso tavolo. Mitchell non è riuscito a ottenere neanche questo. Questa non è la prima fase di un conflitto di vecchia data. Si tratta di nemici che si sono seduti a molti tavoli di pace e hanno raggiunto molti accordi durante gli ultimi 19 anni.</p>
<p>Ed ecco dove ci troviamo nell’estenuante processo di pace senza fine del Medio Oriente. Circa una dozzina di passi indietro rispetto al punto di partenza.</p>
<p><strong>False partenze</strong></p>
<p>Ecco quindi il turpe segreto della faccenda. Dopo una crescente serie di promesse di portare vecchi nemici al tavolo negoziale mediorientale, Obama si è reso conto che Israele non avrebbe ceduto di un millimetro sul congelamento della costruzione di insediamenti illegali – una necessità fondamentale, visto che non ci può essere un accordo basato sul principio “terra in cambio di pace” se non c’è la terra da cedere.</p>
<p>La presidenza Obama ebbe inizio solo pochi giorni dopo la conclusione della devastazione militare di Gaza da parte di Israele, che si era protratta per tre settimane, così che neppure il più servile dei leader palestinesi sarebbe stato in grado di essere generoso senza un segno di buona volontà da parte di Israele. Successivamente Benjamin Netanyahu uscì vittorioso dalle elezioni nazionali israeliane. A quel punto il dado era tratto.</p>
<p>Il Likud – il partito di Netanyahu – non ha mai accettato la soluzione dei due stati, e Obama ha speso molto tempo per ricavare a fatica un tiepido appoggio al suo piano da parte del nuovo primo ministro israeliano. Ma sebbene il “compromesso” di Netanyahu sia stato lodato dai responsabili americani e dagli analisti sui media, la realtà è che gli osservatori di questioni mediorientali sapevano che non c’era niente di nuovo nella sua ipocrita accettazione di uno stato palestinese privo di sovranità.</p>
<p>Dall’altra parte della barriera di separazione, il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) guidato dal sempre più inviso partito Fatah – corrotto e inefficace come si sono dimostrati tutti i nostri alleati arabi – aveva un disperato bisogno di un rapido processo di pace che gli desse un minimo di rispettabilità. La credibilità di Fatah è seriamente in pericolo – Fatah spinse per prendere parte a dei colloqui di pace con Israele quasi vent’anni fa in occasione della Conferenza di Pace di Madrid – e virtualmente non ha ottenuto nulla.</p>
<p>Bé, a parte il fatto che il numero di coloni ebrei in Cisgiordania è quintuplicato e che Israele ha fatto in modo di spartire la Cisgiordania a suo vantaggio, con strade riservate solo agli ebrei e checkpoint che limitano ulteriormente i movimenti e le libertà dei palestinesi.</p>
<p>Ma il leader dell’ANP, Mahmoud Abbas, non era in grado di prendere parte a colloqui di pace dopo la Guerra di Gaza senza ottenere uno stop degli insediamenti – egli aveva posto questa condizione irrinunciabile dopo che Obama aveva proposto un congelamento degli insediamenti come parte del suo illusorio tentativo di pacificazione.</p>
<p><strong>Eureka!</strong></p>
<p>Così, mentre Israele continuava ad annunciare nuovi progetti di insediamento ed a scacciare i palestinesi dalle loro case nella città ferocemente contesa di Gerusalemme, Abbas e Obama hanno cercato disperatamente un modo per mantenere qualche brandello di credibilità ed avviare colloqui di qualche tipo.</p>
<p>Ed ecco la brillante idea. Perché, visto che non possiamo parlare direttamente con Israele per via delle sue evidenti violazioni dei principi e delle leggi internazionali, non lasciare che siano gli americani a farlo al posto nostro? E in questo modo, se qualcosa dovesse andare storto e la nostra popolarità ne risentisse, possiamo declinare in maniera plausibile ogni responsabilità, e dare tutta la colpa agli Stati Uniti.</p>
<p>Ed ecco come sono nati i colloqui di prossimità. Probabilmente ciò significa “colloqui che possono definirsi ‘stretti’ ma non troppo”.</p>
<p>E le assurdità continuano. Il vicepresidente americano Joe Biden, durante la sua visita in Israele, lunedì ha dichiarato: “Se i colloqui si svilupperanno, crediamo di poter essere in grado di colmare le distanze, e di porre fine al conflitto”.</p>
<p>Davvero? Vent’anni di inutili colloqui tra palestinesi e israeliani, quando le due parti erano molto più motivate a raggiungere una soluzione, e adesso Biden crede che “si porrà una fine” al conflitto.</p>
<p><strong>Una strada a senso univo verso l’irrilevanza</strong></p>
<p>Ecco cosa penso stia davvero succedendo:</p>
<p>Io penso che Obama stia rivedendo le sue priorità di pacificazione in Medio Oriente – almeno fino a quando dovrà occuparsi dell’economia americana, della riforma sanitaria e dell’Iraq – il che rappresenta una necessità, se vuole essere rieletto nel 2012. Ma, di fronte all’opinione pubblica interna ed internazionale, egli non può accettare un completo fallimento su un punto così importante del suo programma internazionale. Devono esserci dei colloqui di qualche tipo, ma essi dovranno essere condotti in modo più discreto, aumentando sempre più il rischio dello stesso infinito “processo senza pace” che gli Stati Uniti portano avanti fin dal 1991. </p>
<p>Invece Obama sta scommettendo sull’Iran per portare a casa una “vittoria” di politica estera – contraddicendo le sue precedenti dichiarazioni, in cui affermava che la risoluzione del conflitto israelo-palestinese sarebbe stata affrontata per prima poiché ciò avrebbe vanificato la politica populista dell’Iran e ridotto la sua influenza regionale.</p>
<p>Nel frattempo, gli americani devono occuparsi dei loro alleati mediorientali. L’Arabia Saudita, in particolare, si sta innervosendo mentre osserva l’ascesa dell’Iran nel Golfo Persico, e sta scalpitando per contrastare questa tendenza. Il re saudita è il prode “benefattore” del piano di pace arabo, e vorrebbe vederlo compiere progressi. Così come lo vorrebbe l’Egitto – che nel 2011 affronterà elezioni di vitale importanza, e che sta subendo forti critiche a livello regionale per l’embargo che ha imposto a Gaza. In cambio della collaborazione egiziana e saudita per isolare l’Iran – e del loro aiuto finanziario\politico in Afghanistan e in Iraq – gli Stati Uniti continueranno a promuovere il loro raffazzonato processo di pace e cercheranno di tirare la cosa per le lunghe finché sarà umanamente possibile.</p>
<p>Nel frattempo, l’intero “fronte” filo-americano sta facendo tutto il possibile per mantenere lo status quo in Medio Oriente. Non è solo l’Iran che lo minaccia. La nascente popolarità di un blocco di nazioni, leader e gruppi che mettono in discussione l’egemonia regionale di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita ed Egitto, continua a crescere. La piazza araba e musulmana parteggia per il nuovo blocco – decenni di corruzione, occupazione e stagnazione hanno portato a questo.</p>
<p>Ed eccoci qui dunque, balbettando sciocchezze, ignorando fatti e realtà che si sviluppano in un uno scenario in rapida trasformazione. Non siamo la potenza economica e militare di un tempo –battaglie prolungate ed impossibili da vincere nell’Afghanistan tribale e nel frammentato Iraq dimostrano che non possiamo ottenere neanche una rudimentale vittoria in Medio Oriente.</p>
<p>Noi diamo ascolto ai politici – non agli esperti del settore, che possano illuminarci sulla situazione – e andiamo avanti come se niente fosse cambiato, come se fossimo gli unici attori che contano. Decidiamo chi sta dalla nostra parte – non i democraticamente eletti Hezbollah e Hamas, ai quali rifiutiamo ancora di accordare un ruolo decisivo in una qualunque soluzione praticabile e durevole in Medio Oriente.</p>
<p>Diffamiamo l’Iran e chiunque altro minacci il nostro modo di vedere le cose, senza renderci conto che questa contrapposizione nasce a causa del nostro ottuso modo di fare e del nostro metro di giudizio basato su “due pesi e due misure”, in una regione che si sforza di trovare una propria identità e di porre rimedio ai torti subiti.</p>
<p>La nostra politica di “due pesi e due misure” ha distrutto la credibilità che avevamo nella regione. Ci opponiamo alle richieste internazionali che Israele, con le sue 300 testate atomiche, aderisca all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), ma condanniamo un membro di vecchia data della AIEA, l’Iran, perché porta avanti un programma di energia nucleare. Appoggiamo alcune delle dittature più spregevoli del mondo arabo e poi compromettiamo le vittorie elettorali di coloro a cui ci opponiamo (<em>la vittoria di Hamas in Palestina nel 2006 (N.d.T.)</em> ). Inviamo truppe e fondi per contenere i jihadisti salafiti in tutta la regione senza rivolgere lo sguardo verso la nazione più intollerante di tutte, la nostra alleata Arabia Saudita, la vera sorgente della militanza radicale. E non porgiamo neppure le nostre scuse per le morti accidentali di centinaia di migliaia di civili provocate in questi paesi nel nostro zelante tentativo di vendicare i nostri 2.750 morti (<em>le vittime degli attentati dell’11 settembre 2001 (N.d.T.)</em> ).</p>
<p>E adesso vorremmo mettere in scena il nostro Teatro dell’Assurdo – questi cosiddetti dialoghi di prossimità – in cui non ci sono attori, ci siamo solo noi, seduti in una stanza a parlare da soli. Li abbiamo fregati tutti! O forse no?</p>
<p><em><strong>Sharmine Narwani</strong> è Senior Associate presso il St. Antony&#8217;s College dell’Università di Oxford</em></p>
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		<title>La Fratellanza Musulmana in Egitto attraversa un periodo di turbolenza</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 06:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hossam Tammam</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
		<category><![CDATA[Egypt]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[The Daily Star]]></category>
		<category><![CDATA[Muslim Brotherhood]]></category>
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<p><strong>Original Version: <a href="http://www.dailystar.com.lb/article.asp?edition_id=10&#38;categ_id=5&#38;article_id=112382" target="_blank">Egypt’s Muslim Brothers hit turbulence</a></strong></p>
<p><em>Sebbene il recente riorientamento politico dei Fratelli Musulmani egiziani sembrerebbe produrre un movimento più facilmente gestibile da parte del regime, gli ultimi arresti potrebbero aprire un nuovo capitolo caratterizzato da una maggiore conflittualità tra&#8230;</em></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>12/03/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.dailystar.com.lb/article.asp?edition_id=10&amp;categ_id=5&amp;article_id=112382" target="_blank">Egypt’s Muslim Brothers hit turbulence</a></strong></p>
<p><em>Sebbene il recente riorientamento politico dei Fratelli Musulmani egiziani sembrerebbe produrre un movimento più facilmente gestibile da parte del regime, gli ultimi arresti potrebbero aprire un nuovo capitolo caratterizzato da una maggiore conflittualità tra i due avversari – scrive l’analista egiziano Hossam Tamman</em></p>
<p>***</p>
<p>La Fratellanza Musulmana egiziana è stata colpita, nel corso degli ultimi anni, da quella che sembra essere un’infinita serie di <strong><a href="http://www.medarabnews.com/2010/01/25/la-situazione-interna-dei-fratelli-musulmani-e-la-crisi-dell%e2%80%99egitto/" target="_blank">cambiamenti e di stangate</a></strong>. L’organizzazione aveva appena iniziato a riprendersi dalla controversa elezione della sua leadership, terminata il 20 gennaio, quando il regime ha messo in carcere alcuni dei nuovi leader, compresa la vice Guida Suprema Mahmoud Izzat e alcuni membri dell’Ufficio direttivo, Issam Arian, Mohie Hamid e Abdel-Rahman al-Barra, in una strana serie di arresti alla mezzanotte dell’ 8 febbraio scorso.</p>
<p>Il regime ha lanciato una nuova e sorprendente accusa a questi tre personaggi: quella di cercare di costituire un’organizzazione basata sugli insegnamenti del fondatore radicale dei Fratelli Musulmani, Sayyd Qutb (giustiziato nel 1966), compresa la creazione di unità armate allo scopo di condurre operazioni militari all’interno dell’Egitto. Questo è stato un chiaro tentativo di sfruttare il legame della nuova leadership con Qutb, le cui idee sono generalmente considerate estremiste, e di ricordare agli egiziani il passato ricorso alla violenza da parte dei Fratelli Musulmani.</p>
<p>L’effetto combinato delle elezioni e degli arresti, al culmine di continui attacchi da parte del regime contro la leadership e le risorse finanziarie della Fratellanza nel corso degli ultimi quattro anni, è stato di spingere l’organizzazione in una direzione sempre più conservatrice, e sempre più difensiva. I problemi e le divisioni interne ai Fratelli Musulmani sono ora evidenti a tutti, e potrebbero essere in corso cambiamenti reali riguardo al funzionamento del gruppo. Le relazioni tra la Fratellanza e il regime, già difficili negli anni passati, potrebbero addirittura peggiorare.</p>
<p>Le elezioni di gennaio hanno rafforzato i membri conservatori, che sono profondamente influenzati dal pensiero politico di matrice salafita di Qutb. La nuova Guida Suprema Muhammad Badia, che era stato imprigionato con Qutb, ne è un esempio fondamentale. Questa fazione conservatrice è maggiormente interessata a lavorare dall’interno, per costruire un movimento forte e disciplinato, piuttosto che a stringere alleanze con altre forze politiche e correnti intellettuali all’interno della società egiziana. Essa attribuisce maggiore importanza alla formazione spirituale e alla crescita sociale della base del movimento piuttosto che allo sviluppo di un programma di riforme completo che attirerebbe un pubblico più vasto.</p>
<p>La Fratellanza Musulmana inizia un nuovo capitolo della sua storia, avendo perso quasi un’intera fazione che si era impegnata in un dialogo con altre forze sociali e politiche, e che era stata capace di costruire alleanze con esse. Sebbene i riformisti non abbiano mai avuto una forte presenza organizzativa e non siano stati in grado di penetrare tutti i livelli della struttura del movimento, essi avevano alcuni importanti rappresentanti nell’Ufficio direttivo, per esempio Abdel-Monem Abu al-Fotouh e Mohammad Habib, i quali hanno perso le loro posizioni nelle recenti elezioni. Il nuovo membro dell’Ufficio direttivo, Issam Arian, è conosciuto quale riformista di punta, ma la sua recente elezione sembra sia stata dovuta a un accordo con i conservatori, con il quale egli si è dissociato dai suoi colleghi riformisti. Durante le elezioni, il disaccordo tra conservatori e riformisti è cresciuto a tal punto da portare alcuni candidati a presentare proteste ufficiali che mettono in dubbio l’integrità del processo elettorale. Alcuni si sono rifiutati di riconoscere la nuova Guida.</p>
<p>Le elezioni hanno infatti causato un dibattito interno che rischia di produrre una spaccatura importante, simile a quella verificatasi nel 1996, quando un gruppo di giovani leader della Fratellanza abbandonarono il movimento per costituire il Partito Wasat (che è ancora illegale). Con tutta probabilità le elezioni metteranno anche in moto una campagna per eliminare i riformisti dalla Fratellanza. Ci vorrà del tempo affinché il movimento si riprenda dalle sue profonde divisioni e ricostituisca l’armonia interna. Si tratta di un’evoluzione inusuale per un gruppo che è riuscito per lungo tempo a mantenere tali divergenze in forma privata.</p>
<p>Un altro cambiamento degno di nota all’interno dei Fratelli Musulmani è la fine dell’era delle Guide Supreme carismatiche; la carica ha perso le caratteristiche tipiche di una figura spirituale e simbolica per assumere quelle di una figura strettamente amministrativa. L’epoca della Guida Mahdi Akif, ormai in pensione, ha sollevato alcune questioni. Akif, una persona semplice con la tendenza a reagire in modo eccessivo, ha commesso molti errori politici e gaffe mediatiche. La sua età (82 anni) e il suo status in quanto membro della prima generazione gli hanno tuttavia garantito la sua posizione di icona per le generazioni più giovani, soprattutto al di fuori dell’Egitto. Non vi erano più candidati di questa prima generazione della Fratellanza in grado di sostituirlo, cosa che ha contribuito alla forte competizione attorno al ruolo di Guida Suprema e alle controversie riguardo ai risultati.</p>
<p>Queste controversie sono state così intense da richiedere il coinvolgimento dei leader dei Fratelli Musulmani al di fuori dell’Egitto, cosa che è costata al gruppo molto del proprio prestigio di più antica organizzazione della Fratellanza, oltre che di organizzazione che aveva spesso mediato nelle dispute interne agli altri gruppi. Il movimento egiziano è ormai simile ai gruppi della Fratellanza in Giordania, in Iraq e in Algeria, che hanno tutti recentemente attraversato periodi caratterizzati da spaccature interne. Ciò indebolirà la capacità della Fratellanza egiziana di giocare un ruolo di leadership nel futuro, e potrebbe di fatto segnare la fine dell’organizzazione della Fratellanza Musulmana internazionale.</p>
<p>Nonostante gli importanti cambiamenti nella leadership dei Fratelli Musulmani, le principali scelte strategiche del gruppo – la rinuncia alla violenza in quanto strumento di lotta, la partecipazione politica e l’adozione di un approccio graduale – non sono destinate a cambiare di colpo. La Fratellanza ha maturato queste scelte nel corso di tre decenni, coinvolgendo tutte le fazioni del movimento, e con il sostegno della base sociale del gruppo. I Fratelli Musulmani sono stati a lungo conosciuti per il loro pragmatismo e la loro fermezza, e ci vorranno anni prima che gli effetti dell’attuale riorientamento ideologico possano divenire chiari.</p>
<p>Di conseguenza ci si aspetta che la Fratellanza tenterà di partecipare a tutte le elezioni programmate per quest’anno, comprese quelle per il Consiglio della Shura a maggio e per l’Assemblea Popolare a novembre. Il fatto che la Fratellanza costituisce il blocco parlamentare più ampio (occupando 88 dei 444 seggi elettivi) dopo il Partito Nazionale Democratico al potere è un altro fattore per cui la nuova leadership non avrà altra scelta che quella di partecipare alle elezioni. Altrimenti essa verrebbe accusata di voler dare il segnale della ritirata. Il fatto di entrare in un’aspra battaglia con altre forze politiche potrebbe anche aiutare il gruppo a riguadagnare la propria coesione interna.</p>
<p>Se da una parte i Fratelli Musulmani continueranno a partecipare alla politica, dall’altra sono probabili cambiamenti significativi nella loro piattaforma politica. La svolta conservatrice probabilmente significa che la Fratellanza sarà meno ricettiva, rispetto al passato, al dialogo attorno al proprio programma politico e alle critiche provenienti da altre forze politiche, per esempio riguardo al suo rifiuto di nominare donne o copti alla presidenza del paese.</p>
<p>La probabile perdita di flessibilità, da parte della Fratellanza, e la scomparsa della propria capacità di fare causa comune con altre forze politiche e intellettuali, aiuterà i tentativi del regime di contenere il gruppo e di evitare l’emergere di qualsiasi ampio fronte di opposizione. Tuttavia, questo cambiamento non diminuirà necessariamente la popolarità della Fratellanza, poiché la sua base predilige le opinioni conservatrici, e sembrava desiderare realmente una leadership più conservatrice. Sebbene questo riorientamento sembrerebbe produrre una Fratellanza più facilmente gestibile da parte del regime, i recenti arresti potrebbero aprire un nuovo capitolo caratterizzato da una maggiore conflittualità tra i due avversari.</p>
<p><em><strong>Hossam Tamman</strong> è un ricercatore egiziano esperto di movimenti islamici; questo articolo è apparso inizialmente nell’Arab Reform Bulletin del Carnegie Endowment for International Peace</em></p>
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		<title>U.S. gave Israel green light for East Jerusalem construction</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 05:51:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Akiva Eldar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>The apology offered by Prime Minister Benjamin Netanyahu and Interior Minister Eli Yishai recalls the joke about the servant who pinched the king&#8217;s bottom. En route to the gallows, the servant apologized: He thought it was the queen&#8217;s bottom.</p>
<p>The statement&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>The apology offered by Prime Minister Benjamin Netanyahu and Interior Minister Eli Yishai recalls the joke about the servant who pinched the king&#8217;s bottom. En route to the gallows, the servant apologized: He thought it was the queen&#8217;s bottom.</p>
<p>The statement issued by Netanyahu&#8217;s bureau said that in light of the ongoing dispute between Israel and the United States over construction in East Jerusalem, the plans for new housing in the Ramat Shlomo neighborhood should not have been approved this particular week. It also said the premier had ordered Yishai to draft procedures that would prevent a recurrence. In other words, Yishai is welcome to submit more plans for Jewish construction in East Jerusalem next week, when U.S. Vice President Joe Biden will no longer be here.</p>
<p>Based on Biden&#8217;s reaction, it seems that he (and, presumably, his boss) has decided that it is better to leave with a few sour grapes than to quarrel with the vineyard guard. In his speech at Tel Aviv University, he said he appreciated Netanyahu&#8217;s pledge that there would be no recurrence. But what exactly does that mean? That next time he comes, the Planning and Building Committee will be asked to defer discussion of similar plans until the honored guest has left?<br />
 <br />
With the media storm dying down, Netanyahu can breathe a sigh of relief.</p>
<p>In a sense, the uproar actually helped him: To wipe the spit off his face, Biden had to say it was only rain. Therefore, he lauded Netanyahu&#8217;s assertion that actual construction in Ramat Shlomo would begin only in another several years.</p>
<p>Thus Israel essentially received an American green light for approving even more building plans in East Jerusalem.</p>
<p>Biden might not know it, but the Palestinians certainly remember that this is exactly how East Jerusalem&#8217;s Har Homa neighborhood began: Then, too, Netanyahu persuaded the White House that construction would begin only in another several years.</p>
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		<title>Biden calls for Middle East talks to resume</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 05:29:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Video</dc:creator>
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		<description><![CDATA[YouTube][VyuuMoy7vlQ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>12/03/2010 &#8211; US Vice President Joe Biden calls for peace talks to resume in the Middle East (ITN News)</p>
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		<title>Turkey&#8217;s Troubled Road To Democracy</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 15:42:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editorial Staff</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Il turbolento cammino della Turchia verso la democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-15580" title="133" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/FOTO133.jpg" alt="133" width="200" height="148" /></p>
<p>Turkey&#8217;s difficult and troubled course towards the consolidation of its democratic institutions has witnessed new and unexpected developments starting from the end of February, while other crucial events are expected in the coming weeks and months.</p>
<p>On February 22nd, dozens of&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-15580" title="133" src="http://www.medarabnews.com/wp-content/uploads/testate/FOTO133.jpg" alt="133" width="200" height="148" /></p>
<p>Turkey&#8217;s difficult and troubled course towards the consolidation of its democratic institutions has witnessed new and unexpected developments starting from the end of February, while other crucial events are expected in the coming weeks and months.</p>
<p>On February 22nd, dozens of top army officers, both in active duty and retired, were arrested in the course of an investigation on alleged plans to overthrow the government led by the Justice and Development Party (AKP) in the years following its rise to power in 2002.</p>
<p>Such far-reaching judicial action against army officers is unprecedented in Turkey, a country which has witnessed three military coups d&#8217;état in 1960, 1971 and 1980 – plus the &#8220;velvet coup&#8221; in 1997 – without any top army officers ever being brought to justice.</p>
<p>The extraordinary summit of the military leadership to discuss the implications of these arrests had fueled concerns that it could be the prelude to a harsh reaction by the army or at least send an intimidatory message to investigators.</p>
<p>In the following days, there was also a summit meeting between Army Chief of Staff, Gen. Ilker Basbug, Prime Minister Recep Tayyip Erdogan, and President Abdullah Gul. This meeting has not stopped investigations, though, nor has it prevented other arrests. However, the military has not left its barracks and Gen. Basbug has stated that coups “are a thing of the past”.</p>
<p>The country&#8217;s political climate, though, is tense and the clash among the various powers still continues. Its outcome, all but decided, will determine Turkey&#8217;s democratic future.</p>
<p>In Turkey and abroad, many have described this crisis as a new episode in the fight between the military and lay establishment, on the one hand, and the pro-Islamic government led by Erdogan&#8217;s AKP, on the other. There have been several moments in this fight over the years.</p>
<p>In April 2007, for instance, the armed forces issued a communiqué stating that they opposed the election of then Foreign Minister Abdullah Gul to the Presidency of the Republic and threatening that it would have serious consequences for Turkey. Gul was ultimately elected, at the end of a long and troubled process, but then Army Chief of Staff, Yaşar Büyükanit, did not attend the oath ceremony.</p>
<p>In 2008, the closure case filed against the AKP, and under review by the Constitutional Court, led the party to shelve its plan to adopt a new constitution to replace the 1982 one, written by a military junta after the 1980 coup, which is still in force.</p>
<p>According to many Turkish observers, the 1982 Constitution is not based on a genuine separation of powers, but gives some institutions, like the Constitutional Court and State Council, greater powers than those of the Parliament and Government. Some believe that no Constitution enacted to date has ever been the fruit of a genuine social contract; they have rather been documents &#8220;imposed from above&#8221;. In addition, since the 1960 coup to today, more than 20 political parties have been dissolved.</p>
<p>On several occasions, the European Union, too, has raised the issue of the excessive power of the military and its interference in Turkish political life, stressing that some parts of the army seem to be reluctant to yield to control by civilian authorities.</p>
<p>In the light of all this, many believe that the description of the current clash in progress in Turkey as being a fight between “lay&#8221; and &#8220;Islamic&#8221; forces is short-sighted and misleading. It is rather a battle to reach an accomplished form of democracy. This battle is witnessing a clash among the State&#8217;s powers &#8211; and in particular between the executive branch, the army and the judiciary – in which each tends to step into the sphere of competence of the others.</p>
<p>At another level, the clash is between a group of “democratic forces” from various areas of society – from the judiciary and academia, through the media and business world, to the military establishment – and a group of forces in favor of the so-called &#8220;deep State&#8221; capable of controlling and guiding the country&#8217;s political life from behind the scenes. The forces belonging to the latter are also present in many sectors of society and especially in the army.</p>
<p>It is widespread opinion that the recent arrests of members of the military establishment fall within the wider framework of the investigation into Ergenekon, a mysterious ultra-nationalist organization with close ties to the State apparatus and army, which has become the very symbol of the &#8220;deep State&#8221; mentioned above.</p>
<p>Composed of former generals, secret service operatives, journalists, magistrates and businessmen, it was established during the Cold War to contain the Communist threat, but it has survived the days of the East-West confrontation and developed into an organization devoted to steering the course of the Turkish State by planning disorders, attacks and killings of prominent figures.</p>
<p>The arrests in recent weeks in the course of an investigation on plans of a coup d&#8217;état against the Erdogan government fall within this wider framework. <strong><a href="http://www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=and-now-the-plot-is-proven8230-2010-03-05" target="_blank">One of the documents</a></strong> allegedly proving the planned coup was initially found in the office of the attorney of an officer involved in the Ergenekon case. The title of the document was “Action Plan to Fight ‘Irtica’”.</p>
<p>The word ‘irtica’ literally means “backwardness”, “obscurantism”, but it refers in particular to religious (Islamic) movements, which allegedly are a threat to the State&#8217;s &#8220;modernity&#8221;. The duty to fight “obscurantism” was also one of the tasks of the National Security Council. This task has been ascribed to it by the Document on National Security Policies (MGSB), which has been dubbed by some “the hidden Constitution”. Those guilty of “obscurantism” included ethnic groups (like the Kurds, for instance) or religious groups as well as some political currents.</p>
<p>These few references are enough to grasp how deeply rooted the “deep State” was inside Turkish institutions. According to many, investigations in recent years and the recent arrests are shaking the foundations of the “deep State”, but the path is still long and full of obstacles.</p>
<p>As <strong><a href="http://www.todayszaman.com/tz-web/news-203354-109-centerwhos-who-in-turkeybr-i-by-i-brherkul-millas-center.html" target="_blank">Herkül Millas</a></strong>, a political scientist, has written, the construction of the nation State in a non-democratic environment without the free development of identities (in particular, ethnic and religious) imposing predetermined lines, has led to reactions, creating new social groups, each of which is fueling irrational fears against the others. Each step made by an “antagonist” group is perceived as a threat. This mechanism has created to a vicious circle, which has led to a clash among groups instead of a political debate.</p>
<p>This crisis of trust is also clear in the political arena, between the AKP, on the one hand, and the lay and nationalist opposition, on the other. The opponents of Erdogan&#8217;s party accuse the prime minister that he aims at replacing the army&#8217;s tutelage of the State&#8217;s institutions with a &#8220;civilian tutelage&#8221;. Erdogan is accused of wanting to rein in the army to replace military power with his own power. According to Erdogan&#8217;s critics, the Ergenekon inquiry is a way to settle old scores with his political opponents.</p>
<p>These accusations have been favored by the fact that the investigations have not always been carried out thoroughly, at times with the involvement of figures who, according to many, have nothing to do with the facts. These accusations are also fueled by the fact that Erdogan directed frequent attacks against the press (especially the opposition press).</p>
<p>The latest attacks by the Prime Minister on the media are the result of the crisis in Turkish markets, generated, in turn, by fears that have spread throughout the country after the recent wave of arrests. In speaking of the media, deemed responsible for fueling market fears, Erdogan stated “no one has the right to raise tension in this country”, and he added “I cannot allow press articles like these to upset the financial balance”. He then invited the owners of the newspapers to fire the journalists who wrote these articles.</p>
<p>These errors have helped those who in Turkey and abroad have accused the AKP of not wanting the country&#8217;s democratization, but rather its Islamization. However, while it is true that Erdogan&#8217;s project of democracy must yet overcome many hurdles, saying that he is pursuing an agenda to Islamize Turkey is a forced interpretation, though.</p>
<p>The analyst <strong><a href="http://www.todayszaman.com/tz-web/yazarDetay.do;jsessionid=72EBC5D9AE1C53D1B89C8344BE2196AB?haberno=202935 " target="_blank">Ömer Taşpinar</a></strong> believes that there are various reasons why it is unlikely that Turkey become an Islamic State. These reasons include the fact that the Turkish tradition of the supremacy of the State over Islam actually dates to before the Republic and back to the days of the Ottoman Empire. According to Taşpinar, while in the Arab world the State is a product of Islam, in Turkey the State predates Islam. Moreover, Turkey now has a long history of democratization and democracy is the best antidote to an authoritarian Islamic State.</p>
<p>Anyhow, Turkey&#8217;s road to democracy is still long and difficult. While the signs of tension between the executive and the military establishment are still visible, another crisis may break out in coming weeks due to the justice reform package that the government aims to enact to harmonize the Turkish judiciary system with European Union regulations.</p>
<p>Circles of the judiciary have accused the government that it is trying to place the judiciary under the control of the executive. Prime Minister Erdogan has replied by stating that the opposite is true and stressed that the Constitutional Court had overruled a law approved by 411 Members of Parliament that allowed women to wear the veil in university. The Prime Minister stated: “If the votes of 411 Members of Parliament are considered nothing in this country, you cannot say at all that the legislative and executive branches control the judiciary.&#8221;</p>
<p>In the light of a recent opinion poll, the government&#8217;s planned justice reform is supported by the public. Almost 79% of the population is in favor of a justice reform, while almost 70% is in favor of a new Constitution.</p>
<p>However, it is clear that it is a tough match for the AKP, which will be staking everything on upcoming elections in July 2011. If the AKP were to win, it will probably succeed in consolidating the project it has been pursuing in recent years. If it were to lose, the old order may recover momentum.</p>
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		<title>Le narrazioni del Corano come spinta verso la pace</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 06:45:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Feisal Abdul Rauf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>11/03/2010 </p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.commongroundnews.org/article.php?id=27383&#38;lan=en&#38;sid=0&#38;sp=0&#38;isNew=1" target="_blank">Using Qur’anic narratives in pursuit of peace</a></strong></p>
<p><em>Sebbene il conflitto arabo-israeliano fomenti le tensioni fra musulmani ed ebrei, il Corano non solo riconosce la similarità di queste due fedi e dei loro seguaci, ma fornisce numerosi esempi e racconti&#8230;</em></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>11/03/2010 </p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.commongroundnews.org/article.php?id=27383&amp;lan=en&amp;sid=0&amp;sp=0&amp;isNew=1" target="_blank">Using Qur’anic narratives in pursuit of peace</a></strong></p>
<p><em>Sebbene il conflitto arabo-israeliano fomenti le tensioni fra musulmani ed ebrei, il Corano non solo riconosce la similarità di queste due fedi e dei loro seguaci, ma fornisce numerosi esempi e racconti potentemente suggestivi che spingono verso la giustizia, la pace e l’armonia comune – scrive l’Imam Feisal Abdul Rauf</em></p>
<p>***</p>
<p>Ritengo che il maggiore impedimento all&#8217;eliminazione della reciproca antipatia tra musulmani ed ebrei sia il conflitto israelo-palestinese. Sebbene questa disputa riguardi fondamentalmente la distribuzione delle risorse e il potere di controllare le decisioni, essa è spesso dipinta come un conflitto religioso. Troppo spesso, inoltre, le due parti hanno usato interpretazioni erronee e non pertinenti delle proprie scritture per demonizzare l&#8217;altro e per fornire una giustificazione per il mancato impegno verso una pace giusta.</p>
<p>Da una prospettiva islamica, ciò non potrebbe essere più fuorviante, poiché il Corano ci fornisce numerosi principi e racconti potentemente suggestivi che ci spingono verso la giustizia, la pace e l&#8217;armonia comune. Credo quindi che, sebbene la religione non rappresenti il problema principale nel conflitto israelo-palestinese, rappresenti tuttavia una parte fondamentale della soluzione.</p>
<p>Secondo le scritture, musulmani ed ebrei sono uniti dall’eredità del profeta Abramo incarnata nell’ ”etica abramica”, che è in fondo un monoteismo che predica la libertà umana, l&#8217;uguaglianza e la fratellanza. Il Corano non si stanca di ripetere che il suo compito è quello di ristabilire questa legge, e che il profeta Muhammad, e tutti i profeti venuti prima di lui, hanno predicato a questo scopo: “ I più vicini ad Abramo sono quelli che lo hanno seguito, [così come hanno seguito] questo Profeta, e quelli che credono” (Corano,  3:68).</p>
<p>L&#8217;Islam si definisce non tanto come la religione di Muhammad, ma come la religione di Dio, originariamente stabilita da Abramo. Essendo nati da una discendenza comune, gli ebrei (così come i cristiani) hanno una speciale denominazione nel Corano: essi vengono chiamati “la gente del Libro”, ahl al-kitab, o  “la gente delle scritture”. I musulmani credono che Dio abbia mandato agli ebrei, attraverso i loro profeti, le scritture contenenti i divini insegnamenti del messaggio di Dio. Di conseguenza essi possiedono la vera religione. Negare ciò sarebbe come contraddire il Corano, il quale non solo riconosce la similarità di ebrei e musulmani, ma definisce l&#8217;Islam attraverso di essi. “&#8230;Dì [alla gente del libro]: Noi crediamo a ciò che è stato rivelato a noi, come a ciò che è stato rivelato a voi. Il nostro Dio ed il vostro è Uno e lo stesso. Siamo tutti sottomessi a Lui” (Corano, 29:46). Quest&#8217;unità significa che sebbene esistano sicuramente delle divergenze tra di noi, esse non sono altro che discussioni in famiglia.</p>
<p>Il Corano critica gli ebrei per non essere riusciti ad accogliere la Torah e per l&#8217;eccessivo legalismo e l&#8217;esagerato autoritarismo di alcuni rabbini. Questi ed altri passaggi sono stati manipolati per ricondurre tutti gli ebrei a questo modello, coinvolgendoli tutti indiscriminatamente nei problemi contemporanei. Ad ogni modo, non vi è critica rivolta dal Corano agli ebrei che anche gli ebrei non abbiano rivolto a sé stessi o alla propria tradizione. Inoltre, nessun musulmano può negare che molte di queste colpe siano universali, difetti presenti in ogni comunità religiosa, compresa quella musulmana. Infatti il Corano non condanna mai totalmente nessun popolo, poiché i versetti che contengono delle critiche sono sempre affiancati da versetti che giustificano i giusti.</p>
<p>Il nostro compito è quindi quello di non dividere le nostre comunità in fazioni tra loro ostili a causa della religione, come hanno fatto alcuni. L&#8217;appello che Dio rivolge nel Corano agli ebrei ed ai cristiani, così come ai musulmani, risulta ancora appropriato, importante e necessario, oggi come quasi quattordici secoli fa, quando fu rivelato: “O gente del Libro! Uniamoci ora sotto un principio giusto, comune a tutti noi – che non adoriamo nessun&#8217;altro all’infuori di Dio, senza nulla associargli, e che non sceglieremo fra noi alcuni come signori all&#8217;infuori di Dio,” (Corano, 3:64). Questo ed altri passaggi sono profondamente ispiratori di dialogo, collaborazione e, in definitiva, di pace.</p>
<p>Il dialogo, il primo passo, offre l&#8217;opportunità di svelare il terreno comune dei valori e degli obiettivi condivisi,  i quali risuonano in ciascuna delle nostre fedi. Inoltre il dialogo forgia legami personali e relazioni di fiducia che hanno in sé il potenziale di attivare sforzi di collaborazione. Io sostengo un dialogo di questo tipo, orientato all&#8217;azione, e che vada oltre le parole.</p>
<p>Le organizzazioni e le istituzioni musulmane ed ebraiche devono costruire coalizioni per la pace. Sebbene ciò debba avvenire in numerosi settori, risulta particolarmente essenziale a livello dei vertici religiosi – tra i rabbini e gli imam, e tra gli attivisti religiosi. Sono queste amicizie e collaborazioni che possono aiutare a raggiungere la pace in Israele, in Palestina e in tutta la regione,   e che possono inoltre trasformare i rapporti tra musulmani ed ebrei a livello globale.</p>
<p>Tale lavoro di trasformazione potrebbe trarre la propria ispirazione dello straordinario periodo del Califfato di Cordova, che era situato nell’odierna Spagna. All’apice del suo splendore, nel X e XI secolo, Cordova vantava la società più illuminata, pluralista e tollerante sulla terra, un luogo in cui musulmani ed ebrei avevano un rapporto speciale. La mia organizzazione, la Cordoba Initiative, fa riferimento a questo lascito per spostare nuovamente le relazioni fra ebrei e musulmani verso la collaborazione attorno ai nostri valori e interessi condivisi. Stiamo utilizzando un potente modello di partnership orientata all&#8217;azione e basata sulla fede, per creare un punto di svolta nei rapporti tra il mondo islamico e l&#8217;Occidente nel corso del prossimo decennio, anche nel contesto di Israele e della Palestina. Credo che questo sia il nostro “mandato abramico”.</p>
<p><em>L&#8217;Imam  <strong>Feisal Abdul Rauf</strong> è presidente della Cordoba Initiative, che si impegna per migliorare i rapporti fra Islam e Occidente</em></p>
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		<title>Il Kashmir è la chiave per la pace nell&#8217;Asia meridionale</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 06:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riyaz Wani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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		<category><![CDATA[The Daily Star]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>11/03/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.dailystar.com.lb/article.asp?edition_id=10&#38;categ_id=5&#38;article_id=112168" target="_blank">Kashmir is a key to South Asian peace</a></strong></p>
<p><em>Il fragile dialogo fra India e Pakistan sul Kashmir rappresenta una delle poche speranze di pace per l’Asia meridionale e l’Afghanistan – scrive il giornalista Riyaz Wani</em></p>
<p>***</p>
<p>Finalmente una serie di conferenze&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>11/03/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.dailystar.com.lb/article.asp?edition_id=10&amp;categ_id=5&amp;article_id=112168" target="_blank">Kashmir is a key to South Asian peace</a></strong></p>
<p><em>Il fragile dialogo fra India e Pakistan sul Kashmir rappresenta una delle poche speranze di pace per l’Asia meridionale e l’Afghanistan – scrive il giornalista Riyaz Wani</em></p>
<p>***</p>
<p>Finalmente una serie di conferenze e di impegni hanno risvegliato delle speranze per una risoluzione della disputa tra India e Pakistan a proposito del Kashmir, che dura da ben 62 anni. Se questi sforzi raggiungeranno il loro scopo, potrebbero non solamente trasformare i tormentati rapporti tra i due vicini nucleari, ma anche contribuire in maniera sostanziale alla pace nel vicino Afghanistan.</p>
<p>Il Kashmir è stato al centro di una lunga disputa territoriale tra il Pakistan e l&#8217;India, causando numerose guerre, così come le operazioni militari correntemente in corso in India contro i militanti separatisti del Kashmir. La decennale rivalità e diffidenza tra India e Pakistan ha convinto entrambi ad operare in maniera discordante in Afghanistan. Il Pakistan a Kabul vuole un regime vicino a Islamabad per raggiungere il suo obiettivo di profondità strategica, ovvero quello di costituire un cuscinetto contro l&#8217;India. L&#8217;India, d&#8217;altra parte, cerca un governo favorevole a Nuova Delhi per negare al Pakistan questo vantaggio.</p>
<p>Una soluzione in Kashmir ridurrebbe sensibilmente l’assenza di fiducia tra India e Pakistan e, con tutta probabilità,  promuoverebbe la cooperazione in Afghanistan.</p>
<p>Nel corso degli ultimi mesi, l&#8217;India e il Pakistan si sono impegnati in trattative a porte chiuse sul Kashmir a Bangkok, in Thailandia. I colloqui hanno riunito personalità come l&#8217;ex ambasciatore pakistano in India, Aziz Khan, e A.S. Dullat, ex capo dell&#8217;agenzia di intelligence indiana per gli affari esteri, il Research and Analysis Wing (RAW). Contemporaneamente, il processo negoziale viene sostenuto da discussioni che hanno luogo attraverso canali secondari tra Nuova Delhi e il conglomerato separatista moderato del Kashmir, l&#8217;All Parties Hurriyat Conference, per risolvere i problemi specifici delle relazioni tra India e Kashmir.</p>
<p>Sebbene non pubblicamente riconosciuti dagli Stati Uniti, questi sforzi sono visti come parte del più ampio mandato del rappresentante speciale degli Stati Uniti per l&#8217;Afghanistan e il Pakistan, Richard Holbrooke. Anche l&#8217;ammiraglio Michael Mullen, capo dell’US Joint Chiefs of Staff, ha recentemente affermato che nella regione gli interessi americani vengono promossi incoraggiando tutte le iniziative &#8220;messe in atto da queste nazioni importanti [India e Pakistan] per rigenerare il loro processo di negoziati indiretti riguardo al Kashmir&#8221;.</p>
<p>Sul versante della società civile, tra settembre e dicembre 2009 si sono svolte diverse conferenze che hanno affrontato la controversia sul Kashmir. Vi hanno partecipato autorevoli intellettuali, politici e attivisti della società civile sia dal Pakistan che dall&#8217;India.</p>
<p>Una conferenza di questo tipo, dal titolo &#8220;Una road map per la pace&#8221;, si è tenuta nel mese di dicembre a Nuova Delhi. Essa ha incoraggiato la ripresa dei colloqui tra i due paesi, ora in fase di stallo.Precedentemente, nel mese di ottobre a Srinagar e a Londra, si sono svolte due conferenze interne al Kashmir. L&#8217;obiettivo più ampio di queste iniziative era quello di incoraggiare l&#8217;India e il Pakistan a conciliare le loro divergenze e a concentrarsi su una comune lotta al terrorismo nella regione, da Kabul al Kashmir.</p>
<p>Sebbene l&#8217;effetto cumulativo di questi sforzi abbia aiutato entrambi i paesi ad avanzare verso la pace in Asia meridionale, vi è ancora un lungo cammino da percorrere. Vi è anche il costante pericolo che l&#8217;intero processo venga distrutto se i governi indiano e pakistano non agiscono e non sviluppano le iniziative in corso.</p>
<p>I due paesi aspettano un altro incontro al vertice, durante la conferenza nel mese di aprile dell&#8217;Associazione dell&#8217;Asia Meridionale per la Cooperazione Regionale (SAARC), che si terrà nel Bhutan. E l&#8217;India ha già espresso la sua disponibilità ad avviare un dialogo formale con i segretari degli esteri pakistano e indiano che si incontreranno alla fine del mese.</p>
<p>Nel rinnovato impegno ci sono diversi fattori in gioco. Uno di questi è la geopolitica complessiva della regione, al cui centro c&#8217;è la guerra in Afghanistan. L&#8217;evolversi della situazione a Kabul, dove i Talebani sono ora considerati come parte della soluzione politica, ha improvvisamente ridotto la capacità dell&#8217;India di influenzare i destini di un paese lacerato dalla guerra.</p>
<p>Di conseguenza, il Pakistan si trova in una posizione migliore per esercitare pressioni; e salvaguardare gli interessi dell&#8217;India in Afghanistan e il suo ruolo negli impegni in corso per la pace e la sicurezza potrebbe rappresentare un incentivo per normalizzare le relazioni tra India e Pakistan.<br />
D&#8217;altra parte, il Pakistan potrebbe beneficiare di un&#8217; India amica che preservi la stabilità ad est.</p>
<p>La sfida dell&#8217;India e del Pakistan non consiste solo nell&#8217;affrontare la disputa sul Kashmir, da molto tempo il loro pomo della discordia, ma anche nell’allineare le loro politiche e posizioni divergenti sull&#8217;Afghanistan. Considerando che la posta in gioco a Kabul è sempre più alta ogni giorno che passa, molto dipende da questa nuova serie di contatti bilaterali.</p>
<p><em><strong>Riyaz Wani</strong> è un giornalista residente in Kashmir che lavora per il quotidiano indiano “The Indian Express”</em></p>
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		<title>Renewed talks &#8211; a short tour to nowhere</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 10:52:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hasan Abu Nimah</dc:creator>
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When he had entrenched himself behind US President Barack Obama’s demand that Israel stop all settlement expansion before&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Palestinian Authority President Mahmoud Abbas has finally managed to provide himself with badly needed cover to resume the yearlong stalled Israeli Palestinian negotiations.<br />
When he had entrenched himself behind US President Barack Obama’s demand that Israel stop all settlement expansion before meaningful negotiations could resume, he must have believed that the demand would hold. And at a time when his political capital was being critically depleted by the failure of all his previous political gambles, Abbas must have thought that a principled position on settlement would help.</p>
<p>The big surprise, however, was the quicker than expected backtracking on the part of the Obama administration, once faced with Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu’s persistence that there will be no settlement freeze.</p>
<p>Having been badly exposed, Abbas started the long search for an exit. Being totally dependent on Washington’s support, politically and financially for his and his authority’s survival, Abbas could not afford to maintain his acclaimed “principled” position when Washington needed him to return to the negotiating table without “preconditions”.</p>
<p>The irony is that none of the parties dealing with the Middle East mess truly believe that resumed negotiations would yield results any different from the meagre harvest which has been getting poorer by the year. All that matters, however, and under the circumstances, is to save face.</p>
<p>The collapse of the Obama Middle East project was fast and bewildering to parties and observers alike. Having also been left exposed, the only remaining cover was to set the stage for a fresh round of negotiations, and to present that as an achievement. Such tactics had repeatedly bought the former administration time and provided it with temporary face-saving cover.</p>
<p>As a result of failure, the Mitchell mission has become totally devoted to devising a novel, though quite impossible, formula capable of containing the contradictions and the diverging positions of the many parties involved. A formula which would: 1) subtly acquiesce to an Israeli accelerating colonisation process of what remained of Jerusalem and the West Bank, including flagrant related violations of occupied Palestinian rights; 2) convince the Palestinians that engaging in negotiations without preconditions would lead to the realisation of the two-state solution; 3) enable Arab moderates &#8211; and indeed the international community &#8211; whose support for Abbas is vital to sell the resumption as a real window of opportunity for a peaceful settlement.</p>
<p>But that was not that difficult for parties who essentially wanted the resumption for its own sake rather than for results &#8211; a charade.</p>
<p>The formula was to engage in indirect proximity talks, rather than return straight to direct negotiations, with Mitchell acting as the go between. The Arab League has provided the ladder for a willing Abbas to climb down.</p>
<p>What Mitchell will be doing now is hardly different from what he did before during his every visit to the region. The only difference is the title. The Mitchell mediation then was not called proximity talks. But he did constantly shuttle between Israelis in Tel Aviv or Jerusalem and Palestinians in Ramallah, often jumping to other Arab capitals to seek help for reconciling far-apart political positions between the main conflicting parties. But that seems to be the only remaining option where almost two decades of sterile diplomacy and barren peace processing has left little to try.</p>
<p>Except now, the order of business has been reversed. Proximity talks normally precede and pave the way for direct negotiations.</p>
<p>To return to proximity talks after signing agreements and accords, and negotiating directly and “very cordially” for over 17 years is certainly peculiar. It is simply proof of bankruptcy.</p>
<p>The question is what new ideas Mitchell can come up with after exhausting all he had initially tried. Did he not successively ask all the questions and got all the answers?</p>
<p>If Netanyahu was slightly cautious at the beginning of the Mitchell mission a year ago, because he was not sure of the extent of the Obama resolve in forcing a settlement, and yet he was adamant, he will be confidently unwavering now that he had experienced how spineless the American position now is.</p>
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		<title>Israele-Palestina: sull’orlo dell’abisso</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 06:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Akiva Eldar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi & Reportages]]></category>
		<category><![CDATA[Haaretz]]></category>
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		<category><![CDATA[Peace Process]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>10/03/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.haaretz.com/hasen/spages/1154854.html" target="_blank">On the edge of the Abyss</a></strong></p>
<p><em>Mentre l’avvio di negoziati indiretti fra israeliani e palestinesi (probabilmente comunque condannati al fallimento) sembra essere già messo in dubbio dall’annuncio israeliano secondo cui altre 1.600 abitazioni saranno costruite a Gerusalemme Est, l’analista&#8230;</em></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>10/03/2010</p>
<p><strong>Original Version: <a href="http://www.haaretz.com/hasen/spages/1154854.html" target="_blank">On the edge of the Abyss</a></strong></p>
<p><em>Mentre l’avvio di negoziati indiretti fra israeliani e palestinesi (probabilmente comunque condannati al fallimento) sembra essere già messo in dubbio dall’annuncio israeliano secondo cui altre 1.600 abitazioni saranno costruite a Gerusalemme Est, l’analista israeliano Akiva Eldar scriveva nell’articolo qui proposto: “Non dobbiamo rinunciare a quest’ultima opportunità per accertarci se esiste una controparte palestinese; se ce n’è una, allora dobbiamo cominciare a cercare una controparte israeliana”</em></p>
<p>****</p>
<p>A Gerusalemme le sirene d’allarme hanno ceduto il passo ai sospiri di sollievo. Un rapporto interno al ministero degli esteri d’Israele postula la possibilità che l’amministrazione Obama non preveda di dedicare troppa attenzione al processo di pace nell’anno a venire.</p>
<p>Neppure i palestinesi nutrono grandi speranze per i colloqui di pace. Una circolare interna scritta dal loro dipartimento per i negoziati offre alternative alla soluzione dei due stati, includendo un annullamento degli accordi di Oslo e la dissoluzione dell’Autorità Nazionale Palestinese. In un articolo apparso su Foreign Affairs, il commentatore politico israeliano Ehud Yaari ha stroncato su due piedi un accordo finale con i palestinesi del “fronte di Oslo”. Yaari raccomanda di rinunciare ad una larga porzione di territori in cambio di un armistizio e di una strategia di “gestione del conflitto” nei confronti di Hamas, la “longa mano” dell’Iran.</p>
<p>Quello che è davvero sconcertante è che questo tipo di idee, accanto all’infatuazione per l’illusoria nozione di uno stato bi-nazionale, stanno trovando terreno fertile. Il fronte della pace deve ancora riprendersi dalla storia del “non c’è un partner di pace” che Ehud Barak aveva diffuso dopo il fallimento del vertice di Camp David del giugno 2000. Una distorta visione degli eventi nel descrivere i contatti tra Ehud Olmert e Mahmoud Abbas ha fornito un ulteriore incoraggiamento al cliché che vuole che i palestinesi non perdano occasione di “perdere un’occasione”. Ogni mese di marzo, la Lega Araba si riunisce di nuovo e riafferma il suo appoggio all’iniziativa di pace araba del 2002. Ogni anno, Israele ignora ancora una volta questa risoluzione e perde un’occasione per porre fine al conflitto e ottenere una normalizzazione delle relazioni con tutti i paesi arabi e con il mondo musulmano in generale.</p>
<p>L’indice di fiducia tra israeliani e palestinesi è tornato al livello più basso, che caratterizzò i primi giorni del primo mandato di Benjamin Netanyahu. Il grande abisso che separa le posizioni iniziali israeliane e palestinesi riguardo alle questioni essenziali del conflitto permane tuttora. È difficile credere che in quattro mesi di negoziati indiretti, l’amministrazione Obama riuscirà a colmare le lacune su questioni come i confini, Gerusalemme e i rifugiati. Questa primavera, il mediatore americano sarà incaricato di dissipare quanto più possibile la nebbia che aleggia su questo abisso.</p>
<p>Ad un anno dal <a href="http://www.medarabnews.com/2009/06/15/netanyahu%e2%80%99s-speech-%e2%80%93-key-passages-and-full-text/" target="_blank"><strong>discorso di Netanyahu</strong> </a>all’Università di Bar-Ilan, l’opinione pubblica israeliana merita di sapere se il governo Netanyahu-Barak-Lieberman può davvero essere considerato come una controparte per un accordo fondato sul concetto di “due stati per due popoli”, o se questo è solo uno slogan preparato da un ufficio di pubbliche relazioni. Per altro verso, l’opinione pubblica merita di sapere una volta per tutte  se i palestinesi sono pronti a raggiungere un compromesso ragionevole su uno scambio di territori che permetta a Israele di annettere i principali blocchi di insediamenti dove vive l’80% dei coloni della Cisgiordania. L’opinione pubblica merita di sapere se i palestinesi riconosceranno i vincoli che legano il popolo ebraico ai luoghi sacri di Gerusalemme e se si accontenteranno di una soluzione per i rifugiati che non implichi per Israele il riconoscimento del diritto del ritorno.</p>
<p>Secondo un alto responsabile dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), l’amministrazione Obama ha promesso ad Abbas che se una delle parti non dovesse essere all’altezza delle aspettative, gli Stati Uniti non nasconderanno il loro disappunto e non esiteranno ad adottare provvedimenti per eliminare l’ostacolo. Inoltre, all’ANP era stato garantito che gli Stati Uniti non si sarebbero limitati ad interpretare il ruolo di messaggeri. Secondo quanto mi ha letto questo alto responsabile, l’amministrazione Obama presenterà le proprie proposte nello sforzo di colmare il divario tra le posizioni israeliane e quelle palestinesi.</p>
<p>Il presidente americano Barack Obama non dovrà faticare troppo. Tutto ciò di cui ha bisogno è esporre il piano di pace Clinton del dicembre 2000 ad entrambe le parti e domandare loro di dichiarare le loro posizioni sui principi menzionati dal documento. Essi includono l’istituzione di uno stato palestinese contiguo che occupi circa il 94-96% della Cisgiordania, insieme ad uno scambio territoriale aggiuntivo che includa dall’1 al 3% dei terreni all’interno della Linea Verde; l’imposizione della sovranità palestinese sui quartieri arabi di Gerusalemme e la sovranità israeliana sui quartieri ebraici; il riconoscimento che il diritto al ritorno non sarà pienamente realizzato in Israele anche se sarà esplicitamente menzionato il fatto che i palestinesi hanno il diritto al ritorno in una patria nazionale; e il dispiegamento di una forza internazionale lungo il confine con la Giordania.</p>
<p>Forse la soluzione dei due stati è senza fondamento. È possibile che il conflitto israelo-palestinese sia uno di quei problemi senza soluzione. Forse abbiamo raggiunto quell’orribile bivio in cui dobbiamo scegliere tra una nuova versione del disimpegno unilaterale da Gaza – il che significa che la Cisgiordania sarebbe lasciata in pasto ad Hamas e a coloro che gli stanno dietro – ed un conto alla rovescia per la fine, o di uno stato di Israele ebraico, o di uno stato di Israele democratico. Sventurato chi dovrà affrontare una simile scelta.</p>
<p>Non dobbiamo rinunciare a questa opportunità – forse la nostra ultima possibilità – per accertarci se esiste una controparte palestinese per un accordo sui due stati. Se ce n’è una, allora dobbiamo cominciare a cercare una controparte israeliana.</p>
<p><em><strong>Akiva Eldar</strong> è un analista polit</em><em>ico israeliano; scrive abitualmente sul quotidiano “Haaretz”</em></p>
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